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I miei maestri 5 Stampa
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James Hillman

 

james20hillmanJames Hillman è uno dei massimi psicologi viventi, uno dei più grandi innovatori della psicologia del XX secolo.
Con i suoi studi ha letteralmente capovolto la psicoanalisi sia nel metodo sia nella prassi terapeutica.
Titoli come "Anima", "Il codice dell'anima", "Le forme del potere", "Oltre l'umanesimo", "La vana fuga dagli dei", "La cucina del signor Freud", "Il potere. Come usarlo con intelligenza" rappresentano solo alcuni dei saggi che lo hanno reso celebre anche al di fuori dell'ambiente puramente accademico.
Nato ad Atlantic City 79 anni fa, Hillman dopo aver prestato servizio in Marina durante la seconda guerra mondiale, ha studiato all'Università Sorbona di Parigi e si è laureato al Trinity College di Dublino, è diventato terapeuta dopo gli studi allo Jung Institute di Zurigo, che ha successivamente diretto per dieci anni.
Nel 1960 ha pubblicato il suo primo bestseller "Emotion", con il quale ha fondato la Psicologia archetipica.
Nei suoi libri James Hillman affronta tutti i temi della cultura moderna: dalla depressione come reazione ai condizionamenti del mondo consumistico contemporaneo, alla necessità della precauzione come forma di autotutela contro le invadenze delle varie forme di potere (politico, economico, psichico); dalla vecchiaia come forma di completezza del carattere della persona, alla mancanza di ideologia nel terrorista, una specie di vendicatore solitario chiuso in se stesso, senza alcuno sbocco nella società, a differenza del rivoluzionario che invece desidera e insegue un cambiamento.
Ritenuto ormai più un filosofo che come psicologo, Hillman è riuscito a rendere accessibile al grande pubblico le sue teorie tanto da meritarsi una candidatura al premio Pulitzer e da finire nella lista dei Best seller del New York Times con l'ormai classico "Il codice dell'anima".
Nel 1992 l'università di Notre Dame, in Indiana, gli dedica un Festival of Archetypal Psychology, che dura 6 giorni, con 500 partecipanti. Pur mantenendo forti legami con l'Europa (dove ha vissuto e lavorato per più di trent'anni), insegna nelle università di Yale, Syracuse, Chicago e Dallas, e, seguendo il filo delle proprie riflessioni, si dedica anche ad una intensa attività di animazione culturale, rivolta ai più vari aggregati sociali: architetti, educatori, operatori sociali, artisti.

 

 


 

 

 

IL FUNZIONAMENTO
DELLA PSICOTERAPIA DI GRUPPO

I fattori terapeutici nella psicoterapia di gruppo secondo

 

 

Irving D. Yalom

 

      Washington 1931

yalom"In che modo la psicoterapia di gruppo aiuta i pazienti?". Con questa semplice domanda, Irving D.Yalom inizia quello che è considerato uno dei più importanti testi che siano mai stati scritti sull'argomento: Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo (1974/1997).
Ebbene, attraverso la propria esperienza clinica e quella di altri terapeuti, a cui aggiunse il parere di molti pazienti il cui trattamento aveva avuto esiti positivi, Yalom giunse all'individuazione di un insieme di elementi responsabili del cambiamento positivo in psicoterapia di gruppo, che denominò "fattori terapeutici". Qui di seguito un elenco di questi fattori con una breve descrizione.

 

 

Fattori terapeutici in psicoterapia di gruppo

 

1. Infusione della speranza.
Infondere e mantenere la speranza è un fattore molto importante in tutte le forme di psicoterapia, sia per motivare il paziente a continuare il trattamento, consentendo agli altri fattori terapeutici di agire, sia di per sé, come fiducia nella possibilità di ottenere dei risultati positivi dal metodo terapeutico prescelto.
La forza di questo fattore è dimostrata dai numerosi casi di "guarigione per fede" e dai trattamenti placebo: sia l'uno che l'altro, infatti, agiscono grazie alla speranza e alla convinzione del paziente di poter guarire.
 
2.
Universalità.
Molte persone credono di essere gli unici a soffrire di un particolare problema, che spesso assume caratteristiche spaventose o inaccettabili e che perciò viene tenuto accuratamente nascosto agli altri.
Coloro che partecipano ad un gruppo terapeutico, hanno finalmente l'occasione di ascoltare altre persone con problemi e preoccupazioni simili, ricavandone grande sollievo e fiducia nella possibilità di aprirsi ed esplorare sé stessi.
 
3.
Informazione.
Non di rado le persone sono impaurite e angosciate più dall'incertezza sull'origine, il significato e la gravità dei loro problemi, che dai problemi stessi.
Le spiegazioni e i chiarimenti forniti del terapeuta sui disturbi psicologici consentono ai pazienti di dare un senso al loro disagio e di superare le paure che derivano da questo tipo di incertezza.
L'informazione che i partecipanti ad un gruppo terapeutico ricevono durante gli incontri, non si limita solamente a questa "istruzione didattica", ma comprende anche i consigli e i suggerimenti provenienti dal terapeuta o dagli altri pazienti. Bisogna notare, però, che in questo caso gli effetti benefici non derivano dal contenuto del consiglio in sé, ma dal fatto che il dare e ricevere suggerimenti denota un reciproco interessamento ed una reciproca cura.
 
4.
Altruismo.
In genere i pazienti che iniziano la psicoterapia di gruppo possiedono un livello di autostima molto ridotto e sono convinti di essere completamente inutili per gli altri. Durante la psicoterapia, però, accade che tutti i componenti del gruppo si aiutino reciprocamente con suggerimenti, rassicurazioni, condivisione di problemi simili, ecc, e scoprire che si è importanti per altre persone costituisce un'esperienza confortante e di notevole impulso per l'autostima.
 
5. Ricapitolazione correttiva del gruppo primario familiare.
La maggior parte dei pazienti che intraprendono la terapia di gruppo, ha vissuto esperienze insoddisfacenti all'interno di quello che può essere considerato il primo e più importante gruppo di ciascuno: la propria famiglia d'origine.
All'interno del gruppo, ogni paziente rivive in qualche modo i propri conflitti familiari, ma in maniera correttiva, cioè mettendoli in discussione ed elaborandoli con l'aiuto dello psicoterapeuta e degli altri membri del gruppo.
 
6.
Sviluppo di tecniche di socializzazione.
Ogni paziente ha la possibilità, attraverso le osservazioni provenienti dagli altri partecipanti al gruppo terapeutico (feedback), di rendersi conto di proprie modalità di interazione sociale inadeguate e, conseguentemente, di apprenderne di nuove, migliorando considerevolmente la propria competenza sociale, il che costituisce un fattore terapeutico molto importante.
 
7. Comportamento imitativo
Un fattore terapeutico in genere sottovalutato è quello del comportamento imitativo, cioè il processo mediante il quale un membro del gruppo può assumere come modello alcuni aspetti positivi del terapeuta o degli altri partecipanti.
 
8. Apprendimento interpersonale
L'apprendimento interpersonale costituisce un fattore terapeutico ampio e complesso che comprende diversi aspetti:
- acquisizione di maggior consapevolezza circa i propri atteggiamenti sociali inadeguati;
- valutazione dell'impatto dei propri comportamenti sugli altri;
- acquisizione della consapevolezza di poter cambiare i propri atteggiamenti verso gli altri;
- apprendimento della capacità di stabilire relazioni interpersonali gratificanti e libere da distorsioni;
- possibilità di sperimentare nuovi comportamenti;
- possibilità di verificare le conseguenze dei nuovi comportamenti acquisiti all'interno del gruppo;
- utilizzazione delle nuove capacità acquisite al di fuori del gruppo.
 
9.
Coesione di gruppo
La coesione di gruppo non costituisce di per sé un fattore terapeutico, ma è una condizione necessaria affinché una psicoterapia risulti efficace.
I membri di un gruppo coeso, infatti, mostrando maggiore comprensione e accettazione reciproca, creano l'atmosfera idonea all'espressione e all'esplorazione di sé, e di conseguenza ad un maggior grado di autoconsapevolezza e di crescita personale.
 
10.
Catarsi
La catarsi, cioè l'espressione di emozioni a lungo represse, non costituisce di per sé un fattore di cambiamento fondamentale, ma acquista molto valore se associato ad altri fattori terapeutici.
 
11.
Fattori esistenziali
I fattori esistenziali, non sempre riconosciuti per la loro importanza in psicoterapia, comprendono l'acquisizione di maggior consapevolezza di quegli aspetti fondamentali della nostra vita (la responsabilità, la solitudine, il senso dell'esistenza, la morte, ecc.) che ognuno, prima o poi, è costretto ad affrontare.

 

Note
Per ulteriori approfondimenti:

Irvin D. Yalom, Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, Boringhieri, 1997

 

Esiste in tutti gli individui un'inclinazione innata alla crescita e all'autorealizzazione. Il terapeuta non deve fornire queste qualità ai pazienti (come se potessimo farlo!); deve invece rimuovere gli ostacoli che bloccano il processo di crescita, e uno dei modi in cui operiamo in tal senso è cercando di creare un'atmosfera terapeutica ideale.
da Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo
, 1995 (Boringhieri, 1997).


I terapeuti e i loro pazienti possono avere visioni differenti riguardo ai fattori terapeutici significativi, e le differenze stanno in questo: i pazienti sottolineano sempre l'importanza della relazione e le qualità umane e personali del terapeuta.
Ibid

 


 

 

 

Harry Stack Sullivan


stucksullivanHerbert "Harry" Stack Sullivan (Norwich, 21 febbraio 1892 – Parigi, 14 gennaio 1949) è stato uno psichiatra e psicoanalista statunitense.
Avvicinatosi alla psicoanalisi creò la scuola di psichiatria interpersonale. Ha lavorato con altri noti psicoanalisti americani quali: Clara Thompson, Karen Horney, Erich Fromm, Erik H. Erikson e Frieda Fromm-Reichmann.
Sullivan postula che tutti i comportamenti sono la somma delle varie motivazioni che influiscono sulla persona in ogni momento specifico. Il senso della scelta è un riflesso nella coscienza della convergenza di vari motivi che si riconducono ai bisogni di soddisfacimento e di sicurezza.
Fu uno dei fondatori del William Alanson White Institute, uno dei principali Istituti psicoanalitici Statunitensi, e della rivista scientifica Psychiatry. Diresse la Washington School of Psychiatry dal 1936 al 1947.
Il suo contributo sulle tecniche del colloquio clinico, in cui delineava un approccio meno nosografico e più interpersonale rispetto ai modelli classici, ha avuto molta influenza nella psichiatria statunitense degli anni '40 e '50. Nel suo approccio, il colloquio diviene uno strumento non solo anamnestico, ma anche di analisi delle dinamiche relazionali usate dal soggetto, e di cui questi non è sufficientemente consapevole. Il superamento di tali "disattenzioni selettive" nei confronti dei propri stessi processi relazionali diviene quindi parte del processo terapeutico.
Tra i suoi contributi principali, hanno avuto una rilevante importanza anche i tentativi di estendere alla schizofrenia le forme del trattamento psicoanalitico, la gestione dei reparti psichiatrici basata su processi relazionali e non solo autoritativi, la riflessione sulla comunicazione paratassica (ovvero influenzata dalle rappresentazioni precedenti dell'altro) e l'analisi della centralità delle forme di interazione interpersonale nella costruzione e nel mantenimento dei disturbi psicologici e psichiatrici; da questo punto di vista, la sua lezione è stata importante sia per i successivi sviluppi della scuola sistemica che, per certi versi, della psicoanalisi relazionale ed intersoggettiva.
Pubblicazioni principali
(a cura di H.S.Perry, M.L. Gawel) Interpersonal Theory of Psychiatry, 1953.
Schizophrenia as a Human Process, 1962.

 

 

 


 

 

 

 

 

THOMAS SZASZ

 


thomas_szasz2Thomas Szasz è nato a Budapest nel 1920, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1938, si è laureato in fisica e poi in medicina all'Università di Cincinnati, ha compiuto il training psichiatrico all'Università di Chicago e quello psicoanalitico al Chicago Institute for Psychoanalysis.
Szasz è dal 1956 professore emerito di psichiatria al Centro Scientifico sulla Salute della State University a New York, nonché studioso associato del Cato Institute a Washington D.C. E' considerato tra i massimi esponenti della psicoanalisi mondiale.
A Szasz è stato riconosciuto il premio Mencken. Egli è autore di molti libri tra i quali "Farmacrazia, medicina e politica in America" (2000), che l'economista Milton Friedman ha definito "Un appassionato ammonimento sui pericoli della conversione del `welfare state' in Stato Terapeutico".
Il suo libro più recente è "Liberation by Oppression: a Comparative Study of Slavery and Psychiatry".
A partire dal libro del 1961 "Il mito della malattia mentale" (rieditato recentemente da "Spirali"), che lo portò alla fama internazionale (e all'emarginazione da parte delle società psicoanalitiche, quella lacania-na compresa), il dottor Szasz si è sempre focalizzato sui temi della libertà e della responsabilità, e ci ha ammonito sui pericoli per le libertà civili derivanti dalla pratica dell'internamento negli ospedali psichiatrici di pazienti a prescindere dalla loro volontà.
Del 1965 è "L'etica della psicoanalisi" (ed. Armando) in cui Szasz considera la psicoanalisi una forma laica di confessione. Egli paragona il contratto psicoanalitico al bridge in cui il contratto di gioco viene di volta in volta modificato. T. Szasz ci ha sempre stimolato a resistere alla medicalizzazione della condizione umana, quando essa arrivi al punto di limitare le nostre autonomie e la nostra libertà.
E ancora lo ha fatto nell'Ottobre 2005 al primo Festival della Psicoanalisi organizzato dall'AEP (Associazione Europea di Psicoanalisi di cui è socio fondatore) a Fidenza.
Del 1976 è "La schizofrenia, simbolo sacro della psichiatria" in cui si dimostra che la qualità dell'atteggiamento scientifico con cui ci si pone ancora oggi verso la schizofrenia è la stessa con cui ci si poneva nei secoli andati verso il flogisto, sostanza immaginaria. La schizofrenia è il flogisto attuale: una situazione totalmente immaginata (dagli psichiatri!).
T. Szasz ripercorre la storia essenziale della psichiatria smascherandone la natura pseudoscientifica di cui si è sempre più impregnata trascinando nella sua falsa coscienza la falsa coscienza di una società a cui essa tornava comoda. In questo rapporto collusivo tra pseudoscienza e società sono stati distrutti migliaia di destini con l'imprimatur della medicina (che sola può parlare di corpo malato e di terapia per guarire) all'interno della quale la psichiatria trovava e trova protezione. Anche se tale pseudoscienza prometteva futuri sviluppi (specie nelle persone di Bleuler e Kraepelin:
psichiatri e non scienziati!)) che avrebbero dato fondamento alle sue descrizioni circa le psicopatologie, in realtà non è stato fatto un passo in quella direzione ma neanche un passo indietro rispetto all'ipotesi che oggi si dimostra perlomeno falsa. Lo schizococco non è stato trovato ma ormai la parola schizofrenia e dintorni vivono di vita propria e si continua a diagnosticarle e curarle come se davvero se ne fosse trovata la base "reale".
Szasz non è così sciocco da negare i comportamenti "anomali" ma un conto è il comportamento visibile (al massimo deviante, disdicevole ecc.) un altro è l'ipotesi sull'invisibile psiche patologizzata. In effetti non c'è niente di così violento come voler imporre un credo. Ed è ciò che la psichiatria a tutt'oggi fa e nel cui nome anche qui in Italia è tornata tra le altre, dopo decenni di dure battaglie sociali e politiche, la metodologia dell'elettroshock.
Che importa che non vi sia alcuna base scientifica?
Szasz è preoccupato di questa facile credibilità di cui gode la psichiatria solo per la contiguità forzata e da sempre ricercata con la medicina. E' preoccupato perchè la società si sta medicalizzando e la medicina si sta appropriando di tutti gli aspetti della vita.
Un contributo in tal senso viene dato anche dalla psicoanalisi di Freud e di Jung quando sostengono che la psicoanalisi cura alcune malattie mentali.
Solo A. Adler e O. Rank furono molto fermi a scindere psicoanalisi da medicina. Oggi e almeno in America, la psicoanalisi, invece di declinare l'invito e la seduzione delle istituzioni, accetta, si fa corrompere e si compiace di questa identità socialmente riconosciuta di sentirsi parte integrante della psichiatria e della medicina sicchè lo Stato passa le sedute gratuitamente tramite le Assicurazioni.
Nel vocabolario diagnostico americano, ci informa Szasz, ci sono più di 350 malattie mentali elementari diagnosticate, e per ognuno di queste voci si possono ricevere farmaci, psicoterapie, soldi.
Eppure, invitato ad esprimersi sulla condizione e sulle prospettive della psicoanalisi attuale al Festival di Psicoanalisi di Fidenza, Szasz evidenzia, insieme ai limiti e a tutto ciò che la psicoanalisi non è nè deve essere, anche la portata rivoluzionaria della psicoanalisi fin dalle origini.
Al di là di mire e ambizioni personali dei suoi stessi fondatori, e dunque al di là delle stesse contraddizioni in cui spesso restarono impigliati, non si può non cogliere che nel metodo stesso della psicoanalisi furono poste le basi per una vera prassi antioppressiva che fanno dire a Szasz della psicoanalisi essere stata la forma precoce dell'antipsichiatria. Cosa c'è infatti di più umano, di più paritario, di più rispettoso, di più liberatorio per ciascuno di noi, oppresso dai sensi di colpa, dall'autorità, dalla solitudine, che il dialogo? E di cosa si serve la psicoanalisi se non del dialogo, della parola?
Cosa è dunque oggi la psicoanalisi e a cosa serve per Szasz?
Essendo nata come relazione privata e confidenziale, la psicoanalisi è secondo Szasz, almeno in America, umanamente fallita, moralmente corrotta e professionalmente morta. Se vista come trattamento per la terapia è tempo di seppellirla.
Solo dopo potremo farla risorgere come "cura secolare delle anime".
Essa dovrebbe rinascere come un ministero per la "cura delle anime" per l'uomo moderno post-religioso. Lo psicoanalista è più un "ministro" un "agente" del suo "cliente" che non un terapeuta. In quanto tale egli non deve concludere alcun concordato con gli enti secolari e statalizzati che gli farebbero perdere la totale e libera disponibilità nella stipula del contratto col suo "cliente".
Per nessun motivo dovrebbe cedere a clausole inficianti l'obbligo alla segretezza. Un rapporto paritario o è tale o non può produrre fiducia se non è capace di testimoniarlo.
La psicoanalisi dovrebbe dunque essere strumento per incrementare responsabilità e libertà nella gestione della propria vita. Egli si esprime parafrasando Albert Camus: "Scopo della vita può essere solo incrementare la qualità di libertà e responsabilità in ogni uomo e nel mondo. [...] Per definizione lo scrittore [lo psicoanalista] non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia ma deve essere al servizio di chi la subisce. La sua arte non può farsi corrompere.
Qualunque possa essere la debolezza personale, la nostra arte affonderà sempre le sue radici in due principi difficili da soddisfare: il rifiuto a mentire su ciò che si sa e l'eterna resistenza all'oppressione".

 

 


 

 

 

 

 

ronlaingRonald David Laing (Glasgow, 7 ottobre 1927 – Saint-Tropez, 23 agosto 1989) è stato uno psichiatra scozzese.

Ronnie Laing [1927-1989]. Scozzese e Psichiatra. Probabilmente il più conosciuto psichiatra radicale del nostro tempo, lavorò come terapista, soprattutto in Inghilterra, nel campo della follia umana, lasciando un’impronta profonda con i suoi scritti. Applicò il concetto di filosofia esistenziale all’esperienza della cosiddetta schizofrenia, dedicando il lavoro di una vita nel tentativo di re-descrivere l’esperienza psicotica attraverso una comprensione di tipo umanistico nel tentativo di reintrodurla all’interno di una quotidiana attenzione e tolleranza della società con una ferma opposizione alla ospedalizzazione psichiatrica delle persone destinate a diventare lo psicotico della famiglia. Formulò la visione della pazzia come tentativo dell’individuo di curarsi spontaneamente dalle situazioni folli in cui è costretto a vivere, e come questo tentativo sia da considerare alla stregua di un naturale processo di guarigione che dovrebbe essere aiutato a fare il suo corso invece di ostacolarlo, bloccarlo e sospenderlo per sempre con energiche somministrazioni di intrugli psicofarmacologici, sino a rinchiudere la gente negli "istituti psichiatrici" in un processo di totale degradazione. Molto conosciuto per i suoi numerosi contributi al movimento denominato "antipsichiatria".


Malattia mentale e ontologia 
In alcuni saggi famosi propose un nuovo punto di vista sulla malattia mentale. In particolare scrisse sulla condizione schizoide e sulla psicosi.
Nel suo primo libro, L'io diviso (The divided self, Glasgow 1955), pubblicato a soli ventotto anni, dichiarava apertamente di ispirarsi alla filosofia esistenzialista e definisce la sua prospettiva “psichiatria esistenziale”.
Fu uno dei primi medici a descrivere la malattia mentale come una forma di “esperienza” esistenziale o punto di vista che, in linea di principio, è perfettamente comprensibile agli altri e dotato di senso. In particolare, in L'io diviso suggerisce come le problematiche inerenti all'insicurezza ontologica del singolo individuo si intreccino con la variegata fenomenologia delle turbe psichiche.
A partire da queste riflessioni svilupperà la tematica, centrale negli psichiatri che a Laing e all'antipsichiatria faranno riferimento, delle dinamiche di invalidazione tipiche delle famiglie schizofrenogeniche.

L'antipsichiatria Laing fu tra i principali ispiratori del movimento detto antipsichiatria, una corrente scientifica di cui tuttavia non arrivò a condividere le conclusioni più estreme. In particolare, volle continuare a definirsi uno psichiatra, sostenendo l’esistenza della malattia mentale, intesa come sofferenza psichica, di cui è necessario ricercare la cura attraverso l'intervento esterno del medico.

L'alienazione sociale Molto vicino filosoficamente alle posizioni della fenomenologia e particolarmente all'esistenzialismo-marxista di Jean-Paul Sartre, si è sempre mostrato molto critico rispetto alla visione della malattia mentale propugnata dalla psichiatria tradizionale, in special modo nei confronti della schizofrenia che all'epoca veniva "trattata" nei manicomi istituzionali.
Le sue posizioni in materia di salute mentale non erano avulse da una critica del capitalismo, elemento questo tipico anche di altri esponenti dell'anti-psichiatria come David Cooper e Félix Guattari, nei quali le problematiche dell'alienazione mentale e quelle dell'alienazione sociale si intrecciano.
Malgrado il suo risconoscimento dell'alienazione sociale da riferire alla struttura economica capitalistica, rispetto per esempio a un David Cooper, Ronald David Laing si è tenuto più distante da un impegno direttamente politico in senso militante.
In effetti, la sua analisi più che orientarsi nel senso di una politica partitica (come fece invece l'antipsichiatria italiana, soprattutto nel filone di Franco Basaglia) si pose di fronte ai micro-sistemi sociali e psicologici (la "famiglia reale" e la "famiglia interiorizzata") e quindi ad una "microfisica del potere" così come intesa e impostata in quegli stessi anni 70-80 da Michel Foucault (Vedi soprattutto "L'io diviso", 1959, e "La politica della famiglia", 1968). Eredi italiani di questa ricerca sono autori come Leo Nahon, Vincenzo Caretti, Nicola Ghezzani, Paolo Tranchina, Luigi Anepeta, Maria Felice Pacitto. Alla ricerca della matrice dell'esperienza Laing ultimamente, nel proseguire la sua ricerca nel campo della psicologia, si è inoltrato in studi approfonditi sempre più indietro alle prime fasi della vita prenatale.
Nell'ultimo periodo della sua vita Laing fu sospeso dalla pratica della medicina per alcoolismo e, divorziato tre volte e con dieci figli a carico, dovette affrontare seri problemi finanziari.


Bibliografia 

L'io diviso (1959)
L'Io e gli altri (1959)
Ragione e violenza (1964)
Normalità e follia nella famiglia (1964)
La politica dell'esperienza (1967)
La politica della famiglia (1969)
Nodi (1970)
I fatti della vita (1976)
Mi ami? (1976)
Conversando con i miei bambini (1977)
Intervista sul folle e il saggio (1979)
Nascita dell'esperienza (1982)

 

inoltre:

 

Psicoanalisi e femminismo: Freud, Reich, Laing e altri punti di vista sulla donna, di Juliet Mitchell, Einaudi (1976)
Asylum: Un film su una comunità psichiatrica di R.D. Laing, di Peter Robinson, Einaudi (1977)
La follia contestata: da Freud a Laing, di Carlo Ravasini, Guaraldi (1977)
L'amnesia sociale: critica della psicologia conformista da Adler a Laing, di Russell Jacoby, Edizioni di Comunità (1978)
Le radici dell'esperienza: dalla fenomenologia di Laing alla critica della psicoanalisi, di Vincenzo Caretti, Astrolabio (1982)
Verso una nuova saggezza: conversazioni con Gregory Bateson, Indira Gandhi, Werner Heisenberg, Krishnamurti, Ronald David Laing, Ernest F. Schumacher, Alan Watts e altri personaggi straordinari, di Fritjof Capra, Feltrinelli (1990)
The wing of madness. The life and work of R.D.Laing ,di Daniel Burston. HARVARD UNIVERSITY PRESS.Cambridge, Massachusetts,and London, England. (1996).
Il cogito ferito di R.D. Laing e la crisi della conoscenza scientifica del soggetto nel '900, di Roberta Calandra, Zephyro (2006).


Gli uomini di stato che vantano minacciosamente il possesso dell'arma finale sono di gran lunga più pericolosi e più estraniati dalla realtà, di molti ai quali è stata applicata l'etichetta di psicotico 

 


Ronald Laing, L'Io diviso - The Divided Self  (1ª pubbl.): 1955.

Indice

1 La schizofrenia e la divisione dell'io
1.1 Il sole nero
2 Curiosità
3 Bibliografia
4 Voci correlate
5 Collegamenti esterni
 

La schizofrenia e la divisione dell'io 

Laing scrive la sua opera più importante a ventotto anni, per parlare del complesso fenomeno della Schizofrenia. Per Laing non è solo una malattia psichica, ma la "malattia del nostro tempo".


Il sole nero 

Un'allucinazione importante che disegnavano e di cui parlavano alcuni pazienti sui loro quaderni era il "sole nero".

«E' nata sotto un sole nero. E' il sole di occidente. Io sono la steppa. Lei è una città in rovina. lei è lo spirito del giardino delle erbacce. La brocca è rotta, il pozzo è secco»
                                                         (Giulia, paziente)


Curiosità 


Laing racconta che la visione del film italiano "La strada" (non lo ricorda ma è quello di Federico Fellini) ha aiutato a guarire una sua paziente schizofrenica.
Un paziente schizofrenico ha vissuto per lunghi periodi a casa di Laing, anche se a quei tempi era un'idea contraria a tutte le regole mediche. 


Ronald Laing è morto?

Io non lo credo. Laing è vivo. Vive nei pugni contro le porte chiuse dei manicomi, delle cliniche private, dei reparti ospedalieri. Vive nel rifiuto di farsi imbottire di psicofarmaci, di farsi internare, annullare e annichilire nelle case famiglia, di farsi mettere da parte, di farsi strappare dal proprio quotidiano, di naufragare in una fotocopia di vita, nel mondo del "come se".

Laing è vivo. Vive nella lotta per farsi ascoltare e capire, per poter vivere fino in fondo la propria esperienza di follia, per poterla comunicare, insegnarla, venirne fuori, senza paura, senza violenza. Laing vive in mezzo alla gente che fa a meno della psichiatria, che si rifiuta di dare ad alcuni il potere di gestire la propria vita e le proprie relazioni.

Dove c'è la psichiatria, lì sono impossibili le persone. Non c'è possibilità di una psichiatria "alternativa". La psichiatria è manicomio: è negazione dell'altro, di ciò che sente, vuole fa, del suo modo di vivere e intendere, del suo diritto di decidere con chi, come, quando, parlare.

L'antipsichiatria è appunto questo: fare in modo che le persone si incontrino, scontrino, si confrontino liberamente nella propria/altrui esperienza quotidiana di follia/normalità, che ne trovino il filo, i nessi, che ne capiscano il linguaggio comune, che l'accettino come possibilità umana.

Laing vive nella lotta per impazzire senza "essere trattati come pazzi", senza averne (o fare) paura, Vive nella lotta per negare la "malattia mentale", stigma con cui la psichiatria marchia e uccide milioni di persone in tutto il mondo.

La malattia mentale non esiste. E' un mito, un'ipotesi, un dio a cui abbiamo sacrificato milioni di vite, sottoposto esseri umani a sofferenze e a deprivazioni inaudite, costringendoli per decenni in spazi chiusi, costringendole a vagare come zombie per le nostre strade privi del diritto di esistere e di contare per qualcuno, obbligandoli a convivere con sconosciuti, a perdere ogni intimità, ad elemosinare il diritto di vivere, avere relazioni, gestire i propri soldi, esprimersi, prendere l'autobusè respirare.

 

 

"La caratteristica specificatamente umana dei raggruppamenti sociali umani può essere sfruttata per rappresentarli come sistemi disumani. Tutti coloro che cercano di controllare il comportamento di un gran numero di altre persone lavorano con l’esperienza di quelle altre persone. Una volta che le persone hanno sperimentato una certa situazione in maniera simile, ci si può aspettare che reagiscano in maniere simili. Mettete gli individui in condizione di volere la stessa cosa, di odiare le stesse cose, sentirsi trattati alla stessa maniera, e il loro comportamento sarà prigioniero. Avrete i vostri consumatori o la vostra carne da cannone. Diffondete l’idea dei Neri come subumani o dei Bianchi come viziosi e decadenti, e i comportamenti posso essere manovrati in maniera conseguente...

L’inerzia dei raggruppamenti sociali umani, tuttavia, sebbene possa apparire come la negazione autentica della prassi, è in effetti nient’altro che il prodotto della prassi. L’inerzia di gruppo può essere soltanto strumento di mistificazione in quanto considerata come parte del ‘naturale ordine delle cose’. L’abuso ideologico di una tale idea è ovvio. Serve evidentemente gli interessi di coloro il cui interesse è avere gente che crede che lo status quo sia voluto dall’’ordine naturale’. Per volere divino o ‘cause naturali’ ... Il gruppo diviene una macchina e si dimentica che è una macchina fatta di esseri umani e che la macchina è fatta dai medesimi uomini. E’completamente difforme da una macchina costruita dall’uomo che può avere un’esistenza propria. Il gruppo è l’uomo stesso che cerca sè stesso nei modelli e nei livelli, assumendo e assegnando differenti energie, funzioni, ruoli, obblighi, diritti ecc."

 

Ronnie Laing- La Politica dell’Esperienza - 1967

 

* * *

 

NODI #5

 

da: Nodi, Einaudi, 1970. Traduzione di Camillo Pennati.

 

5

Tutto in tutto

Ciascun uomo in tutti gli uomini

tutti gli uomini in ciascun uomo

Tutto l’essere in ciascun essere

Ciascun essere in tutto l’essere

Tutte le cose in ciascuna cosa

Ciascuna cosa in tutte le cose

Tutte le distinzioni sono mente, con la mente, nella mente, della mente

Niente distinzioni niente mente per distinguere


*

Si è dentro

poi fuori ciò che si è stati dentro

Ci si sente vuoti

perché non c’è nulla dentro di sé

Si cerca di fare entrare dentro di sé

il dentro del fuori

che un tempo si era dentro

una volta che si cerca di entrare dentro ciò che

si è fuori:

per mangiare e essere mangiati

perché il fuori divenga il dentro e per essere

all’interno dell’esterno

Ma ciò non basta. Si cerca di portar

dentro il dentro di ciò che si è fuori, e

di portar dentro il fuori. Ma non si porta

dentro il fuori col portar il fuori dentro

perché;

sebbene si sia colmi dentro del dentro del fuori

si è al di fuori del proprio dentro

e col portar dentro il fuori

si rimane vuoti perché

mentre si è al di dentro

anche il dentro del fuori è di fuori

e dentro di sé non c’è ancora nulla

Non c’è mai stato

né ci sarà nient’altro.

*

Io lo faccio

ciò che io faccio è

l’io che lo fa

l’io che lo fa è

ciò che io faccio

ciò che fa l’io che fa

è nel fare l’io che lo faccia

io sono fatto da ciò che io faccio

nel farlo

Si ha paura

di me che ha paura

di me che ha paura

di me che ha paura

Forse si può parlare di immagini riflesse

*

Sebbene innumerevoli esseri siano stati condotti al Nirvana

nessun essere è stato condotto al Nirvana

Prima che si passi la porta

si può anche non essere consci che c’è una porta

Si può pensare che c’è una porta da attraversare

e cercarla a lungo

senza trovarla

La si può trovare e

può darsi che non si apra

Se si apre la si può attraversare

Nell’attraversarla

si vede che la porta che si è attraversata

era l’io che l’ha attraversata

nessuno ha attraversato la porta

non c’era porta da attraversare

nessuno ha mai trovato una porta

nessuno ha mai compreso che mai c’è stata porta

*

Coloro che sanno che il discorso sulle dharma 1

è come una zattera

dovrebbero rinunciare alle dharma, e più ancora

alle non-dharma.

Sentendo dire che le dharma e più ancora le non-dharma

sono cose cui si dovrebbe rinunciare

qualcuno è dell’opinione che non c’è porta

questa è la loro opinione

non c’è modo di sapere se non

attraversandola

*

un dito addita la luna

Mettete l’espressione

un dito addita la luna, tra parentesi

(un dito addita la luna)

L’asserzione:

«Un dito addita la luna è tra parentesi»

è un tentativo di dire che tutto ciò che è nella parentesi

( )

è, in rapporto a ciò che non è nella parentesi,

ciò che un dito è alla luna

Mettete tutte le espressioni possibili tra parentesi

Mettete tutte le forme possibili tra parentesi

e mettete le parentesi tra parentesi

Ogni espressione, e ogni forma,

è rispetto a tutto ciò che non ha espressione e non ha forma

ciò che un dito è alla luna

tutte le espressioni e tutte le forme

additano a ciò che non ha espressione e forma

la proposizione

«Tutte le forme additano a ciò che non ha una forma»

è essa stessa un’asserzione formale

*

Non,

come il dito sta alla luna

così la forma sta a ciò che non ha forma

ma,

come il dito sta alla luna

così

tutte le espressioni forme proposizioni possibili,

compresa questa, fatte o ancora da farsi,

insieme alle parentesi

stanno a

*

Che dito interessante

lasciamelo succhiare

Non è un dito interessante

tiralo via

*

L’asserzione non addita

Il dito è ammutolito

 

 

 


 

 

 

Daniel Goleman

 

golemandDaniel Goleman, psicologo laureato ad Harvard, ha il merito di aver portato alla ribalta il concetto di "E.I." quale alternativa alle misure più tradizionali di I.Q. grazie al suo bestseller del 1995, Emotional Intelligence. Il libro, per un anno e mezzo nella lista dei bestseller del New York Times, è stato stampato in oltre 5.000.000 di copie in tutto il mondo e tradotto in trenta lingue.
Goleman è l'autore di Working with Emotional Intelligence, Primal Leadership: Learning to Lead with Emotional Intelligence - scritto con Richard Boyatzis e Annie McKee - e di Destructive Emotions: How Can We Overcome Them?. Il suo ultimo libro, Social Intelligence: The New Science of Human Relationships, descrive le molte implicazioni dell'intelligenza sociale, la parte interpersonale dell'intelligenza emotiva. Il suo articolo, What Makes A Leader?, è divenuto la miglior riedizione di un bestseller nella storia del Harvard Business Review. La rubrica che tiene sul Times gli è valsa per ben due volte il premio Pulitzer.

Goleman è co-titolare del Consortium for Research on Emotional Intelligence in Organizations presso la Graduate School of Applied and Professional Psychology della Rutgers University. È cofondatore della Collaborative for Academic, Social and Emotional Learning presso il Child Studies Center della Yale University. Ha inoltre ricevuto molti premi per le sue pubblicazioni, incluso il Career Achievement Award in giornalismo dalla American Psychological Association.
Riconoscendogli l'impegno nel comunicare le scienze comportamentali al pubblico, è stato eletto Membro dell'American Association for the Advancement of Science. È anche stato incluso nella lista dei dieci intellettuali più prestigiosi in materia di business della Accenture Institute for Strategic Change. 

La misura del Q.I. riferita alle tradizionali capacità logico-matematiche, verbali e spaziali, effettuata tramite gli usuali test di intelligenza, mostra i suoi limiti quando viene utilizzata come indice per prevedere il successo che un dato individuo otterrà nella vita professionale e, più in generale, in quella sociale. Spesso, infatti, a elevati quozienti intellettivi, corrispondono risultati modesti o addirittura mediocri nel campo del lavoro e della riuscita sociale.

Tale constatazione ha portato poco per volta al riconoscimento che l'intelligenza basata sull'esercizio della pura razionalità costituisce soltanto un aspetto delle più generali capacità che permettono all'uomo di misurarsi con le diverse situazioni incontrate nella vita di tutti i giorni e di risolvere adeguatamente i problemi che esse implicano.

Questo orientamento sembrerebbe essere confermato anche su un piano prettamente neurofisiologo: recenti studi effettuati dal portoghese Antonio Damasio dimostrerebbero che la maggior parte delle nostre scelte e decisioni non sono il risultato di una attenta disamina razionale dei pro e dei contro relativi alle diverse alternative possibili. In molti casi, infatti, le facoltà razionali verrebbero affiancate dall'apparato emotivo, il quale costituirebbe una sorta di "percorso abbreviato", capace di farci raggiungere una conclusione adeguata in tempi utili.

La componente emotiva coinvolta nelle decisioni sarebbe anzi determinante nei casi in cui queste riguardano la nostra persona o coloro che ci sono vicini. A riprova delle sue tesi, Damasio riporta i casi di alcuni pazienti che, in seguito a danni neurologici subiti in determinate zone cerebrali, erano divenuti completamente incapaci di prendere una decisione, pur essendo perfettamente in grado di effettuare una valutazione corretta di tutti i fattori implicati.

La nozione di intelligenza emotiva, già descritta da Howard Gardner nelle due forme, intrapersonale e interpersonale, è stata tuttavia sviluppata nei suoi molteplici componenti e conseguenze pratiche da Daniel Goleman, il quale distingue due principali sottocategorie:


1. Le competenze personali, riferite alla capacità di cogliere i diversi aspetti della propria vita emozionale;


2. le competenze sociali, relative alla maniera con cui comprendiamo gli altri e ci rapportiamo ad essi.


L'intelligenza emotiva personale

Comprende la consapevolezza di sé, che ci porta a dare un nome e un senso alle nostre emozioni negative, aiutandoci a comprendere le circostanze e le cause che le scatenano; più in generale essa permette una autovalutazione obiettiva delle proprie capacità e dei propri limiti, così da riuscire a proporsi mete realistiche, scegliendo poi le risorse personali più adeguate per raggiungerle.

Anche l'autocontrollo fa parte delle competenze personali. Esso implica la capacità di dominare le proprie emozioni, il che non vuol dire negarle o soffocarle, bensì esprimerle in forme socialmente accettabili. L'incapacità di gestire le proprie emozioni, può portare infatti ad agire in maniera inopportuna, e magari a forme di esagerata aggressività nei confronti degli altri, offrendo di sé un'immagine ben poco lusinghiera. Chi è padrone di sé, riesce di solito a comportarsi in maniera appropriata alla situazione, tenendo conto delle regole del vivere sociale, riconoscendo le proprie responsabilità e i propri errori, rispettando gli impegni presi e portando a compimento i compiti assegnatigli.

Tra le competenze personali può essere inoltre collocata la capacità di alimentare la propria motivazione, mantenendola anche di fronte alle difficoltà o quando le cose non vanno come avevamo previsto o speravamo.

La capacità di motivarsi è formata da una giusta dose di ottimismo e dallo spirito di iniziativa, attituidini che spingono a perseguire i propri obiettivi, reagendo attivamente agli insuccessi e alle frustrazioni.

 

L'intelligenza emotiva sociale 

E' costituita da quell'insieme di caratteristiche che ci permettono di relazionarci positivamente con gli altri e di interagire in modo costruttivo con essi.

Una delle componenti più importanti di questo aspetto dell'intelligenza è costituita dall'empatia, ossia dalla capacità di riconoscere le emozioni e i sentimenti negli altri, ponendoci idealmente nei loro panni e riuscendo a comprendere i rispettivi punti di vista, gli interessi e le difficoltà interiori. Essere empatici significa percepire il mondo interiore dell'altro come se fosse il nostro, mantenendo tuttavia la consapevolezza della sua alterità rispetto ai nostri punti di vista.

La comunicazione, altra attitudine "sociale", è invece la capacità di parlare agli altri, facendo coincidere il contenuto esplicito dei messaggi (trasmesso dalle parole) con le proprie convinzioni ed emozioni (involontariamente rivelate attraverso il linguaggio del corpo). Comunicare in maniera efficace è anche saper ascoltare e fare domande, mantenendo una reale attenzione alle risposte emotive dei nostri interlocutori.

Secondo Goleman, l'intelligenza emotiva si può sviluppare attraverso un adeguato allenamento, diretto soprattutto a cogliere i sentimenti e le emozioni, nostri e altrui, indirizzandoli in senso costruttivo. Se, infatti, l'intelligenza legata al Q.I. tende a stabilizzarsi intorno ai 16 anni (per incominciare lentamente a declinare negli anni della maturità), l'intelligenza emotiva può essere migliorata nel corso di tutta la vita. 

Il concetto ha conquistato l'interesse del pubblico solo di recente, grazie ai best-seller di Daniel Goleman "Intelligenza emotiva" (Rizzoli 1996) e "Lavorare con Intelligenza Emotiva" (Rizzoli 1999), benché la letteratura scientifica se ne occupi già da circa un decennio.

 

Ma che cos'è quest'intelligenza emotiva?

E' una miscela equilibrata di motivazione, empatia, logica e autocontrollo, che consente, imparando a comprendere i propri sentimenti e quelli degli altri, di sviluppare una grande capacità di adattamento e di convogliare opportunamente le proprie emozioni, in modo da sfruttare i lati positivi di ogni

situazione.

Il termine intelligenza emotiva usato da Goleman si riferisce alla "capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali". Sono abilità complementari ma differenti dall'intelligenza, ossia da quelle capacità meramente cognitive rilevate dal Q.I., che rappresenta l'indice generale delle facoltà cognitive.

Tra queste abilità complementari rientrano ad esempio la capacità di motivare se stessi e di continuare a perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; la capacità di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; la capacità di modulare i propri stati d'animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; la capacità di essere empatici e di sperare.

Più in generale, alla base dell'intelligenza emotiva ci sono due grosse competenze, caratterizzate rispettivamente da abilità specifiche.

 

 

 

 

 

COMPETENZA PERSONALE
Determina il modo in cui controlliamo noi stessi

 

 

 

Consapevolezza di sé

 

 

Comporta la conoscenza dei propri stati interiori -preferenze, risorse e intuizioni

Consapevolezza emotiva: riconoscimento delle proprie emozioni e dei loro effetti
Autovalutazione accurata: conoscenza dei propri punti di forza e dei propri limiti
Fiducia in se stessi: sicurezza nel proprio valore e nelle proprie capacità

 

  

Padronanza di sé

 

Comporta la capacità di dominare i propri stati interiori, i propri impulsi e le proprie risorse

Autocontrollo: dominio delle emozioni e degli impulsi distruttivi
Fidatezza: mantenimento di standard di onestà e integrità
Coscienziosità: assunzione delle responsabilità per quanto attiene alla propria prestazione
Adattabilità: flessibilità nel gestire il cambiamento
Innovazione: capacità di sentirsi a proprio agio e di avere un atteggiamento aperto di fronte a idee, approcci e informazioni nuovi

 

 

 

Motivazione

 

Comporta tendenze emotive che guidano o facilitano il raggiungimento di obiettivi

Spinta alla realizzazione: impulso a migliorare o a soddisfare uno standard di eccellenza
Impegno: adeguamento agli obiettivi del gruppo o dell'organizzazione
Iniziativa: prontezza nel cogliere le occasioni
Ottimismo: costanza nel perseguire gli obiettivi nonostante ostacoli e insuccessi

 

 

Tratto da Lavorare con l'intelligenza emotiva di Daniel Goleman pag. 42.

 

 

             

COMPETENZA SOCIALE

Determina il modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri

 

 

 

 

Empatia

 

 

Comporta la consapevolezza dei sentimenti, delle esigenze e degli interessi altrui

 

Comprensione degli altri: percezione dei sentimenti e delle prospettive altrui; interesse attivo per le preoccupazioni degli altri
Assistenza: anticipazione, riconoscimento e soddisfazione delle esigenze del cliente
Promozione dello sviluppo altrui: percezione delle esigenze di sviluppo degli altri e capacità di mettere in risalto e potenziare le loro abilità
Sfruttamento della diversità: saper coltivare le opportunità offerte da persone di diverso tipo
Consapevolezza politica: saper leggere e interpretare le correnti emotive e i rapporti di potere in un gruppo

 

 

 

 

Abilità sociali

 

 

Comportano abilità nell'indurre risposte desiderabili negli altri

 

Influenza: impiego di tattiche di persuasione efficienti
Comunicazione: invio di messaggi chiari e convincenti
Leadership: capacità di ispirare e guidare gruppi e persone
Catalisi del cambiamento: capacità di iniziare o dirigere il cambiamento
Gestione del conflitto: capacità di negoziare e risolvere situazioni di disaccordo
Costruzione di legami: capacità di favorire e alimentare relazioni utili
Collaborazione e cooperazione: capacità di lavorare con altri verso obiettivi comuni
Lavoro in team: capacità di creare una sinergia di gruppo nel perseguire obiettivi comuni

 

 

Tratto da Lavorare con l'intelligenza emotiva di Daniel Goleman pag. 43.

 

 

Ma allora voi siete intelligenti emotivamente parlando?

Siete in grado di capire e controllare i vostri sentimenti, di entrare in empatia con gli altri, di trovare l'equilibrio fra casa e lavoro, fra piacere e dovere, di essere ottimisti e realisti?

Se vi abbiamo colti in fallo, siamo pronti anche a tranquillizzarvi, perché l'intelligenza emotiva, a differenza del QI, può essere potenziata per tutta la vita e tende ad aumentare in proporzione alla consapevolezza degli stati d'animo, al contenimento delle emozioni che provocano sofferenza, al maggiore affinamento dell'ascolto e della sensibilizzazione empatica.

La maturità stessa riguarda il processo attraverso il quale si diventa più intelligenti circa le nostre emozioni e le nostre relazioni.

Il fatto che un bambino sia più o meno pronto per la scuola dipende dalla più fondamentale di tutte le conoscenze, ossia quella di come imparare. Il rapporto elenca i sette ingredienti fondamentali di questa capacità importantissima - tutti collegati all'intelligenza emotiva:

1. Fiducia. Un senso di controllo e padronanza sul proprio corpo, sul proprio comportamento e sul proprio mondo; la sensazione, da parte del bambino, di avere maggiori probabilità di riuscire in ciò che intraprende di quante non ne abbia invece di fallire, e che comunque gli adulti lo aiuteranno.

2. Curiosità. La sensazione che la scoperta sia un'attività positiva e fonte di piacere .

3. Intenzionalità. Il desiderio e la capacità di essere influenti e perseveranti. Questa capacità è collegata al senso di competenza, alla sensazione di essere efficaci.

4. Autocontrollo. La capacità di modulare e controllare le proprie azioni in modo appropriato all'età; un senso di controllo interiore.

5. Connessione. La capacità di impegnarsi con gli altri, basata sulla sensazione di essere compresi e di comprendere gli altri.

6. Capacità di comunicare. Il desiderio e la capacità di scambiare verbalmente idee, sentimenti e concetti con gli altri. Questa abilità è legata a una sensazione di fiducia negli altri e di piacere nell'impegnarsi con loro, adulti compresi.

7. Capacità di cooperare. L'abilità di equilibrare le proprie esigenze con quelle degli altri in un'attività di gruppo.

Il fatto che un bambino arrivi al suo primo giorno di scuola con queste capacità dipende moltissimo dal fatto che i suoi genitori gli abbiano dato o meno quel tipo di attenzioni che equivalgono a un "Heart Start" - l'equivalente, nella sfera emotiva, dei programmi "Head Start". (Pag. 231)

In base alle valutazioni dei genitori e degli insegnanti, si è accertato (negli USA, per ragazzi dai 7 e i 16 anni, per il periodo metà anni Settanta e fine anni Ottanta) un costante peggioramento in questi ambiti:

 

  • a.) Chiusura in se stessi o problemi sociali: preferenza a restare soli; non comunicare; rimuginare in silenzio; essere privi di energia; sentirsi infelici; dipendere eccessivamente dagli altri.
  • b.) Ansia e depressione: essere soli; nutrire molte paure e preoccupazioni; avere il bisogno di essere perfetti; non sentirsi amati ; sentirsi nervosi o tristi o depressi.
  • c.) Difficoltà nell'attenzione e nella riflessione: incapaci di fare attenzione o di restare seduti tranquilli; fantasticare a occhi aperti; agire senza riflettere; essere troppo nervosi per concentrarsi; avere risultati scolastici scadenti; incapacità di distogliere la mente da un pensiero fisso.
  • d.) Delinquenza o aggressività: frequentare ragazzi che si cacciano nei guai; mentire e imbrogliare; litigare spesso; trattare gli altri con cattiveria; pretendere attenzione; distruggere gli oggetti altrui; disobbedire a casa e a scuola; essere testardi e di umore mutevole; parlare troppo; prendere in giro gli altri in maniera eccessiva; avere un temperamento collerico. [pag.273]

 

Studi a lungo termine su centinaia di bambini cresciuti in povertà, in famiglie violente o allevati da un genitore con gravi disturbi mentali, mostrano che coloro che sanno resistere persino di fronte alle più tremende avversità posseggono in genere abilità emozionali fondamentali . Queste comprendono la capacità decisiva di socializzare in maniera vincente attirando gli altri verso di sé, la fiducia in se stessi, un ottimismo persistente anche di fronte al fallimento e alla frustazione, la capacità di riprendersi in fretta dai dispiaceri e un'indole accomodante. [pag.299]

 

L’intelligenza emotiva può essere definita l’intelligenza del cuore. E’ responsabile della nostra autostima, della consapevolezza dei nostri sentimenti, pensieri, emozioni; presiede alla nostra sensibilità, all’adattabilità sociale, all’empatia, alla possibilità di autocontrollo. Essere dotati di intelligenza emotiva significa controllare i sentimenti, così da esprimerli in modo appropriato ed efficace. In termini generali l’intelligenza si può definire come, la capacità di far fronte, nel migliore dei modi, alle richieste del mondo. Alla luce delle conoscenze attuali sul funzionamento del cervello umano, essere intelligenti, significa quindi saper attingere al complesso delle nostre risorse, sia sul piano intellettivo che emozionale.
Possediamo dunque, due diversi tipi d’intelligenza: quella razionale e quella emotiva; la qualità della nostra vita ed il grado di soddisfazione che sperimentiamo, è determinato dall’espressione di entrambe le forme d’intelligenza. Le emozioni rivestono un ruolo importante in quanto, nel continuo scambio, tra sentimenti e pensiero, la risposta emozionale guida le nostre decisioni e i nostri comportamenti in ogni momento della nostra vita, permettendoci un approccio razionale agli eventi o rendendolo, in alcuni casi, difficile.
Così anche il pensiero razionale può avere un ruolo dominante sulle nostre emozioni, ad esclusione di quei momenti in cui le emozioni prendono il controllo totale delle nostre risposte, spesso, con conseguenze difficili da gestire (pensiamo ad un’esplosione di rabbia o a quando siamo attanagliati dal panico).
Le recenti scoperte neurofisiologiche hanno portato alla conoscenza di quali aree del nostro cervello sono maggiormente coinvolte nella gestione delle emozioni, e grazie al contributo di P. Salovey e J. Mayer (1990) è stata elaborata la concezione dell’intelligenza emotiva, diffusa successivamente da D. Goleman (1995), che ha approfondito il rapporto tra mente razionale e mente emozionale. Sappiamo oggi che non esiste un unico centro emozionale deputato all’attivazione delle risposte emotive; un ruolo però, di fondamentale importanza è svolto dall’amigdala, che ha sede nel Sistema Limbico del nostro cervello.
Le emozioni (la parola emozione deriva dal latino movere, ex , fuori da) sono un insieme di risposte neurali e chimiche, che si attivano in tutto l’organismo e hanno il compito di proteggerlo. Questo è il loro significato biologico: produrre una reazione specifica, di allontanamento o avvicinamento, verso uno stimolo che può essere interno o esterno (un pensiero, un evento, una persona…). Sappiamo che ormoni e neurotrasmettitori possono produrre sensazioni come tristezza, paura, gioia, amore, simpatia, e consapevolmente regolare l’ambiente interno in modo da preparare l’organismo ad un’azione specifica e cioè ad attivare una risposta di adattamento funzionale al contesto e ai bisogni della persona.
Le emozioni sono quindi dispositivi automatici orientati alla protezione della vita. Ognuno di noi ha un sistema di sopravvivenza che si attiva in presenza di una minaccia, sia essa reale, immaginaria o percepita, invadendo il corpo con sostanze neurochimiche che lo preparano a “lottare o fuggire” di fronte al pericolo. Una mancanza di gestione del proprio sistema di sopravvivenza indica che le emozioni hanno preso il controllo della personalità. Mal gestito il nostro sistema di sopravvivenza può gettare la nostra vita nel caos; consapevolmente controllato diventa invece uno strumento potente per raggiungere il successo e l’espressione della propria personalità. Non siamo responsabili di quanto proviamo di fronte agli eventi esterni o ai comportamenti altrui, ma lo siamo per il modo in cui decidiamo di esprimere i nostri sentimenti.
Secondo Goleman, la qualità dell’intelligenza emotiva non è definita già al momento della nascita, le interazioni emozionali del bambino con le figure primarie di attaccamento influenzano la maturazione di parti del cervello che presiedono alla consapevolezza e alla gestione delle emozioni. A differenza dell’intelligenza cognitiva, che va incontro a cambiamenti superata l’adolescenza, l’intelligenza emotiva, è in larga misura appresa e continua a svilupparsi per tutta la vita, via via che impariamo dall’esperienza; la nostra competenza in questo campo continua a migliorare.
L’intelligenza emotiva si fonda su due tipi di competenza, una personale, connessa al modo in cui gestiamo le nostre emozioni e noi stessi, e una relazionale legata al modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri.

All’interno della competenza personale sono state riconosciute tre specifiche abilità:

la consapevolezza di sé: si traduce nella conoscenza dei propri stati interiori (preferenze, risorse, intuizioni), e rende possibile la consapevolezza emotiva, il riconoscimento delle proprie emozioni e dei loro effetti; l’autovalutazione, ovvero la conoscenza dei propri punti di forza e dei propri limiti; la fiducia in se stessi e nel proprio valore.

la padronanza di sé: comporta la capacità di dominare i propri stati interiori, i propri impulsi e permette di valorizzare le proprie risorse. Si esprime soprattutto nella capacità di autocontrollo e nella buona gestione delle emozioni e degli impulsi distruttivi.

la capacità di sapersi motivare: si esprime attraverso le emozioni che guidano o facilitano il raggiungimento di mete e scopi personali. Permette, attraverso la spinta alla realizzazione, il raggiugimento di obiettivi esistenziali nonostante ostacoli ed insuccessi.


Nell’ambito delle competenze sociali, trovano espressione altre due specifiche abilità:

l’empatia: è la capacità di comprendere i sentimenti, le esigenze e gli interessi altrui senza dimenticare i propri. Una sorta di vicinanza con i sentimenti altrui, che permette, nel rispetto delle diversità individuali e della propria soggettività, l’utilizzo delle differenze come opportunità di crescita e cambiamento personale.

le abilità sociali: permettono di indurre e favorire risposte desiderabili negli altri. Trovano espressione nella comunicazione efficace, nella gestione dei conflitti, nella costruzione dei legami, nella capacità di leadership e nella possibilità di lavorare con gli altri promuovendo obiettivi comuni.

Le capacità individuali nelle cinque aree che compongono l’intelligenza emotiva producono degli effetti sulla qualità della vita quotidiana e sul livello di benessere personale. Così è anche possibile ricondurre alcune specifiche difficoltà personali o relazionali a deficit in determinate aree dell’intelligenza emotiva; queste carenze possono tradursi, a lungo termine, in veri e propri stili di vita disarmonici, che in condizioni perduranti di malessere emozionale possono esprimersi in forma di disturbi emotivi (ansia, depressione, tristezza vitale, etc.).
Una ricerca effettuata dalla Multi-Healt System di Toronto, sulla verifica delle differenze di genere relative all’intelligenza emotiva, ha portato a rilevare che, mentre le donne sono più consapevoli delle proprie emozioni, dimostrano maggiore empatia e sono più abili dal punto di vista interpersonale, gli uomini, hanno maggiore fiducia in se stessi, sono più ottimisti e più capaci di adattarsi, e controllano lo stress meglio delle loro compagne. Da una valutazione globale per i due generi, i punti deboli e i punti di forza tendono a livellarsi intorno ad un valore medio e pertanto, non si sono evidenziate significative differenze relative alla qualità complessiva dell’intelligenza emotiva.
Portare le abitudini emotive alla nostra consapevolezza è il primo passo per cambiarle. Le nuove reazioni sembreranno dapprima scomode e poco familiari. E’ necessario, quindi, uno sforzo cosciente per scegliere nuovi “percorsi emotivi” che condurranno al cambiamento desiderato. Capire il motivo per cui un’emozione è intensa, spesso fornisce alla nostra mente importanti intuizioni. Quando riusciamo ad allentare le tensioni e non a cercare affannosamente le soluzioni e ci limitiamo ad essere presenti a qualsiasi avvenimento, senza cercare di modificarlo, allora riusciamo ad accedere ad una conoscenza più profonda ed intuitiva. Questo fatto in se stesso, cambia le nostre reazioni e le nostre prospettive. In questo modo il disagio emotivo, assume un significato completamente nuovo; si trasforma in un’occasione per sondare più profondamente le nostre abitudini emotive.
Se sappiamo riconoscere le abitudini emotive negative nel momento in cui si attivano, possiamo metterle in discussione a tre livelli : cognitivo (i nostri pensieri ed il modo di interpretare la situazione), emozionale (i sentimenti che questi pensieri suscitano), e comportamentale (le azioni cui conducono questi pensieri e sentimenti).
Dobbiamo ricordarci che i nostri pensieri non hanno potere, siamo noi a darglielo. Questo è il primo passo per imparare a gestire le emozioni.
  
  


 

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