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Intelligenza emotiva Stampa

 

Non preoccuparti di dare una spiegazione alle emozioni. Vivi tutto intensamente e custodisci ciò che provi come un dono di Dio. 
                                                              Paulo Coelho
 
 

 

L'intelligenza Emotiva

 

 

PRESUPPOSTI STORICI, FILOSOFICI E NEUROSCIENTIFICI DELL'INTELLIGENZA EMOTIVA                      di Michele Cucchi

 

Attualmente le neuroscienze, sia in ambito clinico che non, hanno accresciuto il proprio interesse per la comprensione dei propri ed altrui stati emotivi, l’introspezione e la coscienza, l’empatia, il decision-making ed il controllo dell’impulsività. Questo crescente interesse è mutuato sia dal progredire della conoscenza sul funzionamento della mente umana, sia da una rivalutazione culturale degli aspetti emotivi, inter ed intra personali, nella ricerca finalizzata al miglioramento della qualità di vita. Di fatto lo studio della mente si sta sempre più focalizzando sul ruolo delle emozioni e delle funzioni neurobiologiche ad esse collegate.


Quali sono le regole neurobiologiche che regolano l’identità sociale? Come possiamo utilizzarle per essere felici? E per guarire da afflizioni mentali? La rivoluzione del Brain imaging ha ampliato esponenzialmente le capacità di studio della mente fornendo le basi neurobiologiche per iniziare a delineare, anche se per ora solo in via ipotetica, modelli di funzionamento di quella che potremmo chiamare, come aveva fatto Siegel nel suo libro, la mente relazionale. Contemporaneamente discipline diverse quali le neuroscienze, la psicologia cognitiva e dello sviluppo, la psicologia sociale e del lavoro, la filosofia della mente e la psichiatria hanno, nel corso degli anni, rivolto la propria attenzione allo studio di queste funzioni.


Fino a non molti anni fa, non è stata prestata, da parte della comunità scientifica, una particolare attenzione alle emozioni ed allo studio dei meccanismi cerebrali che ne sono alla base e, ancor meno, al ruolo da esse giocato nella comprensione delle patologie psichiatriche. La storia della filosofia ha guidato per molto tempo (e forse guida ancora oggi o così dovrebbe essere) il percorso delle scienze; questo suo primato le deriva dalla impossibilità del sapere scientifico di anticiparla o di capovolgere le teorie da essa formulate. Questo è ciò che si è verificato nello studio delle emozioni. E’ dalla nascita della filosofia, con Aristotele e Cartesio, infatti, che ci deriva la distinzione tra emozione e ragione in quanto aree separate ed antagoniste. Questo postulato riguardante i reciproci rapporti fra emozione e ragione ha permeato scienza e filosofia per molti secoli.


Per la teologia cristiana, le emozioni sono state a lungo l’equivalente dei peccati e delle tentazioni dalle quali si doveva resistere con la forza della ragione e della volontà. Nella tradizione razionalista del XVII secolo, l’emozione era considerata un fattore di distorsione e di disturbo del comportamento razionale e dunque, per questo motivo, ritenuta priva di interesse scientifico. Poiché l’attività razionale era considerata la base dalla quale partire per spiegare il comportamento umano, l’emozione, insitamente perturbante, assumeva un’accezione spregevole, non razionale, nell'esistenza fisica. Si pensava di avere a che fare con una categoria di stati e di esperienze facenti parte dell’animalità dei primati non umani, una sorta di retaggio dell’etologia.


La lontananza dell’ambiente scientifico dallo studio delle emozioni è attribuibile alla convinzione che la componente soggettiva dell’affettività ne avrebbe impedito il rigore metodologico; al contrario, la prima funzione complessa del cervello studiata dai neuroscienziati è stata l’intelligenza, funzione considerata per anni sganciata o addirittura ostacolata dall’emotività.


In ambito clinico, questo paradigma culturale prendeva forma nel comportamentismo del XX secolo (Dunlop, Watson, Skinner, Pavlov, etc..). Questa posizione che contrapponeva la razionalità, la cognizione, ovvero il buono, all’emotività, la passione, ovvero lo sbagliato, l’incomprensibile, ha le sue radici in una visione filosofico-esistenzialista formulata molti secoli fa. Lo scorrere dei secoli ha visto, però, sfumare sempre più la sudditanza della scienza nei confronti della filosofia: il progresso nelle tecniche di indagine ha permesso all’uomo di comprendere empiricamente ciò che prima poteva essere ipotizzato semplicemente in via euristica e, attendendo un livello di conoscenza scientifica che ci permetta una comprensione profonda dei fenomeni per quello che realmente sono, la scienza si è permessa di formulare a sua volta teorie euristiche, al pari della filosofia.


Dal punto di vista storico-culturale alla visione negativa delle emozioni, il primo scienziato filosofo che ha sovvertito la dimensione del rapporto emozione-ragione, è stato Charles Darwin, il quale considerò l’emozione al pari del comportamento e della vita cerebrale degli animali, come un elemento di adattamento per la sopravvivenza della specie e perciò rientrante nella logica evoluzionistica. L’emozione acquista così il significato di elemento portante del comportamento, in quanto lo codetermina. Lo studio delle emozioni e, più in generale, della mente- utilizzando questo termine nell’accezione in cui lo utilizzava Cartesio- coagula il proprio sapere da applicazioni a vari livelli nosografici: dalla psicologia dello sviluppo con l’ontogenesi di queste funzioni, alla psicologia del lavoro con i dati a supporto di un peso assolutamente rilevante dei fattori emotivi nella spiegazione della performance, fino al contagio della psichiatria e la psicologia clinica con il crescente quantitativo di dati che evidenziano un ruolo centrale nell’eziopatogenesi e nella terapia del cervello emotivo. Da Cartesio, molti progressi sono stati fatti rispetto alla comprensione dell’interazione fra razionale ed emotivo, giungendo oggi a considerare indispensabile, alla miglior condizione di funzionamento per l’essere umano, l’interazione fra questi due domini.


Le neuroscienze hanno dimostrato che i meccanismi cerebrali e funzionali alla base delle emozioni presentano caratteristiche oggettivabili, replicabili e comuni. Il recupero della dimensione emotiva della nostra natura di esseri umani è legittimato dai risultati del lavoro di neuroscienziati, come: Le Doux e Damasio, che hanno verificato con rigore scientifico l’esistenza di circuiti anatomo-funzionali, architettura del sistema emotivo, postulando teorie di funzionamento mentale in cui emozione e ragione interagiscono sinergicamente all’espletamento delle attività mentali. Nelle scienze cognitive quindi, oltre alle due forme di intelligenza “classiche”, l’intelligenza astratta (la capacità cioè di comprendere e maneggiare simboli verbali e matematici) e l’intelligenza concreta (la capacità di comprendere la natura degli oggetti e di maneggiarli) è stata rivalutata l’importanza di quella che genericamente possiamo chiamare intelligenza sociale (la capacità di comprendere le persone e di relazionarsi con loro, prescindendo dalla comprensione delle nostre emozioni e pensieri).


La natura neurobiologica del sistema delle emozioni e l’alchimia della fusione fra emozione e cognizione è tuttavia oggetto di controversie: la scienza non è ancora in grado di produrre modelli inappuntabili e i ricercatori che lavorano nell’ambito di discipline diverse propongono costrutti euristici e producono un lessico proprio che ingarbuglia non poco il panorama di questo argomento, non solo in termini di confusività concettuale, ma anche lessicale (Dodge, Garber, 1991; Holstege et al., 1994; Kagan, 1994). Potremmo definire l'Intelligenza Emotiva un modello euristico esplicativo della mente relazionale, ovvero della capacità di integrare emozione e ragione da parte del nostro sistema nervoso centrale finalizzata all’ottimizzare l’adattamento sociale, ovvero la più alta forma di intelligenza. 

 

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Da quando abbiamo iniziato ad interessarci alla relazione tra cognizione ed emozione è emersa l'importanza di considerare lo stato cognitivo-emotivo, non più soltanto come la giustapposizione di stato emotivo e stato cognitivo, ma con un tutto unico [Lisetti 1999]. 

E' oramai evidente l'esistenza di processi mentali in cui intervengono simultaneamente cognizione ed emozione; ad esempio, in alcuni casi il decision-making si basa sull'apporto dell'emozione: nel prendere una decisione o, più in generale, nel risolvere un problema, spesso si viene influenzati in maniera determinante dal proprio stato emotivo.

Poco più di un decennio fa, alla fine dello scorso secolo è stata elaborata la concezione dell'Intelligenza Emotiva, diffusa da Daniel Goleman (1995), che ha approfondito il rapporto tra mente razionale e mente emozionale evidenziando il suo contributo al benessere psicologico.
Le basi anatomiche delle emozioni sono state rintracciate nelle strutture celebrali più primitive e precisamente nel sistema limbico, a cui giungono gli input ambientali prima di raggiungere le aree superiori della corteccia che si collegano con la razionalità. È stato ipotizzato un continuo coinvolgimento delle strutture affettive prima capil8htcazgmjh9ca3c1i4pcatzkw0acasqzntyca3ezawncato8c4vcac3hsf9caalrj8ncawasqslcap2049jcajstflbcaahlcw7caoxhigucal62eqbcaz5f9f8ca977i6nca4nlulfca8w27urche lo stato di attivazione si propaghi in aree superiori: ne consegue una concezione dell'intelligenza emotiva come una capacità (meta-abilità) che consente di servirsi di altre abilità superiori attraverso la gestione dell'esperienza emotiva.
L'Intelligenza Emotiva è costituita da cinque abilità che vengono stimate per la valutazione di un Quoziente emotivo [l'espressione “quoziente” è ricavata dalla più diffusa scala di misurazione dell'intelligenza, quella di Wechsler, in cui si parla di Quoziente Intellettivo (QI)* - Una proposta per la misurazione del quoziente emotivo è quella di Filliosat Isabelle (2002 Edizioni PIEMME)]:

 

- la consapevolezza emotiva (capacità di comprendere le proprie emozioni e distinguerle);
- il controllo emotivo (controllo di impulsi, emozioni e aggressività etero e auto diretta);
- la capacità di sapersi motivare (capacità di reagire attivamente alle frustrazioni e dirigere le emozioni verso un obiettivo);
- l'empatia (capacità di riconoscere e condividere punti di vista ed emozioni altrui);
- la gestione efficace delle relazioni interpersonali (capacità di comunicare con gli altri e negoziare i conflitti tendendo alla risoluzione delle situazioni).

 

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*Il quoziente è il risultato di una divisione in cui si esprime il rapporto tra l'età mentale di un ragazzo e l'età cronologica (x 100). QI= EM/EC
Nella prima batteria costruita per la misurazione dell'intelligenza in età evolutiva (Binet-Simon, 1906) il risultato era espresso in età mentale (EC); Terman (1937) ha espresso per la prima volta il risultato come QI, ottenendo punteggi uguali o superiori a 100 nei casi in cui l'età mentale era uguale o superiore a quella cronologica e inferiori a 100 nei casi in cui il bambino presentava un ritardo e difficoltà a rispondere alle prove cui rispondeva la media dei coetanei. Era individuata una fascia normale (90-110) ed erano poi fissati livelli precisi, indicatori di gradi diversi sia di superdotazione che di deficit.  emotion
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Il termine intelligenza emotiva palesa l'attuale interesse dei fenomeni emotivi nell'ambito delle funzionalità caratteristiche di una mente intelligente.
Buoni livelli globali di intelligenza emotiva, per la presenza delle abilità suggerite dalla Filliosat sopradescritte, concorrono a favorire condizioni generali di benessere e di successo. Allo stesso modo difficoltà emotive generali possono tradursi in situazioni di malessere che possono essere transitorie e sfociare in disturbi mentali. Esaminando e valutando le funzioni di una singola dimensione emotiva, è possibile esprimere un quoziente emotivo collegandolo con il benessere psicologico o con il disagio psichico.

Ma la relazione tra emozione e cognizione può essere anche di tipo causale. Ci sono due principali modalità, in cui tale rapporto si esplica, legate rispettivamente alle due fasi in cui può essere distinto il generico processo emotivo: l'individuazione delle condizioni elicitanti, e la generazione della risposta.


A. Nel primo caso (e soltanto per le emozioni di tipo cognitivo), un certo insieme di percezioni (le condizioni elicitanti) viene individuato da un sistema di valutazione cognitiva, che si occuperà successivamente della scelta e dell'attivazione della corrispondente risposta. Ad esempio, una pistola puntata nella nostra direzione potrà essere valutata come evento allarmante e sarà l'origine delle risposte associate alla paura.


B. Nel secondo caso, saranno gli eventi cognitivi ad essere attivati dalla risposta corrente.

 

emotPoiché i sistemi emotivi hanno la funzione di risolvere specifiche classi di problemi, la risposta consisterà nell'attivazione di comportamenti o nella predisposizione verso azioni determinate. Nel caso del sopraggiungere improvviso di un evento pericoloso, ad esempio, è necessario interrompere le elaborazioni in corso e attivare immediatamente comportamenti opportuni (quale quello di fuga), oppure spostare il centro di attenzione verso l'evento che ha scatenato quella data emozione.
La necessità di predisporre l'organismo verso comportamenti utili a risolvere un certo problema costituisce il motivo principale dell'influenza delle emozioni sulla cognizione. Tale effetto è stato studiato e attestato da un certo numero di ricercatori, che si sono interessati in particolare dell'influenza delle emozioni sui processi di memorizzazione [
Kahneman 1973][D'Urso e Trentin1988, p. 67], di attenzione [Kitayama e Niedenthal 1994] e di decisione [Isen 1993].
L'emozione può agire come disturbo o come organizzatore. "Le emozioni possono interrompere le elaborazioni cognitive in corso" [
D'Urso e Trentin 1988, p. 40]. A tale proposito, Simon [1967] ha definito l'emozione come capacità di interruzione, utile cioè ad interrompere l'esecuzione di un compito quaemotion-chart-with-picture-reflectionndo insorgono evenienze più urgenti. 

Le emozioni si possono definire come delle reazioni affettive, in genere brevi ma intense, che insorgono all’improvviso in risposta a degli stimoli ambientali che per un qualunque motivo ci colpiscono.
La differenza che le contraddistingue dai sentimenti è che questi ultimi non dipendono da uno stimolo esterno ma dai nostri interessi, dai nostri valori, dalle influenze del nostro contesto culturale, persistono nel tempo, indipendentemente dalla presenza vicino a noi di ciò che ci attira. Inoltre si può dire dei sentimenti che hanno una permanenza più continuativa.
Ad esempio, possiamo considerare emozione l’attrazione che proviamo alla vista di un bell’uomo o di una bella donna, ma appena la persona si allontana da noi, la nostra reazione emotiva si attenua.
Questa attrazione si trasforma in sentimento nel momento in cui iniziamo a pensare a qualcuno anche quando non è vicino a noi, desideriamo incontrarlo, trascorrere del tempo insieme, valutiamo che potremmo essere in sintonia perché condividiamo delle idee, delle abitudini. Insomma, quella persona ci interessa!

 

 

Le emozioni, oltre a dare colore alla nostra esistenza, hanno anche un valore evolutivo e adattivo per l'individuo e la specie. Tale assunto è valido non solo per le emozioni più semplici e universalmente riconosciute, ma anche per le emozioni complesse maggiormente connesse all'interazione sociale.
In misura maggiore o minore, tutti noi proviamo emozioni e sperimentiamo quanto i nostri pensieri e comportamenti siano da esse influenzati. Del resto le emozioni svolgono una funzione molto importante per l'individuo e hanno un valore evolutivo per la specie in quanto sono in grado di trasmettere rapidamente un contenuto semplice ma di grande valore adattivo. Se pensiamo alle emozioni fondamentali quali felicità, tristezza, paura, rabbia, disgusto ci rendiamo conto che queste ultime sono attivate da categorie di individui o di oggetti che possiedono un alto significato per l'individuo e la specie: in questo senso, felicità e tristezza sono le tipiche emozioni connesse alla presenza o alla perdita delle figure di attaccamento, quali ad esempio le figure genitoriali, il partner, i figli, i compagni o gli amici. Al contrario la paura e la rabbia sono evocate da concorrenti, da nemici o da eventi nel territorio; infine il disgusto è collegato con il cibo e segnala la presenza di sostanze dannose (D'Urso, 1990).
Allo stesso modo anche le emozioni complesse, quali ad esempio l'imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa,  l'invidia, la gelosia, il disprezzo, hanno un loro valore adattivo. Infatti tali emozioni, essendo strettamente connesse al modo di percepire se stessi e il proprio modo di relazionarsi con l'ambiente esterno, consentono all'individuo di modulare al meglio le sue relazioni sociali. 

 

Che ci piaccia o meno, la nostra vita è un “continuum” di Emozioni di intensità molto variabili: dalle più leggere e impalpabili, quasi impercettibili, a quelle più forti, intense, quasi “corpose”.

Già da sola, questa è una buona ragione per imparare a conoscerle, riconoscerle, controllarle e gestirle, in modo da esprimere e manifestare al meglio chi siamo, in ogni momento della nostra vita. E’ così che consentiamo a noi stessi di avere a disposizione tutte quelle risorse che ci appartengono, proprio in quanto esseri umani, ma che determinate emozioni fanno andare in black-out. Quando siamo noi a gestire le nostre emozioni – e non viceversa – allora siamo in grado di scegliere consapevolmente quali azioni agire. Nell’altro caso, quando cioè siamo pilotati dalle nostre emozioni, trascorriamo la vita – consapevoli o meno – occupati a tempo pieno a re-agire a tutto e a tutti, senza potere scegliere consapevolmente nulla.

Ma non basta, perché è solo conoscendo il nostro mondo emozionale ed accettandolo che siamo in grado di comprendere e di accettare gli altri.

 

Le teorie elaborate per spiegare le emozioni possono al momento essere raggruppate su tre diversi piani di indagine: quello relativo allo studio del cervello, quello psicologico e quello computazionale. Come per lo studio degli altri aspetti della mente, queste diverse discipline non si integrano ancora in modo soddisfacente. Inoltre, in ognuno di tali ambiti esistono teorie basate su divergenti insiemi di ipotesi. Di seguito, si riportano alcuni dei differenti risultati a cui i diversi approcci hanno portato.
Il senso comune ci spinge ad affermare che le emozioni sono prima di tutto esperienze. Molti sono d'accordo anzi nel ritenerle le esperienze più importanti di un individuo, quelle che danno valore e sapore all'esistenza. Ma molti indizi hanno portato a ritenere che l'emozione e l'esperienza emotiva siano distinte. L'esperienza di un'emozione non sarebbe altro che l'accesso cosciente ad un processo che si sviluppa senza l'intervento della coscienza.


 

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In conclusione le emozioni sono parte integrante della vita (sono anche il sale della vita) e non possono essere escluse. L’alienazione delle emozioni anche nel lavoro porta al progressivo isolamento dell’operatore, che arriva a sentirsi più un meccanismo che un interprete del lavoro stesso, inizia a perdere iniziativa, diventa sterile con un decadimento complessivo delle capacità cognitive globali.
Il momento delle consegne è “un sentire” prima che un ascoltare, è un luogo in cui si sente il collega. Qui si può sentire di non essere soli dal momento in cui si può condividere una esperienza. Se c’è un gruppo di lavoro, con cui si è in contatto anche emotivo, allora, anche nei momenti di maggiore solitudine, si può sentire di non essere troppo soli, si può sentire la fiducia degli altri nella condivisione delle scelte.

 

 

In coppia

 

L'ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI E LA COMUNICAZIONE DEI PROPRI BISOGNI

783_102862823Esprimere i propri sentimenti significa identificare e poi dare voce alle proprie emozioni. Comunicare i propri bisogni significa pianificare in anticipo come chiedere "cosa vuoi" e essere assertivo rispetto a ciò, piuttosto che essere passivo o aggressivo. Essere abili in queste competenze migliora la propria relazione di coppia. Spesso ci si abitua a nascondere le proprie emozioni e di conseguenza a non comunicarle, a volte per motivi di natura familiare, l'educazione e le primissime esperienze di vita, a volte per valori culturali e sociali (basti pensare a come tutt'oggi sia denigrato l'uomo che mostra apertamente la sua tristezza).

Come imparare ad esprimere con maggior facilità i propri sentimenti:

 

emozione
sentimento
affetto

 

Per prima cosa è importante imparare a identificarli:
Sono buoni o cattivi? Cioè nel momento in cui lo si prova la sensazione è positiva o negativa?
Localizzarli nel proprio corpo, misurarli, sentire quanto spazio occupano, dagli una forma e infine un colore.
Cosa ci dicono? Provare ad immaginare che il sentimento ci possa parlare. Cosa ci sta dicendo?
Come pensiamo di agire? Quale azione questo sentimento ci fa venire in mente?
Quale esperienza precedente ci ricorda? Chi c'era quando lo si è sperimentato? In che occasione? Che cosa si è fatto allora?
Dargli un nome e per fare questo aiutarsi anche con il vocabolario o con i sinonimi e contrari.
Tenere un diario dei sentimenti provati durante la settimana.

 

Le nostre emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili e importanti perché possano essere affidate al solo intelletto, nel senso che ogni emozione ci guida all’azione in modo caratteristico, ci orienta in una direzione già rivelatasi proficua per superare le sfide ricorrenti della vita umana. Ma ciò non significa che dobbiamo lasciar loro il compito di gestire la nostra vita. Le emozioni senza controllo sono come dei cavalli senza briglie: non riescono a condurci in nessun luogo da noi desiderato e possono addirittura farci correre gravi rischi.

Il saper gestire le proprie emozioni è alla base del benessere psico-fisico.
I sentimenti estremi – emozioni che diventano troppo intense o durano troppo a lungo – minano la nostra stabilità.
E’ normale e sano provare sentimenti negativi quali rabbia, ansia, tristezza; tali sentimenti possono diventare guide preziose per noi e spingerci a prendere le decisioni più opportune, ma è fondamentale che i sentimenti negativi molto intensi non sfuggano al controllo spazzando via tutti gli stati d’animo piacevoli.

Il nostro sistema nervoso non ci consente di "prevedere"? quale emozione ci travolgerà e in quale momento ciò avverrà, però ci mette in grado di controllare la durata dell’emozione che ci ha travolto.

Innanzitutto, nel momento in cui ci sentiamo travolti da un’emozione è fondamentale riconoscere se siamo in grado di dominarla da soli o abbiamo bisogno di aiuto. Potremmo aver bisogno di colloqui con uno psicoterapeuta, di assumere dei farmaci per un periodo, o di entrambe le cose. Se così fosse, non esitiamo a rivolgerci ad un professionista che possa aiutarci, ne va del nostro benessere attuale e futuro.

Se l’emozione che ci pervade è blanda e non interferisce in maniera significativa con lo svolgimento delle nostre attività quotidiane (famiglia, lavoro, tempo libero) probabilmente possiamo cavarcela benissimo da soli utilizzando alcune strategie:

- Riconosciamo quanto prima gli episodi che scatenano i nostri stati d’animo negativi.

L’ideale sarebbe riuscire a coglierli non appena cominciano a suscitare in noi sentimenti negativi, o al massimo subito dopo. Con l’esercizio costante non sarà difficile riuscirvi.

- Se possibile, cerchiamo di intervenire sugli eventi che ci suscitano emozioni negative.

Questa strategia può essere utilizzata solo su quegli eventi sui quali esercitiamo una qualche forma di controllo e ai quali possiamo porre rimedio tramite l’azione.

- Apprendiamo delle tecniche di rilassamento.

Possiamo applicarle nel momento in cui avvertiamo l’insorgenza di stati d’animo sgradevoli per noi. Anche in questo caso è fondamentale l’esercizio costante per poterle utilizzare al meglio nel momento del bisogno.
Può essere utile, quando ci esercitiamo a rilassarci, far uso di immagini tranquillizzanti per sprofondare in uno stato di rilassamento completo.
Ogni volta che ci esercitiamo utilizziamo la stessa immagine. Alla fine anche se ci troveremo in circostanze particolarmente difficili per noi saremo in grado di utilizzare la nostra immagine tranquillizzante come un modo per riacquistare il controllo.

-- Fermiamoci sui pensieri che alimentano i nostri stati d’animo, mettendoli in discussione.

Uno scoppio d’ira o un attacco d’ansia possono essere scatenati dalla prima valutazione di un evento; le successive valutazioni, fatte a "mente un po’ più fredda" possono aiutarci a ridimensionare la portata dell’evento e a mitigare il nostro stato d’animo.
E’ importante però non lasciar trascorrere troppo tempo tra la valutazione iniziale e quelle successive: gli stati emotivi sono difficili da gestire se superano un certo limite. Quindi concediamoci pure un certo tempo per ripensare all’evento, ma facciamolo prima che l’emozione di cui siamo preda diventi incontrollabile.
Dal momento che i pensieri che alimentano i nostri stati d’animo negativi spesso sono automatici e sfuggevoli è bene imparare ad annotarli, magari scrivendoli non appena ne diventiamo consapevoli. Può darsi che i pensieri si manifestino sotto forma di immagini, più che di parole, ma è importante descriverli nella maniera più precisa possibile.

- Sostituiamo il lato negativo delle cose con un lato più positivo.

Se una volta ci siamo sentiti incompetenti o comunque in difficoltà in una situazione non significa che lo siamo sempre stati o che lo saremo sempre. Pensiamo alle volte in cui abbiamo affrontato situazioni difficili con successo, tirando fuori il meglio di noi stessi. Pensiamo ai nostri punti di forza e non solo alle nostre debolezze.

- Siamo possibilisti.

Cominciamo con il sostituire parole che non danno possibilità di scampo – del tipo "o tutto o niente"? – con parole più possibiliste, perché ognuno di noi ha punti buoni oppure cattivi, può avere successi oppure fallimenti.
Appena ci accorgiamo di stare affermando di non essere in grado di fare qualcosa pensiamo a quello che guadagniamo e a quello che perdiamo se non ci diamo una chance.


- Attenzione ai pensieri assoluti.

Stiamo attenti alle parole "devo, dovrei, sempre, mai"?. Cerchiamo di sostituirle con parole relative quali "a volte, occasionalmente, forse"?.
Chiediamoci: "Sto sopravvalutando le possibilità che tutto vada male? Faccio previsioni su cosa succederà in futuro invece di cominciare da zero e verificare ogni nuova situazione quando capita?"?. Nella vita c’è poco di assoluto. Anche nelle situazioni che riteniamo più problematiche potremo comportarci in modo da sorprendere noi stessi.

- Distraiamoci.

Il "mito dello sfogo"? non è sempre valido. Non è detto che un "bel pianto"? o uno scoppio d’ira ci facciano per forza sentire meglio. Al contrario, dopo potremmo sentirci più tristi e arrabbiati di prima.
Le distrazioni invece possono spezzare la catena dei pensieri che perpetuano e alimentano i nostri stati d’animo negativi. Se siamo depressi distraiamoci concedendoci qualcosa che sia veramente piacevole per noi (che sia una mousse al cioccolato o uno spettacolo che tanto desideravamo vedere).
Se ci sentiamo ansiosi o arrabbiati cerchiamo qualcosa che riesca a farci sentire "rilassati"? e a scaricare la tensione in eccesso che sentiamo (rilassamento, attività fisica piacevole).
Un altro metodo per distrarsi è quello di occuparsi degli altri: pensare per un po’ alle difficoltà delle altre persone può aiutarci a sdrammatizzare i motivi che sono alla base delle nostre sensazioni negative. Inoltre può essere utile pensare che lo stato d’animo negativo che ci ha colpito passerà da sé con un po’ di tempo e di pazienza.

- Diciamoci delle cose positive.

Parlare fra sé e sé positivamente può aiutare.
Quando ci troviamo in situazioni difficili rammentiamoci che possiamo controllarle, che siamo in grado di guardare in faccia il problema mantenendo comunque il controllo. Complimentiamoci con noi stessi ogni volta che siamo riusciti a controllare le nostre emozioni negative in situazioni difficili.

- Fissiamoci degli obiettivi a breve e lungo termine.

Assicuriamoci che siano delle aspirazioni realistiche e non mete impossibili; ogni obiettivo a breve termine deve essere difficile ma accessibile – il genere di cose che possiamo ottenere, anche se con un serio impegno. Raggiungiamolo gradualmente e facciamo in modo di darci un’adeguata ricompensa per ogni passo che facciamo, magari un bel regalo.

- Ricordiamo che non siamo degli oggetti passivi di fronte agli accadimenti della vita.

Ognuno di noi è in grado, quasi sempre, di modificare le cose in suo favore. Se lo vogliamo davvero, con pazienza e impegno, possiamo modificare il corso della nostra vita.

 

 

Non è sempre facile imparare a raccontare le emozioni.

 

Usate come traccia le seguenti domande:

 

1. Pensa ad una emozione
2. Di che colore è questa emozione?
3. Che forma ha questa emozione?
4. Che oggetto è questa emozione?

 


Cosa vi suggeriscono queste domande? Provate a trasformare i pensieri in parole.

 

 

Le emozioni non si controllano, perché quando arrivano sono loro a controllarci. Ma noi possiamo controllare che cosa sentire e, quando lo fai, le tue emozioni scompaiono.  
Nel momento in cui siamo in uno stato ‘emotivo’, se ci distanziamo un po’ dall’emozione e pensiamo: “Mi sento arrabbiato”, in quel momento stiamo cominciando a togliere forza all’emozione. E’ come se, facendo un passo indietro rispetto all’emozione, dicessimo: “Guarda che qui c’è rabbia e la sento”. Se continuiamo a osservarla, il che significa che stiamo prendendo le distanze, l’emozione scomparirà. Tutte le emozioni svaniscono quando sono osservate. Quando osserviamo le nostre emozioni stiamo ritornando nel nostro sé. Ed è qui che ci sentiamo in pace. Nel far ciò cominceremo a scegliere che cosa sentire e pertanto a padroneggiare i nostri sentimenti.
L’emozione è sempre il risultato di qualche forma di attaccamento. Non potrai scegliere i tuoi sentimenti finché non avrai imparato a distaccartene. Sentire è percepire al tatto. Quando tocchiamo qualcosa di fisico, lo percepiamo, lo sentiamo, usando i nostri sensi fisici. Ma si ‘sente’ anche a livello mentale, quando percepiamo (interpretiamo) idee e intuizioni. E’ come se le percepissimo con il nostro intelletto e ci dicessimp (o dicessimo ad altri): “Si, questo lo sento logico… oppure… sì, sento che questo è giusto”.
Si può anche sentire a livello spirituale quando si colgono le vibrazioni di un’altra persona. Senti il suo stato d’animo o la sua motivazione, che sono completamente invisibili e intangibili. Ma il sentimento più profondo, a livello spirituale, è quando sediamo in tranquillità per un momento, rivolgiamo la nostra attenzione interiormente e riusciamo a percepirla pacifica e amabile. Quando sentiamo la nostra pace interiore e la nostra indole affettuosa, stiamo semplicemente sentendo, percependo, toccando il nostro sé a livello spirituale. Siamo in ‘con-tatto’ con noi stessi. Il paradosso della vita moderna è che trascorriamo gran parte della nostra vita fuori di noi per trovare stimoli che ci facciano sentire in pace e appagati. Invece, abbiamo già dentro ciò che perseguiamo, a livello spirituale. E allora, perché non scegliamo di sentirci in pace, affettuosi e felici a volontà? Perché ci è stato insegnato a credere che il sentire sia un nome, che è qualcosa che ci accade, contrariamente alla verità, e cioè che il sentire è un verbo, qualcosa che si fa.
Abbiamo appreso questa lezione probabilmente quando eravamo bambini, quando siamo stati per la prima volta al circo o al cinema. E’ stato allora che molti di noi hanno imparato a eguagliare eccitazione con felicità. Ma il significato vero di eccitazione è agitazione e la vera felicità è appagamento. Abbiamo imparato che l’eccitazione, che è un’agitazione stimolata, è felicità, ma non lo è. E abbiamo imparato che i sentimenti vengono dall’esterno, il che non è pure vero. Pertanto trascorriamo la nostra vita alla ricerca di varie forme di stimoli con l’illusione che ci ‘faranno felici’. Ma non lo fanno. Essi spingono solamente la coscienza (il sé) verso l’alto prima di ricadere inevitabilmente giù. E’ questo che porta alla frustrazione e alla dipendenza.
mlt026_2104857emotion-postersRe-imparare a sentire significa imparare a essere padroni di ciò che si sente, scegliendo che cosa sentire. Allora la vita può essere vista come una scelta tra due sentieri, il sentiero di chi domina e il sentiero di chi è dominato.
Domanda: Che cosa stai provando in questo momento?
Riflessione: L’emozione può essere sentita, ma il sentimento non è emozione.
Azione: Osserva le emozioni al loro insorgere, oggi. O durante o dopo, trascrivi esattamente ciò che stai provando (non pensando). Poi  scegli coscientemente di cambiare, che cosa senti?

 

...E teniamo presente che sui concetti di emozione, sentimento e umore non è stato ancora messo un punto fermo: la ricerca e il dibattito continuano...

 

IL CERVELLO FEMMINILE PENSA ALLE EMOZIONI, QUELLO MASCHILE AL SESSO 

    
18/07/2008
  - Scagionati gli ormoni: se nei pensieri dell'uomo c'e' solo il sesso, la colpa e' della conformazione del suo cervello. Lo stereotipo del maschio tutto donne e motori viene oggi confermato dalla scienza, ma in parte ribaltato: i cervelli maschili e femminili sono diversi, sia nella conformazione che nel processo di elaborazione delle emozioni.
E hanno delle caratteristiche ben precise: se quello della donna e' maggiormente dedito al processo decisionale e alle emozioni, quello dell'uomo e' 'sesso-centrico', ossia la parte di materia grigia che si occupa di dar vita a sensazioni erotiche e a pensieri impuri e' piu' grande.
E questo 'gap' di genere - riporta il New Scientist - non si ferma qui: fra maschi e femmine e' diversa persino la percezione delle sensazioni legate all'assunzione di droghe. Gli esperti della Harvard Medical School e dell'universita' della California se ne sono accorti mettendo a confronto 45 regioni cerebrali di donne e di uomini.
E le differenze emerse sono di tipo anatomico, al contrario di quanto si pensava in passato: l'architettura cerebrale 'rosa' e 'azzurra' e' diversa. Ad esempio, il lobo frontale, che governa le decisioni e la risoluzione dei problemi nelle donne e' piu' grande. Piu' spazio e' inoltre dedicato alla memoria a breve termine e al movimento nello spazio. Mentre gli uomini prediligono la parte sinistra del cervello per elaborare le emozioni, cosa che li porta a cogliere sempre il lato 'sessuale' della vita.
Si tratta comunque di una scoperta non indifferente, dato che potrebbe spiegare come mai le donne diventano piu' facilmente dipendenti da cocaina o al contrario hanno un minore effetto antidolorifico se viene loro somministrata la morfina. (Adnkronos).

 

 

Il piacere del sesso?


Tutt'altro che piacevole per una italiana su dieci: un dato sconfortante per il maschio latino, oltre che preoccupante per il  10/15% delle donne che prova dolore durante l'atto sessuale. Alcune sin dai primi rapporti, in altri casi il fastidio si manifesta anche dopo anni di 'pratica'.
Questi, nero su bianco, i risultati della ricerca realizzata dal direttore del centro di Ginecologia e sessuologia medica del San Raffaele Resnati di Milano, Alessandra Graziottin, su 415 donne italiane. "Per le donne che soffrono sin dalla prima volta, il problema principale è il vaginismo, uno spasmo dei muscoli perivaginali, un  disturbo legato a inibizioni educative, alla paura del concepimento" - ha spiegato l'esperta. In sostanza, un problema psicologico che si traduce in problema fisico.

Per le donne che hanno una sessualità normale, e improvvisamente si trovano ad avere disturbi di questo genere, i problemi e le cause possono essere diverse: solo localizzando i punti dolorosi si può individuare l'origine del male, e prescrivere una cura adatta. Da evitare, quindi, discorsi come 'è solo una questione di testa, psicologica', e valutare con esami clinici la cosiddetta 'mappa del dolore'.

In tutto sono una decina le donne che si recano ogni settimana nel primo 'Centro per lo studio delle disfunzioni sessuali femminili', realizzato a Milano dai ricercatori del San Raffaele e da quelli della clinica ginecologica dell'Università di Pavia. "Difficoltà a raggiungere l'orgasmo, calo del desiderio, dolore durante il rapporto, sono i disturbi più frequenti lamentati dalle pazienti" -riferisce Francesco Montorsi, urologo del San Raffaele. Nel centro ogni donna viene sottoposta ad un check-up completo e ad una visita da parte di un urologo, uno psicosessuologo, un ginecologo, e un endocrinologo, per individuare senza incertezze l'origine del problema e risolverlo.  

  

 

L'emozione spirituale della preghiera:

 

 

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