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LA PAURA


Che cos'è la paura?

La paura è un'emozione che appartiene all'uomo, ma anche ad altri animali. È come un campanello d'allarme, una reazione dinanzi ad un pericolo, ma, a differenza degli animali, per l'uomo la paura riveste un valore ambivalente, oscilla tra istinto ed elaborazione culturale e si colloca nel cuore della nostra vita psichica divenendo un determinante fattore di crescita o d'involuzione. Basta osservare le diverse espressioni che utilizziamo per parlare della paura: paura di crescere, paura di amare, paura del futuro, paura del nulla, paura del prossimo, paura di noi stessi. Allora che ruolo gioca la paura nella sfera psichica individuale. Attraverso quali dinamiche psichiche l'individuo affronta, controlla, rielabora o subisce la paura? Quando e secondo quali modalità essa sconfina nella patologia? Come possiamo imparare a non avere paura della paura?

La paura è una delle emozioni fondamentali con cui noi nasciamo e che, come ogni emozione, ci serve per strutturare il nostro mondo, la nostra vita. Chi dice di non avere paura è semplicemente un incosciente, perché corre moltissimi rischi. Però non bisogna lasciare che essa superi certi limiti e che diventi invasiva, perché la si contrasta individuando i modi per fronteggiarla. Se noi pensiamo di poter avere un controllo su certe situazioni, la paura diminuisce lasciando spazio alla razionalità che interviene per trovare i modi di soluzione. Invece in certe situazioni la paura finisce per essere terrore, soprattutto quando pensiamo di non avere vie d'uscita. È importante dunque che si impari fin da piccoli a valutare i modi per fronteggiarla, che sono tanti e diversi. Quando un bambino è molto piccolo si affida alle sue figure di attaccamento. Poi man mano che cresce deve imparare a contare su sé stesso.
La paura è sempre istintiva, poi si colora in base a fattori culturali. Naturalmente ogni epoca ha le sue paure. Nel Medioevo c'era la paura della peste nera verso cui la gente si sentiva completamente esposta, priva di difese. Oggi invece abbiamo paure diverse: la bomba atomica, il terrorismo, le armi biologiche. Ecco, tutto quello che sfugge al nostro controllo genera paura ed alcune paure sono più diffuse di altre proprio per la sensazione di non poter controllarle.
In realtà tutte le paure originano da quella paura fondamentale, dalla consapevolezza che noi siamo persone finite e che un giorno moriremo. Questo è l'elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. La soluzione consiste nel rassegnarci all’idea di doverci preparare a questo evento ultimo, accettando la propria condizione di esseri che nascono e che muoiono. Dobbiamo proiettarci in un sistema più vasto, perché noi facciamo parte del genere umano. Dovremmo mantenere un pizzico di quel senso di onnipotenza che appartiene ai bambini nei primi anni di vita. Un bambino pensa di non morire, pensa che muoiano gli altri, poi, man mano, si rende conto che anche per lui la morte è inevitabile.
La paura è molto contagiosa, perché noi siamo degli animali gregari che vivono in gruppo e se qualcuno individua una minaccia, la trasmette agli altri attraverso segnali specifici. Scatta l’allarme che, spesso, anziché venire elaborato al fine di trovare una soluzione adeguata per fronteggiarlo, si trasforma in panico incontrollabile. In caso di incendio all'interno di uno spazio dove siano radunate moltissime persone, come uno stadio, una sala cinematografica o un teatro, coloro che si trovano in prossimità delle uscita di sicurezza si precipitano fuori, mettendo in agitazione coloro che invece sono collocati più in dietro. Se in questi casi ci si limita alla reazione istintiva, allora assistiamo alla tragedia di chi viene calpestato, di chi viene colto da malore, e così via, se, invece, pensiamo alla strategia migliore, che è quella di aspettare che i primi escano rapidamente dalla sala e che gli altri aspettino qualche secondo, la tragedia sarebbe evitata. Ma questi comportamenti debbono essere insegnati. È per questo che, in alcuni locali, vengono effettuati delle simulazioni di crisi, per poter sondare il modo migliore per consentire l’evacuazione dell’edificio senza che vi siano danni alle persone.
Con questo termine si identificano stati di diversa intensità emotiva che vanno da una polarità fisiologica come il timore, l'apprensione, la preoccupazione, l'inquietudine o l'esitazione sino ad una polarità patologica come l'ansia, il terrore, la fobia o il panico.

Con questo termine si identificano stati di diversa intensità emotiva che vanno da una polarità fisiologica come il timore, l'apprensione, la preoccupazione, l'inquietudine o l'esitazione sino ad una polarità patologica come l'ansia, il terrore, la fobia o il panico.

Il termine paura viene quindi utilizzato per esprimere sia una emozione attuale che una emozione prevista nel futuro, oppure una condizione pervasiva ed imprevista, o un semplice stato di preoccupazione e di incertezza.

L'esperienza soggettiva, il vissuto fenomenico della paura è rappresentata da un senso di forte spiacevolezza e da un intenso desiderio di evitamento nei confronti di un oggetto o situazione giudicata pericolosa. Altre costanti dell'esperienza della paura sono la tensione che può arrivare sino alla immobilità (l'essere paralizzati dalla paura) e la selettività dell'attenzione ad una ristretta porzione dell'esperienza. Questa focalizzazione della coscienza non riguarda solo il campo percettivo esterno ma anche quello interiore dei pensieri che risultano statici, quasi perseveranti. La tonalità affettiva predominante nell'insieme risulta essere negativa, pervasa dall'insicurezza e dal desiderio di fuga.

Da dove nasce la paura? Dai risultati di molte ricerche empiriche si giunge alla conclusione che potenzialmente qualsiasi oggetto, persona o evento può essere vissuto come pericoloso e quindi indurre una emozione di paura. La variabilità è assoluta, addirittura la minaccia può generarsi dall'assenza di un evento atteso e può variare da momento a momento anche per lo stesso individuo. Essenzialmente la paura può essere di natura innata oppure appresa. I fattori fondamentali risultano comunque essere la percezione e la valutazione dello stimolo come pericoloso o meno.

 

Raccontarsi le paure spesso significa esorcizzarle. Esistono delle paure che, per alcune persone, non hanno alcuna soluzione e la disperazione di fronte a questa consapevolezza spesso può venire alleviata, se non addirittura rimossa, dalla condivisione con gli altri della paura stessa. È quanto è accaduto nei campi di concentramento, dai quali non c’era via d'uscita, ma la possibilità di stare insieme agli altri aiutava nei momenti critici.
Ogni età ha le sue paure. Il neonato alla nascita ha paura dei rumori forti, del dolore, ma non del buio, perché viene da un luogo buio. Avrà paura del buio intorno ai due, tre anni, perché si sarà abituato alla differenza luce/buio, dunque capirà che al buio ha un minore controllo della realtà. Quindi ha la paura non del buio, ma nel buio. Un bambino di due o tre anni non ha ancora paura dei mostri, perché non ha abbastanza fantasia per rappresentarseli, mentre un bambino di quattro o cinque anni incomincia già a avere paura dei fantasmi, dell'uomo nero e così via. A quattro o cinque anni incomincia a sentire parlare di morte e comincia a farsene una prima idea, soprattutto in caso di morte di una persona che lui conosce o anche di un animale a lui caro. A sette o otto anni può cominciare ad avere paura degli incidenti, dei ladri, oppure delle punizioni. Un adolescente invece sviluppa paure inerenti al suo rapporto con gli altri. Egli deve essere più autonomo, deve fronteggiare tutta una serie di situazioni sociali, spesso ha paura di fare una brutta figura in determinate occasioni. Si tratta di paure sociali per un ambiente che ancora non controlla bene, perché anche in questo ambito bisogna acquisire delle competenze. E man mano che si va avanti si impara. Più si conosce, in genere, più la paura diminuisce. Maggiore è la conoscenza e minore è la paura. L’esperienza insegna, anche se talvolta è traumatizzante. Prendiamo il caso di un individuo che ha assistito ad una rapina. È probabile che egli sviluppi un trauma per rimuovere il quale si debbano mettere in atto alcune tecniche specifiche. Perché questa è un'altra caratteristica della paura: più si lascia passare il tempo, più c'è il rischio che s'ingigantisca a causa della nostra immaginazione. È questo che ci differenzia dagli animali, perché mentre loro vivono nel presente rispondendo istintivamente a uno stimolo, noi, in più, abbiamo la capacità di rielaborare mentalmente le esperienze, di collegarle tra loro o, come nell’esempio, di ingigantire un problema.

 

La mente e il corpo reagiscono agli stimoli con un insieme di sensazioni che assumono per noi un significato. Chiamiamo emozione, moto dell’animo, questa esperienza.
I più comuni segnali di quell’emozione a cui abbiamo dato il nome di paura sono noti a tutti: tremori, rigidità muscolare, secchezza delle fauci, pallore, sudorazione.
La paura è l’emozione che ci avverte di un pericolo sollecitandoci ad intervenire per proteggerci e difenderci, pertanto è utile, anzi necessaria. Se non ci fosse, saremmo portati a correre con indifferenza gravi rischi e la nostra stessa sopravvivenza potrebbe risultare compromessa. Provate infatti ad immaginarvi alla guida di un’auto completamente privi della paura: al primo semaforo potrebbe anche andar bene, al secondo… forse, al terzo!…
Gli uomini senza paura hanno lunga vita solo nei film.
Come una spia luminosa, la paura ci segnala pericoli evidenti e nascosti spingendoci a ricercare una difesa adeguata.
Quanti modi abbiamo per provvedere quando ci appare il segnale di questa spia luminosa? Almeno tre. Il primo è scappare: la fuga è la risposta più immediata di fronte ad un pericolo imminente, ed in molti casi risulta appropriata ed efficace. Se siamo aggrediti da chi è più forte di noi, tanto da rendere inutile ogni difesa, la fuga consente di salvaguardare la nostra integrità. Possiamo per altro, allo stesso modo, sfuggire situazioni sociali o circostanze che comportino gravi rischi per noi.
In molti casi una difesa è possibile a patto di non ostinarci a contare solo sulle nostre forze. Altre persone possono avere le risorse per fronteggiare un pericolo che incombe, e magari sono disposte a metterle a nostra disposizione.
Chiedere aiuto è la seconda possibilità. Per farlo occorre rinunciare ad un po’ del nostro orgoglio e, affinché l’aiuto sia effettivo, scegliere bene a chi chiederlo, e come.
Mi viene in mente infatti quella storiella un po’ greve nella quale un tale, dopo aver subito una violenza da un aggressore, si rivolse ad un’altra persona per essere soccorso, ma questa, approfittando della condizione di debolezza del malcapitato, lo sottopose alla medesima violenza. Conviene stare attenti!
Tutti possiamo avere bisogno di aiuto pertanto, oltre a poter contare sull’affetto e l’amicizia delle persone care, si può fare affidamento sulla reciproca possibilità di soccorso in momenti di bisogno. In questi casi le cose vanno meglio se si sono fatti contratti chiari ed espliciti: "ti aiuterò a preparare il tuo esame per il quale sei in difficoltà, se tu il prossimo Natale mi darai una mano a ridipingere la mia stanza".
Occorre fare attenzione a coloro che offrono aiuto prima che sia richiesto: conviene indagare bene cosa, consapevolmente o no, si aspettano in cambio. Quando mi rispondono "ma niente, naturalmente", i miei sospetti hanno un motivo in più. Se neppure l’aiuto di altre persone ci salvaguarda dai pericoli e permane la paura per cose più grandi di noi, come gli eventi sfavorevoli del caso o quelli naturali (malattia o morte), la cosa migliore è provare ad essere saggi accettando i propri limiti e la propria fragilità.
Le nostre paure possono riferirsi ad eventi reali ed obiettivamente pericolosi o legarsi a fantasie che appaiano pericolose solo soggettivamente. Tutti possiamo incorrere in questo tipo di esperienze e sentirci inspiegabilmente timorosi in relazione a motivi che altre persone trovano inconsistenti. Se queste emozioni cominciano a dominare la nostra vita, conviene consultare uno specialista di cure psicologiche.
La manifestazione estrema della paura è il terrore: il pericolo è grande, imminente e grave.
Non è un’esperienza gradevole, solo quelli molto bravi riescono a gestirla.
La paura consente la nostra sopravvivenza pertanto è bene imparare a considerarla una preziosa alleata che possiamo apprendere a gestire ed a utilizzare per la nostra protezione.  

 

 

Paure innate
Originano da
stimoli fisici molto intensi come il dolore oppure il rumore;
oggetti, eventi o persone sconosciuti dai quali l'individuo non sa cosa aspettarsi e neppure come eventualmente affrontare;
situazioni di pericolo per la sopravvivenza dell'individuo o per l'intera specie: l'altezza, il buio, il freddo, l'abbandono da parte della figura di attaccamento;
circostanze in cui è richiesta l'interazione con individui o animali aggressivi.
Esempi di paure tipicamente innate sono: la paura degli estranei, del buio, la paura per certi animali (ragni e serpenti), il terrore alla vista di parti anatomiche umane amputate. 


Paure apprese
Riguardano una infinita varietà di stimoli che derivano da esperienze dirette e che si sono dimostrate penose e pericolose. Il meccanismo universale responsabile dell'acquisizione di paure apprese viene definito condizionamento, che può trasformare un qualunque stimolo neutro in stimolo fobico, mediante la pura associazione per vicinanza spaziale e temporale ad uno stimolo originariamente fonte di paura. 

 
Come il corpo manifesta la paura?
La faccia delle paura si manifesta in un modo molto caratteristico: occhi sbarrati, bocca semi aperta, sopracciglia avvicinate, fronte aggrottata. Questo stato di tensione dei muscoli del viso rappresenta l'espressione della paura che è ben riconoscibile anche in età precoce e nelle diverse culture.
Le alterazioni psicofisiologiche sembrano differenziarsi fra quelle che si associano a stati di paura intensi, come il panico e la fobia, e quelle invece concomitanti alla preoccupazione e all'ansia. Precisamente, uno stato di paura acuta ed improvvisa caratteristica del panico e della fobia, si accompagna ad una attivazione del sistema nervoso autonomo parasimpatico, si ha quindi un abbassamento della pressione del sangue e della temperatura corporea, diminuzione del battito cardiaco e della tensione muscolare, abbondante sudorazione e dilatazione della pupilla. Il risultato di tale attivazione è una sorta di paralisi, ossia l'incapacità di reagire in modo attivo con la fuga o l'attacco . La funzione di questa staticità indotta dallo stimolo fobico sembra quella di difendere l'individuo dai comportamenti aggressivi d'attacco scatenati dalla fuga e dal movimento. Paradossalmente, in casi estremi, tale reazione parasimpatica può condurre alla morte per collasso cardiocircolatorio. Stati di paura meno intensi invece attivano il sistema nervoso simpatico, per cui i pelli si rizzano, ai muscoli affluisce maggior sangue e la tensione muscolare ed il battito cardiaco aumentano; il corpo è così pronto all'azione finalizzata all'attacco oppure alla fuga.

Quali sono le funzioni della paura?
Sicuramente, la paura ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza ed allarme , preparando la mente il corpo alla reazione che si manifesta come comportamento di attacco o di fuga. Inoltre, in tutte le specie studiate l'espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo circa la presenza di un pericolo e quindi di richiedere un aiuto e soccorso. Dal punto di vista biologico - evoluzionista sia il vissuto soggettivo, attraverso i processi di memoria e di apprendimento, sia le manifestazioni comportamentali, indifferentemente fuga, paralisi o attacco, che le modificazioni psicofisiologiche (attivazione parasimpatica o attivazione simpatica) tendono verso la conservazione e la sopravvivenza dell'individuo e della specie. Ovviamente, se la paura viene estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventando quindi ansia, fobia o panico, perde la funzione fondamentale e si converte in sintomo psicopatologico.

Come guarire dalla paura?
La paura, come abbiamo detto, ha un alto valore funzionale, finalizzato alla sopravvivenza. Per esempio, ricordarsi che quel tipo di animale rappresenta un pericolo perché aggressivo e feroce oppure velenoso, costituisce un innegabile vantaggio. Oppure, preparare il proprio corpo ad un furioso attacco o ad una repentina fuga può in certi casi garantire la sopravvivenza. Infine, anche uno stato di paralisi da paura può salvarci dall'attacco di un feroce aggressore che non attende altro che una nostra minima reazione. Quindi le cure contro la paura si rivolgono solo a quei casi in cui essa rappresenta uno stato patologico, come ad esempio attacchi di panico o di ansia di fronte ad uno stimolo assolutamente non pericoloso.

Due sono fondamentalmente i tipi di cura contro la paura patologica.

L'approccio compartamentista mira alla eliminazione del sintomo della manifestazione della paura, attraverso tecniche di familiarizzazione e assuefazione allo stimolo fobico, basate su meccanismi di condizionamento.
L'approccio cognitivista, è finalizzato invece alla eliminazione della causa della paura, si rivolge quindi alla percezione e alla valutazione degli stimoli o eventi etichettati come pericolosi.

 

Differenza tra angoscia e paura 

L’angoscia è qualcosa di molto diffuso che dipende dalle paure di natura esistenziale. Per esempio, se io ho paura dell’aereo usufruirò, per viaggiare, di un altro mezzo di trasporto, se ho paura dei luoghi chiusi o troppo affollati, preferirò quelli all’aria aperta. Queste sono strategie. Però, se, la paura è nella mia psiche, come la paura costante della morte e del pericolo in generale, allora è incontrollabile e, per questo, nessuna strategia sarà in grado di eluderla. L’unica via d’uscita potrebbe essere quella di convogliare questo tipo di paure su un unico aspetto dell'esistenza, in modo da poterlo controllare e quindi risolverle.

 

La paura va situata tra i meccanismi di difesa dell'individuo. Rappresenta uno stimolo per attivare reazioni che servono a difenderlo dai pericoli dell'ambiente. Se un bambino non avesse paura del buio, potrebbe, volendo, sbattere contro qualche oggetto e ferirsi. Analogamente un cerbiatto che non avesse paura di un leone non riuscirebbe a scappare e verrebbe eliminato. Vi è dunque una paura esistenziale, che va mantenuta e non certo curata. Occorre distinguerla da una paura clinica, che acquista una dimensione negativa, che, invece di proteggere, rende immobili e succubi. Essa diventa patologica quando si attiva senza che vi sia un pericolo reale o si esprime con una intensità eccessiva sproporzionata allo stimolo. Si può arrivare fino alla paura della paura, quando un soggetto non riesce più a far nulla poiché è spaventato dal fatto stesso di esistere. La paura clinica si inserisce nel grande capitolo dei disturbi d'ansia e quindi ne rappresenta uno dei punti. Sul piano della patologia vanno distinte vere e proprie malattie, come la malattia di attacchi di panico o il variegato gruppo delle fobie, la fobia per i luoghi aperti (agorafobia), per gli spazi chiusi (claustrofobia), e via via, fino alle fobie sociali, che costituiscono un gruppo in grande espansione in questo momento storico, come la fobia scolare, la fobia di parlare in pubblico. Si tratta di forme diverse di paura, che la propria immagine non sia adeguata. A questo proposito è da ricordare che la paura più frequente nella prima adolescenza, 11-16 anni, è quella di non piacere e di non piacersi, con la conseguenza di non venire accettato dal gruppo e rimanere soli. La paura è un sentimento fondamentale per capire due delle espressioni più gravi nell'ambito dei disturbi del comportamento: la violenza e la depressione. Quest'ultima rappresenta una furia psicologica, di fronte ad un ambiente percepito come ostile e che quindi spaventa. La violenza è una reazione opposta alla precedente. Invece di fuggire dall'ambiente che spaventa, lo si assale per distruggerlo. Se si vuol capire la violenza, è necessario prima conoscere la paura.
la paura. E' un sentimento di malessere, che ciascuno di noi prova quando si trova di fronte ad una situazione nuova, cioè quando dobbiamo affrontare, diciamo, un ambiente che ha caratteristiche inaspettate, non fa parte della quotidianità, della banalità, dello scontato. Allora per poterci adattare c'è bisogno di riattivare il nostro organismo, quasi di utilizzare al massimo le nostre possibilità e quindi c'è una paura, tra virgolette, "buona", che è quella che ci permette di utilizzare al meglio le nostre possibilità. Questa è una paura utile, perché uno cercherà di riattivarsi sul piano fisico persino, come dovesse affrontare una lotta, oppure anche sul piano psicologico per poter tirar fuori tutto ciò che di meglio la sua personalità può dare. Ti faccio un esempio. E' stato dimostrato che i ragazzi che devono sopportare un esame, affrontare un esame, ebbene, se hanno un po' di paura, quella paura buona, quella esistenziale, pensa rendono il 40% di più di studenti che invece affrontano freddamente, come si trattasse di una cosa banale. Ecco, allora c'è un meccanismo che ti attiva, che permette cioè di farti esprimere al meglio le capacità. Tutto questo quindi ti aiuta a risolvere quella questione, a risolvere quel problema. Certo, c'è una paura che diventa clinica quando invece ti immobilizza, cioè non solo non ti aiuta, ma, per esempio non riesci più a collegare mentalmente, a ricordare ciò che già sai. E quindi vedi, la paura da "normale" - tra virgolette - a "patologica", è in funzione della sua intensità. Allora è una paura eccessiva che ti blocca, ti vien voglia di scappare invece che di sederti di fronte all'insegnante che ti interroga, oppure quando la paura permane a lungo nel tempo. Non c'è più quello stimolo particolare, eppure tu hai paura anche quando vai a casa, anche quando poi fai cose banali. Quindi è una distinzione fondamentale, perché se è vero che una paura eccessiva va curata, cioè va in qualche modo affrontata, beh è altrettanto vero che la paura esistenziale non solo non va curata, ma deve essere accettata, anzi considerandola un sentimento positivo.
la paura da dove deriva? Allora dobbiamo considerare tre fattori. Il primo, certo, conta anche come è fatto il nostro cervello, cioè la nostra biologia. E quindi è legata alle caratteristiche proprio fisiche, biologiche, però non è solo questo, perché altrimenti riporteremmo la paura a una qualche molecola. E' quello che si chiama "riduzionismo biologico". Dipende anche da un altro fattore, guarda, e che è la nostra personalità. Vedi c'è una personalità che si forma nei primi anni di vita, in particolare nel periodo da 0 a 3 anni. Pensa, in quel periodo è come se la nostra personalità venisse organizzata, venisse gettata nelle linee fondamentali. E, per esempio, dipende quindi dall'esperienza di quella età se noi siamo più fiduciosi o sfiduciati, se noi siamo estroversi o introversi. E tu capisci che un estroverso ha meno paura di chi invece si chiude dentro di sé. Il timido, per esempio, non affronta le situazioni. Possiamo definirlo, in qualche modo, uno che ha paura di affrontare la realtà. Ecco, queste caratteristiche della personalità si formano in questo periodo della vita. Quindi vedi, biologia come è il cervello, come è la personalità, come si struttura questa personalità, che chiamiamo anche di base. Poi c'è un altro fattore, è l'ambiente. Nessuno può negare che ci può essere un ambiente che spaventa e un ambiente che rassicura, ci può essere un insegnate che, chissà perché, ti mette in uno stato di forte disagio e un altro con cui ti trovi bene. Ecco, ambiente, come vedi, non si tratta solo della, della situazione fisica, geografica, ma ambiente come relazione. Allora sono tre i fattori e tutte le volte in cui noi vogliamo capire e anche tu - perché chiunque di noi ha a che fare con la propria paura o con la paura dell'altro -, beh, come vedi non è questione di una formula magica, ma c'è proprio oggi la possibilità di capire la paura da un punto di vista scientifico. Allora, ricordati, dipende dal cervello, dipende dalla personalità di base, cioè da quella che viene strutturata nei primi anni di vita, importantissima la vita infantile, ma anche da un ambiente, cioè l'ambiente geografico, ma soprattutto l'ambiente psicologico.
ci sono delle paure senza oggetto, di cui l'espressione, se vuoi, più caratteristica è la paura della paura. Tu chiedi; ma di che cosa hai paura? Non lo so, eppure tu vedi che si tratta di una persona che ha tutte le caratteristiche di chi, di chi non sa che cosa fare, l'incertezza, la voglia di scappare. Quindi c'è una paura senza oggetto. E poi ci sono le paure degli oggetti. C'è chi ha paura di salire su un aereo, c'è chi ha paura dei ragni, e chi ha paura di un animale, e così via. Vedi, certo noi diciamo generalmente che si possono affrontare meglio le paure come oggetto. Analizziamo quella paura specifica. Ecco, però devi tener in considerazione che qualche volta una persona che ha paura di un oggetto, in realtà, non è quello il motivo principale, la causa principale, perché spesso noi abbiamo paura di cose che sono in realtà spostamenti di paure reali. Ti faccio un esempio. c'è una bellissima storia che racconta Freud, quella del piccolo Hans, forse ne avete sentito parlare. E' una bellissima storia. La storia di un bambino, il quale era terrorizzato dai cavalli bianchi e quindi, allora - sai, parliamo nella Vienna del secondo Ottocento, i cavalli c'erano sul serio -, questo bambino, quando vedeva passare per strada un cavallo bianco, addirittura era preso da una paura tale che lo faceva svenire. Quindi una paura intensissima. Freud studia questo caso, lo analizza e scopre che in realtà questo Hans, il piccolo Hans aveva paura del padre, ma questa era una paura talmente pericolosa, che non poteva, tra virgolette, "permettersi di gestirla", era troppo, era aver paura di una persona con cui viveva, e quindi aveva spostato quella paura dal padre a quell'oggetto diciamo, a quell'animale, che in qualche modo - questo meccanismo di difesa - gli permetteva di vivere con il padre. Però l'analisi che fa Freud ha svelato che la paura del cavallo non aveva niente a che fare col oggetto, in realtà era una paura spostata dal padre al cavallo. Ecco perché quando noi parliamo - e per rispondere alla tua domanda -, delle paure degli oggetti, non è detto che sia proprio l'oggetto, ma potrebbe essere che quell'oggetto raccoglie una paura che deriva da altre cause. E la paura gli derivava, almeno nell'interpretazione di Freud, da un complesso edipico (dall'Edipo re che voi certamente avete studiato a scuola): ebbene il problema secondo Freud è che il piccolo Hans aveva paura del padre in quanto diventava una sorta di nemico, un ostacolo al godimento dell'affetto della madre, cioè vedeva il padre come un competitore e quindi in qualche modo ne aveva paura. Paura però che, come ripeto, dal padre si sposta poi su un altro oggetto.
la paura sia un nodo di partenza per la follia, per molte delle manifestazioni di follia. Cioè in altre parole, alla paura bisogna rispondere, cioè l'uomo, ciascuno di noi, di fronte ad una paura , in particolare, la paura intensa o duratura nel tempo, deve dare una risposta. E questa risposta è una vera e propria reazione. E sono due le possibili reazioni di fronte, di fronte alla paura: la fuga è quella, se vuoi, quella di una, di una preda di fronte al predatore, insomma che scappa. Naturalmente nell'uomo non necessariamente si fugge coi muscoli, scappando, ma c'è una fuga psicologica. Per cui di fronte a una situazione di paura c'è una fuga. Prima si rimane come attoniti, quasi passivi, poi ci si allontana, poi si comincia a dire: "No, io in quella situazione che mi spaventa, in quella situazione, non so cavarmela, quindi mi allontano". Poi uno comincia a dire: "Beh, ma non è solo in quella situazione, io sono incapace, non so, in realtà, cavarmela in nessuna delle situazioni". E quindi, come vedi, è una risposta alla paura fatta dal singolo, che quasi si denigra. Dice: "Io non valgo niente". E quando c'è la sensazione di non considerarsi, di non valere niente, beh, questa è già depressione. E pensa è una depressione a cui si lega spesso, come voi sapete il suicidio. E qui ritorniamo al mondo giovanile, che è quello che mi interessa molto. Tu pensa che, tra i giovani oggi, le cause principale di morte sono il suicidio e gli incidenti stradali. Guarda che è drammatico. Allora il suicidio quindi lo vediamo come una sorta di fuga, prima da quella situazione specifica, poi addirittura dalla vita, perché uno dice: "Io sono incapace di tutto. Non mi resta che morire". L'altra possibile reazione non è di fuga, ma di violenza. Cioè in altre parole uno dice: " Ma io mi trovo, ho difficoltà a inserirmi in questa situazione, in questo ambiente. Beh, ma non sono io, è l'ambiente che è contrario a me, è l'ambiente che mi rende le difficoltà", e quindi si mette nell'atteggiamento non di fuga, ma di aggredire l'ambiente, cioè distruggiamo l'ambiente. E quindi la violenza. Ora, vedi, su questi due, su queste due direttive si inseriscono tantissimi comportamenti anomali, che poi definiamo follia. E quindi, dalla paura, che poi cresce di dimensioni fino al terrore, fino proprio alla impossibilità di gestirsi, dove uno colpisce l'altro in una situazione in cui non è in grado di capire che cosa fa, perché è sopraffatto dalla paura. Ecco perché, se vuoi capire la violenza , devi prima sapere cos'è la paura, che é un nodo principale per inserire molti comportamenti, che poi chiamiamo folli.
Le sicurezze che cosa sono? Sono quegli appigli che nella vita noi abbiamo bisogno di trovare per difenderci, per sentirci sicuri. La difesa più importante dalla paura è proprio, sono proprio gli affetti, il voler bene, il sentirsi sostenuti. Ecco quindi è chiaro che, se uno comincia a capire che la propria sicurezza, che è una "terapia" - tra virgolette - della paura, sono le persone care, beh, l'idea che queste persone care possano scomparire, ti mette, ti fa sentire, ti fa vivere un'esperienza, ti fa addirittura immaginare di essere senza quegli appigli. E senza sicurezza si ha paura. In fondo potremo anche definire la paura come una perdita di ogni punto di riferimento, e quindi di quelli che sono gli appigli prevalentemente di tipo affettivo. Vedi, mi dà, mi dà l'occasione per dire: guarda sì, poi parleremo, se avremo, se voi lo vorrete anche di "terapia", quella che fanno gli psichiatri. Ma vedi, la prima "terapia" della paura la facciamo noi, come persone umane, l'essere vicino all'altro, voler bene. E non ho minimo dubbio che, per esempio, gli affetti, dall'amicizia all'amore, beh, sono delle grandi terapie per la paura. E quindi si capisce il perché la perdita di una persona cara che ti dà la sicurezza ti butta nella paura.
l'amore è un sentimento di grande sicurezza, ma proprio perché diventa qualche cosa che uno sente come indispensabile si arriva al paradosso che si ha paura di perderlo. E allora anche l'amore ha un velo di paura, che può arrivare fino a delle forme gravi, la gelosia. Vedi io sostengo che la gelosia non è una patologia. Naturalmente una gelosia che sia proprio come un sentimento di perdere il proprio amore; ecco, quindi la gelosia, che vuol dire la paura di perdere quella condizione di sicurezza, è quanto mai, è quanto mai giustificata. Certo, quando arriva a essere non più proporzionata, ad essere addirittura un delirio, per cui uno si vede braccato e vede da per tutto nemici, che gli rubano il proprio oggetto d'amore, beh diventa una vera e propria follia, perché è un delirio. Però - se vuoi, è una considerazione questa molto, molto umana -, anche l'amore che è la più grande terapia alla paura, però comporta la paura di perdere questo strumento di difesa. Quindi come vedi, questo, questo mi porta a dire che la paura è prima di tutto una caratteristica esistenziale e quindi bisogna vincere l'idea che la paura, quando la si sente, è negativa. Ma, come vi ripeto, bisogna distinguere bene la fase in cui la paura, non solo è accettabile, ma è utile al nostro vivere, da quando invece è veramente dannosa.
talvolta la paura è così forte che si segue quasi istintivamente la fuga. Però quello che io suggerisco sempre è il cercar di capire perché. Vedi, io non ho molta simpatia, anche se capisco, agli strumenti che salvano dalla paura, quelli che vengono usati... Cioè, voglio dire, tutto questo lo capisco, è pieno di umanità, ma non è questa la maniera. Io consiglio: cercar di capire il perché viene la paura, cioè chiedermi: "Ma perché ho paura di questo?" e cercare una risposta. Se non ce la fai da solo, con qualche amico, perché la paura è forte, con qualche terapeuta.
la paura, la paura clinica prende diversi volti. per esempio c'è - e l'abbiamo accennata - la malattia da attacchi di panico, che è una malattia, una vera e propria malattia, ed è piuttosto grave, perché una persona esce di casa apparentemente tranquilla, è alla guida, tutto d'un tratto sente che gli succede qualche cosa, come se stesse per morire. E spesso persone che magari chiamano aiuto, vanno al pronto soccorso, poi, magari, in tre, quattro minuti, arrivate lì, scompare tutto. Però è una paura della morte, come se stesse finendo la vita. Quindi questa è una malattia molto seria, che va affrontata clinicamente. Poi ci sono le fobie: la fobia dei luoghi chiusi, dei luoghi aperti. E pensa ce ne sono, c'è una grande varietà di questo. Quindi ci sono dei casi in cui bisogna intervenire. Io ripeto oggi ci sono due possibilità. La prima è quella di usare dei farmaci, la seconda è quella di cercar di capire dove si origina la paura. Ti dirò, c'è una terza via, che a me è molto simpatica, quella che talvolta è utile usare in successione i farmaci o la psicoterapia o anche tutte e due insieme. Cioè non sono due terapie in lotta l'uno con l'altro. Ecco io credo che come risposta ad una paura acuta può essere utile il farmaco, che riesce a togliere il dolore. Però, poi, è molto importante capire sempre da dove nasce la paura.
Gli introversi sono quelli, come sai, che tendono a guardarsi molto dentro. Sono quelli che in genere hanno anche molte più paure. E questi chiedono meno aiuto, e quindi sono più soli, finiscono per elaborare molto la propria paura, ma non ad arrivare ad una terapia. Ecco, ci sono poi gli estroversi, quelli che riescono a liberare le proprie angosce, ne parlano con tutti, cercano di coinvolgere gli altri. Ecco, credo che siano, per superare la paura, sono più, tra virgolette, più "disposti" gli estroversi, perché gli introversi accumulano, fanno anche delle fantasie che aumentano molto la paura. Vedi, però, é certo questo: bisogna arrivare alla comprensione. La prima terapia insomma è quella di parlare, delle proprie paure bisogna parlare. E io ti posso dire che oggi c'è una psichiatria che aiuta molto? Vedi per molto tempo, per molti secoli si usava l'aspersorio anche per curare la paura, perché chi era molto impaurito veniva spesso interpretato come un indemoniato, come uno preso dalle streghe, eccetera. Quindi quelle interpretazioni non scientifiche. Quindi c'erano degli strumenti per questo, strumenti anche che avevano funzione, perché rassicuravano nel momento. Beh, io credo che oggi, a questo tipo di strumenti irrazionali, si devano dare delle terapie psichiatriche, che è possibile fare. Quando tu parli con un terapeuta, che ti dà fiducia e che ti dice: "Guarda che la tua paura è possibile risolverla, parliamone. Come nasce?", nasce quella relazione i cui uno condivide con te la paura e porta a curarla.

 

Su AMORE E PAURA

Antagonismo tra paura e amore

OSHO

 

Perché il potere ci tiene sotto ostaggio con lo spavento e la paura?

Per controllarci e governarci meglio!

Più difficile governare chi è libero di amare!

 

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