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I miei maestri 3 Stampa

 

 

Quando le persone mancano di immaginazione è sempre perché hanno paura anche solo di giocare con l'eventuale esistenza di qualcosa di diverso dal prosaico, a cui si aggrappano con tutte le loro forze. Fritz Perls

 

 

Lineamenti sulla figura di FRITZ S. PERLS e sul percorso culturale che ha portato alla nascita della TERAPIA DELLA GESTALT

 


perlsNel 1926, psichiatra assai poco realizzato professionalmente e uomo di 33 anni, decide di iniziare una analisi personale. L'incontro con Karen Horney è per lui una rivelazione, decide che la psicoanalisi è il suo futuro.
Trasferitosi a Francorte, diventa assistente di Kurt Goldstein che, a partire dagli studi sulla Psicologia della Gestalt, lavora sui disturbi della percezione su traumatizzati cranici.
Nello stesso ambiente conosce Lora Polsner, che tre anni più tardi sarà sua moglie. Riprende la sua analisi con Clara Happel che, dopo solo un anno, considera terapia e formazione concluse.
Dopo un breve periodo a Vienna, dove si avvale della supervisione di Helen Deutch mentre frequenta l'ospedale psichiatrico in qualità di assistente, ritorna a Berlino dove riprende l'analisi con Eugene Harnick.
Su indicazione della Horney, nel 1930, Perls si rivolge successivamente a W. Reich che, in quel periodo, sta lavorando alla Analisi di carattere. L'incontro con questa figura di analista attivo, aperto a problematiche politiche, che non esita a mettere le mani sui suoi pazienti per favorirne la presa di contatto con i blocchi della corazza muscolare, rappresenterà un fattore di fondamentale importanza nella successiva evoluzione della formazione di Perls.
La sua professione è ben avviata ma il sopravvento del nazismo lo costringe a fuggire in Olanda. Qui tuttavia, non gli viene concesso di esercitare per cui, su consiglio di Ernest Jones, decide di recarsi in Sud Africa.
Siamo nel 1934 quando Perls, insediatosi a Johannesburg, fonda l'Istituto Sudafricano di Psicoanalisi. Elabora nel frattempo alcuni contributi originali sul tema delle «resistenze orali» che si aspetta vengano accolte positivamente al congresso internazionale di Psicoanalisi che si va preparando a Praga nel 1936.
La comunicazione di Perls, che successivamente verrà ampliata e pubblicata col titolo Ego, Hunger and Aggression contiene già molti elementi che rivelano l'evoluzione di Perls al di fuori delle concezioni classiche della psicoanalisi. Vi si approfondisce l'importanza dell'oralità e delle modalità di assunzione di cibo del bambino, quale primo modello delle future relazioni con l'ambiente. La fame, come espressione dell'istinto di conservazione dell'individuo, viene considerata in parallelo e non quale forma precoce e subordinata della sessualità che esprime al contrario l'istinto di conservazione della specie.
Vengono inoltre anticipati alcuni temi che troveranno successivamente più ampio sviluppo, quali: l'importanza del tempo presente nei confronti della focalizzazione archeologica sul passato; l'attenzione per il corpo e per il suo linguaggio; un'attitudine per la sintesi più che per l'analisi; la messa in discussione della nevrosi di transfert come forma di evitamento di un contatto più diretto tra paziente e analista al di là dei fantasmi protettivi; una revisione sui meccanismi di difesa; l'utilizzazione della prima persona al singolare come forma di appropriazione delle proprie sensazioni e sentimenti.
Vi compare inoltre una visione olistica dell'individuo all'interno del proprio ambiente come risutato dell'incontro con J. Smuts autore di Olismo ed evoluzione; nell'utima parte del lavoro intitolata Concentrazione terapeutica egli propone un primo approccio terapeutico con esercizi che stimolano l'attenzione del lettore sul silenzio interiore, sull'importanza del presente, sulla concentrazione sul vissuto corporale.
Ce ne era abbastanza per considerare Perls come già di fatto fuori della psicoanalisi. Una posizione che Perls fu esplicitamente invitato ad assumere, per tramite di Marie Bonaparte, e che tuttavia rifiutò di accettare.
Terminata la guerra, si trasferisce a New York. Tra i primi collaboratori troviamo Isadore Fromm, Paul Weisz (che inizierà Perls allo Zen), Elliot Shapiro, Sylvester Eastman che, con Paul Goodmann, Ralf Hefferline e Laura formano il cosiddetto gruppo dei sette. Nel 1951 viene pubblicato La terapia della Gestalt: eccitamento e accrescimento nella personalità umana a firma di Perls, Hefferline e Goodman, testo base di riferimento sia a livello teorico (vi compare un capitolo sulla teoria del Sé) che metodologico.
Tra il ‘52 e il ‘54 fonda i primi istituti di Gestalt di che lascia tuttavia alla moglie e collega Laura e a P. Goodmann mentre si dà a continui viaggi per presentare il nuovo metodo di lavoro attraverso dimostrazioni e conferenze.
La attività didattica si integra nel frattempo con una inesausta attitudine ad imparare esponendosi a sempre nuovi stimoli. Frequenta per diciotto mesi dei corsi regolari di Sensory Awareness con Charlotte Selver, pratica lo Psicodramma ed approfondisce in particolare la tecnica del monodramma secondo la scuola di Moreno.
La nuova pratica psicoterapica non si è ancora evoluta nella sua forma definitiva. Non esiste infatti la hot seat e lo stile di lavoro utilizza ancora molto la comunicazione verbale. Si sviluppa ulteriormente l'attitudine a lavorare sul vissuto del qui ed ora, a ricercare un contatto più diretto ed autentico tra paziente e terapeuta che non si riconduce unicamente al modello transferale, mentre si va introducendo un modo più attivo e drammatizzato di lavoro sui sogni che si configurerà più tardi nella interazione tra le componenti della rappresentazione onirica impersonate alternativamente dal sognatore.
Questa inesausta tensione ad integrare elementi teorici ed applicativi di diversa estrazione sarà all'origine di una crescente divaricazione tra Perls (e la scuola cosiddetta californiana che successivamente si andrà sviluppando) e gli Istituti della East Coast (New York e Cleveland) dove a Laura e Goodmann si sono affiancati nel frattempo Joseph Zinker, Erving e Miriam Polster ed Isadore Fromm che si attengono ad una metodologia di lavoro più ancorata agli schemi classici della interazione verbale.
Nel 1956 Perls decide di ritirarsi, ormai lontano dalla vita attiva, in Florida.
Tra il '59 e il '60 riprenderà le sue peregrinazioni recandosi più volte in California su invito di Van Dusen, un fenomenologo esistenziale che sa cogliere nell’approccio gestaltico lo spessore teoretico che molti non sanno intravedere al di là delle tecniche di intervento. Nel 1960 lascia Mendocino, dove lavora presso l'ospedale psichiatrico, per recarsi a Los Angeles dove rincontra J. Simkin, uno tra i suoi primi clienti che, ora amico e poi fondatore di un Istituto di Gestalt, lo aiuterà a fondare un nuovo gruppo di studi ed a ricostituirsi una clientela.
Perls, a più di 70 anni, accetta infine l'invito a dare alcune conferenze e dimostrazioni ad Esalen, un Centro di crescita sulla costa californiana che sta trasformandosi da luogo di incontro fra gente di diversa estrazione culturale alla ricerca piuttosto confusa di nuovi modelli di vita e di conoscenza in un autorevole fucina di sperimentazione e di propulsione culturale attraverso il contributo di personaggi di rilievo quali Aldous Huxley, Alan Watts, Abraham Maslow, Bill Shulz, Paul Tillich etc. In questo splendido posto tra rocce, oceano e acque termali Perls accetterà un contratto come residente per avviare un corso di formazione nella Gestalt.
Alla presenza di centinaia di partecipanti, Perls invita chi vuole ad accomodarsi sulla sedia che scotta per dar luogo alle sue dimostrazioni cui sono ormai attirati professionisti di fama per apprendere i segreti di un'arte consumata e sempre inventiva nel cogliere l'elemento evolutivo inceppato di un'esistenza interrotta nel suo libero fluire, nella sua crescita. Si tratta di persone magari in analisi da anni e che entrano in contatto repentinamente con un modello autosostenuto di difesa paralizzante e che l'atto della consapevolezza, sviluppatosi con l'aiuto del terapeuta a partire da particolari apparentemente insignificanti, consente a volte inaspettatamente di superare.
Non si tratta ovviamente di percorsi psicoterapici, ma di tocchi magistrali che danno tuttavia il senso del potenziale raggiunto da quest'uomo a compimento della sua opera di sintesi e di inesausta ricerca.
Le sessioni di Perls vengono registrate, filmate ed in parte raccolte in un volume che uscirà con il titolo Gestalt Therapy Verbatim (1969).
Contemporaneamente si dedica alla raccolta di dati ed esperienze personali con un taglio autobiografico cui da il titolo inconsueto di In and out the Garbage Pail (Dentro e fuori dal secchio della spazzatura) (1969).
Una nuova generazione di più stretti collaboratori, tra cui Claudio Naranjo, Bob Hall, Jack Dawning e Isha Blumberg, raccoglievano l’eredità della più compiuta espresione della sintesi di Perls mentre, con il contributo di Jim Simkin, venivano organizzati programmi di formazione secondo l’impostazione della scuola californiana.
Nel giugno del 1969 Perls si trasferisce con una trentina di collaboratori in un vecchio albergo nell'isola di Vancouver, nel Canada occidentale, sulle rive del lago Cowichan con l’intento di crearvi una comunità terapeutica ispirata al kibbutz e ai principi della Gestalt.
“L’eredità di Fritz è completa. - dirà nelle sue conclusioni P. Baumgardner (1975, 79) che dell’ultimo periodio di Perls fu testimone privilegiata - Fritz ha sviluppato una trama concettuale all’interno di una metodologia clinica ben definita”.
L'anno seguente, di ritorno da un viaggio in Europa, si ferma a Chicago dove è atteso per un seminario. Vi morirà il 14 marzo a seguito di un infarto di cuore all'età di 77 anni.
Il nuovo approccio, dopo anni di lenta incubazione, si diffonde con forza inaspettata tanto da far registrare la nascita di ben 37 istituti tra il 72 e il 76. Nel 1982 il Gestalt Directory annovera più di 60 istituti di formazione. Anche in Europa la terapia della Gestalt inizia a diffondersi grazie ad iniziative di sensibilizzazione di terapeuti statunitensi e all’avvio di iniziative da parte di colleghi europei che si sono formati negli USA. Nel ‘72 Hilarion Petzoldt fonda il Fritz Perls Institute a Dusseldorf mentre Serge Ginger fonda la Scuola Parigina di Gestalt.
Nel nostro Paese, dove è stato introdotto originariamente da Natascia Mann e Barrie Simmons, si sono progressivamente sviluppate iniziative di applicazione clinica e di attività formativa.

 

La Psicoterapia della Gestalt (P.d.G.) nasce agli inizi degli anni ‘50, dal lavoro di Fritz Perls (1893-1970), medico ebreo di origine tedesca, che, per sfuggire alle persecuzioni naziste, emigra dapprima nel Sud Africa (nel ‘34) e successivamente (nel ’46) si trasferisce a New York. Ed è proprio in America che fonda nel 1952 il Gestalt Institute of New York.
L’approccio della Psicoterapia della Gestalt trae spunto e si rifà ai concetti sviluppati in base alle ricerche nel campo della percezione svolte dagli psicologi della Gestalt, che dimostrano come l’uomo non percepisce le cose come elementi distinti e sconnessi, ma le organizza in insiemi significativi, mediante il processo percettivo.
Di seguito evidenziamo alcuni degli assunti base della psicoterapia della Gestalt.

ASSUNTI DI BASE:

1)IL TUTTO E’ PIU DELLA SOMMA DELLE PARTI
2)UNA DOTTRINA OLISTICA
3)IL PROCESSO OMEOSTATICO E L’AUTOREGOALZIONE ORGANISMICA
4)IL CICLO DI CONTATTO
5)LA RELAZIONE ORGANISMO-AMBIENTE E IL CONFINE DI CONTATTO
6)IL POTERE DEL "QUI ED ORA”
7)IL PROCESSO PSICOTERAPEUTICO: DALLA RICERCA DELL’APPOGGIO AMBIENTALE ALLO SVILUPPO DELL’AUTOAPPOGGIO
8)ALCUNE TECNICHE GESTALTICHE

 

1) “IL TUTTO E’ PIU’ DELLA SOMMA DELLE PARTI”
Uno dei concetti base della Psicoterapia della Gestalt è sintetizzato dall’enunciato "il tutto è più della somma delle parti", esso spiega la modalità del funzionamento di base non solo del processo percettivo, ma anche dell’apparato psichico in generale.
Immaginiamo che Mario si rechi ad una festa, quando entra nella stanza piena di persone non le percepisce come macchie, colori e movimenti ma come unità significative, in cui può predominare un elemento (con funzione di “figura”), rispetto agli altri che retrocedono nello sfondo (funzione di sfondo). L’elemento figura è scelto in base all’interesse individuale, e fino a quando permane quella motivazione la scena apparirà organizzata in modo significativo in relazione ad essa.
Ogni invitato che partecipa alla festa, porta con sé un diverso interesse e la sua percezione della stanza e degli elementi così come il suo comportamento sono coerenti con tale motivazione. Ad esempio la persona alcolista desidererà bere e cercherà immediatamente qualcosa che soddisferà questo suo desiderio, la pittrice osserverà e studierà con occhio attento e critico i quadri presenti nella casa, mentre il ragazzo che sa di incontrare lì la sua ragazza, la cercherà all’interno della folla. Si evince che ciò per cui una persona nutre interesse, organizza la scena e le fornisce un significato (F. Perls, 1969).
Tale unità significativa (il tutto) è rappresentata dalla parola tedesca “Gestalt”, che sta ad indicare una struttura, una configurazione, la particolare forma organizzativa delle parti individuali che la compongono. La premessa basilare della psicologia della Gestalt è che la natura umana è organizzata in strutture o totalità, che è sperimentata dall’individuo in questi termini, e che può essere compresa solo come una funzione delle strutture o totalità da cui è costituita.
La psicoterapia della Gestalt nasce grazie alla:
"[...] genialità di Perls e dei suoi collaboratori - soprattutto Laura Perls e Paul Goodman - [...] nell'elaborare una sintesi coerente fra più correnti filosofiche, metodologiche e terapeutiche sia europee che americane ed orientali, costruendo così una nuova Gestalt il cui tutto è diverso dalla somma delle parti. La Gestalt si colloca all'incrocio fra la psicoanalisi, le terapie psicocorporee di ispirazione reichiana, lo psicodramma, il sogno da svegli guidato, i gruppi di incontro, l'approccio fenomenologico e quello esistenziale ed, infine, le filosofie orientali.” Serge Ginger.

2) UNA DOTTRINA OLISTICA
La Psicoterapia della Gestalt considera l’uomo come un organismo unificato capace di funzionare su più livelli qualitativamente diversi e apparentemente indipendenti, ma non per questo scissi: il livello del pensiero (mente) e il livello dell’azione (corpo).
La visione olistica si basa sul principio che il tutto è più grande o diverso della somma delle sue singole parti. L’insieme non è semplicemente il risultato di un accumulo di parti, ha piuttosto una propria unità intrinseca, una particolare struttura ed integrazione delle parti. Vedere la persona come una totalità più grande della somma delle sua parti significa vederla come composta da tutte le parti: corpo, mente, pensieri, sentimenti, immaginario, movimento. ma non come il frutto della semplice addizione di queste bensì come un nuovo insieme unitario, integrato in cui ciò che fa la differenza è il modo in cui queste parti si aggregano e danno forma all’unità persona.
La persona è costituita dal funzionamento integrato nel tempo e nello spazio dei vari aspetti del tutto. Da questo punto di vista curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che funziona come unità. top

3) IL PROCESSO OMEOSTATICO E L’AUTOREGOLAZIONE ORGANISMICA
La Psicoterapia della Gestalt pone particolare attenzione a quello che la scienza definisce “processo omeostatico”. Tale processo governa le funzioni basilari della vita al fine di conservare l’equilibrio organismico e quindi la sua salute in condizioni variabili. Da esso discendono comportamenti coerenti e adeguati, atti a soddisfare i molteplici bisogni.
Mentre la scienza si occupa e studia i bisogni fisiologici (ad esempio la regolazione fisiologica del livello di zucchero nel sangue), la psicologia tratta dei bisogni di natura psicologica dell’individuo e dei meccanismi omeostatici o adattativi con cui vengono soddisfatti, riconoscendo, comunque, che i due processi (biologico-fisiologico e psicologico) sono sempre interconnessi.
Normalmente l’organismo fa fronte a diversi bisogni che si manifestano simultaneamente, ma dal momento che può svolgere adeguatamente solo una funzione alla volta, deve operare una scelta entro una scala gerarchica di valori, seguendo uno schema che dà priorità al bisogno in primo piano (in “figura”), quello che preme con maggiore urgenza per il proprio appagamento, lasciando retrocedere temporaneamente nello “sfondo” gli altri.
La Psicoterapia della Gestalt descrive il funzionamento organismico come l’organizzazione di questa dinamica figura/sfondo.
La formazione di figure di interesse ci spingono a cercare un loro completamento nell’ambiente attraverso il comportamento, il cui effetto porta al conseguimento dell’autoregolazione, di un nuovo equilibrio del campo organismo/ambiente.
Nell’ osservare il processo organismico di base si nota che all’emergere di un bisogno impellente, cioè di una figura di interesse che si stacca dallo sfondo (ad esempio: la sete) corrisponde l’organizzazione di un comportamento (vado verso il frigorifero) che porta al contatto con l’ambiente (bevo) al fine di completare il bisogno emergente (sono dissetato). Una volta raggiunto il completamento e ristabilito un nuovo equilibrio omeostatico si osserva il ritirarsi della figura nello sfondo, in questo modo viene dato spazio alla successiva figura di interesse emergente. top

4) IL CICLO DI CONTATTO
L’aspetto più pervasivo del nostro funzionamento è costituito dalla nostra interazione con l’ambiente, dall’”entrare in contatto con” esso, così da trovare compimento ai nostri bisogni. Questo processo di interazione organismo/ambiente, sebbene fenomenologicamente appaia fluido e continuo, è caratterizzato da alcuni elementi basilari che formano una “sequenza di contatto”. Infatti si possono contraddistinguere dei “segni di punteggiatura” che costituiscono le fasi del processo, segni più facilmente individuabili in quei cicli di contatti difficoltosi, in cui viene interrotta la sequenza naturale.
Il “ciclo di contatto” o “ciclo dell’esperienza” può essere considerato una mappa generica di ogni episodio di contatto, una rappresentazione della sequenza di percezione e comportamento volta al completamento di una figura di interesse nell’interazione organismo/ambiente.
Figura a pag 127 e 128.
La sensazione è l’ingrediente base dell’esperienza, lo sfondo dal quale partiamo per organizzare il nostro funzionamento. Attraverso la combinazione delle sensazioni, l’astrazione del loro significato in termini di bisogno, e l’integrazione dell’esperienza in un’unità significativa in relazione con l’ambiente avviene la formazione della figura o Gestalt. Successivamente l’organismo può mobilizzare (mobilizzazione) il flusso di energia o di interresse in modo da prepararsi all’azione. Il comportamento o movimento che porta al contatto con i propri bisogni corporei e al loro soddisfacimento, favoriscono il completamento della figura, in seguito al quale può aver luogo il ritiro dal contatto e quindi il dissolversi di quella figura nello sfondo. Queste fasi del ciclo non sono così separate e definite come possono apparire, anzi in alcune fasi si possono incontrare elementi e aspetti di altre.
Ci sono situazioni in cui il flusso che porta dalla formazione della figura al completamento di questa nell’ambiente non può essere così scorrevole. Alcuni ambienti possono non sostenere il soddisfacimento di certi bisogni, in quanto sprovvisti delle risorse sufficienti, oppure il comportamento che corrisponde a quel bisogno può evocare una reazione ostile. Per questo motivo a volte si fa necessario rimandare l’adempimento dei bisogni e interrompere alcuni cicli di esperienza per far sì che il ritmo e la forma di contatto si adattino alla circostanze mutevoli del mondo e del nostro organismo.
Nella Psicoterapia della Gestalt la capacità di interrompere temporaneamente il processo di contatto viene considerata utile e sana, quale adattamento creativo alle vicissitudini dell’esperienza e dell’ambiente.
Tuttavia la difficoltà sorge quando il ciclo di contatto viene interrotto abitualmente, in maniera inconsapevole, così che i nostri bisogni non riescono a trovare risoluzione, e questa incompletezza si manifesta come disturbo e malattia. top

5) LA RELAZIONE ORGANISMO-AMBIENTE E IL CONFINE DI CONTATTO
Secondo la concezione della Psicoterapia della Gestalt nessun individuo è separato dal “campo ambientale” in cui è inserito e di cui è parte. Infatti il “campo totale” comprende sia l’organismo che l’ambiente, esso è costituito da due elementi che apparentemente sembrano separati, ma che in realtà esistono in uno stato di reciproca interdipendenza. Il comportamento dell’essere umano è considerato come funzione del campo totale, ed è influenzato dalla natura di tale rapporto. Nello specifico la Psicoterapia della Gestalt studia “come” funziona l’essere umano nel suo ambiente e cosa accade al confine del contatto tra i due elementi, dove hanno luogo gli eventi psicologici. Le modalità di contatto o di resistenza al contatto con l’ambiente, il “come” il soggetto affronta e sperimenta questi eventi di confine, dà origine a emozioni, pensieri, azioni, e pattern comportamentali.
Tale visione tende al superamento delle scissioni derivanti dalle categorie concettuali tipicamente occidentali: individuo/ambiente, esperienza interna/esterna, sé/altro, soggetto/oggetto, e considera tali categorie come “indivisibili” in quanto parte del campo totale.
“Anche se è possibile dividere la frase “io vedo un albero”, in soggetto, verbo e complemento oggetto, nell’esperienza non si può suddividere il processo in questo modo” (Perls, 1969).
Uno dei criteri che attiva nell’individuo un comportamento di contatto o di ritiro è legato alla desiderabilità o indesiderabilità di un oggetto presente nell’ambiente, desiderabilità connessa alla soddisfazione dei propri bisogni e al ripristino dell’equilibrio omeostatico disturbato.
Il contatto e il ritiro, l’accettazione e il rifiuto, costituiscono le funzioni più importanti della personalità totale, e derivano dalla capacità di discriminazione dell’individuo. Contatto e ritiro, in una struttura ritmica, sono parti del ciclo di contatto così come il sonno e la veglia sono parti di un ciclo più complesso, essi sono i mezzi per soddisfare i nostri bisogni, per continuare i processi costanti della vita stessa.
Se il contatto è troppo prolungato può diventare inefficace o doloroso, e analogamente se il ritiro è protratto nel tempo interferirà andando a scapito dei processi vitali. top

6) IL POTERE DEL “QUI E ORA
La Psicoterapia della Gestalt è una terapia del qui-e-ora, in cui è posto l’accento sul presente come segmento espressivo della totalità dell’esperienza, come il luogo in cui si incrociano le tensioni verso il futuro e gli influssi del passato.
Si tratta di una terapia sperimentale, piuttosto che verbale o interpretativa, attraverso la quale il cliente può apprendere come vivere con consapevolezza nel presente. Egli può imparare a rivolgere la sua attenzione a ciò che fa, sperimenta o sente nel presente, nel qui-e-ora, diventando gradualmente consapevole dei suoi gesti, della sua respirazione, delle sua emozioni, della sua voce, delle sue espressioni facciali, o dei suoi pensieri pressanti.
Per questo motivo il terapeuta può chiedere al paziente di parlare dei propri traumi e problemi non nell’area del tempo passato, ma nell’area del presente, in sostanza viene proposto di ri-sperimentare le situazioni insolute nel presente, nel “qui-e-ora”.
Le interpretazioni, le razionalizzazioni, il parlare attorno alle cose o qualsiasi tipo di spiegazione simbolica o intellettuale non influenzano i sentimenti e le emozioni del paziente.
Infatti per chiudere definitivamente il libro sui problemi passati non basta ricordarli semplicemente, ma ci si deve ritornare “psicodrammaticamente”, e questo è possibile farlo solo nel presente.
Solo nel presente i sistemi sensorio e motorio dell’individuo possono funzionare, ed è solo nel presente che la consapevolezza e l’esperienza possono avere luogo.
Durante la seduta terapeutica le diverse dimensioni temporali sono, quindi trattate come fossero “qui e ora”, anche quando il paziente sta ricordando qualcosa del passato, l’oggetto del lavoro terapeutico è nel presente delle sue emozioni e delle sue propriocezioni (il senso cinestesico muscolare si può sperimentare nel qui-e-ora).
La Psicoterapia della Gestalt riconosce l’azione del ricordare e del programmare come funzioni del presente, anche se si riferiscono al passato e al futuro. Tuttavia bisogna distinguere un interesse per il passato e per il futuro, che è fondamentale per il funzionamento psicologico, da un comportamento “come se si fosse realmente nel passato o nel futuro”, ciò inquina le possibilità vive dell’esistenza. top

7) IL PROCESSO PSICOTERAPEUTICO: DALLA RICERCA DELL’APPOGGIO AMBIENTALE ALLO SVILUPPO DELL’AUTOAPPOGGIO
L’approccio della Gestalt ritiene inefficace una psicoterapia orientata prevalentemente verso il passato e considera i “perché” della nevrosi dei pazienti poco esplicativi.
Immaginiamo un uomo che abbia sviluppato una nevrosi in seguito all’adattamento ad eventi dolorosi della sua vita: sua madre muore nel partorirlo, viene allevato da una severa zia “zitella”, che non gli permette di fare nulla di ciò che vuole, e ciò lo costringe a rimuovere molti dei suoi desideri (F. Perls, 1969).
In che modo una spiegazione che trasformi la zia nel “cattivo” della storia risolverà i suoi problemi? Al contrario non farà altro che autorizzarlo a “proiettare” tutte le sue difficoltà sulla zia, gli darà un “capro espiatorio”, ma non una risposta, nè una possibilità per cambiare.
La Psicoterapia della Gestalt si basa su una diversa rappresentazione: se la zia non ha permesso al nostro uomo di fare le cose che voleva, la sua infanzia sarà stata una serie di “interruzioni” costanti, sia dall’esterno, (da parte della zia), che dall’interno, (cioè da se stesso).
Solo se il nostro paziente impara il “come” delle proprie interruzioni (passate e presenti), vale a dire solo se sperimenta realmente se stesso mentre si interrompe, comprenderà come “ri-produce” nel presente le proprie difficoltà. Quindi concentrandosi sull’interruzione, sul “come” e non sul “perché”, egli acquisisce la consapevolezza di interrompersi nel “qui e ora”, prende contatto con ciò che interrompe, e con gli effetti di tali interruzioni.
Il terapeuta rende possibile l’assimilazione del blocco (o dell’interruzione) e del materiale bloccato (o interrotto) mediante l’iniziale auto-identificazione con esso ( “in che modo ora mi impedisco ...?” “che cosa mi impedisco ora?”) e la successiva differenziazione da esso. Attraverso l’uso creativo delle energie investite nei blocchi e nelle interruzioni del ciclo del contatto, il cliente viene stimolato a convertire le aree bloccate (o le rimozioni), in espressioni del sé reale.
La psicoterapia ha come obiettivo quello di fornire il mezzo con cui risolvere sia i problemi attuali che quelli che potrebbero insorgere nel futuro, e tale strumento è costituito dall’”auto-appoggio”. Si può descrivere il percorso terapeutico stesso, come l’evoluzione dalla ricerca dell’appoggio ambientale allo sviluppo di un solido auto-appoggio.
Un paziente che si rivolge ad uno psicoterapeuta può sentire di trovarsi in una crisi esistenziale o percepire che i suoi bisogni psicologici, che gli sono vitali quanto il respiro stesso, non vengono soddisfatti dal suo modo di vita attuale (F. Perls, 1969). Egli si aspetta di trovare nel terapeuta l’appoggio ambientale che integrerà i propri mezzi di appoggio temporaneamente insufficienti, dato che la sua esperienza e la sua preparazione non gli hanno permesso di svilupparli adeguatamente.
Ma quale tipo di appoggio egli ha utilizzato fin’ora? L’individuo nevrotico è capace di manipolare l’ambiente (sociale e fisico), al fine di ottenere l’appoggio di cui necessita, ma tali manovre a lungo andare tendono a conservare e a perpetuare il suo handicap, piuttosto che a eliminarlo. Ciò che realmente gli manca è la presenza di un orientamento al suo interno, la consapevolezza e il senso del sé sono insufficienti così come è insufficiente una delle qualità essenziali che favorisce la sopravvivenza: l’auto-appoggio.
“Se egli impara a dedicare allo sviluppo dell’auto-appoggio tutta l’intelligenza e l’energia che ha investito nel costringere l’ambiente a sostenerlo, avrà sicuramente successo” (F. Perls, 1969).
Quando l’individuo sperimenta due o più situazioni incoerenti, che richiedono la sua attenzione ed azione, e che al tempo stesso sono permanenti e apparentemente insolubili, egli vive un “conflitto nevrotico”.
Se in presenza di imperativi sociali e personali simultanei, che non possono essere soddisfatti contemporaneamente dalla stessa azione, la persona adempie a ciò che le viene imposto, malgrado la resistenza nel compierlo, ne deriveranno risentimento e nevrosi.
Solitamente nell’infanzia l’individuo “ingoia” imperativi che sono contro la sua inclinazione naturale, ciò crea un’area di confusione semplice o doppia. Ad esempio l’ordine “non piangere” quando c’è un’esperienza genuina di dolore, costituisce una confusione semplice, che può essere raddoppiata quando si aggiunge la confusione semantica “comportati da uomo”, “i maschi non piangono mai”.
Tale area di confusione rende l’individuo incapace di intuire i suoi bisogni dominanti e/o di manipolare il suo ambiente in modo da conseguirli. Cronicamente impegnato nell’auto-interruzione, il suo comportamento appare disorganizzato e inefficace, risultato di tentativi errati nel raggiungere l’equilibrio.
Secondo la Psicoterapia della Gestalt quando la persona non può portare a conclusione soddisfacente una determinata situazione, allora si sente costretta a “ripeterla” e a “riportarla” nella vita quotidiana, queste ripetizioni rappresentano le sue situazioni o “Gestalt incompiute”, attraverso le quali cerca una soluzione creativa.
Una Gestalt incompiuta è come un debito ereditato dal passato che ci si ritrova nel presente. Non può aver luogo nessun sviluppo dell’individuo se prima non raggiunge la soddisfazione in tutte quelle aree in cui si sente confuso, vuoto o bloccato, per restare nella metafora, se prima non salda il suo debito continuerà a vedere le proprie energie, non solo economiche, disperdersi.
Il requisito indispensabile alla piena soddisfazione e al completamento della situazione è il senso di identificazione da parte dell’individuo con tutte le azioni a cui partecipa, comprese le sue auto-interruzioni.
Quando nella seduta terapeutica egli agisce la sua tendenza nevrotica si ha la possibilità di individuare il momento e il modo in cui interrompe il flusso dell’esperienza impedendosi di raggiungere una soluzione creativa. Il terapeuta gestaltista induce nel cliente la mentalità della responsabilità, intesa come capacità di rispondere e di scegliere le proprie reazioni, tale senso di responsabilità porta all’identificazione con ciò che si sta compiendo, e all’espressione di tale identificazione:”io ora sono consapevole di bloccare me stesso nel fare...”; “in che modo ora mi blocco?”; “che cosa sto bloccando ora?”. L’obiettivo terapeutico consiste nel trasformare l’emozione in azione, in auto-espressione e integrazione, vale a dire nello sviluppare l’auto-appoggio necessario a realizzare le proprie scelte esistenziali.
Attraverso il lavoro terapeutico egli può imparare ad ascoltare e individuare i propri bisogni, identificare se stesso con essi, intuire come soddisfarli, distinguere tra la molteplicità di questi e occuparsene uno per volta.
Nella stanza di consultazione il paziente, agendo a livello di fantasia e non nella realtà tutto ciò che deve essere completato, può diventare consapevole del significato di ciò che fa, e in questo modo può aumentare il suo orientamento e la sua capacità di manovra.
Mentre il terapeuta rafforza quelle espressioni che riflettono il vero sé dal cliente, quest’ultimo mano a mano che consolida l’esperienza del sé, diventa più autosufficiente e capace di instaurare buoni contatti con gli altri.
Il senso di auto-appoggio a cui si riferisce la Psicoterapia della Gestalt si differenzia dal concetto di indipendenza. Infatti il paziente che ha sperimentato l’auto-appoggio, alla conclusione della terapia non perderà il suo bisogno degli altri, al contrario contattando in modo consapevole i propri bisogni potrà incontrare l’altro in modo chiaro e trarre soddisfazioni reali dai contatti con le altre persone. Sperimentare ed essere se stessi consente di raggiungere una comprensione sia di sé che degli altri.
L’obiettivo del processo terapeutico è il ripristino del sé attraverso l’integrazione delle parti dissociate dalla personalità, ciò ha un importante ricaduta sulla capacità di instaurare un “buon contatto” con sé e con l’ambiente, ciò significa vedere la propria parte nel rapporto con l’intero, vedere se stessi come parte del “campo totale”. top

8) TECNICHE
Saranno qui presentate solo alcune, delle numerose tecniche usate in Psicoterapia della Gestalt, le cui finalità sono quelle di produrre nel cliente una consapevolezza e un auto-appoggio maggiori, incoraggiandone l’autoespressione.
Tuttavia non sono importanti le tecniche in sé, ma l’uso che se ne fa: “Le tecniche della Gestalt, infatti, acquistano un senso solo nel loro contesto globale, vale a dire integrate in un metodo coerente e praticate in sintonia con una filosofia generale...Non ripeteremo, allora, mai a sufficienza che l’essenza della Gestalt non consiste nelle sue tecniche, ma nello spirito generale da cui essa procede e che la giustifica.” (S. Ginger)
- Consapevolezza focale - Consiste nel concentrarsi sul "qui e ora" focalizzando l'attenzione sull'esperienza presente, fatta di: sensazioni, emozioni, sentimenti, azioni che si compiono (fosse anche lo stare immobili). Entrando in contatto con queste "figure" ed esplorandole si può comprendere il loro significato e la loro funzione. Ciò che l’individuo sperimenta nel "qui e ora" può riportare ad una situazione del passato che non è stata chiusa, come avrebbe voluto, ciò rappresenta l’opportunità di elaborarla e, finalmente, chiuderla.
Il presupposto fondamentale della tecnica terapeutica può essere rappresentato dalla frase “ora io sono consapevole”.
Infatti è qui-e-ora che possiamo diventare consapevoli di tutte le nostre scelte, dalle piccole decisioni patologiche alla scelta esistenziale di dedizione a una causa o a un’occupazione.
Il terapeuta può facilitare il paziente in questa auto-scoperta svolgendo una funzione di specchio amplificatore, attraverso le domande (quali: “cosa fa?”; “cosa sente?”; “cosa vuole?”; “cosa evita?”; “cosa si apetta?”) può portarlo a divenire più consapevole e a vedere il proprio comportamento con maggiore chiarezza.
- Amplificare – Mediante questa tecnica viene data evidenza, attraverso la ripetizione e l'ampliamento ad una postura, ad un gesto, ad un tic, ad un atteggiamento al fine di rendere esplicito ciò che è fatto in modo inconsapevole. Inoltre consente alla persona di entrare in contatto con una modalità di comunicazione che il corpo mette in atto attraverso messaggi non verbali.
- Rappresentare – A differenza della tecnica dello Psicodramma di Moreno, nel quale diversi co-attori recitano col protagonista i personaggi di una scena, nella rappresentazione gestaltica tutti gli elementi della scena vengono messi in atto dalla persona stessa che racconta. Il cliente in questo modo potrà “dare voce” non solo alle persone presenti nella sua narrazione (o nel suo sogno), ma anche agli oggetti, agli animali e a tutto ciò che viene descritto come appartenente a quel vissuto, compresi i sentimenti. Nell'interpretare le varie "parti" la persona dà vita alla propria rappresentazione interna, in essa possono comparire i diversi conflitti, le diverse figure, ad esempio: “il tiranno e il suddito”, “l’aggressore e la vittima”, ecc.
Ogni forma di rappresentazione attraverso il metodo dell’auto-espressione favorisce il processo di di re-identificazione con le parti interpretate.
- Dare voce alle polarità opposte – Questa tecnica consiste nel “dare voce”, alternativamente, ai poli opposti di una situazione particolare: volere-non volere; fare-non fare; al fine di trovare un equilibrio tra  due posizioni vissute come estreme, non negandole, ma ascoltandole fino in fondo.
Quando la persona porta due imperativi reciprocamente contraddittori, tali affermazioni rivelano la scissione presente nella sua personalità. Nell’interpretare le due parti o i due ruoli opposti riesce a sperimentare le emozioni fino in fondo, ciò facilita lo scioglimento delle posizioni conflittuali, fino ad arrivare all’integrazione.
- Lavoro sul sogno – Secondo la Psicoterapia della Gestalt ogni elemento del sogno rappresenta un aspetto del sé: quando si sogna è come se si scrivesse il proprio “copione”, come se si raccontasse di se stessi.
Il sogno comunica un “messaggio esistenziale”, un messaggio sul “modo” in cui esistiamo, sulla natura della nostra esistenza. Di solito esso contiene due importanti elementi.
Il primo è l’enunciazione di chi siamo. Infatti interpretando ciascuna parte o elemento del sogno si può divenire maggiormente consapevoli delle cose con le quali ci si identifica, ma anche di ciò che non si riconosce come facente parte di sé, al fine di riappropriarsene.
L’altro elemento significativo è rappresentato di solito, anche se non sempre, da una parte mancante, che corrisponde alla soluzione finale.
Quindi il lavoro sul sogno ha come fine quello di stabilire un contatto con le parti di sé che l’individuo non riconosce come proprie, e di riappropriarsi di queste parti o della parte mancante (J. S. Simkin, 1978).

 

 

La Gestalt


Gli Antecedenti Filosofici
Gli antecedenti storici della psicoterapia della Gestalt sono comunemente riconosciuti nella filosofia esistenzialista, nella psicologia di Wilehelm Reich, nella psicologia della Gestalt e, in maniera più generale, nell’influsso delle religioni e delle filosofie orientali. Il clima filosofico dell’esistenzialismo influenzò un'enorme fetta della cultura europea tra gli anni trenta e gli anni cinquanta. I maggiori rappresentanti dell’esistenzialismo possono sicuramente individuarsi in M. Heidegger, K. Jaspers, J. P. Sartre, G. Marcel e M. Marleau-Ponty. A sua volta, l’esistenzialismo si innestava alla fenomenologia di Husserl, il quale era stato maestro di Heidegger.
Un concetto centrale della ricerca di Heidegger — che apre il suo Essere e Tempo —, è quello dell’esserci (dasein). Il suo studio si rivolge in primis all’uomo visto nel suo aspetto di quotidianità e di medietà. La medietà in cui egli è inserito è la somma statistica di tutte le possibilità che possono realizzarlo in quanto tale. L’uomo, insomma, è un poter essere, che si realizza nelle sue determinazioni situazionali; scegliendo tra i molti modi d’essere, l’uomo si determina come esistenza e come un essere-nel-mondo. In quanto ex-esistente (stante fuori, essere estraneo all'Essere), l’uomo è essere in quanto diviene, attraverso la realizzazione delle proprie possibilità. L’uomo non è un dato di fatto, ma un processo intenzionale.
In secondo luogo l’esserci individua l’uomo in quanto processo intenzionale di autorealizzazione in una situazione determinata. Egli, dentro la storia, è un estraneo radicale che si muove entro il tempo e che si costituisce muovendosi all’interno di questo orizzonte. Egli è, insomma, infinito progetto: gettato nel mondo costituisce il mondo. Gettato nella situazione l’uomo crea la situazione.
Il criterio di intenzionalità, intesa come progetto per esserci, ha le sue radici più lontane nella filosofia scolastica e aristotelica; venne poi ripreso da Brentano e, in senso diverso, da Husserl. Nella Gestalt lo ritroveremo spesso come uno dei punti cardine della terapia. Le azioni, i sentimenti, l’esserci stesso dell’uomo sono per Perls correlati ad un oggetto: hanno, insomma, un’intenzione, una finalità, un progetto. La patologia sopravviene quando mancano il progetto e il carattere dinamico ed intenzionale dell’uomo; quando la dialettica della vita diventa stasi e l’uomo si rapprende in un dato. Questo carattere correlativo dell’esserci e della situazione viene ripreso, nella Gestalt, come avvaloramento dell’hic et nunc, ovvero della situazione presente in contrapposizione alle scene e alle vicissitudini inconscie della psicoanalisi.
Il progetto umano non esce dalla situazione, ma se ne appropria intenzionalmente e responsabilmente: il suo referente esterno, il carattere radicale che rende dinamico il progetto, è la morte, il cui motore è l’angoscia. Se io oggi sono infelice perché ho mancato un appuntamento importante, ebbene, io sono soltanto entro l’orizzonte di questa infelicità. Il mio compito è propriamente, responsabilmente e infinitamente esserci. Non conta, per la filosofia heideggeriana come per quella gestaltica, il fatto che "domani l’appuntamento si ripeterà, io potrò coglierlo e sarò nuovamente felice". Questo domani è non-oggi, e la persona futura non sono io, è un non-essere, un esserci irrealizzato, al di fuori del mondo. L’allontanarsi delle cose equivale per Heidegger (e di riflesso per Perls) all’allontanarsi dell’assunzione della propria responsabilità. Un altro modo di tradire il fondamento dell’essere, dell’esserci è quello di considerare il mondo (la situazione, l’hic et nunc) non come progetto infinito da realizzare, ma come semplice oggetto. L’uso del "si" impersonale ("si deve fare così", "si pensa", "si dice", al posto di "io faccio così", "io penso questo", "io dico ciò") è un’altra delle modalità con cui l’uomo si allontana dalla propria realizzazione. Il mondo del "si" è il mondo della massa, dell’opinione, dell’alienazione, in cui scompare l’Io che, in quanto esserci, dovrebbe costituirsi entro un progetto infinito. Riteniamo la vera e
propria sovrapposizione di molti concetti heideggeriani con gli assunti della terapia della Gestalt. Non deve infatti ingannare il linguaggio complesso che usa Heidegger, il quale, in virtù di un discorso ontologico, è estremamente astratto: le conseguenze pratiche del suo pensiero di enorme rilevanza clinica.
Sebbene in forme e con accenti diversi, Sartre ribadisce alcuni concetti heideggeriani contribuendo potentemente alla creazione di una vera e propria cultura esistenziale, probabilmente l’influsso sartriano sul clima culturale europeo fu più vasto di quanto fu quello heideggeriano sia per il fatto che Sartre, specialmente nel suo L’Essere e il Nulla elaborò un saggio di ontologia fenomenologica, di come insomma, l’ontologia si esplichi e dispieghi nei fenomeni e sia perché trasfuse nell’attività letteraria la sostanza esistenzialista, aggregando un folto gruppo di intellettuali sia in Francia che nel resto dell’Europa.
Con Sartre l’esistenzialismo diventa progetto e ricerca sociale; chiave ideologica e politica per capire e intervenire sulla storia. Per Sartre, l’uomo (Etre-pour-soi), ontologicamente condannato a trascendere infinitamente l’Essere (Etre-in-soi-et-pour-soi), è condannato alla libertà. La libertà sartriana è condanna poiché è condizione ineludibile alla realizzazione dell’uomo, e l’uomo, reso tale dal Nulla che lo circonda, è progetto che si distacca dall'Essere. In quanto possibilità (Etre-pour-soi), è possibilità giustificata dalle scelte che non sono. Ciò porta al fatto che:

"per essere ciò attraverso cui il nulla si manifesta la libertà deve essere, nell’uomo, angoscia: essa è infatti l’esperienza dell’esistenza di quel nulla che è il mio futuro come serie delle mie azioni possibili (e quindi che ancora non sono), che un Io che io non-sono ancora dovrà autonomamente decidere [...]. [...] nell’angoscia la libertà si angoscia di fronte a se stessa in quanto non è mai sollecitata né impedita da niente."

L’orrore generato dalla consapevolezza che questo nulla non sia oltre, ma in noi, rendendoci costitutivamente ed essenzialmente ciò che siamo — imprendibili flussi di divenire — spinge l’uomo alla malafede, ossia ad incarnare un ruolo, impersonare una Persona: per illudersi di trattenere il flusso dell’esistenza e, finalmente, essere. Una forma di malafede è la nevrosi così come la descrive Perls: una vita bloccata, irrealizzata, rappresa in un esistente morto e incompiuto. Sartre descrive in modo bellissimo la malafede, che rivela la fondamentale teatralità dell’esistenza umana:

"[…] bisogna che ci facciamo essere ciò che siamo. Ma che cosa diamo dunque, se abbiamo l’obbligo costante di farci essere ciò che siamo? Consideriamo questo cameriere. Ha il gesto vivace e pronunciato, un po’ troppo preciso, un po’ troppo rapido, viene verso gli avventori con un passo un po’ troppo vivace, si china con troppa premura, la voce, gli occhi esprimono un interesse un po’ troppo pieno di sollecitudine per il comando del cliente, poi ecco che torno tentando di imitare nell'andatura il rigore inflessibile di una specie di automa, portando il vassoio con una specie di temerarietà da funanbolo, in un equilibrio perpetuamente instabile e perpetuamente rotto, che perpetuamente ristabilisce con un movimento leggero del braccio e della mano. Tutta la sua condotta sembra un gioco. Si sforza di concatenare i movimenti come se fossero degli ingranaggi che si comandano l’un l’altro, la mimica e persino la voce paiono meccanismi; egli assume la prestezza e la rapidità spietata delle cose. Gioca, si diverte. Ma a che cosa gioca? Non occorre osservare molto per rendersene conto; gioca ad essere cameriere. Non c’è qui nulla che possa sorprendere; il gioco è una specie di controllo e di investigazione. Il ragazzo gioca col suo corpo per esplorarlo, per farne l’inventario; il cameriere gioca con la sua condizione per realizzarla."

Questa mirabile descrizione dell’uomo che gioca ad essere un ruolo è anche uno stupendo schizzo di un comportamento nevrotico, di una coazione a ripetere tesa a bloccare il tempo; ad arginare l’angoscia che dà il cambiare e divenire, pur essendo sempre se stessi, altro da sé.


L’Analisi del Carattere
Un secondo pilastro della terapia della Gestalt di Fritz Perls è costituito dall’Analisi del Carattere di Reich. Non vogliamo entrare nel merito delle posizioni reichiane, ma intendiamo prendere brevemente in esame soltanto due aspetti della sua terapia che hanno influenzato Perls.
Il primo è l’innovazione che Reich apportò alla pratica psicoanalitica con il dirigere l’attenzione primariamente alle difese del paziente e non al materiale che veniva man mano portato in analisi. Questa impostazione è comunemente riconosciuta come uno dei massimi arricchimenti apportato da Reich alla psicoanalisi, e si configura come uno degli elementi di fondo della nascita della psicologia dell’Io.
L’analisi delle resistenze del paziente in contrapposizione all’interpretazione del materiale derivato dall’Inconscio, è un aspetto ormai inglobato nella pratica analitica comune.
Questo principio è di enorme importanza. È il principio di "pelare la cipolla" di Perls, o quello degli "strati geologici" di Alexander Lowen. Bisogna attenersi alla superficie, intervenire sullo strato più esterno, su ciò che il paziente presenta e non sul nucleo e sulla parte più profonda della personalità. Come scrive Fenichel infatti, il mettere il dito sulla piaga profonda o non viene assolutamente sentito dal paziente, che trova l’interpretazione cervellotica ed oscura o frutto della grande abilità del terapeuta che tira fuori bei conigli dal cilindro, oppure produce un effetto dirompente e disorganizzante sulla personalità del paziente stesso.
Uno degli impulsi più potenti verso il distacco dell’ortodossia psicoanalitica si ebbe quando Perls si accorse che l’analisi tendeva, in troppi casi, a conoscere i problemi, ma non a risolverli; a dare dei "perché" — arbitrari e relativi, come tutti i perché — ma non a cambiare attraverso i "come". Il Trattato di Psicoanalisi di Fenichel è molto esplicito rispetto a questo punto specifico: è inutile interpretare senza che il paziente sia pronto a recepire, per via identificatoria e non ostensiva, l’interpretazione stessa. Il lavoro più delicato, lungo e complesso dell’analisi diviene allora il lavoro sulle resistenze. L’analisi delle resistenze di Reich permeò a tal punto lo spirito della psicoanalisi che appare straordinario notare quanto, in realtà, uno degli assunti fondamentali di due "ribelli" quali Reich e Perls, si ponga alla base di ogni analisi efficace e corretta. Vedremo che Perls rifiuta qualsiasi approccio alla cura che parta dai "perché". Egli ritiene i "perché" arbitrarie razionalizzazioni e non crede al fatto che la comprensione del problema possa portare anche la sua soluzione.
Nella sua analisi Reich individua due tipi di resistenze ben distinte e che definiscono un concetto fondamentale della teoria reichiana: quello di carattere. Oltre alle resistenze comunemente conosciute, Reich individua, infatti, delle resistenze di carattere.
La nozione di carattere conduce ad una visione totale dell’uomo. Il carattere è il terreno sul quale si innestano, in seguito ad un peggioramento, i sintomi: è l’intersezione dello psichico e del somatico entro cui si esplica quella sorta di radicalizzazione del concetto freudiano di fonte energetica che ha caratterizzato la sua teoria dell’orgasmo. Un secondo punto importante è l’identità funzionale delle tensioni muscolari e del blocco emotivo, che porteranno Alexander Lowen ad unificare l’Io col Corpo. Per Reich, come poi per Perls, l’uomo è unione di corpo e parola, di azione e simbolo. Entro l’orizzonte dell’analisi del carattere Reich si occupa non soltanto di cosa il paziente dice, ma di come lo dice. L’accento sul non verbale va ben oltre la semplice attenzione al comportamento analogico propria ormai anche della psicoanalisi ortodossa: è piuttosto la rivalutazione radicale del corpo come messaggio, del come visto nel suo aspetto strutturale, in contrapposizione al perché causale. Non basta dare nomi per trovare un significato profondo; è necessario, oltre al nome in se stesso, appropriarsi dell’atto stesso del nominare. Più che la forma dell’atto e del significato (il chiamare una data cosa Edipo o castrazione o Anima o Animus) è, per Reich come per Perls, decisivo il processo del nominare, e nominare col corpo; attraverso le sue intime contraddizioni, per svelarne i sensi profondi. Come il Cosmo di Eraclito, il Corpo esteriormente manifesta contraddizioni e conflitti, derivati dalle resistenze di carattere che lo plasmano in abiti muscolari, posture, atteggiamenti e mimiche del tutto peculiari. È compito e progetto dell’analisi delle resistenze sciogliere queste contraddizioni iscritte nella carne, per aprirsi ad un senso armonico e totale.


La Psicologia della Gestalt
La terapia della Gestalt si rifà direttamente alle scoperte fondamentali della psicologia della Gestalt (ad opera di Wertheimer, Koffka e Kholer) e alla teoria del campo di Kurt Lewin.
La Gestalt è una forma, un insieme provvisto di determinate caratteristiche. La prima di esse è che una gestalt (il tutto) è più della somma delle proprie parti: è un insieme sintetico di tipo kantiano in cui il rapporto tra i componenti entra in gioco nel modificare l’insieme stesso. La percezione, per esempio, funzionerebbe non aggregando passivamente dati disparati, ma organizzando i percetti in gestalt, le quali sono qualcosa di più e di diverso dei percetti isolati. Alcune connessioni tra i percetti sono facilitate rispetto ad altre e seguono dei principi di costanza. Uno di essi è quello per cui, entro uno scenario naturale privo di altri indici di confronto, una casa in miniatura posta vicino all’osservatore verrà percepita come lontana e di grandezza "normale". La dimensione ridotta verrà letta in termini di distanza per costanza, poiché è assai più frequente imbattersi in una casa di grandezza normale lontana, che non in una casa piccolissima e vicina.
Un altro principio organizzativo è quello della chiusura percettiva, per cui tre lati di un triangolo a cui mancano segmenti anche ampi, verranno percepiti comunque come triangoli. Un principio facilmente individuabile del fatto che la percezione è organizzata in gestalt è quello per cui entro un brano musicale possiamo agevolmente individuare la scomparsa e la ricomparsa di un determinato tema. Allo stesso modo, mutando la chiave musicale, il tema non verrà alterato nella sua struttura.
Tra i principi della psicologia della gestalt acquistano particolare importanza, ai fini della comprensione della terapia gestaltica, quello di figura/sfondo e quello della chiusura della gestalt.
Tra i fenomeni che si iscrivono in un campo, vi è un rapporto di dominanza per cui è possibile percepire e tenere conto di una figura soltanto in virtù del fatto che essa si staglia su uno sfondo (la conoscenza, la percezione, la consapevolezza, è, insomma, generata da differenze). Il cielo dietro le case costituisce, appunto, lo sfondo ed è condizione per la percezione delle case stesse. Ma, per mezzo di un processo attivo, è possibile far sì che una finestra di una casa particolare divenga la figura dominante; sarà allora la casa ad essere lo sfondo. Questa nota proprietà della gestalt fa sì che tra i percetti vi sia un grado di organizzazione gerarchica: ciò che è "figura" risalta su uno "sfondo" neutro e privo di forma, e si staglia su di esso venendo percepita spazialmente più avanti rispetto al fondo stesso.
Tra i vari fattori che organizzano la forma abbiamo già ricordato i fattori chiusura e vicinanza. Il formarsi di una figura può comunque, essere insufficientemente preciso per cui essa risulta essere ambigua e difficilmente individuabile.
Il triangolo a cui mancano delle porzioni di vertice può essere mal percepito se tali parti mancanti sono troppo estese. Allo stesso modo il variare continuo di tonalità di colore (dal rosso al blu, passando per colori misti e spuri) può essere percepito come un cambiamento discreto da un colore ad un altro (dal rosso puro, al blu puro). Famosi sono in questo senso gli esperimenti di Bruner e Postman. Gli studi sul riconoscimento delle figure e sul riconoscimento di figure o simboli ambigui al tachistoscopio degli stimoli ambigui sono un valido ausilio nell’evidenziare il carattere attivo del processo di percezione e le differenze esistenti tra le personalità di coloro che percepiscono. E se le leggi gestaltiche valgono per le attività — relativamente semplici — della percezione, vi sarà ampio spazio per generalizzarle alle altre aeree della psicologia.
Nella terapia della Gestalt queste considerazioni acquistano un grande rilievo. La relazione dinamica tra figura e sfondo viene applicata ai bisogni ed alle necessità. Un buon funzionamento psichico implica la capacità di distinguere e di essere consapevoli di quale sia il bisogno dominante, per poterlo adeguatamente affrontare e soddisfare.
Come rileva Perls, per un uomo assetato sarà l’acqua la "figura" che si staglierà sullo "sfondo" degli altri bisogni no-dominanti (mangiare, fare l’amore ecc.). In quanto non dominanti essi non verranno percepiti.
Il nevrotico è come l’assetato che non sa discriminare tra l’impellente bisogno di bere ed un’altra necessità secondaria, e che non è consapevole di questa incapacità.
Come il principio figura/sfondo, anche quello della chiusura della gestalt viene applicato da Perls alla psicoterapia.
Nella teoria lewiniana, secondo cui un bisogno cela uno stato di tensione che deve venire soddisfatto e che cessa con questo soddisfacimento, possiamo dire che la gestalt si apre in presenza del bisogno e si chiude quando esso viene soddisfatto. Ne deriva che la relazione apertura/chiusura è segno di un processo tensivo. Un organismo in stato di necessità è in tensione ed un organismo vivo è definito dal continuo essere in tensione; dal soddisfacimento dello stato tensivo che determina la chiusura della gestalt. L’organismo è, insomma, in uno stato quasi-stazionario, e procede per accomodamenti ed equilibrazioni delle varianze che intervengono necessariamente nel corso del suo vivere.
Perls fu influenzato, nell’elaborazione del concetto delle gestalt aperte, dal coefficiente di Zeigarnick, secondo cui i compiti incompiuti tendono a venire ricordati, mentre quelli completati tendono a venire dimenticati. Secondo la terminologia di Perls, un compito incompiuto è assimilabile ad una gestalt aperta che deve chiudersi con il raggiungimento della meta prefissata e l’eliminazione dello stato di tensione.
Un altro aspetto proprio della psicologia della Gestalt, su cui si edificò la terapia di Perls, fu l’approccio olistico. La Gestalt, infatti, non intraprende le sue indagini dai fenomeni elementari, ma parte dagli elementi complessi, dalle varie gestalt. Simile per molti aspetti ai sistemi descritti dal Von Bertalanfy, le gestalt formano, a loro volta, altre gestalt di cui sono parte. Così la terapia gestaltica unifica entro una medesima indagine l’approccio al corpo e quello verbale, cercando costantemente di rinvenire il significato dei messaggi a cui perviene per inserirli in un campo.

La terapia della Gestalt
La nozione di campo è fondamentale per comprendere la visione olistica che dell’uomo ha la terapia gestaltica. Perls, infatti, cercò costantemente di ribadire il fatto che ogni taglio operato tra il paziente e il suo ambiente, così come tra il "corpo" e la "mente", era un intervento arbitrario su una realtà naturale unica e complessa. Egli criticò le teorie che cercano di comprendere il funzionamento umano partendo dal presupposto che le attività fisiche e quelle mentali, considerando il parallelismo come un dualismo. Già da Ego, Hunger and Aggression, Perls considerò il pensiero come una azione affievolita, così come la fantasia sarebbe la riproduzione, ad un diverso grado, della realtà.
Il pensiero e l’azione sarebbero dunque i due poli di un continuum psicosomatico, così come la fantasia e la Realtà Obiettiva (il territorio sottostante ogni possibile mappa). Ma questi due poli sono estremi normativi, irreali, irraggiungibili. La malattia è la modalità del vivere entro questo continuum, favorendo esclusivamente o un’area (l’azione) o l’altra (il pensiero). Così come il solo pensare, per quanto sempre accompagnato da micromovimenti, è un atteggiamento nevrotico e può giungere fino alla psicotica esclusione di "elementi di realtà", allo stesso modo la sola azione è sintomo di acting-out meccanico e coattivo. Raggelati in un estremo del continuum, il fantasticare eccessivo porta alla scissione, all’isolamento e al delirio, mentre la mania dell’oggettività e del fatto porta ad una sterilizzazione totale della creatività.
Da queste posizioni derivano implicazioni di grande rilievo: il pensare, il parlare, il muoversi quasi impercettibile, gli atteggiamenti non-verbali e paralinguistici saranno tutti delle microazioni. Amplificandole adeguatamente potremo, infatti, riottenere quelle azioni a cui esse si riferiscono. Parallelamente, le azioni possono essere "ridotte" al rango di pensiero allorché, per esempio, il paziente presenti degli acting-out e sia incapace di pianificare ed organizzare il proprio comportamento. Un’altra implicazione riguarda proprio il problema dell’acting-out. Nella terapia gestaltica, infatti, le azioni non sono considerate resistenze al cambiamento; esse, al contrario, possono venire intese come strumenti attraverso cui l’organismo raggiunge un proprio equilibrio omeostatico. Questa visione olistica dell’uomo porta a rivalutare la funzione ed il ruolo delle emozioni e a valorizzare la teoria di James Lange. Per quest’ultima, lo ricordiamo, una persona prova il sentimento della paura perché svolge l’azione del fuggire, o prova rabbia perché digrigna i denti, stringe i pugni, tende i muscoli. Per la Gestalt la teoria di James Lange è vera solo a metà; perché l’azione del correre eliciti paura, bisogna correre via da qualcosa. In altre parole, l’azione deve essere contestualizzata, inserita in un campo.
Nel continuum psicosomatico il "pericolo" sussiste, ma il paziente non ne è in contatto; l’ansimare sarà sufficiente per far emergere l’emozione e gli attributi ad essa collegati. L’importante è che esista il contesto appropriato da cui il corpo del nevrotico è scisso: armonizzando corpo e contesto, scaturirà l’emozione. Questa è definita come "la consapevolezza integrativa di un rapporto tra organismo e ambiente".
L’emozione dunque si rivela essere una funzione del campo organismo-ambiente: il segnale motivazionale, orientativo e manipolativo che permette di sperimentarlo; le emozioni, infine, sono funzioni cognitive particolari e saranno tanto più mature e differenziate quanto più sarà elaborato e funzionale il processo di formazione e risoluzione della dialettica della apertura-chiusura delle gestalt. Ogni emozione ha un oggetto correlativo caricato energicamente; ogni emozione deve essere inserita in un campo. Spesso uno dei compiti della psicoterapia è proprio quello di ricomporre il legame tra emozione ed oggetto. La psicoterapia, in questo contesto, si può definire "l’educazione delle emozioni".
Come abbiamo già avuto modo di dire, il paziente assetato vivrà l’acqua come figura rispetto allo sfondo indifferenziato dei bisogni non dominanti. Sino a quando egli non si procurerà dell’acqua vi sarà una gestalt aperta ed un innalzamento di tensione. Il paziente potrà pianificare il modo di procurarsi l’acqua, ovvero dirigere l’attività "mentale" verso la chiusura di quella specifica gestalt. Dovrà, comunque, anche fare qualcosa: alzarsi, prendersi dell’acqua e berla. Dovrà coinvolgersi in un intervento attivo alla base del quale vi è una azione non nevrotica, non disfunzionale, ma assolutamente adattiva. L’organismo si è trovato in uno stato di squilibrio dato dalla mancanza dell’acqua; la sensazione di sete, l’investimento energetico dell’oggetto e la conseguente azione del procurarselo fanno parte del carattere di regolazione omeostatica dell’organismo stesso. Per la Gestalt, insomma il corretto funzionamento dell’organismo dipende dalla sua capacità di ristabilire l’equilibrio turbato.
Perls chiama la capacità dell’organismo di orientarsi, riconoscere ed intervenire (manipolando l’ambiente) sui bisogni al fine di ristabilire l’equilibrio "autoregolazione orgasmica". L’organismo ha, dunque, le potenzialità per:
1) discriminare i propri bisogni;
2) stabilire un ordine gerarchico di impellenza;
3) affrontare i bisogni e risolverli.
In termini gestaltici il primo e il secondo punto sono parte dell’emersione della figura dallo sfondo il quale, nonostante possa contenere altre necessità gerarchicamente meno impellenti, resta un campo indifferenziato a causa della rilevanza della figura stessa, dominante rispetto al resto. Il terzo punto viene espresso, invece, come la chiusura della gestalt, ovvero il compimento innescato dall’accesso del bisogno. Bisogna naturalmente rendersi conto che la vita è coincidente con il continuo processo di perturbazione e ristabilimento di un equilibrio. Tale equilibrio è psicologicamente omologo ad una pressione ideale del sangue, ad una giusta temperatura corporea, ad una situazione biologicamente basale.
Abbiamo già detto che l’organismo è parte integrante di un campo più esteso. L’esempio tipico dell’acqua per l’assetato è il più semplice di tutti. Se, infatti, il bisogno di bere è una necessità endogena dell’organismo, data da uno squilibrio della percentuale salina extracellulare, l’acqua è una meta esterna. Ma essa è assolutamente tutt’uno con la sete. Così come non vi sarebbe sete senza un liquido che la possa soddisfare (anche la mancanza dell’acqua, si badi bene, sottende l’acqua) essa si pone come un sentimento provato da un organismo nell’ambiente proprio delle emozioni: l’acqua in questo caso, entra nel campo dell’organismo; è parte dell’organismo quanto lo è la sete stessa.
Una nozione importantissima della Gestalt è quella di contatto. Il contatto è la funzione con cui l’organismo entra in rapporto con quelle parti del campo che lo interessano. Le fasi entro cui si sviluppa la formazione di una figura su uno sfondo e la sua conseguente risoluzione — ovvero l’apertura e la chiusura della gestalt — sono quattro:
1) il contatto preliminare;
2) lo stabilire il contatto;
3) il contatto finale;
4) il post-contatto.
Un organismo sano agisce per soddisfare un bisogno, e per far ciò deve necessariamente entrare in contatto con le condizioni stesse della fonte del bisogno entro il campo e della meta del soddisfacimento da perseguire. Per comprendere la dinamica del contatto dobbiamo fare una breve digressione, e fare un esempio: un cieco procede a tentoni, facendosi guidare dagli altri suoi sensi e dal bastone che tiene in mano. Per la Gestalt l’Io è la funzione organizzatrice del campo e si identifica e aliena attraverso il contatto:

"Nel lavoro del contatto, possiamo adesso definire la funzione dell’Io come quella di identificare, alienare e determinare i limiti o il contesto. Accettare un impulso come proprio significa, nella sequenza, averlo come parte dello sfondo in cui la prossima figura si svilupperà. Tale identificazione è spesso intenzionale, e l’Io funzionerà bene, nelle sue orientazioni e manipolazioni, se si identificherà con sfondi che effettivamente svilupperanno figure buone, purché questi sfondi abbiano energia e probabilità. (Così Freud dice: l’Io in quanto parte dell’Es è forte, l’Io isolato dall’Es è debole)".

Abbiamo visto le prime tre fasi del contatto che rientrano nei processi orientativi e manipolativi dell’organismo entro l'ambiente.
La quarta fase, il post-contatto, è il fine vero di tutto il processo. Esso è caratterizzato dalla "creative indifference". Questo processo è inconsapevole e i suoi dettagli appartengono alla fisiologia, nella misura in cui vengono capiti. La crescita, dipendente dal tipo di novità alla quale è stata applicata e che trasformata, ha vari nomi: aumento di dimensioni, restaurazione, procreazione, ringiovanimento, ricreazione, assimilazione, apprendimento, memoria, abitudine, imitazione, identificazione. Tutti questi fenomeni sono il risultato dell’adattamento creativo. Il concetto fondamentale alla base di tutti è una certa unificazione o identità creata nell’interagire dell’organismo/ambiente; e ciò è stato il lavoro del "sé".
Il processo del post-contatto è inconsapevole poiché la consapevolezza è generata dall’emergere di una figura, di un bisogno, ovvero dall’aprirsi di una gestalt. Nel post-contatto la figura è stata assimilata nello sfondo, è stata digerita, come un boccone di pane, alieno all’organismo ma necessario per sua sopravvivenza nel processo digestivo si trasforma in sostanze simili a quelle dell’organismo, entrando in esso e modificandolo attraverso il contributo alla sua crescita; la figura, che "rientra" nello sfondo attraverso il post-contatto si è trasformata e, a sua volta, ha trasformato l’organismo. Per questo il processo vitale, che ha individuato delle necessità coerenti e non disfunzionali alla crescita e che si è svolto fino in fondo, è un processo creativo.
Le quattro fasi del contatto presuppongono, per il loro completamento, la capacità dell’organismo di ritrarsi dall’ambiente. Il contatto è infatti un movimento-verso, una pulsazione che ha termine quando la sua mente è soddisfatta. Dopo aver bevuto il suo bicchiere d’acqua, appagata la sete, la persona non sarà più attratta dai liquidi dissetanti o dai bicchieri pieni; rispetto ad essi si ritrarrà. Il contatto ed il ritiro sono i rappresentanti dell’interdipendenza dell’organismo con l’ambiente e della sua autonomia ed individuazione rispetto ad esso.
Perls fa rientrare il ciclo sonno/veglia nel processo di ritiro/contatto con l’ambiente. Un organismo sempre in contatto non attuerebbe, strictu sensu, alcun contatto, poiché non si differenzierebbe. Allo stesso modo, un organismo in costante ritiro sarebbe equivalente ad un autistico grave e votato alla morte.
Il nevrotico, per la terapia della Gestalt, è incapace di discriminare i propri bisogni. È incastrato in un conflitto tra necessità e desideri opposti i quali possono o essere entrambi interni oppure appartenere uno all’individuo e l’altro alla comunità entro cui egli vive.
Lasciamo a Perls il compito di descriverci la personalità "malata":

"Sembra che l’uomo nasca con un senso di equilibrio sociale e psicologico acuto quanto il suo senso di equilibrio fisico, ogni suo movimento a livello sociale o psicologico è volto a scoprire quell’equilibrio, a stabilire l’equilibrio tra i suoi bisogni personali e le esigenze della società. Le sue difficoltà derivano dal desiderio di respingere tale equilibrio, bensì dai movimenti erronei che mirano a trovarlo e mantenerlo. Quando questi movimenti portano l’uomo ad un grave conflitto con la società perché, nella sua ricerca del confine di contatto (il punto di equilibrio), egli ha trasgredito alle norme sociali, lo chiamiamo criminale. Il criminale è l’uomo che si è arrogato quelle funzioni definite tradizionalmente prerogative dello Stato. L’uomo che ha arrogato a sé queste funzioni è, nella nostra società, un criminale. Quando, d’altra parte, la ricerca dell’equilibrio porta l’uomo a indietreggiare sempre più, a permettere alla società di imporsi pesantemente su di lui, di sopraffarlo nelle sue esigenze e nello stesso tempo di alienarlo dalla vita sociale, spingerlo a plasmarlo passivamente, allora lo chiamiamo nevrotico. Il nevrotico non riesce a veder chiaramente i propri bisogni e quindi non può appagarli. Non può distinguere adeguatamente tra sé e il resto del mondo, e tende a vedere la società come più grande della vita, e se stesso come più piccolo."

Ed ancora:

"[…] una nevrosi è uno stato di squilibrio nell’individuo che insorge quando egli e il gruppo di cui è membro sperimentano simultaneamente bisogni divergenti e l’individuo non riesce a distinguere quelli dominanti. Se questo genere di esperienza viene ripetuto spesso, oppure se una singola esperienza è molto impressionante, il senso di equilibrio dell’individuo nel campo verrà tanto disturbato da fargli perdere la capacità di giudicare adeguatamente la posizione di equilibrio di qualunque altra situazione."

Il nevrotico è un interruttore: interrompe cioè il proprio contatto con l’ambiente e con i propri bisogni funzionali. L’individuo risponderà allora in modo nevrotico a situazioni che non hanno nessuna connessione intrinseca con l’esperienza o con le esperienze in cui è avvenuto originariamente lo squilibrio. Un modo del nevrotico di affrontare la situazione è quello di interrompersi; il modello del criminale è di interrompere l’ambiente.
Perls individua quattro meccanismi fondamentali che il nevrotico usa per autointerrompersi:
1) Introiezione;
2) Proiezione;
3) Confluenza;
4) Retroflessione.
Nell’introiezione un elemento esterno viene inghiottito senza essere digerito, sia esso un comportamento, un sistema di aspettative, una modalità di risposta ecc. Entro il processo di contatto/ritiro con l’ambiente l’introiezione è il malfunzionamento per cui gli elementi dell’ambiente con cui entriamo in contatto non vengono adattati all’organismo ma vengono posti in esso tali e quali sono. Ciò determina, per esempio, il senso di strapotere proprio del Super Io del nevrotico. Il Super IO malato, infatti, è il complesso di punizioni/ricompense/aspettative dei genitori, che essendo stato introiettato, è rimasto autonomo dall’individuo; gli chiederà, perciò, di seguire i propri dettami e non quelli congruenti con le sue esigenze. E se pure questi dettami erano giusti quando il paziente era un bambino e viveva i genitori come onnipotenti, non lo saranno certamente ora che egli è adulto. Come il cibo indigesto, gli introietti pesano sulla vita dell’organismo; nonostante invadano sempre più la mente essi rimangano non digeriti, estranei. L’introiezione costringe il nevrotico ad impiegare una enorme quantità di energie per cercare di tenere a bada e convivere con il materiale introiettato. Inoltre, l’introiezione contribuisce alla disgregazione della personalità. Se, infatti, introiettiamo due introietti conflittuali rischieremo di venire lacerati. Nell’introiezione manca completamente il carattere attivo della dinamica del contatto; in essa non vi è alcuna creatività: il materiale, che, per poter essere assimilato (nel senso letterale del termine) deve venire disgregato dall’organismo, selezionato, digerito e trasformato, vi resta immutato e tenacemente estraneo.

La proiezione è il contrario dell’introiezione: "Mentre l’introiezione è la tendenza a rendere il sé responsabile di ciò che in realtà è parte dell’ambiente, la proiezione è la tendenza a rendere l’ambiente responsabile di tutto ciò che si origina nel sé."
Nella proiezione attribuiamo agli altri ciò che è nostro: la mia gelosia diventa la gelosia che tu provi per me. L’aggressivo vedrà negli altri i suoi desideri "riprovevoli" che non vuole riconoscersi. Nella proiezione l’individuo sente la presenza di un elemento (un desiderio, un atteggiamento ecc.). Non riuscendo ad anestetizzarsi completamente, ed essendo questo elemento sentito come pericoloso e in conflitto, esso viene attribuito ad altri. Può esservi proiezione anche nei confronti di se stessi, allorché il nevrotico...

"ha la tendenza a rinnegare non solo i propri impulsi, ma anche quelle parti di sé in cui si originano gli impulsi. Dà a questi elementi un’esistenza oggettiva, per così dire, fuori di se stesso, in modo da renderli responsabili dei suoi guai senza dover affrontare il fatto che sono parte di lui."

Così come l’introiettore diveniva campo di battaglia per le vicende del mondo, il mondo diviene, per il proiettore, l’arena su cui si confronti i suoi accadimenti interiori.
Il terzo meccanismo nevrotico è la confluenza. Quando la persona non è individuata, quando tra essa e l’ambiente non vi è un confine chiaro, si ha una situazione di confluenza. Si può dire che il confluente viva una cronica identificazione con l’ambiente e con le persone che lo circondano. Egli collude costantemente; non è in grado di dire fino in fondo di no. Il confluente non sa chi è, non conosce le proprie possibilità né quelle degli altri; dubita spesso della propria identità e dipende completamente dall’ambiente circostante. Una perdita è vissuta dal confluente come una catastrofe: egli, infatti, non sa prendere le distanze dagli accadimenti né riesce a fondare una propria autonomia.
La situazione prototipica della confluenza è il rapporto madre-bambino; la differenza fondamentale, però, è che questo rapporto è sano ed equilibrato. Infatti, il bambino nel corso della crescita potrà, per individuarsi, sfruttare le risorse che trae dall’appoggio della confluenza con la madre.
La confluenza si manifesta prepotentemente nel collegamento di reazioni motorie. Secondo l’esempio di Perls, infatti, la persona che giudica riprovevole o sconveniente il piangere, reprimendo questo impulso, sarà costretta anche ad agire sulla respirazione e la bloccherà. Una volta che l’inibizione del pianto sarà divenuta inconscia legherà a sé, in confluenza, il blocco respiratorio. Agendo sulla respirazione e sbloccandola, potremo arrivare a sbloccare sia l’impulso a piangere sia l’affetto ad esso legato. Il confluente non tollera differenze; le sue manovre relazionali, la mistificazione e la collusione, fanno sì che il suo comportamento sia poveramente organizzato e che, entro un quadro di disintegrazione della personalità, le azioni non siano più coordinate col pensiero.
Il quarto meccanismo nevrotico è la retroflessione. L’individuo che retroflette fa a se stesso ciò che vorrebbe fare agli altri e rivela il meccanicmo della retroflessione con frasi del tipo: "devo convincermi di…" o "devo controllarmi", oppure "mi vergogno di me stesso". La differenza tra la retroflessione e l’introiezione è che l’atto retroflesso e il comportamento che esso tiene sotto controllo fanno parte della personalità dell’individuo e non sono prodotti dell’ambiente circostante.
Secondo Perls, per esempio, la concezione del Super Io freudiano contribuisce ad elaborare un modello di personalità scisso che deve essere integrato; non soltanto, come abbiamo detto in precedenza, il Super Io viene considerato da Perls un introietto, ma comporta anche il rivolgere contro se stessi le azioni dirette verso gli altri. Lo scontro con un ambiente frustrante ed ostile genera il comportamento retroflettente. I comportamenti puniti, infatti, essendo comportamenti inibiti, non scompaiono, ma sono soltanto trattenuti. Una parte, come scrive Perls, viene eterodiretta sotto forme diverse; un’altra parte, invece, viene retroflessa. Il conflitto tra l’organismo e l’ambiente di ritorce così contro l’organismo che, inglobandolo, deve agire due comportamenti opposti. È ciò che avviene quando il conducente di un’automobile pigia contemporaneamente freno e acceleratore: il nevrotico irrigidirà i muscoli che dovrebbe attivare se agisse il comportamento punito e punibile. Le tensioni muscolari patologiche e croniche sono perciò da ricollegarsi al meccanismo della retroflessione. Ma non sono soltanto i comportamenti punibili che vengono rimossi e retroflessi: passibili di seguire questo destino sono tutti i comportamenti frustrati. Chi desidera compassione, amore o attenzione può, con la retroflessione, darli a se stesso. La patologia di questa situazione deriva dal carattere narcisistico e autistico dei sentimenti retroflessi: mentre in origine essi erano delle funzioni interpersonali e giocavano un ruolo decisivo di contatto tra l’organismo e l’ambiente sono divenuti, con la retroflessione, degli schermi contro quest’ultimo.
La nevrosi, per Perls, si gioca tutta entro questi quattro meccanismi; ma perché essi siano considerati disadattivi è necessario che sussistano alcune condizioni:
1) il meccanismo maggiormente in gioco dev’essere adottato cronicamente e rigidamente. Come abbiamo detto, infatti, vi sono momenti particolari in cui ognuno di essi può essere adattivo per l’organismo debole;
2) i meccanismi nevrotici devono assumere una portata soverchiante rispetto alle funzioni equilibratrici dell’organismo ed alle sue capacità di contatto. Tutti, in qualche misura, proiettiamo; tutti introiettiamo e retroflettiamo; nell’innamoramento possiamo giungere a stabilire uno stato temporaneo di confluenza; ma ciò che è importante è che l’equilibrio ed il contatto (l’organizzazione quasi-stazionaria del campo) non vengano paralizzati dai quattro meccanismi;
3) l’attivazione del meccanismo deve essere divenuta inconscia. Se io mi impedisco di piangere di fronte a te che mi hai insultato e sono consapevole di questo impedimento, sento il nodo alla gola, il blocco respiratorio, l’irrigidimento del diaframma, la confluenza non potrà essere considerata nevrotica; diverrà tale quando sia l’oggetto rispetto al quale retrofletto l’azione della mia risposta sia l’azione della retroflessione e la confluenza vengono rimosse. Allora le funzioni corporee si irrigidiranno in una corazza, il bisogno di piangere non verrà più avvertito e le tensioni non si sentiranno più. Naturalmente, poiché possiamo notare una serie di scompensi nelle funzioni di contatto, siamo autorizzati a pensare che il bisogno di piangere sia sempre presente, ma sia divenuto inconscio.


Il contributo della Psicologia Analitica
La terapia della Gestalt è rivoluzionaria sia per la sua relativa semplicità, sia per la rivalutazione di aspetti che la psicoanalisi aveva giudicato non solo non terapeutici ma addirittura nevrotici; eppure, Perls aveva giudicato troppo leggermente la potenzialità ed il senso della psicoanalisi e delle terapie analitiche in genere. Se, infatti, esse vengono rigorosamente condotte procedendo nell’analisi delle resistenze e mai abbandonandosi a spiegazioni intellettualizzanti e razionalizzanti, molte ragioni critiche della metapsicologia di Perls cadranno.
Il pensiero di Jung e la sua Psicologia Analitica, possono iscrivere la terapia della Gestalt entro un orizzonte più ampio, risolvendo alcune contraddizioni in essa implicite che la portano a trasformarsi assai facilmente in una terapia sintomatica. A rigore, l’intervento terapeutico gestaltico termina quando il paziente ha preso pieno contatto con la situazione presente. Per il terapeuta geataltista, infatti, il paziente deve saper chiudere le gestalt dall’hic et nunc come luogo di intervento sulla struttura della nevrosi e della dinamica del contatto/ritiro, all’hic et nunc come luogo di effimero soddisfacimento di bisogni è assai breve. Se l’intervento terapeutico si interrompe ed evita di analizzare a fondo la struttura dei come del paziente, esso rischia di divenire sintomatico. Qui sta un punto di grande differenza tra la Gestalt e la Gestalt Analitica.
Il centro del problema è che, per Perls, non esistevano istinti o pulsioni, ma soltanto bisogni e necessità attuali. Egli non accettava che, oltre ai comportamenti, esistessero classi di comportamenti (l’oralità psicoanalitica è la classe che raggruppa i comportamenti dell’inghiottire/vomitare, assumere/rifiutare ecc.; l’analità è la classe dei comportamenti del trattenere/respingere, ordinare/disordinare, ecc.) e che gli affetti, oltre che essere funzioni di situazioni presenti fossero anche funzioni delle classi di quei comportamenti. In altre parole, essendo l’uomo capace di contestualizzare le proprie esperienze, oltre che prendersi cura di esse in quanto tali, è necessario arrivare ai contesti, alle classi. Per un certo aspetto l’archetipo si può definire funzione contestualizzante.
La terapia Gestalt Analitica si propone di allargare il come gestaltico per giungere alle figure che stanno dietro quelle presenti. In quest’ottica l’interpretazione e la seduta individuale aprono l’analisi della situazione svelata dalla seduta Gestalt Analitica di gruppo verso l’analisi delle strutture archetipiche.
Spesso, l’amplificare il bisogno qui-ed-ora, il bisogno "gestaltico", verso la classe di quel bisogno, assume la connotazione dell’avvicinarsi ad un senso diverso della vita. Come abbiamo detto, se l’analisi gestaltica del come viene portata veramente a compimento, essa acquisterà da sé il valore proprio dell’analisi di quelle che abbiamo chiamato le classi, ma che potremmo anche chiamare archetipi. Ma è facile il rischio di sottovalutare la grande difficoltà di questo lavoro che ci spinge a ricondurre il problema del disagio psichico entro l’alveo junghiano. La terapia Gestalt Analitica si avvale dei grandi pregi delle sedute gastaltiche di gruppo che permettono lo svilupparsi di un forte ed immediato contatto, che eliminano le razionalizzazioni e conducono dritte alle emozioni. Sulle emozioni e sui come scatta l’innesto del pensiero analitico. Le emozioni, che si svolgono entro modalità particolari e che focalizzano oggetti appartenenti al campo gestaltico, vengono da noi intese come funzioni emotive. Alla loro base vi è una sorta di facilitazione che ne definisce il tipo, la forma, la qualità di rapporto che esse stringono con i loro oggetti. L’emozione che la seduta gestaltica elicita, che chiarisce e depura dai meccanismi di difesa; che emerge dal rimosso (dallo sfondo indifferenziato) e chiude lo spazio vuoto e aperto della gestalt presente, è la via che rappresenta un archetipo. Questo è un motore che produce emozioni. Se la classe fosse coincidente con la sua rappresentazione grafica (un cerchio, per esempio), l’archetipo sarebbe la mano che l’ha disegnato. Esso è il come più profondo; il modo, unico e identico, in cui si metaforizza e diffrae infinitamente la realtà. Se la vita è un flusso dialettico, ciò che sta dietro all’imprendibile diacronico presente è la forma sincronica di un generatore di affetti e relazioni; un generatore inconoscibile perché condizione di conoscenza e atemporale perché fonte del tempo stesso.
Se il flusso del presente mi pone di fronte a varie situazioni in cui litigo col capufficio, poi con mio padre ed infine con un vigile urbano che mi blocca ad un incrocio, l’analisi profonda di uno solo di quei come-litigo, pur entrando e operando nel qui e nell’ora, si addentrerà in realtà, sulla struttura del litigare-con-qualcuno-che-è-insieme-capufficio/vigile/padre. L’analisi profonda del come mi porterà necessariamente alla classe di quei litigi, e siccome nella realtà presente le classi dei comportamenti non esistono, mi porterà a visualizzare il fatto che, nel tempo e dentro il tempo, si svolgono scene che rimandano alla generazione del tempo; nel qui e nell’ora, nel contatto con il presente, si diffraggono scene che creano il qui e l’ora e che definiscono le forme del contatto.
Ecco che queste varie gestalt, attraverso l’interpretazione, potranno rivelarsi metaforizzazioni di una gestalt comune, una funzione profonda, un complesso o un archetipo. Il rapporto tra i due livelli, che riconduce il molteplice all’uno, è quello del "come" e del Senso.
La psicologia analitica dà alla comprensione delle strutture dei comportamenti e degli affetti un altro orizzonte: quello che, rivelandosi nel presente, scopre le modalità di generazione di questo particolare presente che il paziente deve giungere a riconoscere come suo. Non è necessario identificare un passato reale e storico per svelare le modalità attraverso cui il paziente forgia il proprio hic et nunc; gli archetipi scavalcano la realtà poiché ne sono le condizioni a priori; sono forme e strutture di produzione di simboli i quali, a loro volta, danno significato e investono gli oggetti. Un elemento del campo acquista particolare importanza perché viene caricato di un senso particolare e quel senso è, insieme, reale e simbolico. Qui, naturalmente, il simbolo di cui parliamo non è quello che intende Perls; il simbolo junghiano è un segno vivo, a cavallo tra la materia del bisogno organico e il senso e l’attrazione che questo oggetto del campo esercita su di me.
L’unificazione della Gestalt con la psicologia analitica è possibile per la natura stessa del pensiero di Jung. Egli, spesso accusato di relativizzare e normalizzare (accusa mossa dai freudiani in merito, per esempio, al concetto junghiano di libido despecializzata, contrapposta alla libido sessuale di Freud) si pone come elemento conciliatore di differenze abissali esistenti tra la psicoanalisi ortodossa e le tecniche gestaltiche.
Un primo punto di contatto tra il pensiero di Jung e quello di Perls è la costante ricerca della totalità, dell’olismo e dell’unificazione. L’archetipo, infatti, ha un piede nella carne e l’altro nell’immaginazione. La personalità trova le potenzialità del proprio olismo nel rapporto dialettico tra le parti conscie e la parti inconscie della psiche. L’Inconscio, che Jung definisce "oggettivo" è, per molti aspetti, non derivante da scene storiche rimosse, ma collettivo e transpersonale; è un organismo autoregolantesi, ma l’omeostasi dell’Inconscio junghiano non è diretta verso l’abbassamento del livello energetico, ma ha per finalità una mitopoietica ricerca e produzione di significato. L’Inconscio, nel suo aspetto di sistema autocorrettivo e costruttivo, può produrre la nevrosi come tentativo di correggere distorsioni al "divieni ciò che sei"; la nevrosi è per Jung come un simbolo che, malato, diviene sintomo, ma che pure conserva le potenzialità creative per risolvere il dilemma che incatena il nevrotico. L’Inconscio junghiano è dunque anche un organismo che tende a chiudere le gestalt incompiute.

 

L’immaginazione attiva
D’altra parte anche nella tecnica, Perls si avvicina a Jung quando usa la cosiddetta “sedia che scotta”, che nella psicologia analitica diviene “immaginazione attiva”. Ancora una volta l’accento varia (ed è un fatto essenziale) per lo spostamento dall’Io al Sé. Ciò che unisce i due autori, invece, è l’alta considerazione che entrambi hanno della fantasia, come veicolo espressivo delle potenzialità non integrate (inconsce, per Jung) della personalità.

 

L’approccio fenomenologico
Un altro fattore di contatto è la caratteristica profondamente fenomenologica dei due autori. Ciò che Jung può aggiungere a Perls è il fatto che la fenomenologia non rimane acritica e “ingenua”, ma diviene il modo di disvelamento di un progetto globale in cui la personalità del paziente tende a dispiegarsi. Qui, secondo l’impostazione della nostra scuola, torna in campo l’Inconscio, che sostituisce la nozione di sfondo tipica della Gestalt, nozione eccessivamente superficiale e con connotazioni puramente negative (per cui lo sfondo è ciò che non è la figura, rimanendo così indeterminato). L’Inconscio invece permette di individuare strutture peculiari e molto precise, organizzate secondo complessi e tonalità affettive o, a livelli più profondi, secondo archetipi psicosomatici.

 

Il ruolo del corpo
Un elemento essenziale per il training ed il lavoro nei gruppi è la concezione sociale dell’Inconscio junghiano, per cui anche le strutture profonde della psiche tendono ad un’espressione culturale (qui è di eccezionale rilevanza il ruolo che nella psicologia analitica ha il simbolo) e sono quindi comunicabili, a differenza delle formazioni di compromesso della psicoanalisi freudiana, le quali sono essenzialmente sintomatiche (e non simboliche) e private.
Grazie al fatto che a livello profondo i disturbi affondano le loro radici da una parte nello Psicosoma (caso eclatante è quello delle isteriche e delle loro conversioni, da cui prese le mosse la Psicoanalisi) e dall’altra nell’Inconscio Collettivo (il quale è, appunto, psicoide) nei gruppi sarà possibile fare interagire i vari componenti per mezzo di reciproche proiezioni, molte delle quali non saranno però “cieche” agli altri membri (che altrimenti non comprenderebbero di cosa l’altra sta parlando), ma potranno invece essere simboliche e significative. Questa dinamica specifica può aver luogo grazie all’interpretazione, che nel nostro insegnamento fa da complemento all’esplicitazione gestaltica. Per mezzo dell’interpretazione i messaggi sintomatici che compariranno nel gruppo attraverso le proiezioni potranno essere resi più consci ed integrabili non solo per il singolo, ma anche per alcuni altri membri del gruppo, intervenendo così sulle dinamiche transferali cosiddette “orizzontali”, cioè quelle tra i singoli membri. Ciò ovvia al grave inconveniente delle terapie gestaltiche di gruppo che sono precipuamente delle terapie in gruppo svolte da singoli, che, a causa di questa loro caratteristica, finiscono per alienare gli altri membri non coinvolti.

 

Il paziente non viene a ricordare sé stesso con un semplice rimescolamento delle carte; egli, piuttosto, "scopre e fa" sé stesso.
La terapia della Gestalt
, 1951, (Astrolabio, 1997).

Il terapeuta è simile a ciò che il chimico chiama un catalizzatore, cioè l'elemento che fa precipitare una reazione, la quale altrimenti avrebbe potuto non verificarsi. Non è questo elemento a stabilire il tipo di reazione, dato che essa dipende dalle proprietà reattive intrinseche dei materiali presenti; e non viene neppure a far parte del composto di cui favorisce la formazione. Il suo compito si limita a far iniziare il processo, dal momento che ci sono processi, che, una volta iniziati, sono autosufficienti e autocatalitici. A nostro avviso, la terapia è uno di questi processi, in quanto una volta che il medico lo abbia messo in moto, il paziente lo porta avanti da sé.
Ibid.
 
Il "caso risolto felicemente" di una terapia non costituisce una "guarigione" nel senso di rappresentare un prodotto finito, ma con questa espressione s'intende affermare che il paziente possiede ora quei mezzi e quegli strumenti che gli consentiranno di affrontare i problemi ogni volta che se ne presenteranno. Egli è ormai in grado di muoversi libero dagli strascichi di atti iniziati ma non portati a termine.
Ibid.
 
Il lavoro del terapeuta non consiste nell'imparare delle cose riguardo al paziente per poi insegnargliele, bensì insegnare al soggetto come imparare ciò che concerne se stesso. Questo significa che il paziente deve diventare direttamente consapevole di come realmente funzioni in quanto organismo vivente; e questo avviene sulla basa di esperienze concrete e non verbali.
Ibid.
 


 

La terapia della gestalt

a cura di Riccardo Zerbetto


 
1. Il modello di uomo.


La Terapia della Gestalt, che inizialmente era stato chiamata della Concentrazione o Esistenziale, utilizza un termine tedesco che significa struttura-forma e che tradizionalmente si riferisce al concetto insiemistico della omonima psicologia della percezione che mette in evidenzia la attitudine dello psichismo a cogliere quell’insieme che dà senso e quindi supera la semplice sommatoria degli elementi costitutivi. Mentre l’attenzione degli psicologi della Forma si era rivolta alle caratteristiche delle funzioni percettive, fu merito di Friederick Salomon Perls innestare questi contributi sul terreno della teoria e della pratica psicoanalitica e di un’impostazione fenomenologico-esistenziale. Dalla confluenza di queste grandi direttrici di fondo, unitamente ad altri contributi terorici, come la Teoria del Campo di K. Lewin, l’Autoregolazine Organismica di K. Goldstein e la Semantica Generale di A. Korzybski e metodologici, come lo Psicodramma, la Sensory Awareness e lo zen, scaturì un orientamento teorico-applicativo nel campo della psicologia e delle scienze umane di assolutà originalità e che, parafrasando le parole di Perls “La Gestalt è qualcosa di immanente alla natura” (Perls, 1969, p. 68) non comporta nessun elemento di novità, se non il fatto di aver collegato in una sintesi nuova importanti contributi precedentemente acquisiti e soprattutto di averne tratto uno stile di lavoro coerente e di ampio respiro nella applicazione al lavoro psicoterapico. Per introdurre gli elementi che compongono la costruzione teorica della Tdg preferisco far preceder alcune note sulla vita di Perls stesso che, nell’evoluzione umana ed intellettuale della sua persona, integrò tali elementi costitutivi in una esistenza vissuta con intensità e coerenza agli stessi principi ispiratori.

 

2. Sviluppi storici ed orientamenti principali all’interno del modello psicoterapeutico
Fritz Perls nasce a Berlino nel luglio 1893 da una famiglia ebrea. La madre, che muorirà con una delle sorelle in un campo di concentramento nazista è una donna religiosa, della piccola borghesia, che trasmetterà al figlio l’amore per il teatro e l’opera. Il padre, commerciante di vini e massone militante, è un uomo impulsivo, che avrà con il figlio una relazione fortemente conflittuale. Fritz, bambino inizialmente saggio ed ubbidiente, diventa un ragazzo ribelle tanto da essere espulso dalla scuola. Pur coltivando una forte passione per il teatro, che lo accompagnerà per tutta la vita, si iscrive a medicina. Nel 1926 inizia una analisi personale con Karen Horney e decide che la psicoanalisi è il suo futuro. Diventa assistente di Kurt Goldstein che, a partire dagli studi sulla Psicologia della Gestalt, lavora sui disturbi della percezione in traumatizzati cranici. Nello stesso ambiente conosce Laura Polsner, che più tardi sarà sua moglie e prima collaboratrice nello sviluppare il nuovo orientamento nella psicoterapia. Si avvale di un periodo di supervisione con Helen Deutch a Vienna e riprende l’analisi con Eugene Harnick, un ungherese appassionato dall’idea della neutralità del terapeuta al punto di evitare di stringere la mano ai clienti. Un’esperienza che inciderà sulla elaborazione degli elementi di divergenza nei confronti della pratica psicoanalitica tradizionale. Si rivolge successivamente a W. Reich che, in quel periodo, sta lavorando alla Analisi di carattere. L’incontro con questa figura di analista attivo, aperto a problematiche politiche, che non esita a mettere le mani sui suoi pazienti per favorirne la presa di contatto con i blocchi della corazza muscolare, rappresenterà un fattore di fondamentale importanza nella successiva evoluzione della formazione di Perls. Il sopravvento del nazismo lo costringe a fuggire in Sud Africa dove, nel 1934, fonda l’Istituto Sudafricano di Psicoanalisi. Elabora nel frattempo alcuni contributi originali sul tema delle resistenze orali che si aspetta vengano accolte positivamente al Congresso Internazionale di Psicoanalisi che si va preparando a Praga nel 1936. La comunicazione di Perls, che successivamente verrà ampliata e pubblicata col titolo L’Ego, la fame e l’aggressività, (1947) cui anche Laura da un contributo rilevante, rappresenta «il passo dalla psicoanalisi ortodossa alla visione gestaltica». Terminata la guerra, si trasferirsi a New York. Tra i primi collaboratori troviamo Isadore Fromm, Paul Weisz (che inizierà Perls allo Zen), Elliot Shapiro, Sylvester Eastman che, con Paul Goodmann, Ralf Hefferline e Laura formano il cosiddetto gruppo dei sette. Nel 1951 viene pubblicato La terapia della Gestalt: eccitamento e accrescimento nella personalità umana a firma di Perls, Hefferline e Goodman, testo base di riferimento sia a livello teorico (vi compare un capitolo sulla “teoria del sé”) che metodologico. Tra il ‘52 e il ‘54 fonda i primi Istituti di Gestalt di che lascia tuttavia a Laura e a Goodmann mentre si dà a continui viaggi per presentare il nuovo metodo di lavoro. Il suo spirito libertario lo porta tuttavia lontano dagli ambienti professionali ai quali preferisce il contatto con pittori, musicisti e gente di teatro. Si espone inoltre a sempre nuovi stimoli frequentando i corsi regolari di Sensory Awareness con Charlotte Selver, di Psicodramma secondo la scuola di Moreno sviluppando in particolare la tecnica del monodramma. Questa inesausta tensione ad integrare elementi teorici ed applicativi di diversa estrazione sarà all’origine di una crescente divaricazione tra Perls (e la scuola che successivamente verrà denominata come californiana o della West Coast) e gli Istituti della East Coast dove a Laura Perls e a Paul Goodmann si sono affiancati nel frattempo Joseph Zinker, Erving e Miriam Polster ed Isadore Fromm che si attengono ad una metodologia di lavoro più ancorata agli schemi classici della interazione verbale e dove, a partire dal 1966, vengono avviati i primi programmi di formazione strutturati. Agli inizi degli anni‘60 si reca più volte in California su invito di Van Dusen, un fenomenologo esistenziale interessato in particolare allo studio degli stati di coscienza non abituali e accetta infine l’invito a stabilirsi ad Esalen, un centro di crescita sulla costa californiana, che sta trasformandosi in un autorevole fucina di sperimentazione e di propulsione culturale attraverso il contributo di personaggi di rilievo quali Aldous Huxley, Alan Watts, Abraham Maslow, Bill Shulz, Ivan Tillich etc. Alla presenza ormai di centinaia di partecipanti, Perls invita chi vuole ad accomodarsi sulla sedia che scotta per dar luogo alle sue dimostrazioni cui sono ormai attirati professionisti di fama per cogliere i segreti di un’arte consumata e sempre inventiva nel cogliere l’elemento evolutivo inceppato di un’esistenza interrotta nel suo libero fluire, nella sua crescita. Non si tratta ovviamente di percorsi psicoterapici, ma di tocchi magistrali che danno tuttavia il senso del potenziale raggiunto da quest’uomo a compimento della sua opera di sintesi e di inesausta ricerca. Le sessioni di Perls vengono registrate, filmate ed in parte raccolte in un volume che uscirà con il titolo Gestalt verbatim (1968). Precedentemente si era dedicato alla raccolta di dati ed esperienze personali con un taglio autobiografico cui aveva dato il titolo inconsueto di In and out the Garbage Pail (Dentro e fuori dal secchio della spazzatura) (1969). Una nuova generazione di più stretti collaboratori, tra cui Claudio Naranjo, Bob Hall, Jack Dawning e Isha Blumberg, raccoglievano l’eredità della più compiuta espresione della sintesi di Perls mentre, con il contributo di Jim Simkin, venivano organizzati programmi di formazione secondo l’impostazione della scuola californiana. Nel giugno del 1969, al massimo del suo successo, Perls decide di trasferirsi con una trentina di collaboratori sulle rive del lago Cowichan in Canada per dare vita ad una esprienza communitaria ispirata dai principi della Gestalt nonchè dalle esperinze dei kibbutz che in quegli anni esercitano una forte impatto sulla cultura alternativa. Muore il 14 marzo dell’anno successivo prima di svolgere un periodo di insegnamento presso l’università di stato della Georgia dove si propone di “mostrare cosa può essere uno psichiatra ed un uomo”. Questo era infatti il suo vero progetto: essere un uomo capace di una varietà estrema di reazioni e di emozioni, un «perfetto animale» ... nel senso nobile del termine, si affretta a specificare Martin Shepard che nel libro Intimità con Fritz Perls (1975) ha scritto la biografia del “Padre della Gestalt”. Il nuovo approccio, dopo anni di lenta incubazione, si diffonde con forza inaspettata tanto da far registrare la nascita di ben 37 istituti tra il 72 e il 76. Nel 1982 il Gestalt Directory annovera più di 60 istitutidi formazione. Anche in Europa la TdG inizia a diffondersi grazie ad iniziative di sensibilizzazione di terapeuti statunitensi e all’avvio di iniziative da parte di colleghi europei che si sono formati negli USA. Nel ‘72 Hilarion Petzoldt fonda il Fritz Perls Institute a Dusseldorf mentre Serge Ginger fonda la Scuola Parigina di Gestalt. Nel nostro Paese, dove è stato introdotto originariamente da Natascia Mann e Barrie Simmons, si sono progressivamente sviluppate iniziative di applicazione clinica e di attività formativa. Allo stato attuale esistono in Italia una decina di istituti di formazione la cui maggioranza si riconosce nella Federazione Italiana delle Scuole ed Istituti di Gestalt-FISIG che si è costituita nel 1991 con l’intento di garantire standards didattici adeguati e nel rispetto dei parametri indicati dalla Associazione Europea di Gestalt Terapia-EAGT. Allo stato attuale la TgG, oltre a far registrare la propria presenza in tutti i continenti attraverso ben consolidate iniziative di formazione, viene abitualmente contemplata tra gli indirizzi maggiormente censiti nelle pubblicazioni sinottiche sui diversi orientamenti nella psicoterapia (Corsini 1973, Norcross 1981, Kriz 1985, Ferrucci 1985, Gurman e Messer 1990, Pierson 1991, etc.) ed ha ricevuto il riconoscimento, attraverso 5 scuole di formazione, da parte della Commissione Ministeriale istituita presso il MURST ai sensi della legge sulla psicoterapia.


3. Il modello teorico di riferimento

 

La Psicoanalisi

 

La Gestalt è figlia della psicoanalisi anche se, forse proprio per questa discendenza in linea diretta attraverso un personaggio così ribelle e alieno da ogni forma di appartenenza esclusiva, le distanze dalla ideologia-madre appaiono talvolta ostentatamente sottolineate. (Appelbaum, 1976, 1982, Delacroix, 1982, Ginger, 1987,Wheeler 1991). In un estremo tentativo di sintesi possiamo richiamare in sintesi i seguenti elementi di differenziazione: - disconoscimento della libido come entità pulsionale primaria a favore di una molteplicità di bisogni che emergono con intensità diversa in funzione del livello di crescita dell’individuo e delle situazioni ambientali attivatrici o inibitorie; - privilegio della dimensione del presente rispetto al passato nell’indagine clinica e nel lavoro terapico; - superamento della dicotomia Es/Super-Io in vista di una concezione non strutturalmente contrappositiva tra domande dell’individuo e risorse potenziali dell’ambiente; - privilegio per il graduale sviluppo della consapevolezza come premessa alla capacità di autoregolazione dell’organismo in cui emozione-immagine-cognizione e vissuto corporeo sono olisticamente cointeressati rispetto al concetto psicoanalitico di insight inteso come evento chiarificatore tra contenuti inconsci e sfera cosciente inerente primariamente la sfera cognitiva; - sottovalutazione dell’inconscio come realtà psichica a sé stante dotata di leggi e modalità organizzative che la differenziano strutturalmente da altri stati di coscienza e soprattutto come alibi evitativo per una più consapevole assunzione della “abilità a rispondere” dei propri vissuti e comportamenti; - valorizzazione della relazione intersoggettiva, tra paziente e analista, e non solo in chiave transferale. Le divergenze della Gestalt da alcuni principi della Psicoanalisi freudiana vanno tuttavia integrati, seppure con un veloce riferimento, con alcuni importanti sviluppi che dal ceppo originario della Psicoanalisi sono derivati. Utilizzando una sintesi operata da Serge Ginger (S e A. Ginger 1987) tali accostamenti possono ravvisarsi con: - C. G. Jung per quanto concerne il significato più ampio attribuito al concetto di libido, il discorso sulle polarità, il lavoro sulla immaginazione attiva, il confronto faccia a faccia, il significato evolutivo attribuito al sintomo, il valore del linguaggio simbolico non limitato alla storia personale dell’individuo; - A. Adler per l’accostamento del processo terapeutico a quello educativo inteso come stimolo alla ricerca di strumenti di autosostegno, di responsabilizzazione e di affermazione personale; - S. Ferenczi per il tentativo di superare un interazione vincolata unicamente alla comunicazione verbale attraverso l’introduzione di esercizi sul radicamento (grounding) e di contatto con il paziente sotto forma di esperienze riparatrici; - O. Rank per l’enfasi sulla scarica emozionale evocata dall’emergenza di vissuti infantili precoci; - K. Horney per l’importanza riconosciuta alle interazioni con l’ambiente, ai benefici secondari che il comportamento nevrotico consente nel presente di ottenere al di là delle cause passate che lo hanno innescato; - W. Reich per l’attenzione ai fenomeni di collettivizzazione delle strutture nevrotiche, alla formazione della corazza caratteriale esprimentesi sotto forma di contratture muscolari croniche, come difesa delle emozioni, come blocco di un più naturale fluire di energie. Di qui la valorizzazione per il corpo, per il suo linguaggio come occasione di accesso alle esigenze primarie dell’essere umano spesso incongruente con il linguaggio verbale, espressione di rappresentazioni autoimposte, di modelli relazionali adottati in modo stereotipo ed inautentico. I riferimenti potrebbero estendersi ad altre correnti di pensiero, come quello della Psicologia Umanistica (in particolare R. May e A. Maslow per quanto riguarda la gerarchia dei bisogni e lo sviluppo del potenziale umano, C. Rogers per quanto ricorda la focalizzazione sul cliente e l’attitudine non invasiva del lavoro terapeutico), della scuola culturalista (E. Fromm per l’analisi delle società capitaliste, H. S. Sullivan per i contributi sulla dimensione intersoggettiva della relazione terapeutica) del personalismo e dei contributi di M. Buber sulla intrinseca realtà dia-logica dell’esistenza umana, e quindi anche del modello di intervento terapeutico, solo per menzionare i più evidenti.

 

 

La Psicologia della Forma

 

Perls viene in contatto con la Psicologia della Gestalt nel ‘26 allorchè lavora come assistente di Kurt Goldstein. Capo scuola è Wertheimer che, a partire dal 1912, si oppone, attraverso ricerche sulla organizzazione dei dati sensoriali in insiemi significativi, alle precedenti scuole dell’elementarismo, del sensazionismo e dell’associazionismo. Pur non avendo elaborato una disanima sistematica dei molti principi approfonditi da questa corrente investigativa, Perls aderisce intimamente a detta concezione precisando come l’aspetto che l’aveva colpito di più era stata «l’idea della situazione inconclusa, la gestalt incompiuta» (da Gimeno e Rosal, 1983, Henle, 1978, Smith, 1976). Perls si riferiva ad alcuni interessanti esperimenti comprovanti come figure mancanti di tratti di delimitazione tendessero ad essere completate dall’atto percettivo che si configurava pertanto come una funzione non unicamente passiva ed elementare quanto una funzione capace di organizzare attivamente i dati sensoriali in funzione di una capacità intrinseca e non necessariamente derivata dall’esperienza. L’elemento innovativo introdotto da Perls fu quello di estrapolare questo principio applicandolo ad una dimensione esistenziale ed evolutiva dell’individuo. «La qualità più importante e interessante di una gestalt è la sua dinamica, la necessità imperiosa che una gestalt possiede che la porta a chiudersi e a completarsi» (Perls, 1951, 78). Una situazione inconclusa polarizza quindi una carica di energia destinata appunto a completarla rendendo la stessa energia indisponibile per altri tipi di esperienza. Il mancato completamento della situazione precedente comporta un ripresentarsi ripetitivo della situazione stessa anche in luoghi e tempi successivi interferendo quindi con la possibilità dell’individuo di entrare efficacemente in contatto con i contesti in cui di volta in volta viene a trovarsi. L’individuo nevrotico evidenzierebbe, ad una osservazione accorta dei suoi gesti e modalità di interazione, un frequente ripresentarsi di situazioni di blocco e di auto-interferenza. Anzichè andare a riesumare i resti mal rintracciabili di un più o meno remoto passato, sarà sufficiente analizzare la struttura interna del modo attuale di relazionarsi all’ambiente (e a sé stesso) per far emergere i meccanismi di autolimitazione e le fantasie che a livello più o meno consapevole li sostengono. Tale concetto rimanda ad un altro aspetto fondamentale della Psicologia della Gestalt, quello di figura/sfondo. Alcuni giochi che fanno leva sulle dinamiche percettive relative a queste due realtà dinamicamente interconnesse sono a tutti noti. L’organizzazione del campo percettivo in figura e sfondo venne introdotta da Edgar Rubin che mise in risalto come la figura suole essere contraddistinta da contorni definiti, rappresenta il focus dell’attenzione ed è caricata di una maggiore energia di relazione con l’oggetto. Lo sfondo, al contrario, rappresenta il resto del campo visivo ed è caratterizzato da attributi inversi a quelli menzionati per la figura emergente. L’attitudine di cogliere la realtà emergente, l’elemento che è più carico di significato e di energia in un preciso momento, consente all’individuo sano di concentrare sullo stesso le sue facoltà di attenzione, di mobilizzare le strategie utili a realizzare con lo stesso elemento uno scambio vantaggioso di dare-avere ed in definitiva di assorbire gli elementi di cui abbisogna per poi muoversi verso altre realtà che successivamente si saranno caricate del flusso energetico in continuo movimento. L’elemento che differenzia ancora una volta l’individuo sano dal nevrotico sarà, sotto questa angolatura, l’elemento di mobilità o, al contrario, di rigidità con cui questo inevitabile mutamento si svolgerà. Di qui l’importanza di quella attitudine cui Perls dà il nome di continuum della consapevolezza intesa come requisito per essere in contatto con ciò che, nella dimensione di una continua mutevolezza, acquista valore.

 

 

La Teoria del Campo

 

Il tema dell’interazione tra individuo e ambiente costituisce un altro dei fondamenti della Psicologia della Gestalt, in particolare per come andò sviluppandosi attraverso il lavoro di K. Lewin. Quest’ultimo, utilizzando le ricerche che sul versante della fisica delle forze elettromagnetiche andavano sviluppando Faraday, Hertz, Einstein e Maxwell, sviluppò quel modello interpretativo delle relazioni individuo/ambiente noto come Teoria del Campo (Lewin, tr. it. 1961). Secondo questa impostazione ogni oggetto non può intendersi che in relazione al contesto totale nel quale è incluso. La traslazione operata da Lewin dal campo delle forze fisiche di attrazione-repulsione ai comportamenti venne da Perls ripresa ed utilizzata come concetto-guida per indirizzare l’intervento terapeutico. L’individuo infatti, nell’espressione della sua esistenza concreta, non fa che muoversi all’interno di un campo di forze originate da interazioni di attrazione o repulsione in rapporto ad una serie innumerevole di elementi esterni come pure di mediazione risultanti dagli equilibri di forza tra elementi costitutivi del suo stesso mondo interiore (intrinsecamente collegato a sua volta alle realtà e/o alle rappresentazioni del mondo esterno). L’imprescindibile necessità di accostarsi all’uomo, ai suoi vissuti ed ai suoi comportamenti senza perdere di vista la dimensione sistemica, il campo delle forze all’interno del quale lo stesso si muove, rappresenta uno degli elementi che spinsero Perls a prendere le distanze dall’impostazione psicoanalitica tradizionale che poneva tutta la propria attenzione sugli avvenimenti interni dell’analizzato senza prendere in considerazione le interazioni in concreto con l’ambiente. Tale impostazione, quella cioè di lavorare direttamente sui sistemi allargati, famiglia e rete sociale, verrà come è noto sviluppata dai terapeuti relazionali coerentemente ai postulati della Teoria generale dei sistemi e della comunicazione, ma trova nel lavoro nei gruppi, con le coppie e le famiglie, come infine nel lavoro di drammatizzazione tra parti interagenti del sé dell’individuo (secondo la tecnica del monodramma ampiamente utilizzato in Gestalt) una chiara espressione di come intendere un lavoro su di una figura emergente che non può comunque mai prescindere dalle realtà contestuali (di sfondo) di appartenenza.

 

 

L’autoregolazione organismica

 

La tendenza fondamentale dei viventi alla crescita trova un antecedente nella funzione della autoregolazione organismica introdotta da Kurt Goldstein (Goldstein, 1939). Tale concetto implica una continua negoziazione tra individuo e ambiente tendente alla attualizzazione delle risorse potenziali ed al raggiungimento di una situazione di equilibrio energetico. "L'organismo sano raccoglie tutte le proprie potenzialità per la gratificazione dei bisogni in primo piano. Immediatamente, appena un compito è terminato, recede sullo sfondo e permette a quello che nel frattempo è diventato il più importante di venire in primo piano. Questo è il principio dell'autoregolazione organismica". (Perls, 48, p. 45) . Perls, commentando la nota espressione di Gertrude Stein «una rosa è una rosa, è una rosa» casserisce come «ogni individuo, ogni pianta, ogni animale, ha solo una meta implicita, un ruolo obiettivo innato: attualizzarsi per quello che è!» (F. Perls. 1968, p. 23). In una visione olistica di interazione tra i diversi livelli di complessità tra loro circolarmente interagenti Perls introduce il concetto di naturalità biologica intendendo con questo termine non solo gli accadimenti della sfera organica, bensì i diversi livelli di complessificazione che, in una dimensione comunque di sostanziale omogeneità ed isomorfismo, ne derivano "Se 1e attività psichiche e fisiche sono dello stesso ordine, possiamo osservare entrambe come manifestazione dello stesso fenomeno: l'essere dell'uomo". (Perls; 1973, p. 85). Più che una teoria generale sulla natura dell’uomo Perls ci dà semmai degli strumenti che un’esperienza ormai consolidata hanno dimostrato essere utili in questa ricerca ed in particolare il nucleo centrale che innumerevoli esercizi, invenzioni e tecniche unisce: l’esercizio della consapevolezza di ciò che sentiamo, siamo, vogliamo o non vogliamo scambiare con l’ambiente in cui ci muoviamo. La vita stessa di Perls, più ancora delle tesi da lui propugnate, è forse l’esempio più significativo di come la follia, l’angoscia, la passione, la fantasia ed anche il fallimento, una volta vissuti fino in fondo e non mistificati, possano in qualche modo tradursi in consapevolezza, cruda valutazione della realtà e quindi, grazie ad una spinta evolutiva di cui potenzialmente ogni essere dispone, tradursi in un incontro col mondo e con sé stessi che non esclude la gioia, la creatività, l’esperienza del vivere.

 

 

Esistenzialismo e Fenomenologia

 

Per citare Walter Kempler «La Terapia del Gestalt, anche se formalmente si presenta come un tipo specifico di psicoterapia, si fonda in realtà su principi che possiamo considerare come una solida forma di vita. In altre parole è innanzitutto una filosofia, uno stile di vita» (Kempler, 1973, P. 271). Una sintetica espressione di Perls sulle concezioni filosofiche può riassumersi nella sua opinione secondo cui esistono fondamentalmente tre tipi di filosofie: la prima è lo aboutism o il parlare “attorno” alle cose, senza mai giungere ad affrontarle direttamente; la seconda è il shouldism, o il “doverismo” che traduce il tutto in termini di ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare; la terza è l’esistenzialismo ovvero un’attitudine a non perdersi in concetti astratti accettati a priori per accettare il rischio di una esperienza personale e consapevole. Al proposito Perls afferma ancora che “La Terapia della Gestalt è, attualmente, una delle tre terapie esistenziali di cui sono a conoscenza la Logoterapia di V. Frankl, la Daseinanalyse di L. Binswanger e la Terapia della Gestalt”. (F. Perls. 1966, p. 56). Superando una concezione di intrinseca conflittualità propria dell’esistenza umana ineluttabilmente al bivio tra la accettazione estrema della morte e del nulla (Sartre o Heidegger) o il trascendimento dell’esistenza naturale stessa (Kierkegaard, Marcel) Perls si dimostra incline per una terza via che, con Van Dusen, si muove nella prospettiva secondo la quale «Se l’esistenzialismo fosse realmente fedele a sé stesso, avanzerebbe nella direzione del Taoismo orientale e del Buddismo Zen essendo incline a rispondere alle domande di chi cerca di capire con lo studio con un puro silenzio, con un puro esperire» (Van Dusen, 1960, p. 78). Tale posizione può considerarsi, a mio parere, implicitamente condivisa da Perls che fu un cultore dello Zen e, ancor prima, della concezione di Vertheimer sul vuoto fertile che rappresenta verosimilmente la apertura più geniale ed acuta di tal dimensione nel pensiero occidentale. Con la concezione esistenziale, al di là delle diversificazioni rilevanti che in essa è dato riscontrare, la Gestalt condivide tuttavia alcuni fondamentali presupposti come: - il primato del vissuto concreto nei confronti dei principi astratti; - l’irripetibile singolarità dell’esperienza umana mai completamente assimilabile a modelli generalizzati di riferimento; - la nozione di responsabilità (abilità a rispondere), di possibilità di scelta pur all’interno di innegabili condizionamenti biologici e socioambientali coerentemente all’aforisma di J.P. Sartre per il quale importante non è ciò che gli altri ci fanno, ma ciò che noi facciamo di ciò che gli altri ci fanno. Anche a livello di intervento terapeutico "La terapia gestaltica è un approccio esistenziale, e questo significa che non ci occupiamo soltanto di trattare con i sintomi o con la struttura caratteriale, ma con l'esistenza totale della persona." (Perls, 1969, p. 75). Di importanza non minore appare la derivazione (o comunque la vicinanza) della Gestalt alla fenomenologia (vedi anche Robine, 1978) in quanto: - attitudine di ricerca che non propone un sistema di credenze, quanto piuttosto un modo di indagine sulla possibilità conoscitiva ed autoconoscitiva dell’uomo riconducibile sia alle scienze dello spirito (Geistwissenschaften) che della natura (Naturwissenschaften); - nell’impossibilità di «spiegare» (erklaren) l’uomo ed i suoi accadimenti è più realistico tentare di immedesimarsi nel suo particolarissimo modo di essere-nel-mondo (da-sein); Si tratta quindi di avvicinarsi alla particolare weltanschaung, alla visione del mondo attraverso le tante manifestazioni (parole, gesti, rappresentazioni, comportamenti) della persona cui ci accostiamo nell’attitudine di favorire i suoi processi intrinseci di sviluppo anzichè sovrapporre od imporre i nostri attraverso tecniche più o meno autoritarie o manipolative; Di qui ancora l’attenzione per il sintomo, la gestualità, la postura, il tono di voce oltre che il contenuto del messaggio verbale (così spesso incongruenti tra loro ed espressione quindi di aspetti scissi della personalità) per ciò che appare (fenomeno) prima che per ciò che è nascosto (noumeno o contenuto inconscio che dir si voglia a seconda delle chiavi di lettura) in definitiva per il come un fenomeno si esprime prima che per il che cosa lo stesso significhi o sottenda. Per estendere al tema un concetto di Husserl «Si tratta di ritornare al discorso sulle cose, alle cose stesse, tali e quali appaiono a livello di fatti vissuti, anteriormente ad ogni elaborazione concettuale deformante» (da M. Petit, 1980, p. 64). Di qui ancora la valorizzazione della dimensione del presente come la nuova dimensione temporale in cui unicamente è dato sentire, interrogarci, incontrarci. Ai contributi del pensiero occidentale andrebbero aggiunti quelli del pensiero orientale. Il riferimento va alla concezione olistica e non contrappositiva delle polarità del Tao, alla deenfatizzazione dell’aspetto intellettualistico della conoscenza del Buddismo Zen, come al valore riconosciuto agli strumenti di crescita, più che all’adeguamento ad una credenza considerata immutabile, al principio del passare attraverso, anzichè dell’eludere, i momenti evolutivi anche quando vissuti terrifici del Tantrismo (van Dusen, 57, Naranjo, 1980, Zerbetto, 1992). Con una metafora assai centrata Claudio Naranjo scrive come: In nessun modo tuttavia siamo portati a considerare la Terapia della Gestalt come una giustapposizione di approcci e semplicemente un approccio eclettico. Così come non pensiamo alla musica di Bach come al risultato dei precedenti stili italiano, tedesco e francese (cosa che in certo senso è), ma siamo al contrario colpiti dall’unicità della sintesi piuttosto che dal riconoscimento delle sue componenti; così la nuova costruzione della Terapia della Gestalt ci colpisce più dei mattoni di cui è composta (Naranjo, 1989, p. 28).

 

 

 

3.1 Il modello clinico

 


Il concetto di nevrosi e la teoria del sé Il sintetico excursus attraverso le correnti di pensiero su cui la Gestaltsi fonda ci conduce a concludere con la concettualizzazione che rappresenta in qualche modo la sintesi di arrivo. Mi riferisco alla teoria del sé che (F. Perls, Goodman, Hefferline, 1951, Ginger, 1987, Zerbetto, 1994). Il self, o sé, secondo questa impostazione, rappresenterebbe il processo di continuo adattamento dell’uomo alle condizioni sempre mutevoli del suo ambiente interno ed esterno. Non si tratta quindi di un’entità fissa, ma di un processo specifico di ciascun individuo che caratterizza il suo particolarissimo stile personale di funzionare e di essere-nel-mondo. Il sé, come funzione nel campo organismo/ambientale, è chiamato ad un continuo processo di adattamento creativo se vuole sopravvivere e svilupparsi - sia a livello biologico che affettivo ed intellettivo - ed è proprio quando diventa incapace di adeguare le sue modalità adattive che insorge la nevrosi, quando cioè, irrigidendosi, è meno capace di soddisfare i suoi bisogni e le sue spinte alla crescita. Solo mediante una sufficiente definizione degli Ego-boundaries, sviluppiamo la capacità di distinguere il confine sé/altro-da sé e quindi prendere, digerire ed assimilare il nuovo. Solo ciò che abbiamo veramente assimilato dall’ambiente diventa parte di noi stessi. Ciò che invece inghiottiamo per intero, cioè che accettiamo indiscriminatamente senza digerirlo, rimane corpo estraneo e non è parte di noi anche se può sembrare tale. A tali elementi indigeriti ci si riferisce come introietti ed introiezione è il meccanismo con cui questi elementi estranei vengono inglobati come corpi estranei. Tale funzione è anche positiva dal momento che ci permette di assimilare elementi dal mondo esterno, ma laddove si presenta come acritica e ripetitiva evidenzia una scarsa definizione dei confini dell’Io. In casi estremi, l’introiezione di elementi esterni in conflitto tra loro - ad esempio modelli genitoriali contrapposti e non comunicanti - può rappresentare la premessa per fenomeni di disgregazione della personalità. In ogni caso idee contraddittorie introiettate generano quel conflitto interno che porta di solito il nevrotico ad una situazione di ambivalenza e di empasse . "Il processo di adattamento creativo nei confronti di nuovo materiale e nuove circostanze implica inevitabilmente una fase precedente di aggressività e distruzione; infatti è solo tramite questi avvicinamenti, queste conquiste e queste trasformazioni delle vecchie strutture, che il dissimile viene reso simile". (Perls, etc., 1951, p. 67). Il controllo della introiezione è la proiezione; essa è la tendenza a rendere l’ambiente responsabile di elementi che ci appartengono. Il caso estremo della proiezione si riconosce nella paranoia, ma essa esiste anche sotto forme meno estreme o non patologiche: il romanziere che si proietta nei suoi personaggi e mentre scrive si identifica negli stessi non soffre della confusione di identità che caratterizza la condizione patologica della proiezione. Egli conosce perfettamente il confine tra sé ed i suoi personaggi. Il nevrotico usa il meccanismo della proiezione non solo nei suoi rapporti col mondo esterno, ma anche con se stesso; egli disconosce e rinnega aspetti della sua personalità che trova inaccettabili. A livello terapeutico si tratta di "Assumerci la responsabilità delle nostre proiezioni, reidentificarci con le nostre proiezioni, e diventare quel che proiettiamo". (Perls, 1969, p.75). Quando l’individuo non è in grado di demarcare un sufficiente confine tra sé e l’ambiente, quando sente che lui e l’ambiente si confondono egli è in confluenza con l’ambiente. I neonati vivono in confluenza così come nei momenti di estasi o di forte fusione amorosa accade agli adulti. Ma quando questo senso di identificazione totale è cronico risulta impossibile vedere la differenza tra sé e l’altro-da sé e l’individuo perde il senso della propria identità e definizione. Per questo non può prendere contatti adeguati nè con gli altri nè con se stesso. La posizione opposta e polare è rappresentata dall’egotismo. La capacità di diffrenziarsi, di separarsi da situazioni simbiotiche originarie, di manifestare e difendere la nostra separatezza e diversità è fondamentale nel perseguimento del processo di indiviuazione. Se tuttavia detta attitudine si trasforma in una abituale mancanza di recettività ed apertura, in un atteggiamento difensivo e di opposizione ad ogni condivisione con l’altro-da sé, la crescita della personalità e la qualità della vita dell’individuo può rimanerne negativamente condizionata. Il quinto meccanismo meccanismo preso in considerazione è quello della retroflessione. L’individuo che retroflette traccia una linea di confine fra sé e l’ambiente e la traccia nettamente. Egli tratta se stesso come originariamente voleva trattare altre persone o oggetti e dirige le sue energie non più all’esterno nel tentativo di manipolare l’ambiente per soddisfare i suoi bisogni, ma all’interno sostituendo come bersaglio del comportamento se stesso all’ambiente. Mentre un esercizio sano della retroflessione consente di contenere impulsi per dilazionarne l’espressione in tempi e situazioni che ne consentano un più efficace soddisfacimento, una cronica attiutudine a retroflettere comportarà una ritenzione abituale dei propri bisogni con conseguenti comportamenti autoinibitori che ostacoleranno una più più sana osmosi tra bisogni dell’individuo e possibilità di contatto con le risorse dell’ambiente (Zerbetto, 1994, p. 156).

Il concetto di nevrosi e la teoria del sé Il sintetico excursus attraverso le correnti di pensiero su cui la Gestaltsi fonda ci conduce a concludere con la concettualizzazione che rappresenta in qualche modo la sintesi di arrivo. Mi riferisco alla teoria del sé che (F. Perls, Goodman, Hefferline, 1951, Ginger, 1987, Zerbetto, 1994). Il self, o sé, secondo questa impostazione, rappresenterebbe il processo di continuo adattamento dell’uomo alle condizioni sempre mutevoli del suo ambiente interno ed esterno. Non si tratta quindi di un’entità fissa, ma di un processo specifico di ciascun individuo che caratterizza il suo particolarissimo stile personale di funzionare e di essere-nel-mondo. Il sé, come funzione nel campo organismo/ambientale, è chiamato ad un continuo processo di adattamento creativo se vuole sopravvivere e svilupparsi - sia a livello biologico che affettivo ed intellettivo - ed è proprio quando diventa incapace di adeguare le sue modalità adattive che insorge la nevrosi, quando cioè, irrigidendosi, è meno capace di soddisfare i suoi bisogni e le sue spinte alla crescita. Solo mediante una sufficiente definizione degli Ego-boundaries, sviluppiamo la capacità di distinguere il confine sé/altro-da sé e quindi prendere, digerire ed assimilare il nuovo. Solo ciò che abbiamo veramente assimilato dall’ambiente diventa parte di noi stessi. Ciò che invece inghiottiamo per intero, cioè che accettiamo indiscriminatamente senza digerirlo, rimane corpo estraneo e non è parte di noi anche se può sembrare tale. A tali elementi indigeriti ci si riferisce come introietti ed introiezione è il meccanismo con cui questi elementi estranei vengono inglobati come corpi estranei. Tale funzione è anche positiva dal momento che ci permette di assimilare elementi dal mondo esterno, ma laddove si presenta come acritica e ripetitiva evidenzia una scarsa definizione dei confini dell’Io. In casi estremi, l’introiezione di elementi esterni in conflitto tra loro - ad esempio modelli genitoriali contrapposti e non comunicanti - può rappresentare la premessa per fenomeni di disgregazione della personalità. In ogni caso idee contraddittorie introiettate generano quel conflitto interno che porta di solito il nevrotico ad una situazione di ambivalenza e di empasse . "Il processo di adattamento creativo nei confronti di nuovo materiale e nuove circostanze implica inevitabilmente una fase precedente di aggressività e distruzione; infatti è solo tramite questi avvicinamenti, queste conquiste e queste trasformazioni delle vecchie strutture, che il dissimile viene reso simile". (Perls, etc., 1951, p. 67). Il controllo della introiezione è la proiezione; essa è la tendenza a rendere l’ambiente responsabile di elementi che ci appartengono. Il caso estremo della proiezione si riconosce nella paranoia, ma essa esiste anche sotto forme meno estreme o non patologiche: il romanziere che si proietta nei suoi personaggi e mentre scrive si identifica negli stessi non soffre della confusione di identità che caratterizza la condizione patologica della proiezione. Egli conosce perfettamente il confine tra sé ed i suoi personaggi. Il nevrotico usa il meccanismo della proiezione non solo nei suoi rapporti col mondo esterno, ma anche con se stesso; egli disconosce e rinnega aspetti della sua personalità che trova inaccettabili. A livello terapeutico si tratta di "Assumerci la responsabilità delle nostre proiezioni, reidentificarci con le nostre proiezioni, e diventare quel che proiettiamo". (Perls, 1969, p.75). Quando l’individuo non è in grado di demarcare un sufficiente confine tra sé e l’ambiente, quando sente che lui e l’ambiente si confondono egli è in confluenza con l’ambiente. I neonati vivono in confluenza così come nei momenti di estasi o di forte fusione amorosa accade agli adulti. Ma quando questo senso di identificazione totale è cronico risulta impossibile vedere la differenza tra sé e l’altro-da sé e l’individuo perde il senso della propria identità e definizione. Per questo non può prendere contatti adeguati nè con gli altri nè con se stesso. La posizione opposta e polare è rappresentata dall’egotismo. La capacità di diffrenziarsi, di separarsi da situazioni simbiotiche originarie, di manifestare e difendere la nostra separatezza e diversità è fondamentale nel perseguimento del processo di indiviuazione. Se tuttavia detta attitudine si trasforma in una abituale mancanza di recettività ed apertura, in un atteggiamento difensivo e di opposizione ad ogni condivisione con l’altro-da sé, la crescita della personalità e la qualità della vita dell’individuo può rimanerne negativamente condizionata. Il quinto meccanismo meccanismo preso in considerazione è quello della retroflessione. L’individuo che retroflette traccia una linea di confine fra sé e l’ambiente e la traccia nettamente. Egli tratta se stesso come originariamente voleva trattare altre persone o oggetti e dirige le sue energie non più all’esterno nel tentativo di manipolare l’ambiente per soddisfare i suoi bisogni, ma all’interno sostituendo come bersaglio del comportamento se stesso all’ambiente. Mentre un esercizio sano della retroflessione consente di contenere impulsi per dilazionarne l’espressione in tempi e situazioni che ne consentano un più efficace soddisfacimento, una cronica attiutudine a retroflettere comportarà una ritenzione abituale dei propri bisogni con conseguenti comportamenti autoinibitori che ostacoleranno una più più sana osmosi tra bisogni dell’individuo e possibilità di contatto con le risorse dell’ambiente (Zerbetto, 1994, p. 156).

 

 

 

3.2 Modello dell’intervento terapeutico

 


Il modello di riferimento, alla luce delle premesse qui richiamate, consiste nel favorire delle condizioni in cui il processo di crescita, eccitazione, ad-gressività (come passaggio da una posizione orale e passiva ad una posizione genitale ed attiva) venga ripristinato. Anzichè interpretare detti contenuti scissi - che possono esprimersi attraverso il sogno, sintomi di conversione somatica, incongruenze mimico-gestuali, comportamenti di cui il soggetto «si sente agito» o fenomeni dispercettivi di vario tipo - la Gestalt propone un percorso esperienziale di graduale appropriazione (re-owning) ed eventuale integrazione delle parti scisse. L'importanza delle emozioni viene sottolineata da Perls: Le emozioni sono il linguaggio stesso dell'organismo; modificano l'eccitazione basilare a seconda della situazione da affrontare. L'eccitazione viene trasformata in emozioni specifiche, e le emozioni vengono trasformate in azioni sensoriali e motorie. Le emozioni producono le cariche energetiche e mobilitano i modi e mezzi per soddisfare i bisogni" (Perls, 1973, p.33). E ancora: Se un certo tipo di eccitazione non può trasformarsi nell'attività corrispondente ma subisce una stagnazione, allora abbiamo lo stato chiamato angoscia, che è dato da una eccessiva quantità di eccitazione che resta trattenuta, imbottigliata. (Perls, 1969, p.73). La conseguenza più preoccupante è che ci allontaniamo in questo modo da noi stessi, perdendo fiducia nei nostri sentimenti e quindi nei nostri bisogni. Sostituiamo all'autoregolazione l'autocontrollo e, come sappiamo, è tutto l'organismo ad essere danneggiato. Anche se oggi si comporta in un certo modo a causa di eventi passati, le sue difficoltà attuali sono connesse al suo agire oggi. Le questioni insolute del passato gli ostruiscono la strada del presente e, mediante la terapia, gli viene data la possibilità di far riemeregere tali confitti e di esplorare modalità diverse per affrontarli. In tale processo si tratta di mettere in opera una serie di operazioni che favoriscano il ripristino di un flusso vitale evolutivo nel paziente (Zerbetto, 1986). Se la terapia è sblocco, sviluppo, crescita, rottura del meccanismo paralizzante, in una parola ricerca di uno spiraglio per la vita che ci liberi dal vicolo cieco, dallo scacco matto allora ogni possibilità va cercata ed affinata. Sotto questo profilo l’interpretazione acquista minor valore (quando non si presenta come atto di intrusione, di deresponsablizzante esercizio di potere conoscitivo sull’altro) rispetto ad un diverso approccio del terapeuta che privilegia lo stare con (mit-sein) il vissuto del paziente, un operare sulla gestalt emergente in modo maieutico che privilegia il porre domande anzichè il dare risposte, un agire sul sintomo perchè si renda più leggibile nelle sue origini, nella sua strutturazione, nei suoi meccanismi di rinforzo.

 

 

 

3.2.1 Caratteristiche del contatto e del setting

 


Al setting viene riservata una grande importanza nella TdG. Non nel senso della rigorosa codifica delle modalità in cui la relazione terapeutica debba avvenire, ma nel senso della attenzione da riservare alla interazione con l’ambiente con cui l’individuo osservato interagisce. Essendo il nucleo dell’attenzione clinica l’osservazione delle modalità dell’adattamento creativo, ogni contesto situazionale potrebbe offrire ricche possiblità di osservazione e di conoscenza sul come un certo individuo si declina nel mondo, su come, in altri termini si configura il suo da-sein. Anche se la situazione più consueta propone lo studio del terapeuta in una interazione duale, come la più frequentemente utilizzata, altre configurazioni di setting vengono prese in considerazione. Dove tuttavia l’aspetto della contestualizzazione con l’ambiente, anche in senso umano, viene attivata massimamente è nel lavoro di gruppo. Il setting gruppale rappresenta una situazione privilegiata del lavoro gestaltico, specie in una fase successiva del lavoro terapeutico che generalmente si avvia con l’interazione duale. Il setting gruppale infatti offre una ampia gamma di situazioni attivatrici in cui le funzioni del sé, nonchè le sue interruzioni, hanno più ampia possibilità di emergere. In gruppo sono possibili attivazioni di processi terapeutici di ampio respiro. Non è infrequente lavorare su un sogno o su una dinamica interattiva per più ore o anche per un giorno intero, con possbilità di arricchire l’approfondimento della gestalt in oggetto attraverso l’apporto dei membri del gruppo che generalmente sono resi attivamente partecipi da parte di un conduttore esperto. Questa prevede il contributo di vissuti di vario genere (ipotesi inerpretative, sensazioni, associazioni, attivazione di dinamiche proiettive) che il terapeuta intesserà partendo dal contenuti di partenza e ad essi ritornando senza mai perdere il filo della gestalt primaria e che, auspicabilmente, richiede di essere chiusa o comunque emergere come figura che si stagli più chiaramente da uno sfondo confuso ed indistinto che contraddistingue la condizione di partenza. Dosare il come, il quando e il modo in cui i membri del gruppo possano parecipare più attivamente al processo terapeutico primario, fa parte ovviamente dell’arte e del mestiere che non è facile codificare in parole ma che giustifica, a parere dello scrivente, un’esperienza diretta da parte di coloro che sono interessati a conoscere l’inconfondibile stile del lavoro esperienziale. Un setting importante, del pari contamplato nelle TdG è quello della coppia, della famiglia, come pure della Comunità terapeutica o dell’impresa che tuttavia la doverosa sintesi di questo contribuo non consente di approfondire.

 

 

3.2.2 Criteri diagnostici utilizzati ed inquadramento del caso


Le tradizionali griglie di inquadramento nosografico vengono tenute in considerazione dai terapeuti della Gestalt (Delisle 1992, Yontef 1981) anche se una sistematica rivisitazione della psicopatologia alla luce dei principi della Gestalt richiede ancora di essere messa a fuoco. La apparenenza alla prospettiva fenomenologico-esitenziale sostiene tuttavia una diffidenza di fondo sulle possibilità di categorizzazioni che penalizzino la specificità delle singole situazioni cliniche e che, non raramente, si pongono più come stigmate ostacolante che come utile supporto all’agire teraputico. Tipicamente, I terapeuti della Gestalt considerano la valutazione ed il trattamento come parti di un procedimento unificato” (G. Yontef, 1981, p.270) “Uno studio attento, sotto il profilo fenomenologico, del processo della formazione del significato della relazione figura/sfondo consente la comprensione dell’organizzazione della personalità (Yontef, 1981, p.275). Con terminologia a “presa diretta” Perls sosteneva, semmai, che la personalità di ciascuno di noi evidenzia spesso dei 'buchi'. Molta gente non ha anima. Altri non hanno genitali. certi non hanno cuore: tutte le loro energie le sprecano per far funzionare il computer, pensando. Altri non hanno gambe per camminare. Molti non hanno occhi, gli occhi li proiettano, così che i loro occhi si trovano in lunga misura nel mondo esterno e loro vivono come se fossero continuamente osservati (Perls, 1969, p.44). Più in generale, “Quando la situaizone nel campo organismo-ambiente è pienamente riconosciuta, sia la comprensione del problema che la soluzione diventano più chiari” (Wertheimer, 1945). Le diverse disfunzioni del sé, cui si è fatto sintetico riferimento, rappresentano generalmente la griglia di riferimento per evidenziare il meccanismo evitativo maggiormente utilizzato. Importante è anche l’uso autodiagnostico che emerge auspicabilmente da un lavoro esperienziale abilmente condotto: la comprensione cioè, da parte dell’interessato, del come si ostacola nel processo dell’adattamento creativo alle emergenti realtà interiori o esterne. All’uso del qui ed ora merita semmai dedicare uno spazio maggiore. Il privilegio per la connotazione spazio-temporale riferita al presente, oltre che sulla scia di alcuni autorevoli contributi tra cui Ferenczi, Reich e Jung, si giustifica per più ragioni convergenti: - è nel presente che di fatto ci interroghiamo sull’esistenza che si declina inevitabilmente nelle coordinate spazio-temporali in cui ci troviamo; - questo radicamento nel qui ed ora con il mio corpo-sensazioni-emozioni-pensieri che sono me (e non mie) mi permettono di verificare in concreto la qualità delle interazioni con l’ambiente (prima fra tutte quella caratterizzata dalla presenza del terapeuta, da un gruppo di persone, dagli elementi di corredo presenti) e di verificare di conseguenza attraverso il lavoro sulla consapevolezza quanto queste interazioni siano o non siano soddisfacenti e forse migliorabili. L’esercizio sul continuum della consapevolezza mi allenerà progressivamente a far mia un’attitudine più plastica, mobile, esperienziale di scambi con l’ambiente (favorevole o non favorevole che sia) che diverrà uno stile di vita abituale anche al di fuori del setting terapeutico; - il presente favorisce l’impatto, il contatto diretto e non mediato con le cose, le fantasie, le emozioni. La dimensione del passato o del futuro è spesso un modo per localizzare lontano da me situazioni e vissuti eludendo un confronto del quale sarei obbligato ad assumermi la responsabilità intesa come abilità-a-rispondere; - il presente è ancora come condizione per l’esercizio di una consapevolezza che non è destinata necessariamente ad identificare bisogni o lacune da colmare, ma più semplicemente a farmi assaporare il fluire dell’essere, delle sensazioni, pensieri, emozioni progressivamente svincolate dalle introiezioni persecutorie e doveristiche del se fossi o del dovrei; - il presente come occasione per una messa in azione che, contrariamente alla squalifica psicoanalitica per i comportamenti agiti all’interno del setting terapeutico, viene spesso sostenuta all’interno di una riscoperta autorizzazione ad esplorare moduli comportamentali diversi da quelli rigidi e ripetitivi a cui la rete dei divieti introiettati può averci abituati. Questo non implica, ovviamente, il sostegno ad ogni impulsivo acting out e la svalorizzazione del processo di simbolizzazione dei comportamenti, bensì una possibilità di recupero di un rapporto in concreto con i processi vissuti ed i comportamenti che ad essi auspicabilmente possono corrispondere. Il presente non significa neppure negazione del passato e del futuro quali dimensioni che nel presente conservano un autentico significato. Valga, per le tante citazioni riferibili al proposito, quello di Laura Perls: Quanto esiste, esiste qui ed ora, il passato esiste ora come memoria, nostalgia, rimpianto, risentimento, fantasia, leggenda o storia Il futuro esiste qui ed ora nel presente attuale come anticipazione, pianificazione, saggio, aspettativa e speranza o timore o disperazione. La terapia della Gestalt lo assume tale e quale si presenta nel qui ed ora, non per come è stato o come potrebbe arrivare ad essere. E’ una focalizzazione fenomenologico-esistenziale nella misura in cui è esperienza e sperimentazione (L. Perls, 1992, 78).

 

 

 

3.3 La relazione terapeutica


“Dal momento che i terapeuti della Gestalt si propongono di essere presenti come persone reali, la crescita può avvenire attraverso il lavoro sulla consapevolezza nel contesto di un contatto reale tra persone” (G. Yontef, 1991, p. 274) Se la psicoterapa, accogliendo una interpretazione che si rifà prioritariamente alla psicoanalisi e alla concezione umanistica, si identifica in un percorso di crescita che cerca di aiutare il soggetto a superare i suoi punti di blocco o di fissazione per realizzare un suo più pieno "essere nel mondo" ne deriva che scopo suo precipuo è di identificare i livelli ai quali in modo particolare l'individuo evidenzia i suoi aspetti disfunzionali al fine di rimettere in moto un maggiore fluire energetico, di realizzazione delle potenzialità umane e di contatto osmotico con sè stesso e con il mondo. "La Gestalt è una terapia per sani". In questa asserzione, provocatoria quanto densa di significato, si riassumono alcuni elementi fondamentali dell'approccio gestaltico. Il primo è che se il rapporto è tra sani significa che entrambi sono pienamente responsabili dei propri vissuti, scelte e comportamenti. Perls non era ovviamente così ingenuo da sottovaltare gli elemnti infantili dei suoi pazienti, ma fece una scelta molto precisa e chiara nel senso di una decisa politica di responsabilizazione del cliente nel senso di considerarlo (e affinchè lui stesso si considerasse) come se fosse sano. Rinunziare quindi ai privilegi collegati alla condizione di malattia significa strutturalmente dire al paziente: "io ti considero adulto e capace di rispondere dei tuoi atti. Tu, come tutti, hai il diritto di assumerti il rischio delle tue scelte senza pretendere di addossare ad altri (genitri o loro sostituti) la responsabilità della tua vita e dei tuoi eventuali errori. Io non sono qui per tutelarti come se fossi un bambino, un handicappato, un essere ignaro e inconsapevole, ma per accompagnarti, uomo accanto a uomo, nel tuo cammino di esplorazione di te stesso e del mondo, nella tua ricerca di riappropriazione, nel tuo diritto di vivere, ed eventualmente di sbagliare". E' importante sottolineare che la posizione adulta significa sicuramente anche una maggiore possibilità di errore. Ma è appunto il "diritto di scegniere, ivi compreso di errare" la condizione stessa del riconoscimento della funzione adulta. Non procede forse l’evoluzione per tentativi ed errori? Questo diritto alla sperimentazione di nuovi vissuti e modalità operazionali si eprime nella predisposizione di percorsi esperienziali in cui poter esplorare modalità meno stereotipe di conoscenza e di comportamento. E' chiaro che una simile definizione di incontro non è possibile laddove manca la possibilità di esercitare una capacità di scelta. Una stuazione di crisi, di grave debolezza emotiva, di psicosi (conclamata o latente) è incompatibile con quel poter essere (sein konnen) di cui dicevamo e che riconduce la relazione ad una polarità fortemente asimmetrica in cui c'è una persona scarsamente consapevole e capace di prendersi cura di sè ed un'altra che è chiamata a svolgere una esplicita funzione di aiuto.

 

 

4. La teoria della cura


In aggiunta a quanto già esposto si può richiamare la sintesi di E. Polster "La Terapia della Gestalt integra le comprensioni esistenziali e psicoanalitiche con l'inventiva procedurale. Essa si occupa di tre mezzi terapeutici: l'incontro, la consapevolezza e l'esperimento". (Polster, 73 p.18). Ancora, per G. Yontef (1991, p.274). Il fine della terapia è la consapevolezza. Questa include microconsapevolezze (mirate ad esempio su arre con centenbuti specifici) a consapevolezza sul processo della consapevolezza ... Molti pazienti, specie all’inizio, sono interssati principalmente alla soluzione dei loro problemi o al sollievo dai loro sintomi. Nonostante i terapeuti della Gestalt diano valore a tali obiettivi, essi sono maggiormente interessati al processo inerente il come si autosostengono o al come sviluppano il loro modo di affrontare i loro problemi. Il fine utimo non sta nella soluzione del problema in sé o nel sollievo dal sintomo ma nella possibilità, da parte del paziente, di acquisire degli strumenti per poter affrontare i propri problemi e consolidare le propria capacità auto-organizzativa. Il cambiamento terapeutico non viene indotto più o meno manipolativamente dal terapeuta, secondo un suo schema di azione ed un suo sistema di valori. E’ semmai il risultato di una scelta dell’interessato che, con timore con dolore o con gioia, subentra generalmente a seguito di un’auto-accettazione paradossale con la quale si autorizza prioritariamente ad essere quello che è svincolandosi dall’incantesimo di non poter essere se non quello che gli altri (o lui stesso) pretendono che sia (teoria paradossale del cambiamento di Beisser, 1971) . L’assunto esistenziale è che ognuno è comunque soggetto dei propri accadimenti (fantasie, comportamenti, sogni) come delle proprie scelte e del proprio destino (ad un livello che può essere di maggiore o minore consapevolezza) e che nulla può farci presumere di conoscere l’altro e la via di una sua possibile migliore realizzazione che non sia lui stesso. Funzione di una persona che si propone in posizione di aiuto è quindi quella di favorire un processo di auto-conoscimento, di assunzione responsabile delle componenti che di fatto risultano operanti e delle scelte che implichino un più consapevole progetto di vita. Fondamentale, per favorire tale processo, sarà ovviamente la qualità della presenza del terapeuta Il contatto - infatti - è posibile solo nella misura in cui viene garantito un adeguato sostegno ... inteso come ogni fattore che favorisca il continuo processo della assimilazione e dell’integrazione dell’esperienza(L. Parls, 1992, p. 132) «La differenza essenziale tra la Gestalt e la maggior parte delle altre forme di terapia - precisa Perls - sta nel fatto che noi non analizziamo, ma semmai favoriamo l’integrazione. Vogliamo evitare l’antico errore di confondere il comprendere con lo spiegare» (F. Perls. 1968, p. 56). Si tratta semmai di favorire un percorso esperienziale che faciliti l’emergenza (da una dimensione di coscienza definibile come sfondo) di contenuti da portare a livello di consapevolezza (figura) e che consenta una nuova tappa integrativa, il completamento di una nuova gestalt. «La vita in fondo che altro è se non un numero infinito di situazioni incompiute, di gestalten incomplete? Non appena abbiamo concluso una situazione se ne presenta un’altra» (F. Perls. 1969, p. 168). L’obiettivo verso il quale tendere, sempre usando un’espressione di Perls, può riassumersi nel noto aforisma “La pazzia consiste nello scambiare la fantasia con la realtà. Il pazzo dice: "Io sono Abramo Lincoln": il nevrotico dice; "Vorrei essere Abramo Lincoln"; la persona sana dice "io sono io, e tu sei tu". (Perls, 1969, p. 78).


 
Bibliografia orientamento gestaltico
 

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Jacob Levy Moreno (1889-1974)  
 

moreno5Moreno nasce in Romania nel 1889. Personaggio eclettico e geniale ha contribuito alla nascita della psicoterapia di gruppo. L'idea di poter aiutare una persona agendo attraverso il suo sistema di relazioni si rivelerà nel tempo straordinaria e uno spunto fondamentale per molti altri autori dell'epoca. Nei primi due decenni del '900 Moreno è già residente a Vienna, dove conclude gli studi in medicina (1917) e la successiva specializzazione in psichiatria. Già negli anni precedenti alla laurea inizia a manifestare il suo interesse verso i gruppi e le relazioni interpersonali. Le prime esperienze risalgono a piccoli gruppi di prostitute nel quartiere viennese a luci rosse. E’ in quell'occasione che matura in lui l'idea della psicoterapia di gruppo, verificando di persona che un individuo all'interno di un gruppo poteva essere un forte agente terapeutico per un altro. Il celebre scritto "Invito a un incontro" (1914) rappresenta l'essenza del metodo psicodrammatico che in seguito si svilupperà su più fronti. Nel 1921 fonda a Vienna la prima compagnia di teatro improvvisato "Das Stegreiftheater" che si occuperà di rappresentare in scena gli eventi quotidiani tratti dal giornale locale. In questo frangente Moreno viene spesso accusato di brogli scenici e di preparare con attori professionisti le scene per lo spettacolo. E' molto difficile credere che le sue rappresentazioni siano del tutto spontanee per la qualità del tono emozionale che le caratterizzano. Barbara, attrice specializzata nel ricoprire ruoli particolarmente dolci e romantici, diverrà l'emblema della trasformazione. Il marito infatti, durante uno dei tanti incontri con il regista Moreno, gli confiderà che la moglie nei momenti della vita coniugale ha spesso esplosioni di ira piuttosto violente che ben poco si addicono ai suoi ruoli di scena. Moreno quindi, in una delle sue rappresentazioni, decide di farle interpretare il ruolo di una prostituta che veniva assassinata; episodio tratto dalla cronaca nera locale. La sua interpretazione fu così realistica e veritiera che il pubblico iniziò ad alzarsi in piedi chiedendo di interrompere la scena. Nel 1925 si trasferisce negli Stati Uniti dove fonderà il Moreno Institute a Beacon, a circa un centinaio di chilometri da New York. Tra il 1931 ed il 1932 metterà a punto il concetto di psicoterapia di gruppo che verrà presentato all'Associazione Americana di Psichiatria. Nel 1936 fonda il primo teatro terapeutico con metodologia psicodrammatica. Le attività di ricerca continuano anche grazie alla moglie Zerka Toeman, con la quale condivide l'esperienza americana. Lo psicodramma, il sociodramma e la sociometria saranno i tre filoni di intervento sui quali Moreno svilupperà e perfezionerà la sua teoria. Il primo diverrà un modello di intervento sul singolo, il secondo sui gruppi ed il terzo una modalità di ricerca e intervento sullo status sociale all'interno di comunità. Moreno lascierà il mondo terreno nel 1974.

 

Bibliografia

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J. L. Moreno e Z. T. Moreno, Manuale di psicodramma, vol. 2, Astrolabio, Roma, 1987
J.L. Moreno, The Autobiography of J.L. Moreno MD (Abridged), Jonathan Moreno Guest Editor, in: Journal of Group Psychotherapy and Sociometry, vol. XLII, n° 1-2. Heldref Publications, Washington, 1989
J. L. e Z. T. Moreno, Gli spazi dello psicodramma, DI RENZO EDITORE, Roma, 1995
J.L. Moreno, Il profeta dello psicodramma: autobiografia di J.L. Moreno, DI RENZO EDITORE , Roma, 2002
J. L. Moreno, Un matrimonio da fare – lo psicodramma della coppia, DI RENZO EDITORE, Roma, 2005


 

Moreno e Perls: gli autori dello Psicodramma e della Terapia della Gestalt a confronto

                                                    di: Alessandra Improta


Sono tanti i punti di contatto tra Jacob L. Moreno, ideatore dello Psicodramma, e Frederik Perls, principale fondatore della Terapia della Gestalt.
Le affinità tra questi due innovatori nel campo della psicoterapia sono presenti non solo, come vedremo, tra i loro approcci teorici e metodologici, ma, prima di tutto, tra le loro autobiografie.
Entrambi di origini ebraiche, sono nati e cresciuti a cavallo del ventesimo secolo in Europa ed emigrati negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale per scampare alle persecuzioni naziste. Entrambi hanno avuto come prima passione quella per il teatro, e sono stati per tutta la vita straordinariamente eclettici, creativi, instancabili. Entrambi si sono mantenuti, e sono stati tenuti, lontani dagli ambienti accademici, inconciliabili con il loro atteggiamento ribelle e antidogmatico, stravagante e forse troppo eccentrico. Entrambi, infine, si sono scontrati con una forte diffidenza iniziale nei confronti della loro pratica, e forse perché precorreva troppo i tempi, visto che, invece, dalla loro morte in poi questa si è ampiamente diffusa ed è stata largamente applicata in tutti i campi, da quello della terapia a quello della formazione.
Sia Moreno che Perls elaborano la propria metodologia a partire da una forte insoddisfazione per le tecniche terapeutiche esistenti e dalla critica della società. Lo stesso è, infatti, lo spirito di fondo che li anima e li guida: l´amore per l´Uomo e la preoccupazione di preservare la sua autenticità e il suo reale benessere

[…] in una società in cui i più dedicano la loro vita a realizzare un ´dover essere´ a cui dovrebbero conformarsi come tanti robot. (Yablonsky, 1976, p.137).

Questa è la descrizione che Perls fa dell´ "uomo moderno", e, sebbene si riferisca all´uomo di più di trenta anni fa, credo, purtroppo, che sia ancora incredibilmente attuale:

L'uomo moderno vive in uno stato di bassa vitalità. Benché in genere non soffra profondamente, conosce ben poco della vera vita creativa. In compenso è divenuto un automa pieno di angosce. Il mondo gli offre vastissime opportunità di accrescimento e godimento, ma lui girovaga senza meta, senza sapere cosa desidera realmente e quindi completamente incapace di immaginare come ottenerlo. […] Fa finta di essere impegnato, ma la sua espressione facciale indica la mancanza di qualunque interesse reale. Di solito è impassibile, annoiato, distaccato o irritato. Sembra aver perso ogni spontaneità, ogni capacità di sentire e di esprimersi direttamente e in modo creativo. È bravissimo a parlare dei suoi guai e del tutto incapace a tener loro testa. Ha ridotto la vita stessa a una serie di esercizi verbali e intellettuali; si annega in un mare di parole. Al processo del vivere ha sostituito le spiegazioni psichiatriche e pseudopsichiatriche della vita. Passa un tempo infinito a cercare di riafferrare il passato o di plasmare il futuro. […] Talvolta non è neppure consapevole delle sue azioni del momento. (Perls, 1973, p.9)

Anche Moreno analizza il procedere della civiltà umana, e denuncia come questo abbia messo in pericolo la naturale capacità creativa dell’uomo, trasformando di volta in volta i suoi migliori prodotti spontanei e creativi in quelle che egli chiama conserve culturali, cioè prodotti conclusi e immutabili. E non solo; dalla rivoluzione industriale in poi, con l’introduzione delle macchine, l’uomo è stato sostituito anche nello stesso processo di ripetizione dei suoi prodotti conclusi e immutabili.
La funzione delle conserve culturali, quella, cioè, di garantire dei punti di riferimento stabili e quindi la continuità dell’ereditarietà, risponde ottimamente al bisogno, insito nella natura umana, di ordinare e controllare tutto. Per questo ai nostri predecessori, scrive Moreno, sembrò più utile convogliare tutta la loro energia nello sviluppo e nella preservazione delle conserve culturali, piuttosto che basarsi su improvvisazioni momentanee. Ma lo sviluppo e la diffusione delle conserve culturali, sebbene dovessero la loro stessa nascita a processi spontanei e creativi, portarono gradualmente all’affievolirsi della scintilla creativa, fino a diventare una vera e propria minaccia per la sensibilità dei modelli creativi dell’uomo. Infatti, l’illusione del prodotto preconfezionato, e la sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine ai fini della sua produzione, ha portato l’uomo
a dimenticare e abbandonare il processo genuino creativo ed emergente nell´anima del singolo, a spegnere tutti i momenti vitali e attivi per dirigersi verso una meta immodificabile (Moreno, 1946, p.109).

La possibilità di avere soluzioni “belle e pronte” a qualsiasi tipo di problema e necessità che il progresso scientifico e tecnologico sembra dare, in realtà spegne nell´uomo la ricerca attiva e creativa di nuove soluzioni.
E questa ha tutta l´aria di un´involuzione, più che di un´evoluzione:

Con la brama di un´aquila ferita e incapace di volare con le proprie ali, egli afferrò l´opportunità che gli veniva fornita dalle conserve culturali e dalle macchine, finendo, di conseguenza, per idolizzare le sue stampelle. (Moreno, 1946, p.177).

Di qui la volontà di “liberare” l'uomo e di aiutarlo a ritrovare se stesso, la sua spontaneità, come dice Moreno, e la sua autoconsapevolezza, come dice Perls, al di là di schemi teorici preesistenti e dei ruoli imposti dalla società.
Lo scopo della terapia non deve essere, dunque, quello di costruire giustificazioni post-facto alla continuazione del comportamento nevrotico, scrive Perls, bensì quello di aiutare l´individuo a raggiungere l´autoconoscenza, la soddisfazione e l´autoappoggio (ibidem, p.10).
Non si tratta, certo, di negare il peso delle esperienze della prima infanzia, né tanto meno di minimizzare la pressione culturale esercitata dall´ambiente sociale, quanto piuttosto di cercare di aiutare l´uomo, almeno in un primo momento, a conoscersi ed accettarsi per come è, senza cercare disperatamente di conformarsi ad modello di riferimento, individuale o sociale, interno o esterno, filosofico, morale, politico o religioso.
Il concetto di adattamento creativo avvicina sorprendentemente le elaborazioni teoriche di Perls e Moreno:

Nella psicoterapia della gestalt si parla proprio di adattamento creativo per descrivere l'equilibrio fra adattamento e creatività, proprio dei processi di contatto spontanei e obiettivo della terapia; là dove nello psicodramma si lavora affinché i diversi ruoli che costituiscono l´individuo siano meno rigidi, cioè più adatti e efficaci in relazione al contesto, ma anche più personali e sganciati dalla stratificazione delle influenze degli altri significativi. (Gecele, 2003, p.175)

Comune ai due modelli è dunque l´obiettivo finale di aumentare le possibilità e la flessibilità dell´adattamento dell´individuo al suo ambiente.
Tale comunanza di obiettivi deriva dal fatto che sia Moreno che Perls partono da una prospettiva antropologica relazionale: lo sviluppo dell´individuo, sano o patologico che sia, dipende da come questi interagisce con il suo contesto di vita. Come Moreno ritiene che il sé emerga dai ruoli e che la cristallizzazione di questi determini una perdita di spontaneità e quindi l´incapacità di adattamenti creativi, così Perls ritiene che il funzionamento psichico di un individuo sia determinato dal tipo di rapporto che questi ha con il suo ambiente, interno ed esterno, e che rapporti troppo frequentemente o traumaticamente distorti o carenti portino l´individuo a non saper più quali sono i suoi reali bisogni (perdita dell´autoconsapevolezza) e, quindi, a non sapersi più orientare ai fini di una loro soddisfazione.
Oltre alle affinità concettuali di fondo fin ora evidenziate - la concezione relazionale dello sviluppo umano, l'insoddisfazione per le tecniche terapeutiche tradizionali, la critica della società dei robot, l'importanza attribuita alla spontaneità ella creatività - entrambi i metodi condividono lo stesso substrato filosofico, fenomenologico e umanistico, l´ottica del qui e ora, l'importanza attribuita alla dimensione corporea, l'esplorazione delle emozioni inespresse attraverso l'attualizzazione delle situazioni inconcluse, l'atteggiamento non direttivo del terapeuta, il gruppo come strumento di amplificazione della coscienza del protagonista.
Non ci stupisce, dunque, che Perls abbia deciso di incorporare nella sua terapia della gestalt anche la tecnica psicodrammatica. La tecnica moreniana, infatti, si sposa perfettamente con gli obiettivi dell'autoconsapevolezza e dell'adattamento creativo per l'opportunità che offre al soggetto di trasformare i suoi pensieri circa il passato in azioni nel presente" e così di "elaborare e assimilare i sentimenti interrotti (Perls 1973, p. 67). Attraverso l'azione psicodrammatica il soggetto, non solo raggiunge una migliore comprensione di sé, ma può anche riscattarsi, una volta per tutte, dai blocchi e dalle interruzioni originatesi in passato, sperimentare nuove modalità di contatto con il mondo esterno, e con se stesso, assimilare e integrare l´evento incompiuto nel qui e ora, e infine, chiudere la gestalt.
La tecnica psicodrammatica, così come viene utilizzata nell´ambito della terapia della gestalt, presenta comunque alcune differenze rispetto allo psicodramma classico.
Prima di tutto non c'è il palcoscenico, e questo principalmente perché il setting della terapia della gestalt non è costruito in funzione delle rappresentazioni; primo, perché non si tratta di vere e proprie rappresentazioni, come nello psicodramma moreniano, e poi perché lo psicodramma qui rappresenta solo una delle tecniche, e non il metodo elettivo, per giungere alla consapevolezza e all'adattamento creativo.
Mentre, dunque, nello psicodramma di Moreno il paziente si muove su un palcoscenico ed è aiutato nella sua rappresentazione dal resto del gruppo nelle vesti di io ausiliari, nella terapia della Gestalt di Perls il paziente è seduto sullasedia che scotta, e da quel momento in poi il gruppo recede sullo sfondo, e l'attenzione del terapeuta è interamente focalizzata sul soggetto.
L’altra grande differenza, infatti, sta nel ruolo svolto dal gruppo. Il gruppo, nella terapia della gestalt, ha infatti funzioni molto ridotte rispetto a quelle che svolge nello psicodramma classico: non partecipa attivamente, nelle vesti di io ausiliario, alla rappresentazione del soggetto, ma si limita al ruolo di spettatore e di cassa di risonanza. Il protagonista di turno, dunque, interpreta da solo tutti i ruoli presenti sulla scena che ha deciso di rappresentare, e anche l'inversione di ruoli avviene tra sé e sé, con l'aiuto di una sedia vuota.
Con la sua monoterapia, Perls vuole evitare la contaminazione, i precetti altrui, che sono di solito presenti nello psicodramma consueto (ibidem, p.83).

Moreno chiama a recitare altre persone, che sanno molto poco del paziente. Portano le loro fantasie ed interpretazioni che falsificano il ruolo del terapeuta. Però se tutto lo fa la stessa persona, almeno sappiamo che stiamo trattando di una stessa persona. (Perls, 1969, p.134)

Il rischio di contaminazione di cui parla Perls è sicuramente presente, ma un tale uso dello psicodramma comporta d’altra parte una grossa limitazione. Il rischio è quello di ridurre notevolmente gli effetti terapeutici dello psicodramma stesso, sia per il soggetto seduto sulla ´sedia che scotta´, che, non potendo invertire i ruoli con un´altra effettiva persona, ma solo con se stesso, non potrà mai realmente osservarsi dall´esterno e comprendere come appare agli altri, sia per il resto del gruppo che, rimanendo essenzialmente “pubblico”, può solo identificarsi come osservatore e non pienamente come partecipante.


Proiettare le nostre emozioni su una sedia vuota ha un suo valore; tuttavia la fibra e la vibrazione di un´altra persona nella forma psicodrammatica di ego ausiliario migliorano l´intensità e la portata dell'esplorazione. (Yablonsky, 1976, p.138)


Al di là delle affinità e delle divergenze, resta da dire che enorme è l’eredità lasciataci da questi due grandi autori, che in un tempo in cui il mondo della psicoterapia era fortemente dominato dalla psicoanalisi classica, hanno avuto il coraggio di uscire fuori dal coro e la capacità di sondare nuovi percorsi, donando al mondo due nuovi approcci terapeutici che, ancora oggi, svolgono un ruolo di primo piano nel campo della psicoterapia individuale e di gruppo.

 

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                                 Roberto Assagioli 


 Roberto Assagioli è nato a Venezia il 27 febbraio 1888 ed è morto a Capolona, nella sua residenza estiva in provincia di Arezzo, il 23 agosto 1974.

I primi scritti di Roberto Assagioli risalgono al periodo compreso tra il 1906 ed il 1910, anni in cui contribuì al “Leonardo”, a “La Voce” e alla “Rivista di Psicologia Applicata”. 

Del 1909 è lo storico articolo “La psicologia delle idee-forze e la psicagogia”, da lui stesso indicato, a distanza di molti anni, come punto di partenza della psicosintesi e come contributo iniziale allo sviluppo della psicologia umanistica.

Laureatosi in medicina nel 1910 a Firenze, con una tesi sulla psicanalisi preparata in gran parte presso l’Ospedale Psichiatrico Burghölzli a Zurigo (a quest’epoca data l’incontro con Jung) e conseguita la specializzazione in psichiatria, si dedicò all’esercizio della professione e agli studi di psicologia e di filosofia. 

Nel 1911 fondò la rivista “Psiche”, che svolse la sua attività fino al 1915.

Le scoperte freudiane lo trovarono studioso attento e partecipe; seguì con interesse “il rigoglioso prosperare della scuola psicoanalitica” ed indicò, insieme alla “straordinaria importanza pratica delle ricerche di Freud” anche i “punti deboli delle sue teorie”.

Nel 1911, con la relazione “ll subcosciente” presentata al Congresso Internazionale di Filosofia di Bologna, sottolineò i differenti livelli e la varia natura delle attività psichiche inconsce, e affermò la distinzione tra i fenomeni riconducibili all’esistenza di un “io trascendente, che costituisca l’essenza della nostra personalità” e quelli che “spesso manifestano proprietà palesemente inferiori a quelle della coscienza ordinaria”, distinzione che prelude alla concezione psicosintetica del supercosciente e dell’inconscio inferiore.

Negli anni che seguono il seme dei primi scritti dà frutto; l’attività professionale e la ricerca scientifica confermano la concezione dell’uomo e la prassi psicologica proposte, e dal 1926 Assagioli userà pubblicamente il termine “psicosintesi” nel senso scientifico di “metodo inclusivo basato sul principio dell’organizzazione della personalità intorno ad un centro unificatore”.

E’ del 1926 l’opuscolo “Psychosynthesis, a New Method of Healing”: dopo aver usato diversi metodi di psicoterapia (suggestione, persuasione, psicanalisi e varie tecniche attive) Assagioli ne ha sviluppato uno nuovo, che mira alla ricostruzione dell’intera personalità del paziente, e lo propone ufficialmente; afferma inoltre l’importanza dell’interazione corpo-psiche, oggi alla base dell’orientamento psicosomatico. Ma aggiunge che la psicosintesi non dovrebbe essere usata solo per la cura delle malattie psicofisiche; è anche un metodo per l’educazione, I’autoformazione e l’armonizzazione dei rapporti interpersonali, in quanto rappresenta “non solo un ideale di salute e di armonia, ma anche di sviluppo e di crescita. Quando sarà conosciuta e praticata a livello generale, potrà essere estesa anche alla vita sociale”.

Nello stesso anno Assagioli fonda, a Roma, I’Istituto di Cultura e di Terapia Psichica, che si propone di diffondere la conoscenza ed insegnare il corretto uso dei nuovi metodi di psicologia e psicoterapia applicate, e in modo particolare la psicosintesi, e che in seguito prenderà il nome di Istituto di Psicosintesi.

 Nel 1938, a causa della crescente ostilità del governo fascista, Assagioli è costretto a chiudere l’lstituto, che riaprirà a Firenze nel 1946.

Ma il periodo 1926-1938 ha visto la maturazione della concezione psicosintetica, e il suo estrinsecarsi nelle differenti metodiche relative all’educazione, alla terapia e alla realizzazione personale e transpersonale. I corsi di lezioni e gli scritti di questi anni costituiranno la base di future elaborazioni teoriche e sperimentazioni pratiche. 

Del 1931 è la pubblicazione dell’Esercizio di Disidentificazione ed Autoidentificazione, ancor oggi l’esercizio fondamentale della psicosintesi.

Lo stesso Assagioli, nel 1973, ricordando il contributo indipendente dato in Italia allo sviluppo della psicologia umanistica, farà riferimento alle lezioni del primo periodo di attività dell’lstituto.

Nel 1967 si costituisce ufficialmente il primo centro italiano di psicosintesi, emanazione dell’lstituto, il Centro di Roma; l’anno dopo nasce il Centro di Bologna; nel 1970 il Centro di Perugia.

Inizia così lo sviluppo dei centri in cui si articola l’lstituto di Psicosintesi.

Nel 1967 Assagioli partecipa, a Roma, ai lavori della “Prima Settimana Psicosomatica Internazionale”, tiene una relazione sul tema “Medicina psicosomatica e biopsicosintesi” e presiede un Simposio Internazionale di Psicosintesi. 

Nel 1968 presiede la Settimana Internazionale di Psicosintesi organizzata dal Centro di Roma, e vi tiene cinque relazioni.

La fioritura di associazioni e centri esteri continua; in India lo “lndian Psychosynthesis Research Institute” diffonde in lingua inglese e in lingua hindi la conoscenza della psicosintesi; in Grecia si organizza un Centro di Psicosintesi ad Atene; nel 1969 si inaugura il Centro di Psicosintesi in California; nel 1972 è ufficialmente costituito il “Canadian Institute of Psychosynthesis” a Montreal; nella primavera del 1974 nasce il Centro Inglese di Psicosintesi a Londra.

Non ci sono pervenuti dati biografici precisi per gli anni 1938-1946. Assagioli, di origine ebraica, conobbe la persecuzione razziale. 

I frammenti di appunti “Libertà in prigione” sono lo scarno riferimento a questi anni difficili.

Dopo la riapertura nel 1946, I’lstituto svolse intensa attività formativa e didattica, e la diffusione dei principi e dei metodi della psicosintesi si fece più rapida ed estesa, soprattutto all’estero.

In Italia, la diffidenza dell’ambiente accademico e la scarsa conoscenza della psicologia dinamica e del profondo rallentarono inizialmente la penetrazione della psicosintesi.

Negli anni 1956 e 1957, in una tranquilla località di campagna, Capolona, tra Firenze ed Arezzo, ebbero luogo i primi Convegni Internazionali di Psicosintesi con la partecipazione di congressisti appartenenti ad otto nazionalità; nel 1958 si costituì negli Stati Uniti la “Psychosynthesis Research Foundation”, che organizzò un Convegno di medici ed educatori.

Gli anni dal 1959 al 1965 videro un rapido fiorire di iniziative internazionali: Assagioli e la psicosintesi sono presenti in Svizzera, in Austria, in Francia ed in Inghilterra. 

A Vienna (Congresso Internazionale di Psicoterapia, 1961) con la relazione “Sintesi nella psicoterapia”, Assagioli indica le affinità e le differenze esistenti fra la psicoterapia psicosintetica ed altri metodi di terapia esistenziale; illustra i compiti e gli scopi e propone uno schema di cura sintetica e completa, che all’approccio esistenziale, mirante a scoprire e risolvere i problemi esistenziali del paziente, unisca l’uso di tecniche attive.

E la sintesi auspicata fin dal lontano 1909, proposta dalla psicagogia, sviluppata dalla psicosintesi, e teorizzata in una vasta serie di scritti di epoche diverse che, nel 1965, confluiranno, sistematizzati, nel libro “Psychosynthesis, A Collection of Basic Writings”. E' questo il primo testo organico, nato dalI’esigenza, legata alla costituzione della “Psychosynthesis Research Foundation”, di organizzare il materiale per diffondere la psicosintesi e le tecniche psicosintetiche.

La pubblicazione sarà seguita, un anno dopo, dal primo volume in lingua italiana, “Per l’armonia della vita”, che, basato su un corso di lezioni del 1933, approfondisce la concezione e lo spirito della psicosintesi e illustra le fasi del processo psicosintetico di autorealizzazione. 

Nello stesso anno viene fondato il Centro di Biopsicosintesi in Argentina.

L’Istituto di Psicosintesi è riconosciuto come ente morale con D.P.R. n. 1721 del 1° agosto 1965.

Gli anni della vecchiaia sono per Assagioli attivi e fecondi.

Insegna la psicosintesi e si dedica alla formazione degli psicosintetisti; nel quieto studio di via San Domenico, sulla strada che porta a Fiesole, affluiscono per consulenze e didattiche discepoli e collaboratori di diverse parti del mondo.

Assagioli fa parte del comitato di redazione del “Journal of Humanistic Psychology” e del “Journal of Transpersonal Psychology”, terreno di incontro dei cultori della psicologia transpersonale, che pubblica i suoi scritti sui simboli del supercosciente e sullo sviluppo spirituale.

L’lstituto partecipa attivamente alla diffusione dei principi della “terza” e della “quarta forza” della psicologia; le lezioni di Assagioli richiamano un grande afflusso di pubblico.

Nella primavera del 1973 esce, in lingua inglese, il suo terzo libro “The Act of Will”, che compendia un approfondito studio dell’origine, della funzione e dello sviluppo della volontà. Posta al centro della personalità umana come la funzione psicologica più aderente all’lo, e strettamente collegata all’esperienza del Sé, la volontà viene proposta come strumento fondamentale di autorealizzazione. 

Di quello stesso anno è l’inaugurazione del Centro Estivo dell’lstituto e l’apertura del Centro di Psicosintesi di Padova.

Nel maggio del 1974 Assagioli detta, in lingua inglese, le norme per il training degli psicosintetisti, che oggi costituiscono la base dei corsi di formazione psicosintetica.

All’alba del giorno 23 agosto 1974 Assagioli muore, circondato da discepoli che erano affluiti da ogni parte d’ltalia.

Stava lavorando al libro “La psicologia dell’alto e il Sé”, con cui si proponeva di trattare in modo più coordinato e sistematico le esperienze legate ai livelli superiori della psiche, di cui si occupava da decenni.

L’opera non è stata portata a termine, ma l’intenzione di Assagioli è stata rispettata: in occasione del centenario della nascita esce “Lo sviluppo transpersonale”, raccolta di scritti inediti, che, a distanza di tre anni, è seguita da “Comprendere la psicosintesi”, una guida alla lettura dei termini psicosintetici.

 

Sviluppo spirituale e disturbi neuropsichici:

di Roberto Assagioli (scritto e pubblicato nel 1933) da casa editrice astrolabio.

Lo sviluppo spirituale dell'uomo è un'avventura lunga e ardua, un viaggio attraverso strani paesi, pieni di meraviglie, ma anche di difficoltà e di pericoli. Esso implica una radicale purificazione e trasmutazione, il risveglio di una serie di facoltà prima inattive, l'elevazione della coscienza a livelli prima non toccati, il suo espandersi lungo una nuova dimensione interna.

Non dobbiamo meravigliarci perciò che un cambiamento così grande si svolga attraverso vari stadi critici, non di rado accompagnati da disturbi neuropsichici e anche fisici (psicosomatici).

Questi disturbi, mentre possono apparire all'osservazione clinica ordinaria uguali a quelli prodotti da altre cause, in realtà hanno significato e valore del tutto diverso e devono venir curati in modo ben differente.

Attualmente poi i disturbi prodotti da cause spirituali vanno divenendo sempre più frequenti, poiché il numero di persone che, consciamente o inconsciamente, sono assillate da esigenze spirituali va divenendo sempre maggiore.

Inoltre, a causa della maggiore complessità dell'uomo moderno e particolarmente degli ostacoli creati dalla sua mente critica, lo sviluppo spirituale è divenuto un processo interiore più difficile e complicato.

Per questa ragione è opportuno dare uno sguardo generale ai disturbi nervosi e psichici che insorgono nei vari stadi dello sviluppo spirituale, e offrire qualche indicazione riguardo ai modi più adatti ed efficaci per curarli.

Nel processo di realizzazione spirituale si possono osservare 5 stadi critici:

I. Le crisi che precedono il risveglio spirituale;

II. Le crisi prodotte dal risveglio spirituale;

III. Le reazioni che seguono al risveglio spirituale

IV. Le fasi del processo di trasmutazione;

V. La "notte oscura dell'anima".

I. Crisi che precedono lo sviluppo spirituale

Per ben comprendere il significato delle singolari esperienze interiori che sogliono precedere il risveglio dell'anima, occorre ricordare alcune caratteristiche psicologiche dell'uomo ordinario.

Questi, più che vivere, si può dire che si lasci vivere.

Egli prende la vita come viene; non si pone il problema del suo significato, del suo valore, dei suoi fini. Se è volgare, si occupa solo di appagare i propri desideri personali: di procurarsi i vari godimenti dei sensi, di diventare ricco, di soddisfare la propria ambizione. Se è d'animo più elevato, subordina le proprie soddisfazioni personali all'adempimento dei doveri familiari e civili che gli sono stati inculcati, senza preoccuparsi di sapere su quali basi si fondino quei doveri, quale sia la loro vera gerarchia, ecc. Egli può anche dichiararsi 'religioso' e credere in Dio, ma la sua religione è esteriore e convenzionale, ed egli si sente 'a posto' quando ha obbedito alle prescrizioni formali della sua chiesa e partecipato ai vari riti.

Insomma l'uomo comune crede implicitamente alla realtà assoluta della vita ordinaria ed è attaccato tenacemente ai beni terreni, ai quali attribuisce un valore positivo; egli considera così, in pratica, la vita ordinaria fine a se stessa, e anche se crede a un paradiso futuro, tale sua credenza è del tutto teorica e accademica, come appare dal fatto, spesso confessato con comica ingenuità, che desidera di andarci... il più tardi possibile.

Ma può avvenire - e in realtà avviene in alcuni casi - che quest' "uomo ordinario" venga sorpreso e turbato da un improvviso mutamento nella sua vita interiore.

Talvolta in seguito a una serie di delusioni; non di rado dopo una forte scossa morale, come la perdita di una persona cara; ma talvolta senza alcuna causa apparente, in mezzo al pieno benessere e favore della fortuna (come avvenne a Tolstoj) insorge una vaga inquietudine, un senso di insoddisfazione, di mancanza; ma non la mancanza di qualcosa di concreto, bensì di alcunché di vago, di sfuggente, che egli non sa definire.

A poco a poco si aggiunge un senso di irrealtà, di vanità della vita ordinaria: tutti gli interessi personali, che prima tanto occupavano e

preoccupavano, si 'scoloriscono', per così dire, perdendo la loro importanza e il loro valore. Nuovi problemi si affacciano; la persona comincia a chiedersi il senso della vita, il perché di tante cose che prima accettava naturalmente: il perché della sofferenza propria e altrui; la giustificazione di tante disparità di fortuna; l'origine dell'esistenza umana; il suo fine.

Qui cominciano le incomprensioni e gli errori: molti, non comprendendo il significato di questi nuovi stati d'animo, li considerano ubbie, fantasie anormali; soffrendone (poiché sono molto penosi), li combattono in ogni modo; temendo di 'perdere la testa', si sforzano di riattaccarsi alla realtà ordinaria che minaccia di sfuggir loro; anzi talvolta, per reazione, vi si gettano con maggior foga, perdutamente, cercando nuove occupazioni, nuovi stimoli, nuove sensazioni. Con questi ed altri mezzi essi riescono talora a soffocare l'inquietudine, ma non possono quasi mai distruggerla completamente: essa continua a covare nel profondo dei loro essere, a minare le basi della loro esistenza ordinaria e può, anche dopo anni, prorompere di nuovo più intensa. Lo stato di agitazione diventa sempre più penoso, il vuoto interiore più intollerabile; la persona si sente annientata: tutto ciò che formava la sua vita le sembra un sogno, sparisce come una larva, mentre la nuova luce non è ancora sorta; anzi generalmente la persona ne ignora perfino l'esistenza o non crede alla possibilità di ottenerla.

Spesso a questo tormento generale si aggiunge una crisi morale più definita; la coscienza etica si risveglia e si acuisce, la persona è assalita da un grave senso di colpa, di rimorso per il male commesso, si giudica severamente ed è colta da un profondo scoraggiamento.

A questo punto sogliono presentarsi quasi sempre idee e impulsi di suicidio. Alla persona sembra che l'annientamento fisico sia la sola logica conseguenza del crollo e dei dissolvimento interiore.

Dobbiamo far notare che questo è solo uno schema generico di tali esperienze e del loro svolgimento. In realtà vi sono numerose differenze individuali: alcuni non giungono allo stadio più acuto; altri vi arrivano quasi a un tratto, senza il graduale passaggio accennato; in alcuni prevalgono la ricerca e i dubbi filosofici; in altri la crisi morale è in prima linea.

Queste manifestazioni della crisi spirituale sono simili ad alcuni dei sintomi delle malattie dette nevrastenia e psicastenia. Uno dei caratteri di questa è appunto la 'perdita della funzione del reale', come la chiama Pierre janet, e un altro è la 'spersonalizzazione'. La somiglianza è accresciuta dal fatto che il travaglio della crisi produce spesso anche dei sintomi fisici, quali esaurimento, tensione nervosa, depressione, insonnia, e svariati disturbi digestivi, circolatori, ecc.

II. Crisi prodotte dal risveglio spirituale.

L'aprirsi della comunicazione fra la personalità e l'anima, i fiotti di luce, di gioia e di energia che l'accompagnano, producono spesso una mirabile liberazione. 1 conflitti interni, le sofferenze e i disturbi nervosi e fisici spariscono, spesso con una rapidità sorprendente, confermando così che quei disturbi non erano dovuti a cause materiali, ma erano la diretta conseguenza del travaglio psico-spirituale. In questi casi il risveglio spirituale costituisce una vera e propria cura.

Ma il risveglio non si svolge sempre in modo così semplice ed armonico, bensì può essere a sua volta causa di complicazioni, disturbi e squilibri. Questo avviene in coloro la cui mente non è ben salda, o nei quali le emozioni sono esuberanti e non dominate, oppure il sistema nervoso troppo sensibile e delicato, o ancora quando l'afflusso di energia spirituale è travolgente per la sua subitaneità e violenza.

Quando la mente è troppo debole e impreparata a sopportare la luce spirituale, oppure quando vi è tendenza alla presunzione e all'egocentrismo, l'evento interiore può venire male interpretato. Avviene, per così dire, una 'confusione di piani': la distinzione fra assoluto e relativo, fra spirito e personalità non è riconosciuta, e allora la forza spirituale può produrre un'esaltazione, una 'gonfiatura' dell'io personale.

Alcuni anni or sono ho avuto occasione di osservare al manicomio di Ancona un caso tipico di questo genere. Uno dei ricoverati, un simpatico vecchietto, affermava tranquillamente ma ostinatamente... di essere Dio. Intorno a questa sua convinzione egli aveva fabbricato una serie delle più fantastiche idee deliranti; di schiere celesti ai suoi comandi, di grandi cose da lui compiute, ecc. Ma, a parte questo, egli era la persona più buona, gentile e

premurosa che si possa immaginare, sempre pronta a render servizi ai medici e ai malati. La sua mente era così chiara e attenta e i suoi atti così accurati, che era stato fatto assistente del farmacista, il quale gli affidava le chiavi della farmacia e la preparazione di medicine. Questo non diede mai luogo ad alcun inconveniente, all'infuori della sparizione di un po' di zucchero che egli sottraeva per far con esso cosa gradita ad alcuni dei ricoverati.

Dal punto di vista medico ordinario il nostro malato verrebbe considerato come un semplice caso di delirio di grandezza, una forma paranoide; ma in realtà queste non sono che etichette puramente descrittive o di classificazione clinica, e la psichiatria ordinaria nulla sa dirci di certo sulla vera natura e sulle cause di questi disturbi. Mi sembra quindi sia lecito ricercare se non vi possa essere un'interpretazione psicologica più profonda delle idee di quel malato. E' noto come la percezione interiore della realtà dello Spirito e della sua intima compenetrazione con l'anima umana dà a colui che la prova un senso di grandezza e di allargamento interiore, la convinzione di partecipare in qualche modo alla natura divina.

Nelle tradizioni religiose e nelle dottrine spirituali d'ogni tempo se ne possono trovare numerose attestazioni e conferme, espresse non di rado in forma assai audace.

Nella Bibbia troviamo la frase esplicita e recisa: «Non sapete che siete Dei? " E sant'Agostino dice: "Quando l'anima ama qualcosa, diventa a essa simile; se ama le cose terrene, diventa terrena; ma se ama Dio (si potrebbe chiedere) diventa essa Dio?"

L'espressione più estrema della identità di natura fra lo spirito umano nella sua pura e reale essenza e lo Spirito Supremo è contenuta nell'insegnamento centrale della filosofia Vedanta: Tat twam asi (Tu sei Quello) e Aham evam param Brahman (In verità io sono il Supremo Brahman).

Comunque si voglia concepire questo rapporto fra lo spirito individuale e quello universale, sia che lo si consideri come un'identità 0 come una somiglianza, una partecipazione, una unione, bisogna riconoscere in modo ben chiaro, e tener sempre presente in teoria e in pratica, la grande differenza che esiste fra lo spirito individuale nella sua natura essenziale - quello che è stato chiamato il 'fondo' o il «centro' o Tapice' dell'anima, l'Io superiore, il Sé reale - e la piccola personalità ordinaria, il piccolo io di cui siamo abitualmente consapevoli

Il non riconoscere tale distinzione porta a conseguenze assurde e Pericolose. Questo ci dà la chiave per comprendere lo squilibrio mentale del malato di cui ho fatto cenno, e altre forme meno estreme di autoesaltazione e di autogonfiatura. L'errore funesto di tutti coloro che cadono in preda a tali illusioni è quello di attribuire al proprio io personale non rigenerato le qualità e i poteri dello Spirito. In termini filosofici si tratta di una confusione fra realtà relativa e Realtà assoluta, fra il piano personale e quello metafisico. Da questa interpretazione di certe idee di grandezza si possono trarre anche utili norme curative. Essa ci mostra come il cercare di dimostrare al malato che egli ha torto, che le sue idee sono dei tutto assurde o il deriderle, non serve a nulla; anzi non fa che inasprirlo. Invece è opportuno riconoscere con lui l'elemento di vero che c'è nelle sue affermazioni e poi cercar pazientemente di fargli comprendere la distinzione suaccennata.

In altri casi l'improvvisa illuminazione interna prodotta dal risveglio dell'anima determina invece un'esaltazione emotiva, che si esprime in modo clamoroso e disordinato: con grida, pianto, canti e agitazioni motorie varie.

Coloro poi che sono di tipo attivo, dinamico, combattivo, possono venir spinti dall'eccitazione del risveglio ad assumere la parte del profeta o del riformatore, formando movimenti e sette caratterizzati da un eccessivo fanatismo e proselitismo.

In certe anime nobili, ma troppo rigide ed eccessive, la rivelazione dell'elemento trascendente e divino del proprio spirito suscita un'esigenza di adeguazione completa e immediata a quella perfezione. Ma in realtà tale adeguazione non può essere semmai che il termine di una lunga e graduale opera di trasformazione e di rigenerazione della personalità; quindi quell'esigenza non può che esser vana e provocare reazioni di depressione e di disperazione autodistruttive.

In alcune persone, a ciò predisposte, il 'risveglio' si accompagna con manifestazioni psichiche paranormali di vario genere. Esse hanno visioni, generalmente di esseri elevati o angelici, oppure odono delle voci, o si sentono spinte a scrivere automaticamente. Il valore dei messaggi così ricevuti è assai diverso da caso a caso; perciò occorre che essi vengano sempre esaminati e vagliati obiettivamente, senza prevenzioni, ma anche senza lasciarsi imporre dal modo con cui sono pervenuti, né dalla presunta autorità di chi asserisca esserne l'autore. t opportuno diffidare soprattutto dei messaggi che contengono ordini precisi e richiedono obbedienza cieca, e di quelli che tendono a esaltare la personalità del ricevente. 1 veri istruttori spirituali non usano mai tali metodi.

Prescindendo poi dall'autenticità e dal valore intrinseco di quei messaggi, sta il fatto che essi sono pericolosi perché possono facilmente turbare, anche in modo grave, l'equilibrio emotivo e mentale.

III. Le reazioni che seguono al risveglio spirituale.

Queste reazioni si producono generalmente dopo un certo tempo.

Come abbiamo accennato, un risveglio spirituale armonico suscita un senso di gioia, e una illuminazione della mente che fa percepire il significato e lo scopo della vita, scaccia molti dubbi, offre la soluzione di molti problemi e dà un senso di sicurezza interiore. A questo si accompagna un vivido senso dell'unità, della bellezza, della santità della vita, e dall'anima risvegliata s'effonde un'onda di amore verso le altre anime e tutte le creature.

Invero non vi è nulla di più lieto e confortante dei contatto con uno di questi 'risvegliati' che si trovi in un tal 'stato di grazia'. La sua personalità di prima, coi suoi angoli acuti e coi suoi elementi sgradevoli, sembra sparita e una nuova persona, simpatica e piena di simpatia, sorride a noi e al mondo intero, tutta desiderosa di dar piacere, di rendersi utile, di condividere con gli altri le sue nuove ricchezze spirituali di cui non sa contenere in sé la sovrabbondanza.

Questo stato gioioso dura più o meno a lungo, ma è destinato a cessare. La personalità ordinaria, coi suoi elementi inferiori, era stata solo temporaneamente sopraffatta e addormentata, non uccisa o trasformata. Inoltre l'afflusso di luce e di amore spirituale è ritmico e ciclico come tutto quanto avviene nell'universo; esso quindi prima o poi diminuisce o cessa: il flusso è seguito dal riflusso.

Questa esperienza interna è penosissima, e in alcuni casi produce reazioni violente e seri disturbi. Le tendenze inferiori si risvegliano e si riaffermano con forza rinnovata; tutti gli scogli, i detriti, i rifiuti, che erano stati ricoperti dall'alta marea, ricompaiono di nuovo.

La persona, la cui coscienza morale si è fatta, in seguito al risveglio, più raffinata ed esigente, la cui sete di perfezione è divenuta più intensa, si giudica con maggior severità, si condanna con maggior rigore e può credere, erroneamente, di esser caduta più in basso di prima. A ciò può essere indotta anche dal fatto che talvolta certe tendenze e impulsi inferiori, che erano rimasti latenti nell'inconscio, vengono risvegliati e stimolati a una violenta opposizione dalle nuove alte aspirazioni spirituali, che sono per essi una sfida e una minaccia.

Talvolta la reazione va così oltre, che la persona giunge fino a negare il valore e la realtà della propria recente esperienza interiore. Dubbi e critiche sorgono nella sua mente ed essa è tentata di considerare tutto ciò che è avvenuto come un'illusione, una fantasia, una 'montatura sentimentale'. Essa diviene amara e sarcastica; deride se stessa e gli altri e vorrebbe rinnegare i propri ideali e le proprie aspirazioni spirituali. Eppure, per quanto si sforzi di farlo, essa non può ritornare nello stato di prima: ha avuto la visione e il fascino della sua bellezza resta in lei, non può esser dimenticato. Essa non può più adattarsi a viver soltanto la piccola vita comune; una divina nostalgia la assilla e non le dà requie. Talvolta la reazione assume caratteri nettamente morbosi: insorgono accessi di disperazione e tentazioni di suicidio.

La cura di tali reazioni eccessive consiste soprattutto nell'impartire una chiara comprensione della loro natura e nell'indicare qual è il solo modo nel quale si possono superare. Si deve far capire a chi ne soffre che lo 'stato di grazia' non poteva durare per sempre, che la reazione era naturale e inevitabile. È come se egli avesse fatto un volo superbo fin presso alle vette illuminate dal sole, ammirando il vasto paesaggio che si stende fino all'orizzonte; ma ogni volo prima o poi deve finire: si viene riportati alla pianura, e si deve poi ascendere lentamente, passo a passo, il ripido pendio che conduce alla stabile conquista delle cime. Il riconoscimento che questa discesa o 'caduta' è un evento naturale, al quale tutti siamo sottoposti, conforta e solleva il pellegrino e lo incoraggia ad accingersi animosamente all'ascesa.

IV. Le fasi del processo di trasmutazione.

L'ascesa di cui abbiamo fatto cenno consiste in realtà nella trasmutazione e rigenerazione della personalità. Un procedimento lungo e complesso, che è composto di fasi di purificazione attiva per rimuovere gli ostacoli all'afflusso e all'azione delle forze spirituali; fasi di sviluppo delle facoltà interiori che erano rimaste latenti o troppo deboli; fasi nelle quali la personalità deve restare ferma e docile, lasciandosi 'lavorare' dallo Spirito e sopportando con coraggio e pazienza le inevitabili sofferenze. L un periodo pieno di cambiamenti, di alternative fra luce e tenebra, fra gioia e dolore.

Le energie e l'attenzione di chi vi si trova sono spesso tanto assorbite dal travaglio che gli riesce difficile far fronte alle varie esigenze della sua vita personale.

Perciò chi l'osservi superficialmente e lo giudichi dal punto di vista della normalità e dell'efficienza pratica, trova che è peggiorato e vale meno di prima. Perciò al suo travaglio interiore si aggiungono spesso giudizi incomprensivi e ingiusti da parte di persone di famiglia, di amici e anche di medici, e non gli vengono risparmiate osservazioni pungenti sui 'bei risultati' delle aspirazioni e degli ideali spirituali, che lo rendono debole e inefficiente nella vita pratica. Questi giudizi riescono spesso assai penosi a chi ne è oggetto, che può talvolta venirne turbato e cadere in preda ai dubbi e allo scoraggiamento.

Pure questa è una delle prove che devono essere superate. Essa insegna a vincere la sensibilità personale, ad acquistare indipendenza di giudizio e fermezza di condotta. Perciò tale prova dovrebbe venir accolta senza ribellione, anzi con serenità. D'altra parte se coloro che circondano la persona sottoposta alla prova comprendono il suo stato, possono esserle di grande aiuto ed evitarle molti contrasti e sofferenze non necessarie.

In realtà si tratta di un periodo di transizione: un uscire da un vecchio stadio senza aver raggiunto il nuovo. t una condizione simile a quella del verme che sta subendo il processo di trasformazione che lo farà diventare un'alata farfalla: esso deve passare per lo stato di erisalide, che è una condizione di disintegrazione e impotenza.

Ma all'uomo in generale non viene elargíto il privilegio che ha il verme di svolgere quella trasmutazione protetto e raccolto in un bozzolo.

Egli deve, soprattutto oggi, restare al suo posto nella vita e continuare ad assolvere quanto meglio può i propri doveri famigliari, professionali e sociali, come se non stesse avvenendo nulla in lui. L'arduo problema che deve risolvere è simile a quello degli ingegneri inglesi, che dovettero trasformare e ampliare una grande stazione ferroviaria di Londra, senza interrompere il traffico neppur per un'ora.

Non dobbiamo certo meravigliarci se un'opera così complessa e faticosa è talvolta causa di disturbi nervosi e psichici, ad esempio esaurimento nervoso, insonnia, depressione, irritabilità, irrequietezza. E questi disturbi, dato il forte influsso della psiche sul corpo, possono a foro volta facilmente produrre svariati sintomi fisici.

Nel curare tali casi occorre comprenderne la vera causa, e aiutare il malato con una sapiente e opportuna azione psicoterapica, poiché le cure fisiche e medicamentose possono aiutare ad attenuare i sintomi e i disturbi fisici, ma evidentemente non possono agire sulle cause psicospirituali del male.

Talvolta i disturbi sono prodotti o aggravati dagli eccessivi sforzi personali che fa l'aspirante alla vita spirituale per forzare il proprio sviluppo interno, sforzi che producono una repressione anziché la trasformazione degli elementi inferiori, e una estrema intensificazione della lotta, con una corrispondente eccessiva tensione nervosa e psichica. Questi aspiranti troppo impetuosi devono rendersi conto che la parte essenziale dei lavoro di rigenerazione è fatta dallo spirito e dallesue energie, e che quando essi hanno cercato di attirare quelle energie col loro fervore, le loro meditazioni, il loro retto atteggiamento interno, quando hanno cercato di eliminare tutto quello che può ostacolare l'azione dello spirito, devono attendere con pazienza e con fede che quell'azione si svolga spontaneamente nella loro anima.

Una difficoltà diversa in un certo senso opposta, deve essere supe rata nei periodi nei quali l'afflusso di forza spirituale è ampio e abbondante. Quella forza preziosa può venir facilmente sperperata in effervescenza emotiva e in attività febbrili ed eccessive. In altri casi invece essa è tenuta troppo a freno, non viene sufficientemente tradotta in vita e utilizzata, di modo che si accumula sempre più e con la sua forte tensione può produrre disturbi e logorii interiori, come una corrente elettrica troppo forte può fondere le valvole e anche produrre dei corti circuiti.

Occorre quindi apprendere a regolare opportunamente e saggiamente il flusso delle energie spirituali, evitandone la dispersione, ma usandole attivamente in nobili e feconde opere interne ed esterne.

V. La 'notte oscura dell'anima'.

Quando il processo di trasformazione psicospirituale raggiunge il suo stadio finale e decisivo, esso produce talvolta un'intensa sofferenza e un'oscurità interiore che è stata chiamata dai mistici cristiani 'notte oscura dell'anima' 1 suoi caratteri la fanno rassomigliare molto alla malattia chiamata 'psicosi depressiva' o melanconia. Tali caratteri sono: uno stato emotivo d'intensa depressione, che può giungere fino alla disperazione; un senso acuto della propria indegnità; una forte tendenza all'autocritica e all'autocondanna, che in alcuni casi giunge fino alla convinzione di esser perduti o dannati; un senso penoso di impotenza mentale; l'indebolimento della volontà e dell'autodominio; un disgusto e una grande difficoltà ad agire.

Alcuni di questi sintomi possono presentarsi in forma meno intensa anche negli stadi precedenti, ma allora non si tratta della vera 'notte oscura dell'anìma'.

Questa strana e terribile esperienza non è, malgrado le apparenze, uno stato patologico; essa ha cause spirituali e un grande valore spirituale (Vedi san Giovanni della Croce, La notte oscura dell'anima e E. Underhill. .Mysticism - New York, 1961).

A questa, che è stata anche chiamata la 'crocefissione mistica' o morte mistica', segue la gloriosa resurrezione spirituale che pone fine a ogni sofferenza e a ogni disturbo, dei quali è sovrabbondante compenso, e che costituisce la pienezza della salute spirituale.

Il tema da noi scelto ci ha obbligati a occuparci quasi esclusivamente dei lati più penosi e anormali dello sviluppo interiore, ma non vorremmo certo dar l'impressione che coloro che seguono la via dell'ascesa spirituale siano colpiti da disturbi nervosi più facilmente degli uomini ordinari. L opportuno perciò mettere bene in chiaro i punti seguenti:

1) In molti casi lo sviluppo spirituale si svolge in un modo più graduale e armonico di quello che è stato descritto, di guisa che le difficoltà vengono superate e i diversi stadi passati senza reazioni nervose e fisiche.

2) 1 disturbi nervosi e mentali degli uomini e delle donne 'ordinari' sono spesso più gravi, più difficili a sopportare e a curare di quelli prodotti da cause spirituali. 1 disturbi degli uomini ordinari sono spesso prodotti da conflitti violenti fra le passioni, o fra gli impulsi inconsci e la personalità cosciente; o dalla ribellione contro condizioni o contro persone che sono in contrasto coi loro desideri e le loro esigenze egoistiche. Noti di rado è più difficile curarli, perché gli aspetti superiori sono troppo deboli. e vi è poco a cui fare appello per indurli a fare i sacrifici necessari e a sottomettersi alla disciplina occorrente per produrre gli assestamenti l'armonia che possono render loro la salute.

3) Le sofferenze e i disturbi di coloro che percorrono la via spirituale, per quanto possano talora essere gravi, sono in realtà solo reazioni temporanee e per così dire le scorie di un processo organico di crescita e di rigenerazione interna. Perciò essi spariscono spesso spontaneamente quando la crisi che li aveva prodotti si risolve, o cedono più facilmente a una cura adatta.

4) Le sofferenze prodotte dalle basse maree e dai riflussi dell'onda spirituale sono ampiamente compensate dalle fasi di afflusso e di elevazione, e dalla fede nel grande scopo e nell'alta mèta dell'avventura interiore.

Questa visione di gloria costituisce un , ispirazione potente, un conforto infallibile, una sorgente inesauribile di forza e di coraggio. Noi dovremmo quindi rievocare tale visione nel modo più vivido e il più spesso possibile, e uno dei più grandi benefici che possiamo arrecare a chi è tormentato da crisi e conflitti spirituali è H di a fare altrettanto.

Cerchiamo di immaginare vividamente la gloria e la beatitudine dell'anima vittoriosa e liberata che partecipa coscientemente alla saggezza, alla potenza, all'amore della Vita Divina. Immaginiamo con visione ancor più larga la gloria del Regno di Dio realizzato sulla terra, la visione di una umanità redenta, dell'intera creazione rigenerata e manifestante con gioia le perfezioni di Dìo.

Sono visioni di tal genere che hanno reso capaci i grandi mistici e santi di sopportare sorridendo i loro tormenti interiori e il loro martirio fisico, che hanno fatto dire a san Francesco: "Tanto è il bene che m'aspetto che ogni pena mi è diletto!".

Ma ora dobbiamo scendere da queste altezze e ritornare un istante nella valle ove le anime sono in travaglio.

Considerando la questione dal punto di vista più strettamente medico e psicologico, occorre rendersi ben conto che - come abbiamo accennato - mentre i disturbi che accompagnano le varie crisi dello sviluppo spirituale appaiono a un primo esame molto simili, e talvolta identici, a quelli dei malati ordinari in realtà le loro cause e il loro significato sono molto differenti, anzi in un certo senso opposti; quindi la cura deve essere corrispondentemente diversa. I sintomi neuro-psichicí dei malati ordinari hanno generalmente un carattere regressivo.

Quei malati non sono stati capaci di compiere i necessari assestamenti interni ed esterni che fari parte del normale sviluppo della personalità. Per esempio, essi non sono riusciti a liberarsi dall'attaccamento emotivo ai genitori e restano quindi in uno stato di dipendenza infantile da essi o da chi, anche simbolicamente, li sostituisce.

Talvolta invece la loro incapacità o cattiva volontà a far fronte alle esigenze e alle difficoltà della normale vita familiare e sociale fari sì che essi, anche senza rendersene conto, cerchino rifugio in una malattia che li sottragga a quegli obblighi. In altri casi si tratta di un trauma emotivo: per esempio una delusione o una perdita che essi non sanno accettare e a cui reagiscono con una malattia.

In tutti questi casi si tratta di un conflitto fra la personalità cosciente e gli elementi inferiori che spesso operano nell'inconscio. con la parziale vittoria di questi ultimi.

Invece i mali prodotti dal travaglio dello sviluppo spirituale hanno un carattere nettamente progressivo. Essi dipendono dallo sforzo. di crescere, da una spinta verso l'alto; essi sono il risultato di conflitti e squilibri temporanei fra la personalità cosciente e le energie spirituali che irrompono dall'alto.

Da tutto ciò risulta evidente che la cura per i due tipi di malattie deve essere molto diversa.

Per il primo gruppo il compito terapeutico consiste nell'aiutare il inalato a raggiungere il livello dell'uomo 'normale', eliminando le repressioni e le inibizioni, le paure e gli attaccamenti, aiutandolo a passare dal suo eccessivo egocentrismo, dalle sue false valutazionil dalle sue concezioni deformate della realtà a una visione oggettiva e razionale della vita, all'accettazione dei suoi doveri e obblighi e a un giusto apprezzamento dei diritti degli altri. Gli elementi non ben sviluppati, non coordinati e contrastanti, devono venir armonizzati e integrati in una psicosintesi personale.

Per i malati del secondo gruppo il compito curativo è invece quello di produrre un assestamento armonico, favorendo l'assimilazione e l'integrazione delle nuove energie spirituali con gli elementi normali preesistenti, cioè di compiere una psicosintesi trans-personale intorno a un più alto centro interno.

E' chiaro quindi che la cura adatta per i malati del primo gruppo è insufficiente, anzi può essere anche dannosa, per un malato del secondo. Le sue difficoltà aumentano, anziché diminuire, se egli è nelle mani di un medico che non comprenda il suo travaglio, che ignori o neghi le possibilità dello sviluppo spirituale. Tale medico può svalutare o deridere le aspirazioni spirituali del malato, considerandole come vane fantasie o interpretandole in modo materialistico. Così il malato può venir da lui indotto a ritener di far bene cercando di indurire il guscio della propria personalità e rifiutandosi di dare ascolto agli insistenti appelli della sua anima. Ma questo può solo aggravare il suo stato, render più aspra la lotta, ritardare la soluzione.

Invece un medico che percorra egli pure la via spirituale, o che almeno abbia una chiara comprensione e un giusto apprezzamento della realtà e delle conquiste spirituali, può essere di grande aiuto a un malato di quel genere.

Se, come spesso è il caso, questi è ancora allo stadio dell'insoddisfazione, dell'irrequietezza e delle inconsce aspirazioni; se egli ha perduto ogni interesse per la vita ordinaria ma non ha ancora avuto un lume della Realtà Superiore; se egli cerca sollievo in direzioni sbagliate ed erra per vicoli ciechi, allora la rivelazione della vera causa del suo male e un aiuto efficace a trovare la vera soluzione possono facilitare e accelerare molto il risveglio dell'anima, che costituisce di per se stesso la parte principale della cura.

Quando una persona si trova al secondo stadio, quello nel quale si bea nella luce dello spirito e fa gioiosi voli verso le altezze supercoscienti, si può farle molto bene spiegandole la vera natura e funzione di quelle sue esperienze, preavvisandola che esse sono necessariamente temporanee e descrivendole le ulteriori vicissitudini del pellegrinaggio. Così quella persona è preparata quando sopraggiunge la reazione, e le viene in tal modo risparmiata quella parte non piccola di sofferenza, prodotta dalla sorpresa della 'caduta' e dai dubbi e dagli scoraggiamenti che ne conseguono.

Quando un tal preavviso non è stato dato e la cura viene iniziata durante la reazione depressiva, il malato può essere molto sollevato e aiutato dall'assicurazione, avvalorata da esempi, che si tratta di uno stato temporaneo dal quale uscirà sicuramente.

Nel quarto stadio, quello degli 'incidenti dell'ascesa', che è il più lungo e multiforme, l'opera di chi aiuta e corrispondentemente più complessa. 1 suoi aspetti principali sono:

1) Chiarire a colui che soffre il significato di quanto sta avvenendo in lui e indicargli il giusto atteggiamento da prendere;

2) Insegnargli come si può dominare le tendenze inferiori senza però reprimerle nell'inconscio;

3) Insegnargli, ed aiutarlo, a trasmutare e sublimare le proprie energie psichiche;

4) Aiutarlo a sostenere e far buon uso delle energie spirituali che affluiscono nella sua coscienza;

5) Guidarlo, e cooperare con lui, nel lavoro di ricostruzione della sua personalità, di psicosintesi.

Nello stadio della 'notte oscura dell'anirna' è assai difficile prestare aiuto, perché chi vi si trova è avvolto in una nube così densa, è tanto immerso nella sua sofferenza che la luce dello spirito non giunge alla sua coscienza. L'unico modo di dare forza e sostegno è il ripetere instancabilmente l'assicurazione che si tratta di una esperienza transitoria e non di uno stato permanente, come tende a credere chi vi si trova - ed è ciò che più gli dà disperazione. t bene inoltre assicurargli con energia che il suo tormento, per quanto terribile, ha un si grande valore spirituale e gli sarà apportatore di tanto bene che dopo arriverà a benedirlo; così egli viene aiutato a sopportarlo e ad accettarlo con calma, rassegnazione e con forte pazienza.

Riteniamo opportuno accennare che queste cure psicologiche e spirituali non escludono l'uso sussidiario di mezzi fisici, che possono alleviare i sintomi e concorrere al buon esito della cura. Tali sussidi saranno soprattutto quelli che coadiuvano all'opera sanatrice della natura, come un'alimentazione igienica, esercizi di rilasciamento, contatto con gli elementi naturali, un ritmo adatto delle varie attività fisiche e psichiche.

In alcuni casi la cura è resa più complicata dal fatto che vi è nel malato un misto di sintomi progressivi e di sintomi regressivi. Si tratta di casi di sviluppo interiore irregolare e disarmonico. Queste persone possono raggiungere alti livelli spirituali con una parte della loro personalità, ma essere d'altro lato schiave di attaccamenti infantili o sotto il dominio di 'complessi' inconsci. Si potrebbe anzi dire che, con un'analisi accurata, nella maggioranza di coloro che percorrono la via spirituale si trovano - come, si noti, in quasi tutti i così detti 'normali' - dei resti più o meno grandi di limitazioni di quel genere.

Resta però il fatto che, nella grande maggioranza dei casi, vi è una netta prevalenza o dei sintomi regressivi o di quelli progressivi.

Ma la possibilità che sintomi di entrambi i gruppi si trovino frammisti nello stesso malato deve esser sempre tenuta presente, e occorre che ogni disturbo venga accuratamente studiato e interpretato, per accertarne la vera causa e trovarne quindi la cura adatta.

Da tutto quanto abbiamo detto risulta chiaro che per curare in modo efficace e soddisfacente i disturbi nervosi e psichici che accompagnano lo sviluppo spirituale, occorre una duplice serie di conoscenze e di pratica: quella dei medico esperto di malattie nervose e di psicoterapia, e quella dei serio studioso o del pellegrino sulle vie dello Spirito.

Questa duplice competenza si trova attualmente di rado associata; ma dato il rapido crescere dei numero delle persone bisognose di simili cure, tutti coloro che siano in grado di farlo dovrebbero accingersi risolutamente a prepararsi per quell'opera di bene.

Tali cure poi sarebbero rese più facili se si potesse anche formare e assistenti opportunamente preparati, sì da saper cooperare intelligentemente.

Infine sarebbe molto utile che il pubblico in generale fosse informato dei fatti principali riguardanti le connessioni fra disturbi neuropsichici e crisi interiori, in modo che i familiari possano facilitare il compito dei malato e quello del medico, invece di complicarlo e ostacolarlo con l'ignoranza, i pregiudizi, e anche l'opposizione attiva, come purtroppo avviene assai spesso.

Quando questa triplice opera di preparazione sarà stata fatta presso i medici, le infermiere e il pubblico, una grande somma di sofferenze non necessarie verrà eliminata e molti pellegrini potranno raggiungere con meno lungo e meno aspro travaglio l'alta mèta che perseguono: l'unione con la Divina Realtà.

 

Dott. Bruno Bonandi - Studio privato in Longiano (FC) V.le Decio Raggi, 35 - Cell. 3397689267 - Tel. 0547665954
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