Home
La Psicoterapia
La Psicologia di Carl Ransom Rogers
... e degli altri miei Maestri
Il mio studio
Le emozioni
Il Disagio Mentale
Il rilassamento
Notizie dal mondo
Suggerisco (Libri/Film)
Citazioni
Collaborazioni
Dove mi trovo
Eventi
Contatti
Lascia un pensiero
Home arrow Notizie dal mondo
Notizie dal Mondo Stampa

 

PER DOVERE DI CRONACA

 

 

Perchè il mondo in cui viviamo incide notevolmente su ciò che siamo.

LINK: http://www.youtube.com/watch?v=IC8zH5dkslY&feature=related

 

 

la-lettera-di--botero

 

 

 

 

 

schegge dalle nostre edicole:

 

 news1  

 

 

 

COSE DI CASA NOSTRA!

 

 

 

 

 

 

Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo
Posted on 28 Marzo 2009 by Luigi D'Elia

 

Fonte: Recensione tratta da Il Sole-24 Ore sezione: SCIENZA E FILOSOFIA data: 2009-03-15 - pag: 32

 

Attenti ai neuromaniaci!

 

Arte, economia, etica, medicina: tutto sembra dover passare per una definizione biologistica. Ma la vita non è riducibile a geni e sinapsi

di Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà

 

Nel 1861 un neurologo francese Paul Broca, descrisse un paziente che, in seguito a una lesione cerebrale, riusciva a dire solo «tan». Dopo la morte del paziente, l’esame autoptico rivelò una lesione in una porzione limitata del lobo frontale di sinistra.

L’osservazione di Broca fu considerata la prima chiara dimostrazione di due principi sui quali si sarebbero poi basate, più di 100 anni dopo, le neuroimmagini: il cervello (la corteccia cerebrale, per essere precisi) è scomponibile in tante porzioni (aree) che svolgono funzioni diverse e queste funzioni sono indipendenti le une dalle altre, sono isolabili. Nel caso del paziente che sapeva dire solo «tan», la funzione era la produzione della parola ed era stata isolata, in negativo, dalla lesione.

Le funzioni mentali sono l’oggetto di studio degli psicologi, non degli economisti e neppure dei neuroscienziati. Il termine «neuroeconomia» sottintende, più o meno esplicitamente, l’esclusione degli psicologi. In assenza degli psicologi, è legittimo chiedersi chi mai, nelle ricerche di neuroeconomia, indicherà quali siano le funzioni mentali rilevanti per l’economia le cui basi nervose si dovrebbero indagare.

Se i neuroscienziati e/o gli economisti intendono sostituirsi agli psicologi nell’indagare le funzioni mentali, senza possedere la competenza specifica necessaria, la neuroeconomia non andrà molto lontano. Già Gall aveva cercato di inventarsi una psicologia e aveva prodotto la frenologia. Questa osservazione vale, ovviamente, anche per la neuroestetica, la neuropedagogia, la neuroteologia… La contrapposizione che abbiamo oggi tra «nuda vita», la vita biologica comune a tutti gli esseri viventi (in greco: zoé), e la forma di vita di una specifica persona ( bios) non era mai emersa prima in modo così drammatico. Ma compare anche in contesti meno tragici. Dov’è il confine, per uno sportivo, tra una droga e una medicina? Possiamo cercare di incrementare il nostro fascino cambiando il corpo (ad esempio con la chirurgia plastica e altro) grazie a tecnologie mediche? Quando «diventiamo» altro da noi, quando abbiamo cambiato troppo la nostra identità corporea? Possiamo incrementare tramite farmaci o droghe le nostre esperienze e le nostre capacità mentali. Ma dov’è il confine tra «curato » e «drogato»?

Di fronte a tali quesiti, nuovi e difficili, la tentazione di tornare all’antico è forte. L’antico in questo caso è la coppia mente-corpo, con il corpo come sistema di riferimento privilegiato. Lo schema tradizionale consiste nell’affidarsi alle condizioni biologiche del corpo per fondare una regola di intervento e, se dobbiamo derogarvi, nel ricorrere a circostanze specifiche (attenuando l’applicazione del criterio per ragioni manitarie).

Adottare questo schema nelle condizioni tecnologiche odierne può essere assai pericoloso e fuorviante. Sembra ovvio ricorrere alle scoperte della genetica per definire il passaggio da feto a persona, ed è in termini biologici che si può fissare il momento in cui un vecchio torna a essere solo corpo e non più persona. Nel fare così, tuttavia, non ci accorgiamo delle conseguenze devastanti di quello che decidiamo di «dare per scontato» (il default). Nulla ci impedirebbe di fare un’operazione contraria. Dare per scontato che il metro di misura sia il benessere di una persona, benessere non solo corporale ma anche psichico, e utilizzare poi questo criterio per definire il benessere nel suo complesso. Non è una differenza da poco. In questo secondo caso il benessere è la figura, mentre le condizioni del corpo costituiscono lo sfondo. Ad esempio, se voi vi concentrate sul benessere, potete dare per scontato che, dopo la sua morte, qualsiasi persona sia un donatore di organi. Al contrario, se vi concentrate sul corpo, avete bisogno di un assenso concesso preventivamente in circostanze diverse (quando il morto era vivo).

Le conseguenze pratiche di quello che diamo per scontato, a parità di credenze e di culture, sono drammatiche. Basta vedere quello che succede in Austria, dove è stato adottato il primo criterio, e in Germania, dove è stato adottato il secondo (la differenza percentuale di donatori di organi, all’insaputa dei donatori stessi, è dell’ordine del 90%, solo in conseguenza dell’adozione di un diverso default). Adottare le condizioni del corpo, nella difesa dei confini di una persona, si rivela talvolta controproducente, e può sfociare in esiti paradossali. Il caso delle scelte della chiesa cattolica è forse quello più macroscopico e noto ai più. In ossequio ai tempi, affascinata dagli sviluppi tecnologici, la chiesa tende inconsapevolmente ad abbandonare la saggezza antica, fatta di carità e solidarietà. Ovviamente non si tratta di una scelta deliberata. Al contrario è inconsapevole, come in tutti i casi in cui entra in azione il meccanismo di default.

1 L’articolo qui pubblicato esprime le tesi di fondo sviluppate da Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà nel loro pamphlet «Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo», in libreria in questi giorni per le edizioni de il Mulino (Bologna, pagg. 126, € 9,00). 

 

Embarassed

 

 

Da: La Repubblica delle Donne 20 gennaio 2009

 

La ragione batte sempre più spesso il sentimento. Provoca furori. Innesca violenze. L'analfabetismo del cuore ci rende stupidi e insensibili? È ora di ridare potere alle emozioni  

di Daniela Condorelli 

Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Chiamale passioni, sentimenti, affettività, stati d'animo, turbamenti della mente. Ma chiamale. Dà loro un nome. Non celarle. O allora sì, ti scoppieranno in mano e ne sarai sopraffatto. La storia della scissione tra ragione e sentimento ha radici millenarie e non ce ne siamo ancora liberati. A partire dalle prime leggi, il Codice di Hammurabi, i Dieci Comandamenti, l'uomo ha tentato di addomesticare la vita emozionale e sottometterla a quella razionale. La stessa definizione della nostra specie, homo sapiens, è fuorviante. L'uomo è prima di tutto homo sentiens, homo patiens. Abbiamo due menti: una che pensa e l'altra che sente, che variano lungo un gradiente continuo. Eppure le emozioni vengono considerate con fastidio e vergogna: debolezze inutili, impulsi da reprimere, residui di un passato animale. "Per l'uomo contemporaneo, le emozioni sono sinonimo di incapacità di controllare la realtà, sottometterla al proprio volere", spiega il sociologo Bernardo Cattarinussi, docente all'Università di Udine, autore, per Franco Angeli, di Sentimenti, passioni, emozioni. Di quest'individuo post-moderno incapace di relazione e privo di emotività fa un'analisi puntuale Elena Pulcini, docente di filosofia politica all'Università di Firenze, nel saggio L'individuo senza passioni (Bollati Boringhieri) evidenziando come alle passioni si sia oggi sostituita l'apatia, l'indifferenza. Cresciamo succubi di quelle che i sociologi chiamano feeling rules, le norme di espressione che indicano il consenso sociale che prescrive quali sentimenti possano essere espressi e come. Una norma di espressione fondamentale consiste nel minimizzare l'esibizione dei sentimenti: la buona educazione tiene a bada le emozioni. Si avverte l'emozione, ma ci si allena a contenerla, a mascherarla perché non traspaia. È il cartesiano cogito ergo sum, il substrato di quest'impostazione culturale. "Il pensiero è autosufficiente, trova in se stesso la sua validità ed è proprio il controllo razionale della componente emotiva a definire l'essere umano", sottolinea Cattarinussi. Così, impregnati di questo principio, siamo emotivamente ignoranti. Incapaci di riconoscere i sentimenti altrui, incapaci di empatia. Incapaci di sintonizzare il cuore con il pensiero e il pensiero con i gesti. Due terzi degli italiani sono convinti che sia meglio fidarsi di un ragionamento piuttosto che di un sentimento e il 96 per cento sostiene che l'irrazionalità delle passioni non deve entrare nelle decisioni, dicono le ricerche sociologiche più recenti. Ma il costo sociale della sordità emozionale è elevato. L'emozione trattenuta crea pericolose riserve di tristezza e rabbia inespresse. Ecco allora la depressione crescente e la violenza che rasenta estremi di follia. Come quelle esplosioni di odio che armano le mani degli adolescenti. Con lucida preveggenza, forte dell'esperienza statunitense, Daniel Goleman, nella prefazione all'edizione italiana del suo Intelligenza emotiva (Bur Saggi) caldeggia una maggior attenzione alla competenza emozionale, sprona i genitori a occuparsi delle abilità del cuore proprie e dei figli. Sì perché, è convinto Goleman, le cronache quotidiane sulla disintegrazione della civiltà e il venir meno della sicurezza non fanno che ritrarre, amplificandola, l'incapacità emotiva che regna nelle nostre famiglie. Educare all'emozione. Sono gli insegnamenti emozionali che riceviamo da bambini a plasmare i nostri circuiti emozionali. "L'infanzia e l'adolescenza offrono opportunità fondamentali per stabilire le inclinazioni emozionali che governeranno la nostra vita", sottolinea Goleman. Tanto che negli States esistono programmi di alfabetizzazione emozionale che insegnano le capacità interpersonali essenziali, le ragioni del cuore. Al Nueva Learning Center di San Francisco si tengono lezioni di Scienza del Sé. L'argomento sono i sentimenti, propri e altrui. All'appello del mattino, invece di rispondere presente, gli allievi dicono come si sentono: eccitati, giù di corda, nervosi, pieni di energia, arrabbiati. Se i giovani non sanno provare emozioni (il ricordo della lucidità con cui la quindicenne matricida Erika ha sostenuto decine di colloqui senza alcun cedimento emotivo è ancora vivido), se non sanno gestire le emozioni e quando le incontrano ne vengono sopraffatti, è perché noi non abbiamo insegnato loro a riconoscerle, a convivere con i turbamenti dell'anima, a dar loro il giusto peso. Quante volte, forti delle più moderne teorie di psicopedagogia, abbiamo spiegato ad un bambino il motivo di un divieto, dato un nome e una risposta ai suoi perché, etichettato, catalogato, razionalizzato i suoi dubbi. Quante volte, invece, abbiamo interpretato i suoi sentimenti? "Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene", scrive Henry Roth in Chiamalo sonno. Daniel Stern, psichiatra statunitense che ha videoregistrato per ore le modalità di relazione tramadri e figli parla di sintonizzazione, come di uno strumento con cui l'adulto comunica al bambino di percepire i suoi sentimenti, rispecchiandoli. Ma come diventare validi educatori emozionali se noi stessi non coltiviamo la nostra intelligenza emotiva? Un padre desintonizzato dalla propria tristezza come può aiutare il figlio a comprendere la differenza tra il dolore per una perdita, la malinconia di un film strappalacrime, la frustrazione di un fallimento, la scossa emotiva di fronte a una tragedia di cronaca. Un'assenza prolungata di sintonizzazione ha costi emozionali enormi: il bambino evita di mostrare emozioni e forse anche di provarle. E così cresce con gravi mancanze: non sa cosa siano l'empatia, l'autocontrollo, la capacità di gestire la rabbia. È alla mercé dell'impulso, cioè dello strumento dell'emozione, di ciò che preme per sfociare nell'azione, nel gesto incontrollato. Si arriva così a quell'"abisso dei ragazzi perbene" descritto da Umberto Galimberti su Repubblica all'indomani dell'omicidio di Novi Ligure. C'è qualcosa che stona. Perché questi episodi scoppiano in habitat borghesi? Perché in una villetta della riviera e non in un casermone alla periferia di una metropoli, là dove la violenza efferata non fa più notizia? Paradossalmente, dove il disagio è maggiore non si hanno remore a sfogare le emozioni: il contatto con il dolore, la rabbia, l'aggressività, è quotidiano. I sentimenti non sono contenuti, ma gridati; tutto manca fuorché l'ipercontrollo. Nelle famiglie "perbene", invece, dove i problemi si affrontano a bassa voce, dove non si ride e non si piange perché "non sta bene", dove esprimere i sentimenti non è politically correct, il rancore cova. All'inizio è calma piatta, tutto sembra andare per il verso giusto e dietro la maschera delle buone maniere è difficile leggere il disagio. Poi, però, accade l'imprevedibile: il cuore si infiamma, diventando ingovernabile e allora "tutto esplode", scrive Galimberti, "la razionalità mai diluita nell'emozione, la difesa delle buone maniere che fanno tutt'uno con l'insincerità, la noia che, come un macigno, comprime la vita emotiva". C'è un'ampia letteratura che ci insegna come trasformare quest'improvvisa esplosione di passioni in energia vitale. Dal best-seller Donne che non hanno paura del fuoco (Frassinelli) in cui Mary Valentis e Anne Devane spiegano come rendere positiva la rabbia femminile, al recentissimo saggio del rabbino Nilton Bonder La teoria della felicità emotiva (Sperling and Kupfer) che ci conduce al nocciolo delle emozioni negative per trasformarle in strumenti di felicità. L'importante è prendere atto della nostra ignoranza emotiva, essere consapevoli delle feeling rules che abbiamo assorbito dalla società. Le citano Erika Chopich e Margareth Paul, nel loro Cura il tuo bambino interiore (Lyra). "Non percepire e non parlare delle tue emozioni" e poi "non provocare rotture nel sistema, crescendo o cambiando" e ancora "mostra sempre un'espressione positiva, comunque tu ti senta". In altre parole, secondo le autrici, coltiva solo la parte adulta, dimenticando il bambino che è in te e proteggendoti dalla possibilità di provare emozioni. Non importa se così ti perdi l'essenziale. Perché, ci insegna Saint Exupéry nel suo illuminante Piccolo Principe: "Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
Lascia uscire la rabbia È paradossale. Più diventiamo sordi alle emozioni, incapaci di esprimerle e contenerle, più si moltiplicano gli studi che tentano di spiegare l'irrazionale. Oggi, delle emozioni, sappiamo moltissimo: per esempio che ve ne sono alcune, innate, da cui derivano tutte le altre. A seconda degli autori, le emozioni primarie sono gioia, rabbia, tristezza, disgusto, interesse, paura; tra le secondarie, si annoverano vergogna, senso di colpa, orgoglio, simpatia, rimpianto, delusione, spavento, sottomissione, gelosia, speranza, sollievo. Ma si arriva a contarne oltre trecento. Conosciamo persino l'anatomia delle emozioni. Grazie a Joseph LeDoux, neurobiologo al Center for Neural Science della New York University (Baldini & Castoldi ha pubblicato il suo Il cervello emotivo), sappiamo che la sede delle passioni è l'amigdala, un gruppo di strutture a forma di mandorla che fa parte del sistema limbico. Prova a toglierla e sarai incapace di valutare il significato emozionale degli eventi. Gli animali a cui è stata rimossa non provano rabbia o paura. Senza amigdala vi è una sorta di cecità emotiva. È lei, infatti, a coordinare il cervello in risposta alle emozioni. Un esempio: quando abbiamo paura l'amigdala invia segnali di emergenza a tutte le aree del cervello stimolando la secrezione di ormoni che innescano le reazioni di fuga o lotta, mobilitando i centri del movimento, i sistemi cardiovascolare e respiratorio. Anche le lacrime, tra i più possenti segnali emozionali, esclusive dell'uomo, sono stimolate dall'amigdala. La diagnostica per immagini rivela che quando qualcuno ci consola, l'attività dell'amigdala si placa. 

Kiss
 

Nell'amicizia la scoperta di sé 


 
Epicuro annovera l'amicizia tra i piaceri puri perché, a differenza dell'amore, è scevra dal dolore   
 
Risponde Umberto Galimberti 


 
È con rispetto e gratitudine che la ringrazio per quelle "invocazioni" all'amicizia ritmate sull'invocazione a quello Spirito di cui l'amicizia s'impregna e irradia, quando oltrepassa la nostra miseria e si fa "nella fatica, riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto".
È dell'amico, infatti, questa capacità di scuoterti, di farti rinsavire, di farti "rientrare" in te stesso, di metterti in contatto con la parte migliore di te. Perché il suo sguardo è lo sguardo dell'altro che indaga il tuo cuore e lo scruta, perché se è sincero non può non dirti ciò che per te è bene. E, allo stesso modo, ciò che per te è male.
La mancanza di tempo è un alibi, e quanto poco ne avevamo quando passavamo le ore a parlare con gli amici! Perché era un bisogno, un'esigenza così forte da anteporle il sonno e lo studio, la famiglia e il dovere! È questo bisogno che mi ha fatto riagganciare con le unghie e coi denti amicizie che si erano perse nel tempo e nella fretta. E posso annoverare il tempo speso con loro tra il più ricco della mia vita. E mi danno gioia e serenità le certezze di quel che sono per loro, di ciò che loro sono per me.


Rita Guerzoni, Finale Emilia (Modena) Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 

Il nostro tempo è caratterizzato o da solitudini di massa, ciascuno davanti al suo computer, vittime di bulimia informatica per non perdere neppure un frammento di mondo, o adunate di massa in occasione di concerti, o davanti a maxischermi per le partite di calcio, o in piazza San Pietro ad applaudire parole di fede o di speranza, ma non più l'amicizia, che è quel rapporto duale che evita alla solitudine di impazzire e alla gran massa di affogarci. Oggi "amicizia" è diventata una parola che cataloga amori che non si vogliono svelare, rapporti coniugali resi esangui dalla quotidianità, conoscenze utili a scambi di favori, relazioni ipocrite che un giorno possono rivelarsi vantaggiose. Nulla di più, nulla di autentico, ma soprattutto nulla che possa dare espressione a quel bisogno di narrazione, di racconto, di immaginazione, di allusione, di cui si nutre la nostra anima quando nei fatti vuol trovare dei significati, nel dolore un argine, nella gioia una comunicazione, nella monotonia della ripetizione un lampo di novità.
Tutto ciò non è possibile nella solitudine dove il dolore dilaga e la gioia resta inespressa, e neppure nella gran massa che concede espressione solo all'applauso o allo slogan, ma unicamente nell'amicizia, dove la parola si fa affabulatoria, immaginifica, confidenziale, segreta e soprattutto fuoriesce dalla "concretezza", oggi da tutti invocata ed eretta a valore, che altro non è se non un limitarsi del linguaggio, un controllo delle parole, uno stare ai fatti, come richiede il "sano realismo" degli uomini di poche parole, a cui non verrebbe mai in mente di chiedere alla luna "che ci fa in cielo" o a se stessi "che ci fanno qui sulla terra".
In solitudine queste domande restano inespresse o soffocate. In mezzo alla gente che quotidianamente frequentiamo possono generare qualche sospetto, perché sono domande troppo cariche di senso per poterle esplorare in solitudine, e troppo fuori dall'usuale per poter essere accolte in pubblico come domande "serie". Eppure queste sono le domande di cui si nutre l'anima, domande poco realistiche ma cariche di simbolismo, per dare spazio alle quali gli antichi Greci, accanto al singolare e al plurale, avevano inventato il "duale", che è lo spazio dell'amicizia, dove ogni parola che rinvia a un'eccedenza di senso non rischia di apparire parola folle, perché l'ascolto dell'amico non è solo un ascolto razionale, ma aperto a tutti gli sconfinamenti di senso, che è prerogativa del cuore.
Ma dove trovare il tempo? Si giustificano i più. Non a caso l'amicizia è diffusa tra i giovani che hanno a disposizione tanto tempo, e riprende in età senile quando non si ha null'altro a disposizione che il tempo. Ma che dire di una cultura che concepisce l'amicizia come una "perdita di tempo"? Non inganniamoci. Non è il tempo che ci manca, è la capacità di stare l'uno con l'altro in quella forma intermedia che non è la fusione dell'amore e neppure l'anonimato dei rapporti impersonali perché solo funzionali, è la capacità di muoverci in quella zona di confine tra le prescrizioni della ragione e quegli sprazzi di follia che di continuo attraversano la nostra anima e che solo l'amicizia sa accogliere. Perché proibirci questo spazio? Quale spietata tirannide ci impone di stare ai fatti e a nient'altro che ai fatti?
Tra l'anonimato del pubblico e la solitudine del privato vogliamo conservare quello spazio intermedio, propiziato dall'amicizia, che ricuce quella dissociazione a cui la nostra cultura ci costringe quando ci obbliga a non essere mai in pubblico quel che veramente siamo, e a vergognarci un po' in privato delle nostre pubbliche performance. Tuteliamo l'amicizia. Forse è l'unico spazio che ci rimane per un residuo di sincerità, una sorta di riunificazione con noi stessi dalla dissociazione che ci è imposta, una forma di autoriconoscimento secondo quel modulo che Platone ci indica là dove dice: "Se uno, con la parte migliore del suo occhio guarda la parte migliore dell'occhio dell'amico, vede se stesso".
A meno che ciascuno non sia diventato per se stesso il maggior ingombro da evitare, qualcuno con cui non si sa che rapporti avere, qualcuno da evitare, quando non da affogare con le cose da fare, per non trovarci mai a tu per tu con questo sconosciuto che lo sguardo accogliente dell'amico potrebbe incominciare a raccontare, a delinearne i contorni, a propiziarci l'incontro. È infatti la scoperta di noi quello che l'amicizia favorisce e propizia.
 

 

 

Tongue outEmbarassedTongue out 

 

 

Il Corriere della Sera


Amos Oz: Perché bene e male non esistono più 
Tratto da “Corriere della Sera”, 3 settembre 2005  


Proprio com’è immensamente difficile definire la verità, ma abbastanza facile subodorare una menzogna, può talvolta essere arduo definire il bene; il male invece ha un odore inconfondibile: ogni bambino sa che cos’è il dolore. Per questo, tutte le volte che volontariamente infliggiamo un dolore a un altro, sappiamo quel che stiamo facendo. Stiamo facendo del male. Ma l’epoca moderna ha cambiato le cose. Ha reso vaga la distinzione netta che l’umanità aveva fatto fin dalla sua prima infanzia, fin dal Giardino dell’Eden. A un certo punto del diciannovesimo secolo, non molto tempo dopo la morte di Goethe, è penetrato nella cultura occidentale un nuovo pensiero, che ha accantonato il male, che ne ha negato di fatto la stessa esistenza. Quell’innovazione intellettuale venne chiamata Scienze sociali. Per i nuovi professionisti della psicologia, della sociologia, dell’antropologia e dell’economia - sicuri di sé, squisitamente razionali, ottimisti, completamente scientifici - il male non era un argomento all’ordine del giorno. A ben pensarci, non lo era nemmeno il bene. A tutt’oggi, ci sono esponenti delle Scienze sociali che di bene e di male non parlano. Per loro, gli impulsi e le azioni umane derivano tutti da circostanze che sono spesso al di là del nostro personale controllo. “I demoni”, ha detto Freud, “non esistono più di quanto esistano gli dei, essendo meri prodotti dell’attività psichica dell’uomo”. Siamo controllati dal nostro background sociale. Da almeno cent’anni vanno dicendoci che siamo motivati esclusivamente dall’interesse economico personale, che siamo soltanto prodotti delle nostre culture etniche, che non siamo altro che marionette del nostro subconscio. In altre parole, le moderne Scienze sociali sono state il primo tentativo di espellere sia il bene sia il male dalla scena umana. Per la prima volta nella loro lunga storia, bene e male venivano entrambi surclassati dall’idea che le circostanze siano sempre responsabili delle decisioni umane, delle azioni umane e soprattutto delle sofferenze umane. Va incolpata la società. Va incolpata l’infanzia dolorosa. Va incolpata la politica. Il colonialismo. L’imperialismo. Il sionismo. La globalizzazione. Così è cominciato il grande campionato mondiale del vittimismo. Per la prima volta dal Libro di Giobbe, il diavolo si trovava a dover pazientare. Non poteva più giocare la sua antica partita con le menti umane.
Satana era stato congedato. Era l’età moderna. Ma i tempi possono cambiare di nuovo. Satana sarà anche stato licenziato, ma non è rimasto disoccupato. Il ventesimo secolo è stato il peggior teatro di male premeditato nella storia dell’umanità. Le Scienze sociali non hanno saputo prevedere, affrontare e neppure cogliere questo male moderno, altamente tecnologizzato. Questo male del ventesimo secolo si è molto spesso camuffato da riformatore del mondo, da idealismo, da chi rieduca le masse o “apre loro gli occhi”. Il totalitarismo è stato presentato come una redenzione laica per alcuni, a spese di milioni di vite. Oggi, emersi dal male del dominio totalitario, abbiamo enorme rispetto per le culture. Per le diversità. Per il pluralismo. So che c’è chi è disposto a uccidere chiunque non sia pluralista. Satana è stato riassunto dal post modernismo; questa volta, però, la sua mansione rasenta il kitsch: un piccolo gruppo chiuso di “forze oscure” è sempre colpevole di tutto, dalla povertà, la discriminazione, la guerra e l’effetto serra fino all’11 settembre e allo tsunami. La gente comune è sempre innocente. Le minoranze non vanno mai accusate. Le vittime sono, per definizione, moralmente pure. Avete notato che oggi il diavolo non sembra mai invadere una persona singola? Non abbiamo più Faust. Secondo un discorso oggi in voga, il male è un conglomerato. I sistemi sono il male. I governi sono cattivi. Istituzioni senza volto gestiscono il mondo a proprio sinistro vantaggio. Satana non si annida più nei dettagli. I singoli non possono essere “cattivi” nel senso antico del Libro di Giobbe, di Macbeth, di Jago o di Faust. Voi e io siamo sempre persone molto per bene. Il diavolo è sempre l’establishment. Questo, a mio giudizio, è kitsch etico. Goethe non era un orientalista né un multiculturalista. A tentarlo non era l’estremo e immaginario esotismo dell’Oriente, ma la sostanza forte e nuova che le culture orientali, la poesia e l’arte orientali possono dare alle verità e ai sentimenti umani universali. Il bene, e quindi Dio, sono universali: “Di Dio è l’Oriente! / Di Dio è l’Occidente! / Contrade nordiche e meridionali / Posano nella pace delle sue mani”. E ancor di più, è universale l’amore, che sia per Gretchen o per Zuleika. Così un poeta tedesco può ben scrivere un poema d’amore per una donna persiana immaginaria. O per una donna persiana autentica. E dire la verità. Ma in modo anche più commovente, è universale il dolore. Goethe non recluta l’Oriente per dimostrare alcunché. Prende gli esseri umani, tutti gli esseri umani, seriamente. Oriente od Occidente, i buoni piangono. Nel mondo ci sono i buoni. Nel mondo ci sono i cattivi. Il male non sempre può essere respinto con la magia, con le dimostrazioni, con l’analisi sociale o con la psicoanalisi. A volte, come ultima risorsa, va affrontato con la forza. A mio giudizio, il male estremo nel mondo non è la guerra stessa, ma l’aggressione. L’aggressione è “la madre di tutte le guerre”. E a volte l’aggressione va respinta con la forza delle armi prima che la pace possa prevalere.
 

 

La Repubblica


PERCHE' CI CONVIENE ESSERE ALTRUISTI

di
MATTHIEU RICARD
01-04-2008

Pur impegnandoci al meglio delle nostre capacità  per pronosticare l'esito del nostro agire, abbiamo scarso controllo sul dispiegarsi degli avvenimenti esterni. Tuttavia, possiamo sempre scegliere di adottare una motivazione altruistica per cercare di contribuire maggiormente a un esito positivo. E' dunque necessario controllare e ricontrollare le nostre motivazioni, come spiega il Dalai Lama: «Siamo di larghe vedute o siamo miopi? Stiamo prendendo in considerazione la situazione nel suo insieme o ne stiamo considerando soltanto gli aspetti marginali? La nostra ottica è a lungo termine o soltanto sul breve periodo? La nostra motivazione è genuinamente compassionevole? La nostra compassione si limita soltanto alle nostre famiglie, ai nostri amici e a coloro con i quali ci identifichiamo più da vicino? Dobbiamo pensare, pensare e ancora pensare». Un essere umano dotato di amorevole gentilezza, compassione e saggezza agirà  naturalmente in modo etico, perché è "buono di cuore". Nel buddismo, un'azione è considerata fondamentalmente non etica allorché è sua finalità  procurare sofferenza, mentre è etica se è mirata ad arrecare un autentico benessere al prossimo. E' la motivazione, altruistica o malevola, a qualificare l'azione come "buona" o "cattiva", proprio come un cristallo assume il colore del tessuto sul quale lo si poggia. L'etica influisce altresì sul nostro stesso benessere: far soffrire gli altri arreca sofferenza a noi stessi, o immediatamente o a lungo termine, mentre arrecare gioia al prossimo è una situazione vantaggiosa per tutti, in quanto in definitiva è il modo migliore per assicurarsi la propria felicità. Come hanno scritto lo scienziato e il filosofo Luca e Francesco Cavalli-Sforza, «L'etica nasce come scienza della felicità. Per essere felici, è meglio prendersi cura degli altri o pensare esclusivamente a se stessi?». Dobbiamo essere consapevoli che una "felicità  egoistica" non condurrà  mai a un benessere genuino, in quanto è una contraddizione in termini. Una delle cause che determinano la sofferenza è l'egoismo e non saremo mai davvero felici se scegliamo di dissociarci dalla felicità del nostro prossimo. Se cerchiamo di perseguire la felicità  pensando e agendo egoisticamente a spese del benessere altrui creiamo una situazione in cui ci rimettono tutti. Romain Rolland ha scritto: «Quando l´unico obiettivo della propria vita è la felicità  egoistica, la vita è del tutto vana». Il nostro stesso benessere è anch´esso influenzato dalla nostra percezione etica: far soffrire il prossimo farà  soffrire noi, o immediatamente o nel lungo periodo. D'altro canto, invece, il miglior modo per assicurarci la felicità, è assicurare quella altrui, mentre reciprocamente essere altruisti è una situazione che comporta benessere per tutti. La gentilezza amorevole e la compassione sono tra le sensazioni più positive e appaganti che l'uomo possa provare, sono emozioni che aiutano inoltre il prossimo poiché ci inducono ad agire in modo da arrecare beneficio a chi ci circonda. Gli studi condotti su centinaia di soggetti hanno rivelato che vi è un'innegabile correlazione tra altruismo e felicità: le persone più altruiste sono in assoluto quelle che appaiono più felici. Naturalmente, sussiste un interrogativo di fondo: quali criteri determinano che cosa significano felicità e sofferenza per gli altri? Forse che offriamo una bottiglia all'ubriaco perché essa lo rende "felice"? O cerchiamo piuttosto di non dargliela e di evitare che egli si accorci la vita? Qui entrano in gioco i concetti di saggezza e di motivazione altruistica: pertanto è estremamente importante distinguere il benessere dal piacere e dalle altre forme di simulata felicità. E' la saggezza a consentirci di distinguere i pensieri e le azioni che contribuiscono all´autentica felicità  da quelli che viceversa la distruggono. Aristotele disse che il fine dei fini è la felicità. Ricchezza, piacere, prestigio o potere sono tutti bramati in nome della felicità, ma nel momento stesso in cui ci adoperiamo per conseguirli, dimentichiamo talora il nostro obiettivo, sprechiamo il nostro tempo perseguendo i mezzi come fine a se stessi. In sintesi, manchiamo il nostro obiettivo e ne restiamo profondamente insoddisfatti. Spesso scegliamo mezzi sbagliati per conseguire la felicità, mezzi che procurano frustrazione e sofferenze. Cerchiamo di determinare le condizioni esterne che supponiamo possano assicurarci la felicità e quando le cose vanno male trascorriamo la maggior parte del nostro tempo a cercare di rimediare a queste condizioni esterne. Quantunque le circostanze esterne possano considerevolmente influire sul nostro benessere, è il nostro animo a tradurle in felicità o viceversa in sofferenza. Di fatto, il nostro stato d´animo può passare sopra alle contingenze esterne: possiamo sentirci profondamente infelici "anche se abbiamo tutto" e, viceversa, possiamo rimanere forti e sereni di fronte alle avversità. Gli studi sociali hanno dimostrato che benché le società occidentali stiano diventando sempre più opulente, le loro popolazioni non diventano più felici. Quando la sofferenza provocata da chi omette di agire è superiore a quella provocata dall´azione, occorre risolutamente passare all´azione. Omettere di agire, infatti, equivarrebbe a trascurare la finalità  stessa per la quale esiste la regola, ovvero proteggere gli esseri umani dalla sofferenza. Quando ci troviamo di fronte a un dilemma etico, un approccio compassionevole utile impone una lucida analisi della situazione e una motivazione genuinamente altruistica. E' per questo motivo che dobbiamo superare i forti conflitti emotivi che sorgono quando una decisione comporta un sacrificio doloroso o una perdita personale. Alcune recenti ricerche neuroscientifiche dimostrano che le regioni cerebrali associate al ragionamento e al controllo cognitivo sono coinvolte nella risoluzione dei dubbi morali nei quali i valori utilitari richiedono complesse decisioni emotive. La ricerca condotta dal filosofo neuroscienziato Joshua Greene, oggi all´università  di Harvard, ha rivelato che considerare simili decisioni comporta una maggiore attività  nelle aree cerebrali associate al controllo cognitivo. Queste aree sono in competizione con altre aree cerebrali deputate alle risposte emotive. Greene ipotizza che le reazioni sociali ed emotive che abbiamo ereditato dai nostri antenati primati siano alla base dei divieti assoluti che sono fondamentali per le opinioni dogmatiche come quelle di Immanuel Kant, secondo le quali alcuni limiti morali non andrebbero mai valicati indipendentemente dal bene superiore che si conseguirebbe valicandole. In contrasto, la valutazione imparziale che definisce l'utilitarismo altruistico è resa possibile dalle strutture dei lobi frontali del cervello che si sono sviluppati in tempi più recenti e che favoriscono un controllo cognitivo di livello superiore. Greene osserva: «Se tale ipotesi dovesse dimostrarsi esatta, la paradossale implicazione sarebbe che l´approccio "razionalista" kantiano alla filosofia morale è, psicologicamente parlando, basato non su principi di pura ragione pratica, bensì, su una serie di risposte emotive razionalizzate in seguito». Ciò, in pratica, confermerebbe che una scelta etica altruistica, che consideri in profondità  il modo migliore di alleviare le sofferenze altrui, non dovrebbe essere oscurata dalle sofferenze emotive e da pregiudizi personali. Una simile scelta utilitaria non deriva da un calcolo a sangue freddo, ma soltanto da una compassione autentica, avvalorata e rafforzata dalla saggezza. Traduzione di Anna Bissanti.

 

 

 

La Repubblica 

02/10/2008

dalla prima pagina e pp.38-39

 

 

"La fuga dal lettino di Freud. In America le pillole sostituiscono il divano dello psicanalista"

 di Simonetta Fiori

 

 

Per i "mali dell´anima" si prescrivono sempre più farmaci Soprattutto negli Stati Uniti, dove diminuisce il ricorso alle terapie psicologiche: in dieci anni sono scese dal 44 al 29% Ma in Italia, per ora, l´analisi ha ancora la meglio
Nel nostro paese gli specialisti sono molti. A mancare sono le strutture adatte
Anche ai bambini iperattivi vengono prescritti farmaci per il deficit di attenzione
Molti interrompono non perché stanno meglio, ma perché non hanno i soldi

In America la pillola spodesta la parola. Più facile ricorrere al farmaco che alla psicoterapia. Agli effetti immediati della pasticca, piuttosto che a defatiganti colloqui sul divanetto, s´affidano sempre più gli psichiatri che operano negli Stati Uniti. La tendenza è stata documentata dalla autorevole rivista Archives of General Psychiatry, che ha fornito cifre significative: le cure medico-psicologiche oggi in corso in America soltanto per il 29% si basano sulla terapia della parola, mentre dieci anni fa la percentuale era intorno al 44%. Sempre più numerosi - dice ancora lo studio di Ramin Mojtabai e Mark Olfson - sono gli psichiatri specializzati in terapie farmacologiche e sempre meno quelli attrezzati per la psicoterapia.

In America la pillola spodesta la parola. Più facile ricorrere al farmaco che alla psicoterapia. Agli effetti immediati della pasticca, piuttosto che a defatiganti colloqui sul divanetto, s´affidano sempre più gli psichiatri che operano negli Stati Uniti. La tendenza è stata documentata dalla autorevole rivista Archives of General Psychiatry, che ha fornito cifre significative: le cure medico-psicologiche oggi in corso in America soltanto per il 29% si basano sulla terapia della parola, mentre dieci anni fa la percentuale era intorno al 44%. Sempre più numerosi - dice ancora lo studio di Ramin Mojtabai e Mark Olfson - sono gli psichiatri specializzati in terapie farmacologiche e sempre meno quelli attrezzati per la psicoterapia. Non ammette equivoci il grafico che copre l´intero arco di tempo tra il 1996 e il 2005, analizzato sulla base del funzionamento degli ambulatori medici: se prima il 19% degli psichiatri sceglieva per tutti i pazienti la psicoterapia, ora il numero precipita al 10,8 per cento, quasi la metà. Freud ricacciato in soffitta, come sintetizzano i giornali americani? In realtà le medicine minacciano di liquidare non solo l´analisi più ortodossa, ma oltre le quattrocento varietà di psicoterapia oggi praticate negli Stati Uniti.
A cercare le cause di questa nuova tendenza, ci si imbatte in molte ragioni, alcune d´ordine banalmente materiale. I soldi, innanzitutto. Massimo Ammaniti, professore alla Sapienza di Psicopatologia dello sviluppo, ci fa notare come siano cambiate le norme delle assicurazioni americane, che prima rimborsavano le psicoterapie e oggi prevalentemente gli psicofarmaci. La questione dei costi è influente. Non è un caso che la dittatura della pillola dilaghi ovunque tranne che a New York.
«Se sei ricco e abiti a Manhattan», ha dichiarato il dottor Mojtabai, «è più facile risolvere i traumi infantili presso lo studio di qualche psicoanalista». Più difficile per un navajo in Arizona. Con buona pace di Woody Allen, che non dovrà rinunciare a un fortunato filone cinematografico.
Il denaro spiega molto, ma non tutto. La consuetudine con la pillola è anche il frutto d´una mentalità diffusa. Dall´infanzia alla senescenza, il farmaco è percepito dagli americani come rimedio risolutivo. «Capita spesso», dice Ammaniti, «che le maestre elementari chiamino i genitori a scuola per suggerire indicazioni farmacologiche destinate ai bambini iperattivi. Oggi la sindrome più denunciata è quella da deficit di attenzione, l´Attencion Deficit Hyperactivity Disorder. L´uso della categoria diagnostica mi pare fin troppo disinvolto: gli italiani sono molto più cauti nel fare diagnosi in campo infantile. E soprattutto nel somministrare ricette».
Il nostro paese appare ancora distante dalla pratica americana, pur con qualche avvisaglia di omologazione. «Il rischio è di andare in quella direzione», lamenta Simona Argentieri, psicoterapeuta di formazione freudiana. «Da noi troppo spesso prevale un uso improprio della pillola per tamponare le difficoltà del vivere. Quella tra disturbo e psicofarmaco rischia di diventare una correlazione meccanica, una scorciatoia meno impegnativa della psicoterapia, che richiede tempi più lunghi, soprattutto umiltà e intelligenza del cuore». Il farmaco, secondo la studiosa, accontenterebbe un po´ tutti. I pazienti, alleggeriti dal´incubo di doversi mettere in discussione. E i medici, talvolta costretti a incontri frettolosi in strutture pubbliche inadeguate. «Anche da noi ha attecchito la filosofia sintetizzata nel Diagnostic Statistical Manual, il manuale più diffuso al mondo con il nome di Dsm. Hai tali sintomi? Allora prenditi questa pillola. L´emozione è ridotta pura reazione neurochimica. Per il paziente non c´è più ascolto, solo una ricetta medica».
A favore della pasticca giocano le industrie farmaceutiche, ma anche una letteratura medica internazionale che sempre più incoraggia l´integrazione tra le diverse terapie. «Tra psicoterapia e farmaco non c´è più contrapposizione assoluta, come poteva accadere un tempo», interviene Nino Dazzi, ordinario di Psicologia, oggi alla guida della commissione ministeriale che regola gli accessi alla professione. «In alcuni casi, l´associazione tra pillola e parola può essere quella che funziona meglio. Ma il problema si pone se a spingere a favore del farmaco non è la sindrome del paziente, ma i servizi pubblici insufficienti. L´impressione è che non sia possibile praticare la psicoterapia come invece sarebbe richiesto, e che dunque la soluzione farmacologica risulti il rimedio quasi obbligato».
Difettano i servizi pubblici, non certo gli psicoterapeuti. In Italia operano nutrite leve di professionisti molto attrezzati, selezionati da una legge tra le più rigorose in Europa. Si accede alla professione o specializzandosi in Psichiatria con una formazione medica o dopo la laurea in Psicologia con un diploma di specializzazione conseguito presso una delle Scuole abilitate alla formazione. «La gran parte di queste Scuole è privata», spiega Dazzi, «ma la nostra commissione dà o nega l´autorizzazione sulla base di alcuni requisiti rigidamente fissati». Qui è forse la specificità italiana, la presenza di una vasta area di operatori che interviene nel campo della salute mentale senza ricorrere alla pasticca. «Mentre in America gli psicologi possono somministrare farmaci», spiega Ammaniti, «da noi questa facoltà è interdetta ai terapeuti sprovvisti di laurea in Medicina».
Per l´Italia vale anche un diverso clima culturale, segnato da alcune riforme fondamentali. Quella di Franco Basaglia, esattamente trent´anni fa, è considerata l´architrave d´una rivoluzione di tipo copernicano. «Potrà essere criticata o giudicata insufficiente», interviene Luigi Onnis, ordinario di Psichiatria e direttore dei servizi di psicoterapia al Policlinico Umberto I di Roma, «ma quella riforma ha avuto l´effetto di mutare radicalmente l´approccio alla malattia mentale. Il paziente non viene più trattato soltanto farmacologicamente e non soltanto dentro le istituzioni. Questo implica il riconoscimento che i problemi alla base della malattia mentale non sono soltanto biologici ma anche di natura psicologica ed esistenziale. Da questa acquisizione non si può tornare indietro». Una sensibilità registrata perfino dai bugiardini di alcuni psicofarmaci. «Nelle edizioni italiane di molti farmaci si legge che la somministrazione funziona solo se è accompagnata da una psicoterapia adeguata. Un buon segnale, no?».
Se quella italiana è una storia più complessa, che dovrebbe preservarci dall´indigestione di psicopillole, rimane il fatto che oggi la psicoanalisi in senso classico - tre sedute alla settimana, per un numero infinito di anni - è un bene di lusso riservato a un´élite. «Gli stessi psicoanalisti stanno rivedendo le modalità per allargare il campo», dice Onnis. «In questi anni è entrato in crisi l´indirizzo più ortodosso, che richiede molto tempo e molti soldi. Tendono nettamente a prevalere trattamenti più brevi, che possono dare risultati altrettanto soddisfacenti». Anche Simona Argentieri riconosce l´efficacia di queste cure meno onerose: «Talvolta bastano un colloquio o degli incontri episodici, o una volta alla settimana per un breve periodo: l´importante è permettere al paziente di proseguire in piena autonomia». Ma in un paese impoverito come il nostro, perfino la terapia più breve rischia di essere incompatibile con la rata del mutuo da pagare. «Moltissimi miei amici psicoterapeuti», interviene Dazzi, «mi raccontano di pazienti che concludono la terapia non perché soddisfatti o placati, ma perché non se la possono più permettere». Scavare nell´interiorità rischia di diventare pratica da ricchi, senza peraltro avere le caratteristiche del passatempo miliardario. La pasticca come rifugio alternativo? «A parte che non è economica», avverte Onnis, «non è mai risolutiva e provoca cronicità». Nella sfida con la pillola, in Italia, la parola resiste ancora.

 

 

 

 

 

La tesi di una ricerca di docenti americani


Ma nel futuro tornerà la cura della parola

di Bendict Carey “La Repubblica”

p. 39 giovedì 2 ottobre 2008.

 


Le teorie psicoanalitiche, che nell’attuale era dei farmaci appaiono in crisi, hanno però, dietro l’angolo, la possibilità di una rivincita. Anzi, secondo alcuni esperti, il futuro del lettino è comunque assicurato, perché la “terapia della parola” conferma la sua efficacia contro alcune malattie mentali. Lo sostengono gli autori di uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association. L’articolo è il primo a parlare in questi termini della psicoanalisi e ad essere pubblicato su una delle più importanti riviste scientifiche: l’aspetto interessante è che gli studi sui quali esso si basa non erano noti ai medici. Questo settore ha resistito all’indagine scientifica per molti anni, in considerazione del fatto che il processo della terapia è molto individualizzato e di conseguenza non si presta di per sé ad un simile studio. La premessa fondamentale è l’idea di Freud che i sintomi affrontino le loro radici in conflitti psicologici latenti, spesso presenti da lungo tempo, che possono essere portati alla luce in parte tramite un esame approfondito durante il rapporto terapeuta-paziente. Gli esperti nondimeno mettono in guardia dal rischio di dare un peso eccessivo alle conclusioni illustrate nell’articolo, ancora insufficienti a loro parere per affermare la superiorità della terapia psicoanalitica rispetto ad altre, quali la terapia cognitiva comportamentale o un approccio a più breve termine. Secondo loro, infatti, gli studi sui quali si basa la ricerca non sono sufficienti. «Questo studio però contraddice di sicuro il concetto che la terapia cognitiva o qualche altro trattamento a breve termine siano migliori» ha detto Bruce E. Wanpold, presidente del dipartimento di consulenza psicologica dell’Università del Wisconsin. « Quando è ben praticata, la terapia psicodinamica per alcuni pazienti si dimostra valida come qualsiasi altra e questo mi sembra determinante per una terapia intensiva simile».
Gli autori della ricerca – il Dottor Falk Leichsenring dell’Università di Giessen e Sven Rabung dell’University Medical Center Hamburg-Eppendorf entrambi in Germania – hanno analizzato i casi nei quali la terapia predeva incontri frequenti (più di una seduta alla settimana) e durasse da almeno un anno o che durasse da almeno 50 sedute. I ricercatori hanno quindi analizzato studi che avevano seguito pazienti affetti da una molteplicità di problemi mentali tra i quali la depressione grave, l’anoressia nervosa, i disturbi della personalità borderline, caratterizzata dalla paura dell’abbandono e da cupi eccessi di grida di disperazione  e disagio. La terapia psicodinamica – ha spiegato Leichsenring in un messaggio di posta elettronica – “ha dato esiti significativi, considerevoli e stabili, che sono oltretutto significativamente aumentati tra la fine delle sedute vere e proprie e gli incontri di controllo successivi”. Dall’analisi della ricerca non è emersa una correlazione diretta tra i miglioramenti dei pazienti e la durata del trattamento, ma il miglioramento è stato in ogni caso accertato e gli psichiatri hanno detto che era chiaro che pazienti con problemi emotivi gravi e cronici avessero tratto vantaggio dall’attenzione costante e frequente dedicata loro dallo psicoterapeuta.
“Se a grandi linee definiamo personalità borderline quella che preclude di regolare le proprie emozioni, questa caratterizza moltissime persone che si presentano negli ambulatori medici, anche se la loro diagnosi è di depressione, di bipolarismo in età pediatrica o di abuso di sostanze stupefacenti”, ha detto il Dottor Andrew J. Gerber, psichiatra della Columbia University. “Per alcuni di questi pazienti» ha proseguito Gerber, «dall’articolo si evince che si vuol far sì che i miglioramenti durino nel tempo, occorre impegnarsi in una terapia a lungo termine”. Barbara L. Milroad, professoressa di psichiatria al Weill Cornell Medical College, che pratica come Gerber la terapia psicodinamica, ritiene di importanza fondamentale procedere ad ulteriori studi per garantire la sopravvivenza di una terpia così valida. «Cerchiamo di essere concreti» ha detto Milroad, «molti grandi centri medici hanno chiuso i programmi di tirocinio in terapia psicodinamica, perché non c’erano adeguati riscontri sulla sua efficacia».

C 2008 New York Times News Service Trad. di Anna Bissanti. 

 


 

 

 

 


 

 

 

COSE DELL'ALTRO MONDO

 

 

 

 FrownFrownFrown

 

 

Se gli Stati Uniti avessero invaso il Messico, se la Francia avesse occupato l'Algeria, se l'Australia avesse dichiarato guerra alla Papua Nuova Guinea , se il Giappone avesse annesso la Manciuria, se l'Italia tornasse di nuovo in Libia con le cannoniere, se tutto questo fosse successo nell'anno delle Olimpiadi negli Stati Uniti, in Francia, in Australia, in Giappone, in Italia, le Olimpiadi si sarebbero tenute lo stesso in questi Paesi? In nome di cosa? Del WTO? Della globalizzazione? Del consumismo?
Il Governo italiano ha calato i pantaloni alla marinara di D'Alema (nessuno pensava che avrebbe fatto diversamente).
L'umanità ha un debito enorme nei confronti del Tibet, della sua cultura, dei suoi abitanti. Lo ha lasciato solo per quasi sessant'anni in nome della realpolitik. Un comportamento semplice da capire. Se sei grosso puoi invadere, distruggere, sterminare. Se sei piccolo e hai il petrolio, allora sono c...i tuoi. Cecenia docet. Iraq ridocet.

 

 

 

YellMoney mouthSurprised

 

 

 

Un nero  può diventare presidente degli USA!

A differenza nostra, l'America sa cambiare. 


barakBarack Obama è il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Con 360 grandi elettori il candidato democartico ha superato di larga misura lo sfidante John McCain. Ora per il nuovo presidente parte la sfida più difficile: quella per il rilancio dell'economia americana. Le prime reazioni dei mercati, a partire dal +4% dell'S&P500 ieri (quando già le prime proiezioni davano Obama largamente vincente) si rivelano positive. Nella notte poi subito dopo l'annuncio ufficiale della vittoria anche i future sugli indici statunitensi hanno svoltato verso l'alto, così come ha fatto il dollaro, apprezzatosi nei confronti delle principali valute.
Si scommette dunque su un'uscita dalla crisi più veloce e su una ripresa dell'economia in tempi rapidi dopo la fine dell'incertezza sul nome del nuovo inquilino della Casa Bianca, ma anche su una ascesa della fiducia popolare nei confronti del Presidente. Al predecessore George W. Bush restano comunque ancora 77 giorni "per fare danni" come ha scritto il New York Times. L'insediamento di Obama avverrà infatti solo il 20 gennaio prossimo.
Ulteriore elemento a favore della stabilità e di un rapido intervento anche nell'economia è l'ampia maggioranza di cui i democratici godranno anche al Congresso, circostanza che ha in sè le potenzialità per rendere più agevole il passaggio di provvedimenti di legge. Obama dovrà infatti fronteggiare sfide impegnative in settori che con la crisi stanno già vivendo uno dei periodi più neri della storia, dall'industria dell'auto, alla finanza, fino al manifatturiero in genere, penalizzato dalla caduta dei consumi.
I democratici sono usualmente considerati più sensibili al tema della presenza dello Stato nell'economia e a quello della redistribuzione del reddito tra le classi sociali. Ma il compito di Obama, pare certo, sarà quello di scrivere una sorta di nuovo New Deal, il "nuovo corso" varato dal presidente Franklin D. Roosevelt nel 1933 e che conteneva una serie di interventi per risollevare il Paese dalla Grande depressione iniziata nel 1929. Obiettivo: creare nuovi posti di lavoro, riformare le regole dei mercati finanziari e rimettere mano al sistema di welfare.
Tra i progetti di Barack Obama c'è quello di una moratoria di 90 giorni sui pignoramenti di case che eviterebbe l'azione di quegli istituti finanziari sostenuti dal governo nei confronti di chi ha problemi nel pagare le rate del mutuo. La ricetta di Obama per la creazione di nuovi posti di lavoro passa invece dall'investimento di 25 miliardi nella manutenzione di opere pubbliche, all'avvio di progetti per aumentare l'efficienza energetica, fino al raddoppio (fino a 50 miliardi) delle garanzie sui prestiti per i produttori di auto. In tema di politica fiscale la risposta alla crisi delineata da Obama prevede una riduzione delle tasse ai lavoratori con un reddito inferiore ai 250mila dollari e l'eliminazione dell'imposta sui capital gain per gli investimenti in piccole aziende e start-up.

Candidato del Partito Democratico alla Presidenza degli Stati Uniti, nelle elezioni del 4 novembre ha ottenuto un numero di “grandi elettori” tale da permettergli di insediarsi in qualità di 44° Presidente il 20 gennaio 2009. Ha ricevuto anche le congratulazioni del suo avversario John McCain.
È stato senatore junior per l’Illinois ed è attualmente l’unico senatore non bianco. Per l’esattezza è nato negli Stati Uniti da padre nero del Kenya e da madre bianca del Kansas. Negli Stati Uniti d’America molti lo considerano, usando un’accezione estensiva del termine (poichè solo uno dei due genitori è di colore), afroamericano.

La prima circostanza che gli ha accordato vasta notorietà nazionale è stata la convention democratica del 2004, della quale ha pronunciato il discorso introduttivo. Il 10 febbraio 2007 ha annunciato ufficialmente la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 2008.
Dopo un lungo testa a testa(fonte Wikipedia) ha battuto a sorpresa l’ex first lady e senatrice dello stato di New York Hillary Clinton (ritenuta dai sondaggi la grande favorita della vigilia) alle elezioni primarie del Partito Democratico. Il 3 giugno 2008 Obama ha ottenuto il quorum necessario per la nomination democratica, diventando così il primo nero a correre per la Casa Bianca per uno dei due maggiori partiti. Ha ottenuto l’investitura ufficiale durante la convention del partito che si è tenuta a Denver tra il 25 e il 28 agosto 2008.
 
Domenico Salvatore

Ora son (quasi) tutti pronti a salire sul carro del vincitore. Ad indossare le penne del pavone; ad osannare; a millantare pronostici azzeccatissimi…che ti dicevo? Te l’avevo detto che vinceva Barack Obama. Era troppo vecchio John McCain. C’era il precedente del segretario di Stato Condoleeza Rice. Da anni si parlava di un nero alla Casa Bianca. Un’ipotesi improponibile sino a qualche anno fa. Poi sussurrata, quindi mormorata ed infine proiettata. Anche i leader politici non solo di casa nostra, che tifavano sfacciatamente per il canuto Mc Cain, hanno esercitato il voltagabbana, Secondo uno stile tipico del cerchiobottista, doppiogiochista, cipollista, banderuola e canna al vento. Ma i giornali, non li abbiamo ancora buttati. Ci sono tutte le loro interviste. I loro pronostici. Una faccia di bronzo da far paura. E dov’è la sorpresa? Ci sembra però opportuno l’intervento del Capo dello Stato, come tantissimi Capi di Stato di tutto il mondo, Giorgio Napoletano che ha evidenziato i valori della pace e della libertà. Valori che il nuovo presidente USA Barack Obama, può benissimo rappresentare e difendere. Anche il presidente del Consiglio dei Ministro, Silvio Berlusconi che nei prossimi giorni incontrerà Obama al meeeting coi Paesi più industrializzati, sulla crisi finanziaria mondiale, ha formulato le congratulation:”Ho lavorato bene con diversi presidenti americani, da Bill Clinton a George Bush. I rapporti dell’Italia con l’America, continueranno a crescere”.

Un’apoteosi, quella di Obama. Un successo così strepitoso da lasciare tutti col fiato sospeso. Stanotte eravamo davanti alla televisione che informava in tempo reale, i nottambuli sugli sviluppi dello spoglio. Si capiva, senza ombra di dubbio, che avrebbe vinto il “nero” sul bianco. Lo Iowa è stato decisivo. A Grant Park, davanti ad oltre 125mila persone che lo acclamavano, Obama ha parlato per la prima volta da vincitore: “Siamo e saremo gli Stati Uniti d’America - ha detto Obama,
citando Abramo Lincoln per respingere l’idea di un Paese diviso - e abbiamo dimostrato al mondo intero che non siamo semplicemente una collezione di individui di tutti i tipi”. Non ho vinto io - dice Obama alla folla - questa vittoria è vostra”. “Anche se questa notte facciamo festa, gli ostacoli che dobbiamo superare sono i piu’ grandi delle nostre vite - ha detto Obama - Due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria in un secolo. Noi facciamo festa, ma ci sono Americani che si stanno svegliano nel deserto dell’Iraq o sulle montagne dell’Afghanistan e rischiano la vita per noi. Ci sono madri e padri che non riescono a dormire perche’ hanno paura di non riuscire a pagare il mutuo o il dottore. Ci sono nuove energie da sfruttare, nuovi posti lavoro da creare, nuove scuole da costruire, minacce da affrontare, alleanze da ricucire”. Se c’è ancora qualcuno che dubita che l’America sia un luogo dove tutto è possibile, se c’è qualcuno che non crede il sogno dei nostri padri fondatori sia ancora vivo, se c’è qualcuno che sospetta della nostra democrazia, questa notte ha avuto la risposta”. Questo è il momento dei commenti. A gennaio Barack Obama entrerà nella stanza ovale della Casa Bianca. E comincerà a…pelare le sue gatte. Domenico Salvatore

Ecco in sintesi i punti più importanti del programma economico del nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, preoccupato soprattutto di far ripartire i consumi e l'attività delle aziende nel Paese.

Il rilancio dell'economia partendo dall'industria dell'auto
Il programma di Obama prevede sgravi per le aziende che assumono con crediti d'imposta fino a 3000 euro nei prossimi due anni. E poi riduzione delle tasse sul capital gain, e crediti d'imposta sulle assicurazioni sanitarie dei dipendenti fino alla metà del premio. Previste anche misure di incentivo ai consumi come quella che consente ai lavoratori di prelevare fino al 15% e non oltre 10mila dollari dai propri fondi pensione senza alcuna penalità. Per l'ex senatore dell'Illinois infine, bisogna tenere aperta ogni opzione per il sostegno all'industria dell'auto.

Investimenti nelle infrastrutture
La nuova amministrazione americana punta su un massiccio piano di investimenti nelle infrastrutture che punta sulla creazione di un'istituto di credito statale ad hoc. La National Infrastructure Reinvestment Bank, questo il nome della nuova banca, riceverà 60 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Secondo le stime, questo piano creerà, direttamente e indirettamente, due milioni di posti di lavoro.

Sgravi fiscali per la classe media
Il piano di Obama prevede una riduzione di 1118 dollari per i contribuenti con redditi tra 37600 e 66400 dollari l'anno e l'aumento delle imposte dal 15 e il 20% per le famiglie con redditi superiori a 250mila dollari. I sussidi di disoccupazione poi saranno detassati.

Emergenza casa
Per salvare le abitazioni dai pignoramenti si prevede che le banche che hanno avuto accesso al piano di salvataggio del governo diano 90 giorni di tempo ai debitori insolventi per ristrutturare il proprio mutuo. Il programma prevede poi sanzioni più severe per brocker e istituti finanziari poco trasparenti

Un fondo da 50 miliardi per le finanze locali
Il programma di Obama prevede la creazione di due fondi da 25 miliardi di dollari ciascuno, per venire incontro alle necessità di cassa degli Stati e degli enti pubblici locali. Uno servirà ad evitare che i tagli, a livello locale, per scuole, sanità e case non comportino maggiori tasse per i cittadini. L'altro servirà a garantire gli investimenti infrastrutturali.

Energia
Il programma democratico prevede, entro il 2050, di ridurre le emissioni di gas serra dell'80% rispetto ai livelli del 1990. Per realizzare questo obiettivo sono previste tasse sugli extra profitti delle compagnie petrolifere e un piano da 150 miliardi di dollari di sussidi per biocarburanti ed etanolo. Sul nucleare Obama è contrario alla costruzioni di nuove centrali senza che prima non sia risolto il problema dello stoccaggio delle scorie.

Commercio
Obama farà pressioni sul Wto perché inasprisca le sanzioni contro chi non rispetta le regole e impone dazi doganali e sussidi alle esportazioni. Il candidato democratico vorrebbe poi emendare il Nafta, l'accordo di libero scambio con Messico e Canada, giudicato troppo gravoso per l'economia americana. Il programma prevede poi incentivi fiscali per le aziende che mantengono la produzione negli Stati Uniti.

Rating per le carte di credito
Il nuovo presidente ha proposto una Carta dei diritti per le carte di credito per porre fine alle pratiche scorrette dei gestori. Tra le altre cose si prevede di introdurre un sistema di rating (a cinque stelle come per gli hotel), per valutare l'affidabilità dei gestori.

 

Obama: fra "cambiamento" e "non-cambiamento"
 
   
  2009-01-21 15:19:47 cri     Author: cri 
  A mezzogiorno del 20 gennaio, ora locale, Barack Obama ha ufficialmente giurato al Campidoglio come 44° presidente degli Stati Uniti d'America, pronunciando poi il discorso di insediamento. Nei 9 chilometri quadrati della zona centrale della città, fra l'ovest del Capitol Building e il Lincoln Memorial, si sono radunate nonostante il gelo circa 2 milioni di persone provenienti da diversi luoghi dell'America, per assistere alla cerimonia di insediamento di Obama. Le relative attività celebrative sono continuate fino a mezzanotte.

Il forte entusiasmo del pubblico americano nei confronti di Obama è attribuito in grande misura allo slogan "cambiamento" portato avanti da Obama nel corso delle elezioni generali. Attualmente, l'America si trova di fronte a tante crisi, la gente aspira al cambiamento e spera in generale che Obama possa guidare il paese ad uscire da una situazione difficile. Tuttavia, nel suo discorso di insediamento, Obama non ha giocato la "carta del cambiamento" così frequentemente come durante le elezioni, e ciò preannuncia l'orientamento generale della nuova amministrazione americana.

Dal discorso di insediamento di Obama emerge che la nuova amministrazione promuoverà la riforma in vari settori degli affari interni. Attualmente, la sfida maggiore degli Stati Uniti è la devastante crisi finanziaria. In proposito, Obama ha ribadito che "la congiuntura economica richiede che noi applichiamo delle azioni forti e rapide." Il presidente americano ha affermato che aumenterà gli investimenti nelle infrasttrutture per trainare la crescita economica, mentre ha sottolineato che i capitali saranno destinati non solo alla costruzione di strade e ponti, ma anche al sistema scolastico e sanitario e allo sfruttamento delle nuove risorse energetiche, differenziandosi evidentemente dall'amministrazione Bush.

Anche nella futura politica estera sono evidenti i cambiamenti dell'amministrazione Obama. Rispetto all'unilateralismo di Bush, Obama ha posto l'accento sulla ricerca di nuove forme di sviluppo delle relazioni con i paesi islamici, sulla base del rispetto reciproco e del mutuo vantaggio, e aumenterà l'assistenza ai paesi poveri. Accusando fortemente l'amministrazione Bush per l' "errore considerevole" della guerra in Iraq, nel suo discorso Obama ha detto che vi porrà fine in futuro, e anche questo è un tema particolarmente seguito.

Da un altro punto di vista, nonostante il costante accento posto da Obama sul "cambiamento" durante le elezioni, dopo l'insediamento, questa idea guida sarà gradualmente ridotta. Gli analisti osservano che in considerazione della richiesta degli interessi concreti del paese, il "cambiamento" di Obama avrà dei limiti, e in alcuni aspetti l'amministrazione Obama sarà uguale a quella di Bush, sebbene con un approccio diverso. Dal suo discorso di insediamento questo punto è evidente. All'interno del paese, Obama ha detto che ripristinerà la fiducia del pubblico verso il mercato, eguagliando in questo il precedente atteggiamento di Bush. Entrambe le amministrazioni hanno posto come importante compito attuale l'applicazione delle misure per resistere all'impatto della crisi finanziaria, e i metodi adottati sia da Obama che da Bush sono l'investimento di enormi capitali per il salvataggio del mercato, l'incremento della liquidità del mercato finanziario e il rafforzamento del margine di costruzione delle infrastrutture per promuovere il fabbisogno interno. Quanto alla politica estera, Obama dà grande importanza alla lotta al terrorismo e ha affermato che aumenterà gli stanziamenti in Afghanistan per colpire l'organizzazione di Al-Qaida e le forze armate dei Talebani, in linea con la politica dell'ultimo periodo del mandato Bush. Anche se ha affermato che l'America vuole procedere al dialogo con i paesi ostili, Obama ha detto che "stringerà loro la mano" se "apriranno il pugno", anche qui senza grandi differenze in realtà con la posizione dell'amministrazione Bush.

Certamente, sebbene dal discorso di insediamento di Obama si possano intravedere alcuni orientamenti della politica del futuro governo, solo quando inizierà gradualmente ad amministrare l'America, il paese più potente al mondo, il presidente si dedicherà ad applicare veramente le sue idee. La politca e addirittura le idee di Obama potranno essere ulteriormente revisionate secondo la situazione concreta. Gli analisti osservano che la popolazione non potrà vedere immediatamente il vero cambiamento dell'America. Probabilmente è per questo che Obama ha sottolineato nel suo discorso la speranza, il coraggio e la solidarietà, a cui si unisce il sentimento del pubblico, cercando di ottenere ampio sostegno. 

 

 

 

 

Money mouthSurprisedEmbarassed

 

 

SEGNALA

NOTIZIE E FONTI 

 freccia20animata_copy

 

cartas 

 

 

letters_copy_copy

 

 

Dott. Bruno Bonandi - Studio privato in Longiano (FC) V.le Decio Raggi, 35 - Cell. 3397689267 -TEl. 0547665954
Iscrizione all'Albo degli Psicologi-Psicoterapeuti dell'Emilia Romagna n° 3171 - P.I.03735590402

Email: bruno.bonandi@istruzione.it


Posta elettronica certificata: dott.brunobonandi@pec.brunobonandi.it

sito degli psicologi on line