Home
La Psicoterapia
La Psicologia di Carl Ransom Rogers
... e degli altri miei Maestri
Il mio studio
Le emozioni
Il Disagio Mentale
Il rilassamento
Notizie dal mondo
Suggerisco (Libri/Film)
Citazioni
Collaborazioni
Studi di psicoterapia in Italia
Dove mi trovo
Eventi
Contatti
Lascia un pensiero
Home arrow Le emozioni arrow ...e le altre emozioni/sentimenti
...e le altre emozioni-sentimenti Stampa

La solitudine

E' come un angolo riempito dal nulla e trincerato nel cuore; una sensazione che si irradia ed avvolge ogni fibra del corpo.

Nel silenzio del nulla, si possono tessere mille parole, creare cento illusioni, fabbricare una marea di sogni.

E' come una coperta di lana infeltrita che odora di foglie secche e di nebbia, ma avvolge riscaldandoci dal freddo dell’indifferenza, ci nasconde dalle tempeste delle emozioni ed accarezza la mente con i colori dei sogni.

 

 

La meraviglia, lo stupore 

 

Mi è restata impressa saldamente nella memoria una affermazione di un collega molto più maturo anagraficamente e professionalmente, che egli pronunciò in quelli che per me erano i primi anni di formazione e di azione nel mondo della psicologia, e che di tanto in tanto mi ritorna alla mente.

Ricordo ancora il vissuto di stordimento quando lo sentii criticare aspramente il senso di entusiasmo che caratterizza le persone, specie quelle giovani e, peggio ancora, quelle più avanti negli anni. Secondo il suo pensiero, le persone realmente mature sono quelle che di fronte alle situazioni sanno mantenere una condizione di equilibrio, privo di estremismi.

La seconda parte della sua affermazione mi è sembrata fin da subito condivisibile, ma è la prima che mi ha lasciata e tuttora mi trova piuttosto perplessa.

Partiamo dalla definizione: l’entusiasmo è una forma di commozione di viscere, una agitazione interiore, una forma intensa di gioia, di meraviglia, di ammirazione interiore che secondo i Greci antichi erano sinonimo di ‘Dio dentro’. Esso veniva ad essere identificato con una forza che è insita in ciascuno di noi, una forma di ispirazione (anche poetica), che è disponibile se e quando ci accingiamo ad attingerla.

Attualmente il termine ha perso quasi completamente la sua connotazione religiosa, per rappresentare una devozione accorata ad un ideale, una causa, un obiettivo, un eccitazione profonda per la situazione che si sta vivendo.

Sia che decidiamo di accettare la definizione più arcaica, sia che optiamo per quella più moderna, la forza emotiva sottostante resta immutata: una commozione profonda, un senso di coinvolgimento che si manifesta anche a livello fisico.

Strettamente imparentate all’entusiasmo sono la meraviglia e lo stupore.

La meraviglia è un senso di viva sorpresa di fronte a qualcosa di nuovo, di inatteso, di straordinario, mentre lo stupore è una forma di meraviglia grande, intensa, che in termini medici coincide con un arresto completo della motilità volontaria e con un indebolimento dell’attività psichica. Quest’ultimo, inoltre, è stato paragonato ad una scintilla da cui parte ogni cosa, soprattutto in ambito scientifico, in cui è necessario imparare a sorprendersi dei fatti semplici che a loro volta sollevano riflessioni assai complesse, e in quello religioso in cui si deve poter effettuare il passaggio dal nulla all’esserci.

Esiste un’unica forma di stupore che spinge alla riflessione sui fatti e sull’esserci, per questo è necessario compiere un percorso che ci porti a imparare a viverlo di fronte alle piccole cose: solo effettuato questo possiamo stupirci di fenomeni sempre più ampi. Si tratta di attuare un cambiamento di prospettiva che comporta anche un elevato grado di fiducia. Sia che ci si af-fidi alle scoperte di uno o più scienziati che ci hanno preceduto, sia che si abbia fede nelle testimonianze di vita di persone che hanno vissuto nella Palestina del I secolo poco cambia: si tratta di assumere su di sé lo stupore e la forza di chi è venuto prima di noi.

Se, forse, l’entusiasmo, secondo la definizione più recente pecca di una maggiore superficialità rispetto a quella originaria, perché sembra faccia riferimento ad un’assunzione acritica di quanto ci si presenta (di fatto assente in quella più arcaica, in quanto arricchita dalla sacralità del divino), la meraviglia e lo stupore rappresentano una più matura evoluzione del primo che presuppone un cammino di crescita interiore che si esplica nella quotidianità, ma allo stesso tempo si apre a trascenderla. Quel che resta costante in questi casi è l’ampia preponderanza della componente emotiva che, tuttavia, cerca di conciliarsi con gli aspetti più razionali.

Amo portare sempre dei piccoli esempi che possono rappresentare un modello di ispirazione e di pratica nella vita quotidiana. Sono dell’idea che quanto più il ventaglio interiore di emozioni che ciascuno di noi è in grado di provare, tanto più la vita emotiva è ricca, profonda e soddisfacente. Non mi sento, per questo, né di condannare né di bandire l’entusiasmo, ma invitare a trovare il modo di calibrarlo adeguatamente con lo stupore e la meraviglia. Mi piace pensare che ciascuno di noi possiede una personalità multisfaccettata e che in questa vi si ritrova anche un aspetto più ludico, infantile, che è quello che maggiormente si lascia coinvolgere nell’entusiasmo. Poi, tra le altre, c’è quella più matura, più portata alla riflessione, che si intreccia alla precedente: la prima è quella che ci fa saltare di gioia se vinciamo un terno al lotto, la seconda è quella che di fronte alle nuove gemme di un albero in primavera ci commuove e allo stesso tempo ci induce a pensare che ci deve essere ‘qualcosa’ o ‘qualcuno’ deve avere creato per noi dei doni così grandi e che costantemente ce li ripropone.

Di fronte ad un’emozione, quindi, credo che non si possa procedere con una logica razionale, classificatoria, del tipo questa va bene-questa va male, ma che si debba essere aperti e accoglienti verso ciò che si presenta, consapevoli, rispettosi. Imparare a chiedersi più e più volte nell’arco della giornata: “Come sto? Come mi fa sentire questa situazione?”, imparare a elaborare le risposte, modularle secondo il proprio stare bene e non secondo codici rigidi e prestrutturati, questa può essere la strada.

Anna Fata  

 

 

 

LA GELOSIA

 

L’attaccamento alle proprie cose, alle persone vissute come proprie, alle opportunità che pensiamo di avere, si chiama gelosia. E’ un sentimento che delimita ciò che appartiene da ciò che è invece indifferente o estraneo. Come tale ha un’importante funzione nella mappa affettiva che orienta la nostra mente.
E’ un sentimento comune e naturale che condividiamo con molte specie animali, mentre la declinazione nei significati e nei comportamenti di ciascuno di noi può invece essere molto diversa. Vale a dire che quando si prova un sentimento di gelosia si può utilizzare, nell’ambito dell’organizzazione della personalità, in modo diverso, dando luogo a comportamenti differenti.
I sentimenti, come le emozioni, possono, infatti, essere utilizzati almeno in due modi diversi: per sostenere azioni opportune, o per "trastullarsi", stimolare, cioè, la propria vita emozionale. La gelosia non fa eccezione.
Se "toccano" qualcosa di mio, sento gelosia e reagisco in modo adeguato al contesto. Oppure utilizzo la gelosia per attivare la mia vita emozionale: eccitarmi, arrabbiarmi, addolorarmi, straziarmi… O anche sostenere dei significati utili all’economia della mia psiche, e mi dico: l’oggetto del mio amore vale, per cui anche altri lo desiderano; se altri vogliono le mie cose, vuol dire che sono importanti; se il mio amore mi tradisce, vuol dire che non valgo nulla…
Il sentimento della gelosia concentra l’attenzione sull’oggetto, perciò il mondo del geloso si restringe e la sua dipendenza dall’oggetto è evidente.
La gelosia non è separabile da un forte investimento di valore, e quindi emozionale su un oggetto (persona o cosa) mentre è più facile gestire adeguatamente questo sentimento quando gli investimenti e gli interessi sono diversificati.
L’evoluzione dei modelli di vita sociale ha molto cambiato i comportamenti generati dalla gelosia, e penso che ancora di più li cambierà nei prossimi anni.

La gelosia è un sentimento che evoca musi lunghi, telefonate di controllo e scenate. In effetti la gelosia è un sentimento complesso, perché riesce a scatenare almeno 3 emozioni differenti: la paura, la collera e la vergogna. Generalmente la gelosia complica la vita di coppia, ma d’altro canto se il nostro partner ne è immune, (almeno nei nostri confronti), scatta la delusione.

Gli eccessi di questo sentimento sono certamente negativi, ma a piccole dosi, serve a sottolineare il rapporto esclusivo che abbiamo col nostro partner. E’ quindi normale reagire provando questo sentimento, se abbiamo l’impressione che qualcuno stia mettendo in pericolo la nostra relazione. Così la gelosia può diventare una forma di difesa dei nostri affetti.

Sapere che il nostro partner, in certe situazioni, può diventare possessivo ci fa sentire più desiderabili. Se questo atteggiamento, non arriva a limitare la nostra libertà, può essere vissuto come una conferma del suo interesse nei nostri confronti. Se siamo noi, a mostrare un pizzico di gelosia al nostro partner, questo può servire, a fargli ricordare quanto è importante per noi.

Film consigliato: “She – Devil” di Susan Seidelman (1989). 

 

L'INVIDIA

 

L’invidia è considerata un sentimento disdicevole. L’invidioso, d’altra parte, si comporta spesso in modo antipatico. Appare ombroso, viscido e maldicente, in contrasto con la solarità del più fortunato invidiato. Tutti noi, pertanto, siamo portati a pensare che l’invidia sia un sentimento di bassa lega. E’ bene però ragionarci un po’ sopra.
Parliamo abitualmente di sentimenti "buoni" e "cattivi", come se l’evoluzione avesse selezionato adattamenti positivi e negativi, mentre è più ragionevole pensare che questi siano né buoni né cattivi, quanto piuttosto tutti funzionali allo sviluppo della vita.
L’invidia ha una sua funzione: mobilita energie con riferimento ai migliori. Contribuisce così a riequilibrare lo sviluppo degli individui e a contenere le distanze fra loro.
Altro discorso è cosa facciamo di queste energie. Le impieghiamo per migliorarci o per intralciare i migliori? Qui si pone allora una questione etica, ma anche razionale, di buoni o cattivi comportamenti, o meglio di azioni costruttive e distruttive.
Ciò vale ovviamente per tutti i sentimenti, e per le emozioni. Ciò che proviamo non implica, infatti, una responsabilità diretta, che appare invece evidente in relazione agli obiettivi e ai modi delle azioni che mettiamo in atto, spinti da questi sentimenti Quindi non un sentimento disdicevole in se, ma un sentire che può dare luogo ad atti discutibili.
Le emozioni e sentimenti ci fanno conoscere la risonanza che un evento, o una persona, ha dentro di noi mentre rendono disponibili energie per agire in funzione di questa risonanza.
L’invidia ci parla delle qualità che desidereremmo avere, come delle cose che vorremmo possedere. Se la sappiamo accogliere in un’ottica costruttiva, ci può dare energia fino, magari, a raggiungere queste qualità o cose.
Ponendoci in un atteggiamento distruttivo, l’energia sarebbe utilizzata per ridurre il vantaggio che vediamo nell’altro, togliendo a lui qualcosa piuttosto che aggiungerla a noi.

l’Invidia è un sentimento molto comune ma anche molto difficile da smascherare. L’invidia è circondata da un alone di tabù, e chi la prova generalmente se ne vergogna. Solitamente questo sentimento nasce dalla sensazione di sentirsi in una situazione di svantaggio rispetto ad altri individui. Ciò nonostante, questo sentimento che ci consuma quando assistiamo al successo degli altri, può favorire il ribaltamento di una situazione a nostro vantaggio. Tre sono le diverse reazioni possibili quando proviamo invidia nei confronti di qualcuno: la prima è quella di avere un repentino abbassamento nella nostra autostima, di non credere più nelle nostre capacità, di pensare che non valga più la pena di puntare a un determinato obbiettivo e quindi, di arrenderci. La seconda è quella di incanalare tutte le nostre energie in rabbia e rancore, verso il soggetto che ci ha scatenato l’invidia e, fare di tutto per metterlo in cattiva luce. La terza reazione invece è quella più positiva che dalla sofferenza per il nostro fallimento, ci porta ad incanalare tutte le nostre forze nella direzione dell’emulazione del soggetto della nostra invidia, trasformando il sentimento negativo in ammirazione, che ci spinge a migliorarci e a colmare lo svantaggio accumulato.

Film consigliato: “Il Gobbo di Notre Dame” titolo originale: “The Hunchback of Notre Dame” di Wallace Worsley (1923).

 

 

 

SENTIMENTI E RISENTIMENTI

 

Proviamo un sentimento verso un "oggetto" (persona, cosa o situazione) quando questo ci appare gradito e desiderato, o l’esatto contrario. Stiamo parlando, ad esempio, dell’amore e dell’odio. Ogni sentimento ha un’aspirazione: possedere, toccare, manipolare oppure allontanare, distruggere. Le aspirazioni deluse danno luogo ad un risentimento.
I sentimenti e i risentimenti sostengono le relazioni, con una differenza. I primi spingono ad agire, i secondi alla passività.
L’amore e l’odio sono sentimenti che rendono attivi per conquistare e mantenere oppure sconfiggere e annullare. Hanno in comune il relativo risentimento che chiamiamo rancore.
Come può avvenire che l’amore o l’odio si trasformino in rancore?
Accade quando le aspirazioni che attivavano il sentimento non trovano riscontro coerente in tutte le manifestazioni dell’altro. Cosa che ricorre con una certa facilità proprio perché quest’ultimo è "altro" rispetto alle aspirazioni suddette, che sono invece "tutt’uno" col titolare del sentimento.
Nessuno appare più colpevole di chi non condivide le nostre aspirazioni, pertanto il risentimento, che nasce da questa delusione, fatalmente assume una forma incriminante.
I rancorosi restano attaccati, non vanno per la loro strada, sono passivi e ostacolanti, a volte deperiscono fisicamente.
Cosa si può fare per evitare questo rischio di... deperire?
La soluzione non è né facile né spontanea: occorre imparare a dare minore importanza ai propri desideri "progressi" e maggiore a quanto di gradito troviamo nell’altro. Chi riesce soffre meno e gioisce di più, quindi difficilmente se ne pente.
Cosa fare invece per gestire una persona risentita?
Se il risentimento è un suo stato d’animo abituale e preferito, c’è poco da fare: meglio ignorare e frequentare persone diverse. Se invece non è così grave, si può provare con un sorriso in più.

 

 

IL RANCORE

 

L'amore può esistere senza l'odio e viceversa? La domanda presuppone una buona consapevolezza circa la complessità dei fatti affettivi. In primo luogo, occorre riconoscere che difficilmente proviamo un solo sentimento per volta, ma che il nostro sentire fa più spesso riferimento ad in mix d'affetti diversi, anche contrastanti. Accostare amore e odio rivela come questi due sentimenti siano frequentemente le facce di una stessa medaglia. Sono, infatti, sostenuti da uno stesso desiderio, che può essere accolto o respinto.
All'amore deluso subentra il rancore (risentimento), che si manifesta con un'ostentata passività indispettita, ma la delusione può anche dare luogo ad una reazione attiva, sostenuta dall'odio (sentimento). La questione evidentemente si complica, pertanto proverò a facilitarene la comprensione attraverso uno schema, anche se la realtà abitualmente non si propone con un andamento così semplificato. Diciamo che: quando ho un desiderio relativo ad un oggetto (persona, cosa o situazione) provo amore verso lo stesso mentre credo che la mia aspirazione sarà accolta, e odio quando non ci credo. Nel frattempo sono attivo con modi che sono insieme affettivi e aggressivi. Se perdo fiducia, l'amore e l'odio si trasformano in rancore e passività.
Certo il mio vissuto sarà sfumato da considerazioni di buon senso. educazione e razionalità, ma i sentimenti e i risentimenti saranno in sostanza quelli indicati. E se acquisto invece maggiore fiducia? Cresce allora la situazione di benessere in relazione a quell'oggetto: il sentimento si attenua (sosteneva la ricerca di qualcosa che sto trovando), subentra piacere, appagamento, serenità e... possibilità di dedicarsi ad altre cose, senza dover interrompere il feeling con le prime.
E' la situazione che comunemente noi romani sperimentiamo verso la rosetta, il pane di Roma. Essendo facilmente disponibile, la mangiamo con piacere tutti i giorni senza avvertire particolari coinvolgimenti, che invece potrebbero farsi più evidenti nel caso di uno sciopero di tre giorni dei fornai, o più semplicemente se manchiamo dalla nostra città per un po' di tempo.

Spinti dal risentimento possiamo riuscire a compiere azioni che non ci saremmo mai immaginati di poter fare. Provare rancore fa superare la paura di passare all’azione e, può diventare la molla in grado di farci superare ostacoli e difficoltà. Il rancore è positivo, solo se la sua forza viene utilizzata nel breve periodo, se ci da la spinta a chiudere, per esempio, col passato. Diventa completamente devastante invece, se ci costringe a rimuginare continuamente sul passato. Il rancore può darci modo di affermaci e, di far valere i nostri diritti quando questi siano stati calpestati. Il rancore è un sentimento che si esaurisce spesso in poche battute e, se non si agisce immediatamente, lasciando perdere per evitare uno scontro, rischia di farci sentire frustrati invece di ricavarne grande soddisfazione.

Film consigliato: “Mulholland Drive” di David Lynch (2001).

 

 

L’ODIO
 

L’odio è forse il sentimento negativo per eccellenza, ci acceca e ci fa perdere di vista la realtà delle cose. Eppure in alcune situazioni l’odio può diventare costruttivo. Provare odio nei confronti di un’altra persona, ci può aiutare a definire meglio la nostra personalità. Infatti per diventare persone mature abbiamo bisogno di esempi positivi da emulare e di modelli negativi da rinnegare. E’ molto importante avere chiare nella nostra mente le cose che amiamo e quelle che detestiamo. Un filo sottile poi divide l’odio dall’amore nelle coppie. Alcuni divorzi ne sono la prova quando coppie unite si trasformano in acerrimi nemici. Questo accade perché durante l’innamoramento siamo portati a soffermarci solo sugli aspetti positivi del nostro partner e diamo poca o nessuna importanza a lati del suo carattere che non ci piacciono. Si accumula lentamente una fortissima irritazione nei confronti dell’altro che tacciamo finchè possibile per non sentirci cattivi e se poi la relazione finisce malgrado tutti i nostri sforzi andiamo incontro ad una delusione così forte che può cancellare magicamente tutto l’affetto e trasformarsi in vero e proprio odio.

Film consigliato: “Il Gladiatore”, titolo originale: “Gladiator” di Ridley Scott (2000).

 

IL RIMPIANTO
 

Il lasciarci trasportare da un sentimento di nostalgia, guardando a ritroso nel nostro passato, ci può aiutare a mantenere un legame con ciò che eravamo e con le nostre radici. Il dolore provato attraverso il rimpianto arricchisce la nostra identità e dà un senso al nostro presente. Chi rimpiange può dire: “Io adesso sono così anche perché ho vissuto quelle esperienze”.

Una scelta sbagliata, che ci ha provocato sofferenza, tornandoci alla mente in un momento successivo, potrà aiutarci a non commettere nuovamente il medesimo errore.  Se non provassimo mai nostalgia, per ciò che ci siamo lasciati alle spalle, non saremmo in grado di capire l’importanza di ciò che abbiamo nel presente.

Film consigliato: “Paris, Texas” di Wim Wenders (1984).

 

IL SENSO DI COLPA
 

Il senso di colpa si prova quando sappiamo di aver fatto soffrire qualcuno. A volte è costruttivo, perché insorge quando è ancora possibile intervenire e, riparare il danno che abbiamo causato. Il senso di colpa può fungere da campanello d’allarme, quando commettiamo un errore o causiamo un dolore a qualcuno e, ci può aiutare a non commettere nuovamente errori, che in passato abbiamo già commesso. Il senso di colpa poi, non solo tiene a freno certi nostri comportamenti, ma riesce anche a far tacere i pensieri cattivi. Se siamo molto arrabbiati, è possibile che ci venga la voglia di augurare tutto il male possibile ad una persona che ci ha danneggiato o ferito,  in questo caso il senso di colpa, ci fa temere che questo desiderio si realizzi nella realtà e, ci aiuta a disperdere le energie negative.

Film consigliato: “Io ti Salverò”, titolo originale: “Spellbound” di Alfred Hitchcock (1945).

 

LA VERGOGNA
 

Spesso il solo ricordo di un momento in cui abbiamo provato vergogna, può farci rivivere esattamente questo sentimento. La cicatrice provocata da questo sentimento spesso è indelebile. Ma la vergogna, ha un’importante funzione sociale, serve a metterci in preallarme se stiamo facendo qualcosa per cui si potrebbe perdere la stima ed il consenso degli altri. Alcune persone, che si definiscono timide ed insicure, quando si trovano al centro dell’attenzione altrui, arrossiscono e si sentono sprofondare. L’imbarazzo evidente che li pervade, è un’esplicita richiesta d’aiuto, che porta l’altro a modificare il proprio comportamento e ad assumere un atteggiamento più benevolo.

Film consigliato: “Shrek” di Andrew Adamson e Vicky Jenson (2001).

 

 

 

“Il concetto dell’ANGOSCIA” (1844)


L’angoscia di cui parla Kierkegaard è il “sentimento del possibile”, cioè quello stato d’animo che prende l’uomo quando si trova dinanzi alla libertà e alle infinite possibilità negative che incombono sulla sua vita e sulla sua personalità. Proprio per queste sue caratteristiche l’angoscia è diversa dalla paura che si prova davanti a un pericolo preciso. Lo stesso filosofo danese ha vissuto in pieno la figura da egli descritta nelle ultime pagine della sua opera “Il concetto dell’angoscia”, pubblicata nel 1844: quella del discepolo dell’angoscia, cioè di colui che sente dentro di sè le terribili e devastanti possibilità che ogni alternativa dell’esistenza gli prospetta. Perciò di fronte a ogni alternativa Kierkegaard si è sentito paralizzato, impossibilitato a scegliere.
L’angoscia inoltre è un sentimento tipicamente umano e viene provata soltanto da chi ha spirito: egli stesso asserisce che “più profonda è l’angoscia, più grande è l’uomo”. La povertà spirituale sottrae l’uomo all’angoscia, ma in questo modo egli diventa lo schiavo di qualsiasi circostanza: l’angoscia è la più gravosa di tutte le categorie.
«Nesun grande inquisitore tien pronte torture così terribili come l’angoscia; nessuna spia sa attaccare con tanta astuzia la persona sospetta, proprio nel momento in cui è più debole, nè sa preparare così bene i lacci per accalappiarla come sa l’angoscia; nessun giudice, per sottile che sia, sa esaminare così a fondo l’accusato come l’angoscia che non se lo lascia mai sfuggire, nè nel divertimento, nè nel chiasso, nè sotto il lavoro, nè di giorno, nè di notte.»
L’unico modo efficace per contrastare l’angoscia e i suoi tormenti non è l’accortezza umana, bensì la fede religiosa in Colui al quale tutto è possibile, cioè Dio. Solo nel Cristianesimo egli vede un’ ancora di salvezza, in quanto esso gli sembra insegnare quella stessa dottrina dell’esistenza e offrire, con la fede, un modo per sottrarre l’uomo all’angoscia e alla disperazione, che costituiscono l’esistenza.
Nonostante i suoi benefici, la fede è, però, paradosso e scandalo: Cristo è il segno di questo paradosso, poichè è colui che soffre e muore come uomo, mentre parla e agisce come Dio; è colui che è e si deve riconoscere come Dio, mentre soffre e muore come un misero uomo.
Kierkegaard inoltre collega l’angoscia strettamente con il principio dell’infinità o dell’onnipotenza del possibile: per questo principio, ogni possibilità favorevole all’uomo è annientata dall’infinito numero delle possibilità sfavorevoli. E’ l’infinità o indeterminatezza delle possibilità che rende insuperabile l’angoscia e ne fa la situazione fondamentale dell’uomo nel mondo.

 


 

 

 

Nel tempo attuale le emozioni distruttive come l’ira, la paura e l’odio stanno creando problemi devastanti in tutto il mondo. Giornali e telegiornali ogni giorno ci propongono macabri richiami della potenza distruttiva di queste emozioni; la domanda che ci dobbiamo porre quindi è: Cosa possiamo fare, ciascuno di noi, per sconfiggerle?”.

Naturalmente queste emozioni disturbanti sono sempre state parte della condizione umana. Coloro che inclinano a ritenere che nulla potrà “curare” i nostri impulsi all’odio ed alla distruzione reciproca, direbbero che questo non è che il prezzo dell’essere umani. Questo punto di vista tuttavia rischia di indurre un atteggiamento di apatia nei confronti delle emozioni distruttive, e di farci concludere che la nostra distruttività è incontrollabile.

Personalmente credo che come individui noi abbiamo a disposizione mezzi pratici per vincere i nostri impulsi pericolosi - quegli impulsi che a livello collettivo possono condurre alla guerra ed alla violenza di massa. Come prova di questo non porto soltanto la mia pratica spirituale e la comprensione dell’esistenza umana basata sugli insegnamenti buddhisti, ma ora anche il lavoro degli scienziati.

Negli ultimi 15 anni mi sono impegnato in una serie di conversazioni con alcuni scienziati occidentali. Ci siamo scambiati informazioni su argomenti che andavano dalla fisica quantistica e la cosmologia alla compassione ed alle emozioni distruttive. Ne ho concluso che mentre i risultati della ricerca scientifica offrono una comprensione più approfondita in campi quali la cosmologia, sembra che le spiegazioni offerte dal Buddhismo, specialmente nel campo delle scienze cognitive, biologiche e del cervello, talvolta possono offrire agli scienziati di formazione occidentale una prospettiva nuova dalla quale riconsiderare il proprio campo di studio.

Può sembrare strano che una guida religiosa si occupi così tanto della scienza, ma gli insegnamenti Buddhisti enfatizzano l’importanza della comprensione della realtà, per conseguenza è importante prestare attenzione a quanto gli scienziati hanno scoperto sul mondo attraverso i loro esperimenti e le loro misurazioni.

Analogamente i Buddhisti vantano 2.500 anni di studio sul funzionamento della mente. Nei millenni, molti praticanti hanno portato avanti, possiamo dire, “esperimenti” sul modo di sconfiggere le nostre tendenze verso le emozioni distruttive.

Ho incoraggiato gli scienziati ad esaminare Tibetani che fossero praticanti spirituali avanzati, per verificare quali benefici queste pratiche possano portare anche al difuori di un contesto religioso. Quello che ci si propone è di aumentare la nostra comprensione del mondo mentale, della coscienza e delle emozioni.

Per questo motivo ho visitato il laboratorio di neuroscienze del dott. Richard Davidson, all’Università del Wisconsin. Con l’utilizzo di strumenti che mostrano attraverso immagini ciò che accade nel cervello durante la meditazione, il dott. Davidson ha potuto studiare l’effetto delle pratiche buddhiste finalizzate alla coltivazione di compassione, equanimità e presenza mentale. Per secoli i buddhisti hanno sostenuto che queste pratiche sembrano rendere le persone più calme, più felici ed amorevoli, e sempre meno inclini alle emozioni distruttive.

A parere del dott. Davidson, la scienza ora può sostenere questa convinzione. Il dott. Davidson mi ha riferito che la comparsa di emozioni positive può essere dovuta a questo meccanismo: la meditazione di presenza mentale rafforza il circuito neurologico che calma una parte del cervello che agisce da innesco per paura e rabbia. Questo suggerisce la possibilità che ci sia modo di creare una sorta di separazione fra gli impulsi violenti del cervello e le nostre azioni.

Sono stati già eseguiti esperimenti che dimostrano come alcuni praticanti riescono a raggiungere uno stato di pace interiore anche in circostanze estremamente disturbanti. Il dott. Paul Elkman dell’Università della California a San Francisco mi ha riferito che rumori sgradevoli, dell’intensità anche di un colpo di fucile, non hanno provocato soprassalti nei monaci buddhisti che stava sottoponendo a test; il dott. Elkman dice di non aver mai visto nessuno restare tanto calmo in presenza di un rumore così forte.

Un altro monaco, abate di uno dei nostri monasteri in India, è stato sottoposto a test mediante l’uso dell’elettroencefalografo per misurare le onde cerebrali. Secondo il dott. Davidson, l’abate presentava la più elevata attività dei centri cerebrali associati alle emozioni positive mai misurata nel suo laboratorio.

Naturalmente, i benefici derivanti da queste pratiche non sono riservati ai monaci che trascorrono mesi in ritiro. Il dott. Davidson mi ha riferito sulle proprie ricerche con persone impegnate in lavori altamente stressanti. A queste, che non erano Buddhiste, venne insegnata la presenza mentale, uno stato caratterizzato da prontezza mentale in cui la mente non si lascia coinvolgere da pensieri e sensazioni, ma li lascia andare e venire, proprio come quando si osserva il fluire di un fiume. Dopo otto settimane, il dott. Davidson ha accertato che in queste persone, la parte del cervello coinvolta nella formazione di emozioni positive diventava progressivamente più attiva.

Le implicazioni sono chiare: il mondo di oggi ha bisogno di cittadini e di leaders capaci di lavorare per una crescente stabilità e di entrare in dialogo col “nemico”, a prescindere da eventuali violenze od aggressioni abbiano potuto subire.

Vale la pena di sottolineare che questi metodi non sono solo utili, ma anche economici: non occorrono farmaci o iniezioni, non è necessario diventare Buddhisti o adottare nessuna fede religiosa particolare. Ciascuno di noi ha il potenziale per condurre una vita pacifica e significativa. Sta a noi scoprire, quanto più possiamo, come fare.

Personalmente, cerco di applicare questi metodi nella mia stessa vita. Ogni volta che ricevo cattive notizie, specialmente i tragici racconti che spesso mi narrano i miei compagni Tibetani, naturalmente reagisco provando tristezza. Tuttavia, cercando di contestualizzare, ho scoperto che riesco a farvi fronte abbastanza bene. E solo raramente provo un sentimento di rabbia impotente, che non serve ad altro che ad avvelenare la mente e amareggiare il cuore, anche a fronte delle notizie peggiori.

Se riflettiamo, comprenderemo che nella nostra vita gran parte della sofferenza che proviamo è provocata non tanto da cause esterne quanto da eventi interni come il sorgere di emozioni disturbanti. Il miglior antidoto a questa rovina è accrescere la nostra capacità di fronteggiare queste emozioni.

Se l’umanità vuole sopravvivere, la felicità e l’equilibrio interiori sono essenziali; altrimenti la vita dei nostri figli e dei loro figli sarà con ogni probabilità infelice, disperata e di breve durata. Il progresso materiale certamente contribuisce - in qualche misura - alla felicità e ad una vita confortevole; ma questo non basta. Se vogliamo raggiungere un livello più profondo di felicità non dobbiamo trascurare il nostro sviluppo interiore.

La sciagura dell’11 settembre ha dimostrato che la tecnologia moderna e l’intelligenza umana guidata dall’odio possono portare a distruzioni immense.

Azioni così terribili non sono che sintomi violenti di uno stato mentale preda delle emozioni disturbanti. Per poter reagire con saggezza ed efficacia è necessario che siamo guidati da stati mentali più salutari, non solo per evitare di alimentare le fiamme dell’odio, ma così da rispondere abilmente. Faremmo bene a ricordare che la guerra contro l’odio ed il terrore può essere combattuta anche su questo fronte, il fronte dell’interiorità.

Di Tenzin Gyatso, S.S. il XIV Dalai Lama.

 

Dott. Bruno Bonandi - Studio privato in Longiano (FC) V.le Decio Raggi, 35 - Cell. 3397689267 - Tel. 0547665954
Iscrizione all'Albo degli Psicologi-Psicoterapeuti dell'Emilia Romagna n 3171 - P.I.03735590402

Email: brubon59@gmail.com


Posta elettronica certificata: dott.brunobonandi@pec.brunobonandi.it

sito degli psicologi on line