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I miei libri senza tempo2 Stampa

 

 

Chi legge i libri come si stanno ad ascoltare gli amici, vedrà come essi gli sveleranno i loro tesori e diventeranno per lui un intimo possesso. Quello che egli legge non scivolerà via né andrà perduto, ma al contrario gli apparterrà, lo allieterà e lo consolerà come soltanto gli amici sanno fare. Hermann Hesse   

 

 

 

N.B. Il testo delle recensioni in grigio chiaro svela il finale del libro, per cui si consiglia, a chi non lo volesse conoscere anticipatamente, di non leggerlo prima della lettura del romanzo.

 

 

I miei libri senza tempo (quelli che andrebbero riletti di tanto in tanto o che sono pietre miliari della mia conoscenza, e sono tanti, mi limiterò ad aggiungerne qualcuno saltuariamente):

 

 

"Il giganteilgigantecheinte che è in te", Tyrrell Mark, Sutton Jan, Eco, 2003.

Mark Tyrrell e Jan Sutton spiegano come la mancanza di autostima sia il principale ostacolo alla piena realizzazione delle potenzialità che ciascuno di noi ha in sé. In questo breve saggio, gli autori, offrono gli strumenti per liberarsi dal pessimismo e dalla scarsa fiducia nelle proprie capacità, e indirizzare la propria energia verso gli obiettivi prefissati.

L'Autostima è la percezione che abbiamo di noi stessi e del nostro valore, un concetto che sviluppiamo con il passare del tempo fin dalla nostra prima infanzia e che nasce da un confronto sperimentato nel vissuto personale di ognuno di noi, tra il nostro sé e il mondo che ci circonda.
Essendo legato alle dinamiche di crescita della nostra personalità, non è un valore statico ma un concetto da rivedere costantemente e da costruire in un percorso verso la conoscenza di se stessi. La vera autostima è infatti ben lontana da un superficiale e narcisistico alto concetto di sé, spesso solo plateale e non rispondente alla vera opinione che nell’intimo si nutre di se stessi.
In risposta a continuati stimoli esterni negativi possiamo sviluppare nel tempo un’errata valutazione di noi stessi che spesso sarà accompagnata da tutta una serie di “sintomi” o difficoltà che potremmo sperimentare anche come nostri tratti caratteriali ma che sono piuttosto dovuti ai condizionamenti subiti. Tra questi i più frequenti sono l’eccessiva insicurezza e il senso di inferiorità nei confronti degli altri, ma anche una costante paura di sbagliare, la difficoltà nell’esprimere le proprie emozioni e quindi di relazionarsi agli altri, un senso di frustrazione e rabbia.
Se in casi estremi si può giungere a vere patologie che condizionano in maniera estremamente negativa tutta la propria vita, e che richiedono il ricorso a terapie specifiche, per quei piccoli meccanismi che ognuno di noi mette inconsapevolmente in atto e che minano la nostra autostima c’è però rimedio: il primo passo inizia ponendo maggiormente l’attenzione sia al nostro dialogo interiore che ai nostri atteggiamenti inconsci, con la disponibilità di guardare in se stessi ogni giorno con rinnovato interesse.

 

 

"Il cacciatore di aquiloni", Khaled Hosseini, Piemme, 2004.
cacciatore1Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir, il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a riacciuffarlo quando meno se lo aspetta. Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui la vita del suo amico Hassan è cambiata per sempre in un vicolo di Kabul. Quel giorno, Amir ha commesso una colpa terribile. Così, quando una telefonata inattesa lo raggiunge nella sua casa di San Francisco, capisce di non avere scelta: deve tornare a casa, per trovare il figlio di Hassan e saldare i conti con i propri errori mai espiati. Ma ad attenderlo, a Kabul, non ci sono solo i fantasmi della sua coscienza. C'è una scoperta sconvolgente, in un mondo violento e sinistro dove le donne sono invisibili, la bellezza è fuorilegge e gli aquiloni non volano più.
La storia dell'Afghanistan degli ultimi decenni è una storia terribile, fosca e tragica, un puzzle d'orrori composto con le tessere di vite spezzate, di esistenze straziate ed umiliate, di infanzie rubate. Il cacciatore di aquiloni (edito Piemme), narrando le vicende di due bimbi, Hassan e Amir, per creare un affresco che rappresenti tutte le vicissitudini che hanno messo in ginocchio quel paese - dall'occupazione russa alla piaga talebana, dai bombardamenti americani alla presa del potere da parte del governo fantoccio dell'Alleanza del Nord - parte da una metafora splendida: c'è stato un tempo in cui nei cieli di Kabul volavano gli aquiloni (sport nazionale afghano), le cui eleganti evoluzioni rappresentavano la libertà del paese. Poi gli aquiloni non volarono più: era iniziata la tremenda odissea del popolo afghano. Amir, figlio del ricco commerciante Baba, vive col padre in una grande, lussuosa villa con giardino; la madre - con grande sconforto del padre - morì nel mettere alla luce il bimbo, cosa che Baba non ha mai effettivamente perdonato al figlio. A far loro compagnia Alì, servitore di Baba da sempre, ed il figlio Hassan, inseparabile ed adorante compagno di Amir: i due, oltre a trascorrere insieme le spensierate giornate dell'infanzia, formano una formidabile coppia nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni. Il ricco Amir è il "pilota", Hassan il suo "secondo": difficile che il filo svolto dal rocchetto degli avversari riesca a rimanere integro quando si scontrano con questo formidabile duo. In più Hassan, col suo viso da bambola ed il labbro leporino, è il più forte cacciatore di aquiloni di Kabul: quando un filo viene reciso in combattimento e l'aquilone vaga in cielo in preda al vento, lui saprà sempre dove andrà a cadere, facendone una preda di guerra per Amir. Ma l'armonia tra i due ragazzini si spezza quando qualcosa di terribile accade ad Hassan per colpa di Amir: l'atteggiamento di quest'ultimo nei confronti dell'amico muterà, dettato da un'ostilità figlia del rimorso covato nell'ombra della propria coscienza, in un perverso gioco di specchi. L'arrivo dei russi a Kabul porterà alla separazione delle due mezze famiglie: Amir e Baba fuggiranno in America, Alì ed Hassan resteranno chissà dove in Afghanistan. Dopo venticinque anni Amir ha realizzato il suo sogno - sempre guardato con scetticismo dal pragmatico e concreto Baba - di diventare scrittore, si è sposato, ha una buona vita nella sua casa di San Francisco. Ma a sollevare le nebbie faticosamente accumulate su un passato scomodo ci pensa una telefonata dall'Afghanistan, che non gli lascia scelta: in barba alla viltà di cui si è accusato per tutta la vita parte alla volta di Kabul, alla ricerca di Sohrab, il figlio di Hassan reso orfano dalla crudeltà dei Talebani. Ma ad attenderlo a Kabul non ci sono solo i fantasmi del passato: quello che trent'anni prima era il suo paese ora è una landa desolata in cui vagano donne invisibili, dove i marciapiedi sono carichi di relitti umani ammassati gli uni sugli altri, dove avere un padre od un fratello maggiore è un lusso dopo gli stermini talebani, dove gli occhi della gente restano incollati al selciato per timore di incrociare fatalmente lo sguardo sbagliato, dove gli aquiloni non volano più... Terribile e toccante, in particolare nelle ultime centocinquanta pagine - quelle appunto del ritorno - Il cacciatore di aquiloni mi ha fatto venire alla mente un altro capolavoro della letteratura che ho adorato: L'amico ritrovato di Fred Uhlman: una storia d'amicizia, di separazione forzata, causata da eventi fuori dal controllo del singolo, anni di silenzio e poi la chiamata del destino che forza uno dei protagonisti a scavare nel proprio passato per riabbracciare l'adorato compagno di tante avventure, seppur non di persona ma attraverso qualcosa o qualcuno che lo rappresenta... Hosseini scrive in modo magico, in grado di stregare il lettore, di incollarlo alle sue pagine vivendo in prima persona i travagli interiori di Amir, sentendo fischiare i proiettili russi prima e talebani poi sopra alla propria testa, ritrovandosi il viso rigato di lacrime al primo sorriso che Sohrab gli rivolge.
 

 

 

"Lo scafandro e la farfalla", Bauby Jean-Dominique, TEA, 1999.

scafandrofarfallanewgL’8 dicembre 1995 un ictus getta Jean-Dominique Bauby in coma profondo. Quando ne esce, tutte le sue funzioni motorie sono deteriorate. Colpito da quella che la medicina chiama locked-in syndrome, e che lascia perfettamente lucidi ma prigionieri del proprio corpo inerte, Bauby non può più muoversi, mangiare parlare o anche semplicemente respirare senza aiuto. In quel corpo rigido e incontrollabile come lo scafandro di un palombaro, solo un occhio si muove. Quell’occhio, il sinistro, è il suo legame con il mondo, con gli altri, con la vita. Sbattendo una volta le palpebre del suo occhio Bauby dice di sì, due volte significano un no. Sempre con un battito di ciglia, ferma l’interlocutore su una lettera dell’alfabeto che gli viene recitato secondo l’ordine di frequenza della lingua francese: «E, S, A, R, I, N, T…». E, lettera dopo lettera, Bauby detta parole, frasi, pagine intere...
Con il suo occhio Bauby scrive questo libro: per settimane intere, ogni mattina prima dell’alba, pensa e memorizza un capitolo che più tardi detta a una redattrice del suo editore. Così, da dietro l’oblò del suo scafandro, ci invia le cartoline di un mondo che possiamo solo immaginare, dove vola leggera la farfalla del suo spirito.
Bauby descrive come sia cambiata la sua vita, dopo essersi risvegliato da un coma profondo.
Il libro è stato interamente scritto da Bauby tramite il battito delle palpebre del suo occhio sinistro, unico contatto con il mondo esterno. Così, lettera dopo lettera, Bauby dettò parole, frasi e intere pagine. Per scrivere l'intero libro ci sono voluti circa 200.000 battiti di ciglio, e per comporre ogni parola occorrevano due minuti. Il libro fa una cronaca degli eventi giornalieri, e come viva una persona in uno stato di Locked-In syndrome.
«Un racconto di viaggio scritto dal fondo di una prigione. La più terribile delle prigioni, il più libero dei viaggi... Ancora più del coraggio, saluto l'opera. Non si tratta di un'impresa ma di letteratura, vale a dire di esplorazione. Cosa resta quando ci è rimasta sola la cosa principale, la vita?» Il Venerdì di Repubblica.
"C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida. Si può fare visita alla donna amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Si possono costruire castelli in Spagna, conquistare il Vello d’oro, scoprire Atlantide, realizzare i sogni di bambino e le speranze di adulto.
Fine delle divagazioni. Bisogna che inizi a comporre i diari di questo viaggio immobile, per essere pronto quando l’inviato del mio editore verrà a raccogliere il mio dettato, lettera per lettera. Nella mente mescolo dieci volte ogni frase, tolgo una parola, aggiungo un aggettivo e imparo il testo a memoria, paragrafo dopo paragrafo." Jean-Dominique Bauby è nato nel 1952. Giornalista e redattore capo di Elle, dall'8 dicembre 1995 ha condotto un'esistenza di grande disabile; di «vegetale», come dicevano alcuni, o di «mutante», come a lui piaceva definire se stesso. È morto in seguito a un arresto cardiaco il 9 marzo 1997, all'età di 45 anni, pochi giorni dopo aver visto pubblicato il suo libro. Prima di morire, Bauby ha fondato l'A.L.I.S. (Association of the locked-in syndrome), che può essere contattata ai seguenti indirizzi:
www.club-internet.fr/alis - e-mail: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo .

 

"Caos Calmo", Sandro Veronesi, Rizzoli, 2005.
caos«Mi chiamo Pietro Paladini, ho quarantatré anni e sono vedovo.» Si presenta così il protagonista del romanzo di Sandro Veronesi. Un uomo apparentemente realizzato, con un ottimo lavoro, una donna che lo ama, una figlia di dieci anni. Ma un giorno, mentre salva la vita a una sconosciuta, accade l'imprevedibile, e tutto cambia. Pietro si rifugia nella sua auto, parcheggiata davanti alla scuola della figlia, e per lui comincia l'epoca del risveglio, tanto folle nella premessa quanto produttiva nei risultati. Osservando il mondo dal punto in cui s'è inchiodato, scopre a poco a poco il lato oscuro degli altri - di quei capi, di quei colleghi, di quei parenti e di tutti quegli sconosciuti che, ciascuno sotto il peso del proprio fardello, accorrono a lui e puntualmente soccombono davanti alla sua incomprensibile calma. Così la sua storia si fa immensa, e li contiene tutti, li guida, li ispira; saggio, brillante, scettico, cordiale, imprevedibile, Pietro Paladini è l'uomo che procede a tentoni nell'atto del risanamento, e così facendo scioglie chimicamente l'oggi, vi ricava spazi con l'ingegno: avanza, sperimenta, conclude. La scrittura avvolgente di Veronesi, la sua danza ininterrotta tra intelletto e parola è la corda con cui Pietro trae a sé il secchio dal fondo del pozzo, piano piano, senza alternative, determinando le condizioni per un finale inaudito, eppure del tutto naturale, in cui si scavalcano i limiti del possibile e si approda alla più semplice delle verità: l'accettazione della natura umana nella sua banale, eroica confusione di forza e debolezza.
Con "Caos calmo" Sandro Veronesi ci offre un'opera importante, la cui maturità espressiva sfiora le profondità dell'apologo, centrando il nocciolo duro di un'umanità che patisce fino allo spasimo, e che dinanzi alla quiete si meraviglia.
Un romanzo importante, giudicato dalla critica una delle migliori prove narrative del 2005.
Chiara è la volontà di far emergere, in un calmo caos, le tante riflessioni di un uomo in un momento cruciale della vita: la morte improvvisa della compagna e la responsabilità nei confronti della figlia di dieci anni, colpita con lui da quell’evento tragico e destabilizzante. Tutte le principali situazioni narrate ruotano intorno a un unico luogo fisico, l’automobile parcheggiata davanti alla scuola della bambina, il tempo abbracciato occupa tre stagioni, l’estate (momento in cui avviene la morte di Lara, la compagna di Pietro, il protagonista); l’autunno che rappresenta il periodo in cui si rompono gli equilibri preesistenti e la riflessione tocca tutti gli aspetti della vita presente e passata; l’inverno come momento della verità e della purificazione, come necessità di nuova ricomposizione dopo la frattura.
Il romanzo si apre con una scena piena di movimento (in opposizione quasi all’immobilità successiva): un drammatico salvataggio in mare compiuto dal protagonista e dal fratello Carlo proprio in contemporanea alla improvvisa morte di Lara, unica testimone la piccola Claudia, tragedia di cui Pietro saprà solo al ritorno a casa.
Non è il dolore (e Pietro non riesce a spiegarsi questa mancanza) a dominare l’animo dell’uomo, ma un turbamento profondo, come se fosse necessaria un’interruzione, una pausa, un cambiamento: apparentemente è la preoccupazione per la bambina (equilibrata, saggia, positiva) a spingere il padre a modificare la sua vita, a lasciare l’ufficio e a chiudersi nell’auto parcheggiata davanti alla scuola, facendo trascorrere in quel luogo i giorni e i mesi, in realtà questa scelta risponde a un bisogno tutto egoistico di interrompere un vita di cui solo in quel momento l’uomo sente la totale insufficienza e la mancanza di senso.
L’automobile diventa l’ufficio, la casa e il luogo della riflessione. Là riceve colleghi, superiori e amici, là rilegge la sua relazione con Lara, ripensa a lei, cerca di entrarne in contatto telepatico attraverso la musica, riesamina i rapporti professionali sconvolti anch’essi da una fusione industriale, da licenziamenti e dimissioni, da promesse di promozione (rifiutate) e da confidenze di uomini potenti.
Intorno a quell’auto ruota un’umanità malata, sofferente che usa l’abitacolo come una specie di confessionale. Davanti al potente di turno che racconta un aspetto drammaticamente privato della sua esperienza umana, Pietro dice: “ora soffre veramente: anche lui come tutti gli altri che sono venuti qui, alla fine mi scarica davanti un formidabile fiotto di dolore. Questo posto è davvero prodigioso: un muro del pianto senza il muro. Milano è una città sacra e se nessuno lo sa…”.
Proprio in questo caos esperienziale, in questo tentativo di rompere le regole dell’efficienza e della produttività, si inserisce in conclusione la voce della bambina, pragmatica e matura come solo i bambini sanno essere, e da lei parte una richiesta di normalità, l’esigenza di ridare un ordine, magari diverso, alle loro vite, l’urgenza di sentirsi appoggiata al padre e non suo rifugio o alibi.
La sicurezza narrativa di Veronesi in questo romanzo è notevole, così come la capacità di descrivere tipi umani molto diversi tra loro, senza rabbia e senza pietà, ma anche senza compiacimenti psicologici, vedendoli tutti funzionali al percorso del suo protagonista. Ottima anche la capacità di presentare i bambini (bellissimo il silenzioso rapporto tra Pietro e il piccolo bimbo down), la loro ingenua crudeltà e la meno giustificabile crudeltà o ottusità dei genitori. Un libro che di certo è segno di una ricca esperienza umana e di notevole maturità letteraria.
«Ormai è il mondo, stellina, a non essere normale. Polimeri, ormoni, telefonini, benzodiazepine, debiti, carrelli del supermercato, ordinazioni al ristorante, negozi di occhiali, A è innamorato di B ma B non è innamorato di A, i soldi finiscono sempre rubati, ogni morte ha un colpevole. Ecco cos’è il mondo. Non è più normale.»
«– Là! – dico. Abbiamo appena fatto surf, io e Carlo. Surf: come vent’anni fa. Ci siamo fatto prestare le tavole da due pischelli e ci siamo buttati tra le onde alte, lunghe, così insolite nel Tirreno che ha bagnato tutta la nostra vita. Carlo più aggressivo e spericolato, ululante, tatuato, obsoleto, col capello lungo al vento e l’orecchino che sbriluccicava al sole; io più prudente e stilista, più diligente e controllato, più mimetizzato , come sempre.. la sua famigerata classe beat e il mio vecchio understatement su due tavole che filavano al sole, e i nostri due mondi che tornavano a duellare come ai tempi dei formidabili scazzi giovanili – ribellione contro sovversione –, quando volavano le sedie, mica scherzi. Non che si sia dato spettacolo, visto che è già tanto se siamo riusciti a non cadere dalle tavole; o meglio: abbiamo dato lo spettacolo di chi è stato giovane anche lui, e per un breve periodo ha creduto che certe forze potessero veramente prevalere, e in quel periodo ha imparato a fare un sacco di cose che in seguito si sono rivelate sovranamente inutili, tipo suonare le congas, o rotolare una moneta tra le dita come David Hemmings in Blow Up, o rallentare il battito cardiaco per simulare un attacco di bradicardia e venire riformati al servizio militare, o ballare lo ska, o rollare le canne con una mano sola, o tirare con l’arco, o la meditazione trascendentale, o, per l’appunto, il surf. I due pischelli non potevano capire, Lara e Claudia erano già tornate a casa, Nina 2004 è partita stamattina presto (Carlo cambia fidanzata ogni anno, e così io e Lara abbiamo cominciato a millesimarle): non c’era nessuno a goderselo, è stato uno spettacolino tra noi due, uno di quei giochi che hanno senso solo tra fratelli, perché un fratello è il testimone di un’inviolabilità che da un certo momento in poi nessun altro è più disposto a riconoscerti.
– Là! – dico all’improvviso.
Poi ci siamo sdraiati sulla sabbia ad asciugarci, ebeti di fatica, con gli occhi chiusi e il vento che ci arruffava i peli del petto, e siamo rimasti in silenzio, a rilassarci. D’un tratto però mi sono accorto che per godere di quella pace stavamo trascurando qualcosa che da un po’ aveva cominciato a segnalarsi con una propria rumorosa urgenza: grida. Mi sono tirato su a sedere, immediatamente imitato da Carlo.
– Là! – dico all’improvviso, indicando un gruppo di persone molto agitate, un centinaio di metri sopravvento.
Ci alziamo di scatto, i muscoli ancora caldi per la lunga cavalcata tra le onde, e ci dirigiamo di corsa verso quella piccola folla. Lasciamo lì telefonini, occhiali, soldi, tutto: improvvisamente non esiste più nient’altro che quel crocchio e quelle grida. Si fanno senza pensare, certe cose.
Il tempo che segue è una specie di fulminea sequenza medianica, senza altra sensazione che quella di essere tutt’uno con mio fratello: le domande su cosa sia successo, il vecchio esanime sul bagnasciuga, l’uomo dai capelli biondi che cerca di rianimarlo, la disperazione di due bambini che gridano “Mamma!”, i volti smarriti delle persone che indicano il mare, le due testoline perse tra le onde, e nessuno che agisce. In quella stasi frenetica si staglia lo sguardo azzurro di Carlo, intenso, carico di una formidabile energia cinetica: quello sguardo dice che per qualche indiscutibile ragione tocca a noi andare a salvare quei due poveretti, e che in realtà è come se l’avessimo già fatto, sì, è come se fosse già tutto finito, e noi due fratelli fossimo già gli eroi di quella marmaglia di sconosciuti, perché siamo creature acquatiche straordinarie, noi, siamo tritoni, e per salvare vite umane possiamo domare le onde con la stessa naturalezza con cui le abbiamo domate per divertirci sulle tavole da surf, e lì attorno altra gente in grado di farlo non ce n’è.
Entriamo in acqua correndo, e ci trasciniamo fin dove frangono le prime onde. Lì ci imbattiamo in uno strano uomo, allampanato e rosso di capelli, intento a gettare goffamente verso il largo una cima cortissima, mentre le persone da salvare distano perlomeno trenta metri. Gli passiamo accanto di slancio, lui ci guarda con occhi che non dimenticherò mai – gli occhi di chi lascia morire la gente – e con voce vigliacca, degna di quegli occhi, tenta di dissuaderci: “Non andate”, sibila, “Rischiate di rimanerci anche voi”. “Ma vaffanculo”, è la risposta di Carlo un attimo prima di tuffarsi sotto un’onda e cominciare a nuotare. Io faccio altrettanto, e, nuotando, vedo in controluce le ombre nere dei muggini filare orizzontalmente lungo il muro verde che si forma ogni volta che un’onda verde si alza per poi schiantarsi sopra di me: quei pesci fanno il surf, si divertono, come noi pochi minuti fa.
«[...] Gli altri genitori arrivano di schianto, tutti insieme, come se si fosse aperto un recinto che li contenesse: chi in motorino, chi in macchina, chi a piedi parlando al telefonino, ciascuno creando un problema che il vigile urbano non riesce a risolvere.
Il vigile è cambiato, non è più quello di stamattina. C'è chi vuole fermarsi con la macchina in seconda fila proprio davanti al portone, chi si mette a chiacchierare in mezzo alla strada intralciando il traffico, e lui ha il suo bel daffare per cercare di mantenere un minimo di ordine. Ma non ce la fa, è assalito da tutte le parti, e alle quattro e venticinque c'è il solito bordello di sempre, quello che ricordavo anch'io, le volte in cui venivo a prendere Claudia.
Il caos. Però un caos gioioso, privo di drammaticità, perché i bambini, anche se non sono ancora usciti, hanno già cominciato a spargere qua fuori la sostanza che permette loro di sopravvivere tra gli adulti, quella specie di antistaminico naturale che rilassa un po' i genitori e li fa regredire, e li rende non solo compatibili ma talvolta addirittura complici del caos del quale loro, i bambini, si sentono parte: il caos delle loro camerette prima dell'ordine di rimetterle a posto, il caos degli zaini al ritorno da scuola, degli astucci, dei cassetti, dei quaderni; il caos semplice e fondamentalmente calmo nel quale vivrebbero tutto il tempo, se gli fosse permesso, senza comprendere fino in fondo la maggior parte delle cose che accadono ma, proprio per questo, con la capacità di viverle molto intensamente.
È esattamente questo, adesso lo capisco, ciò che succede verso quest'ora fuori dalle scuole elementari di tutto l'Occidente: i genitori mollano per un breve lasso di tempo la civiltà alla quale sono inchiodati tutto il giorno e si comportano come i figli, caoticamente, rischiando di farsi investire, di perdere il cane, di rigare la macchina nel tentativo di infilarla in un buco troppo piccolo, e il vigile urbano che dovrebbe richiamarli all'ordine non può farci nulla.
Poi, però, basta l'effettiva uscita dei figli, così inarrivabilmente intrisi di quel caos – coi colletti strappati, le scarpe slacciate, i pantaloni sporchi di pipì, le sbucciature alle ginocchia, il flauto dimenticato nell'aula di musica, gli spintoni e le grida – per spaventarli e risospingerli verso l'ordine dal quale provengono, che sarà pienamente ristabilito una volta arrivati a casa, con l'agenda di famiglia che detta i tempi delle cose da fare fino all'ora di cena, senza discussioni.
È strano, ma quando venivo a prendere Claudia, gli anni scorsi, non mi rendevo conto di essere parte di un fenomeno così assurdo: anch'io avevo fretta, anch'io cercavo di buggerare il vigile lasciando la macchina in seconda fila, anch'io mi fermavo a chiacchierare in mezzo alla strada. Anch'io arrivavo al contatto fisico con mia figlia dopo aver trasgredito in dieci minuti quasi tutte le regole che rispettavo per il resto della giornata, e anch'io, in quei dieci minuti, mi sentivo meglio. Sebbene a prendere Claudia non ci venissi spesso, per me era normale che qui, alle quattro e mezza, ci fosse sempre un gran caos. Ora invece, dopo averlo visto generarsi dal battito d'ali di due amici d'infanzia che chiacchierano, questo caos mi appare come una faccenda molto più complessa e strutturata; un fenomeno troppo vistoso, troppo comune e troppo assurdo per non essere in qualche modo necessario: necessario, sì, perché i genitori possano riprendersi la responsabilità dei propri figli nel modo meno brusco possibile – incontrandoli a mezza strada, per così dire, e lasciandosi addirittura contagiare, per l'appunto, dal caos calmo che li ispira.
Il portone della scuola viene aperto, e dall'interno si sente provenire il trillo antico della campanella. La bidella Maria chiede ai genitori di non accalcarsi al portone, di sistemarsi a semicerchio tutt'intorno, e il suo intervento produce un minimo di geometria nella frattale complessità dell'assembramento. È chiaro che, sebbene oggi sia un giorno un po' speciale, la bidella Maria deve ripetere questa operazione ogni santo giorno, perché altrimenti i genitori-regrediti si accalcherebbero al portone. La madre di Benedetta lascia un crocchio di altre mamme e viene verso di me, dall'altra parte della strada, dove sono rimasto fermo, appoggiato alla mia macchina, autoescludendomi dalla gara per conquistare i posti in prima fila. È una bella donna sui quarant'anni, con gli occhi egizi, i capelli biondi tagliati corti e la mascella forte. Indossa una canottiera corta, come le ragazzine, che le scopre una bella striscia di pancia piatta e tirata attorno all'ombelico. Deve fare parecchia aerobica, per mantenersi così. La pelle del viso però è sciupata, quasi avvizzita, forse dalle troppe lampade che si fa per essere sempre abbronzata. Ha denti regolari e bianchissimi, che ora stanno biancheggiando per me.
– Com'è andata? – mi fa, come se fosse una domanda sensata. Se sapesse che sono rimasto qui fuori tutta la giornata lo sarebbe, ma non lo sa, e la sua domanda è senza senso.
– Bene.
– Vuoi che porti Claudia a casa con Benedetta, e poi te la riporto all'ora di cena?
I bambini cominciano ad accapare sulla porta, guidati dalle maestre, e a guardarsi intorno. Ma sono i più piccoli, quelli di prima e di seconda.
Nel semicerchio dei genitori cominciano ad alzarsi mani.
– Non so – rispondo – Sentiamo loro, magari.
– Io lo dico per te, se hai da fare.
– Oh no, grazie. Non ho nulla da fare.
Non so cosa sia, forse l'espressione del mio viso mentre dicevo questa cosa così normale, o il semplice fatto che sia vera, fatto sta che una fitta di compassione le trapassa dolorosamente il viso.
Dovrò stare attento a quello che dico, d'ora in poi, e a come lo dico, se non voglio che la gente mi compatisca.
– Be' – fa – allora sarà meglio che stai con lei. – Prende fiato – Però te l'ho detto, se hai bisogno, se un pomeriggio non puoi venire a prenderla, o se hai da lavorare, basta che mi telefoni. Qualunque cosa, dico davvero. Benedetta sta così bene con Claudia…
Oltre le teste dei genitori, intanto, osservo lo smistamento dei bambini un po' più grandi, di terza e di quarta. Le maestre si guardano attorno, trattenendo i bambini a volte anche con forza (ovviamente, loro si tufferebbero a caso nel mucchio dei genitori e solamente dopo si porrebbero il problema di trovare il proprio) finché non riconoscono la madre, il padre o la babysitter autorizzata che alza la mano e saluta: a quel punto mollano la presa sul bambino e gli indicano dove deve andare, ma quasi sempre il bambino lo sa già.
– Grazie – ripeto, e d'un tratto, volendolo aggiungere al mio ringraziamento, mi accorgo di non ricordare il suo nome (Barbara o Beatrice?). Così, il mio “grazie” rimane sospeso, e devo improvvisare un'altra chiusura – Sei molto gentile.
– Non fare complimenti, d'accordo? – insiste lei.
Spesso sono i bambini ad avvistare il genitore prima della maestra, e glielo segnalano mentre lei è occupata a cercare quello di un altro. In questo modo stravolgono l'ordine con il quale la maestra intendeva svolgere quest'ultimo compito della giornata, le assegnazioni si sovrappongono e il caos si estende da fuori a dentro.
– Sai una cosa? – dico – Sembra una vendita all'asta.
– Cosa?
Col mento le indico il portone della scuola.
– Questo modo di riconsegnare i bambini ai genitori. Sembra un'asta.
La madre di Benedetta si volta verso il portone, e guarda.
– Sembra che i bambini vengano messi all'asta uno per uno, e che i genitori se li contendano alzando la mano e facendo un'offerta. La maestra li aggiudica all'offerta migliore, che alla fine è sempre quella del vero genitore.
Spuntano altri bambini, ancora più grandi. Le quinte. La madre di Benedetta è immobile, lo sguardo fisso su quel poco che, da qui, riesce a vedere. Non è molto alta, e c'è ancora un bel po' di gente a fare muro. Sento improvvisamente montare uno strano magone.
– D'altra parte – aggiungo, ma vorrei stare zitto – come potrebbe essere altrimenti?
Ed ecco la maestra Paolina. Accanto a lei riconosco Francesco, Nilowfer e Alex, più una bimba che non ricordo di avere mai visto. Dietro, nella penombra dell'androne, si ammucchiano tutti gli altri, tra i quali immagino anche le nostre due figlie, che ancora non si vedono.
Sandro Veronesi è nato a Firenze nel 1959 e vive a Roma. Ha pubblicato Per dove parte questo treno allegro; Gli sfiorati; Occhio per occhio. La pena di morte in quattro storie; Venite venite B-52; La forza del passato, con cui ha vinto il Premio Viareggio L. Repaci e il Premio Campiello; Superalbo; No Man’s Land. Librialice vi propone inoltre un’intervista all’autore. 

 

"Il fu Mattia Pascal", Pirandello Luigi, Einaudi.

ilfumattiapascalMattia Pascal è certo il primo protagonista di romanzo, in Italia, a intrattenere un rapporto volubile e leggero con le proprie radici temporali, quasi fosse incalzato da una segreta vocazione a evaporare e dissolversi in altre forme, contro il ricatto della storia e delle sue istituzioni. Agli antipodi degli eroi dannunziani dalla vita sublime, con Mattia Pascal si annunciano gli eroi della vita interstiziale, sopravvissuti a una catastrofe dell'ideologia ottocentesca, della quale solo dopo la grande guerra si intendersi per intero lo schianto. 'Il fu Mattia Pascal' inaugura la stagione dell'umorismo pirandelliano. Mattia Pascal, stanco e deluso dalla vita oppressiva che è costretto a condurre in famiglia, si allontana dalla sua piccola città di provincia e, approdato a Montecarlo, vince per caso una somma considerevole. Gli si presenta poi l'opportunità di evadere dal mondo di false relazioni familiari e sociali da cui è fuggito: legge infatti in un giornale che è stato ritrovato e identificato il suo cadavere. Superato l'iniziale sbalordimento. egli decide allora di approfittare delle circostanze per cominciare un'esistenza diversa...Dopo essere stato dato per morto e aver trascorso una 'vita parallela' torna al suo paese d'origine con l'intenzione di vendicarsi dei torti subiti; ma si ritrova invischiato in una situazione paradossale, da cui esce solo rinunciando allo status di essere vivente.

Autore e breve biografia: Luigi Pirandello: drammaturgo e narratore italiano (Agrigento 1867 - Roma 1936). Nato da una famiglia nella quale era viva la tradizione patriottica e garibaldina, visse una giovinezza agiata. Si iscrisse alla facoltà di lettere di Roma, ma, insoddisfatto, si trasferì a Bonn, dove si laureò nel 1891 in glottologia. In Germania compose poesie e altre ne scrisse e pubblicò quando rientrò in Italia. Nel 1894 aveva sposato la figlia di un socio del padre, Antonietta Portulano, ma il matrimonio fu poi sconvolto dalla malattia mentale della moglie. Fu nei romanzi e nelle novelle che egli venne operando la dissoluzione dei modi tipici del verismo, che, ancora evidenti nel romanzo L'esclusa (1901) e nelle prime raccolte di novelle lasciano poi solo pallide tracce nei romanzi successivi (Il fu Mattia Pascal, 1904; I vecchi e i giovani, 1909; Uno, nessuno, centomila, 1926) e nelle novelle della maturità (La vita nuda, 1911; La trappola, 1915; La giara, 1917). Al teatro cominciò a dedicarsi per un'occasione esterna, quando nel 1910 Nino Martoglio ottenne di rappresentare un suo atto unico del 1898, La morsa. Altri esperimenti teatrali furono tentati negli anni successivi, fino a quando nel 1916 e 1917, cedendo alle richieste di Angelo Musco, scrisse Pensaci, Giacomino!, Il berretto a sonagli e La giara; dello stesso 1917 è anche Così è (se vi pare). Lasciò l'insegnamento e assunse la direzione del Teatro d'arte di Roma (1925). Chi ha fatto consistere l'originalità del teatro pirandelliano, non meno che nella passione dialettica dei suoi personaggi, nelle sue novità tecniche, ha visto segnare una svolta decisiva dai Sei personaggi in cerca d'autore (1921). Polemico verso l'idealismo ottimistico, il vitalismo e il dannunzianesimo, lo spiritualismo consolatorio e il pessimismo meramente sentimentale, Pirandello ha una posizione ben sua nel clima del decadentismo irrazionalistico. Accademico d'Italia nel 1929 e premio Nobel nel 1934.
Breve riassunto dell'opera: Il romanzo si apre con un lungo racconto sulla giovinezza di Mattia Pascal: sfaccendato bibliotecario di un ipotetico paesino ligure, egli infatti vive una giovinezza fortuita e imprevista. Il suo stesso matrimonio risulta essere imprevisto, cui finisce obbligato dalla sua eccessiva disponibilità alle evenienze del caso. E sarà ancora il caso a sottrarre Mattia alle odiate moglie Romilda e suocera vedova Pescatore: un eccezionale vincita a Montecarlo e poi, uno sbaglio di cadavere nel quale egli viene riconosciuto, lo rendono improvvisamente ricco e "libero". Mattia decide infatti di non ritornare più a casa e di rinascere come Adriano Meis. Dopo un lungo viaggiare, Adriano decide di sostare a Roma dove decide di affittare una camera in una casa. Qui fa la conoscenza di Anselmo Paleari, padrone di casa, Terenzio Papiano, suo cognato, Adriana, la figlia, e della signorina Caporale, altra inquilina. Adriano si innamora subito di Adriana con la quale ha anche una piccola relazione e intanto si fa operare all'occhio strabico per eliminare l'imperfezione. Durante il suo soggiorno a Roma però, Adriano scopre a poco a poco gli svantaggi di questa sua apparente "libertà": prima decide di comprarsi un cagnolino ma poi pensando alla tassa che avrebbe dovuto pagare rinuncia all'acquisto, poi subisce un furto ma non lo può denunciare essendo lui anagraficamente morto, infine viene sfidato a duello ma non vi può partecipare. Tutto ciò alla fine contribuisce a spingere Adriano Meis a uccidersi per ritornare ad essere il vecchio Mattia Pascal. Tornato a Miragno, quindi, tra la sorpresa dei parenti, scopre che la moglie si era risposata e aveva avuto una figlia: così, pur avendo la possibilità di riprendersi la moglie e di far annullare il matrimonio decide di lasciar perdere e rimanere in quella condizione in cui era, né vivo né morto.
Descrizione dello spazio e del tempo: La narrazione dell'autore in realtà inizia dalla giovinezza di Mattia Pascal anche se in realtà il racconto vero e proprio ha la durata di due anni. L'autore per narrare la vicenda non fa uso di alcun intreccio. La scena si sposta spessissimo, e talvolta non viene neanche descritto il luogo ma vengono solo elencate le località toccate da Mattia Pascal nel suo viaggio da uomo "libero" (Venezia, Colonia, Mannheim, Worms, Magonza, Bingen, Coblenza, Milano, Roma, Padova, Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia, ecc.). I luoghi sui quali l'autore si sofferma più a lungo sono sicuramente Miragno e Roma, sebbene non si possa dire che l'autore faccia uso di lunghe descrizioni per rappresentarli. Nello svolgersi della vicenda prevale la presenza di spazi chiusi a quella di ambienti aperti.
Caratterizzazione dei personaggi: Il protagonista è Mattia Pascal: questo ci viene descritto fisicamente mentre il suo ritratto morale può essere facilmente delineato dalle sue azioni e dal suo comportamento. Uomo certamente non particolarmente bello, Mattia Pascal, aveva una barba rossa e, particolare molto identificativo, un occhio strabico. Per quanto riguarda il suo carattere Mattia era un uomo onestissimo e di sicuro molto intelligente anche se in certi casi è risultato essere un po' ingenuo. Altri personaggi che possono essere considerati di notevole importanza sono Romilda e la vedova pescatore; coloro non ci vengono descritte esplicitamente né fisicamente né moralmente ma dai pensieri di Mattia possiamo facilmente dedurre il loro carattere: sono senza dubbio delle persone false, menefreghiste e spesso antipatiche e molto poco disponibili specialmente nei confronti del protagonista. Altra donna di particolare spessore è Adriana: bionda e bella, ma allo stesso tempo timida, spesso ci viene dipinta come ingenua tanto da somigliare molto a una bambina sperduta nel suo mondo. Papiano e Paleari non ci vengono descritti dall'autore che però sottolinea la disonestà e la prepotenza del primo.
Stile: Nell'opera prevalgono le sequenza narrative, il narratore utilizza la focalizzazione interna, l'autore quindi non è onnisciente. Viene fatto uso di flashback solo nel racconto della giovinezza di Mattia Pascal nelle pagine iniziali del romanzo.
Commento e giudizio sull'opera: Il libro mi è piaciuto moltissimo, ho trovato l'idea dell'autore originalissima e ho apprezzato molto anche i suoi vari interventi, spesso filosofici, sulla condizione del protagonista che, pur credendosi libero, non lo era per niente.

 

"Uno, nessuno e centomila", Luigi Pirandello: La Dissoluzione dell'Io.

unonessunocentoIl titolo del romanzo pirandelliano è un’efficacissima chiave di lettura della tematica trattata e può guidare nell’ interpretazione di un lavoro letterario così ricco di sottili passaggi logici. In apertura il protagonista, Vitangelo Moscarda, scopre di non essere per gli altri quell’ UNO che è per sé. La moglie Dida, svelandogli che il suo naso pende verso destra, ha squarciato tutte le sue certezze, avviando una riflessione sull’ intera esistenza. Nell’ autoanalisi emerge la diversità psicologica dagli altri, una malattia della volontà che rende il protagonista un "inetto", immerso nel proprio microcosmo materiato di introspezione. Egli vive: "con lo spirito pieno di mondi, o di sassolini": ecco visualizzato lo sbriciolamento del reale che da univoco (UNO) diventerà poliedrico (CENTOMILA) e sfocerà nel nulla (NESSUNO).
Vitangelo allo specchio, simbolo dell’io davanti a se stesso, scopre di vivere senza "vedersi vivere". Si getta all’inseguimento dell’ estraneo inscindibile da sé che l’alterità conosce in centomila identità differenti. Il protagonista si stacca dal proprio "fantoccio vivente", per se stesso è ormai nessuno: la distruzione dell’ io è consumata.
Se ognuno di noi è "Uno, nessuno e centomila" anche la realtà perde la serena e fittizia oggettività e si scompone all’ infinito nel vortice del relativismo. L’uomo è un’ artificiale costruzione ligia alle convenzioni sociali e contrapposta alla natura, priva di componenti artificiali.
Maschera creata dagli altri, fantoccio della moglie, è il "caro Gengè", amato teneramente da Dida fino a trasformare Vitangelo in un’ ombra vana.
L’io del protagonista, inesorabilmente frantumato, non può identificarsi nella persona (in senso etimologico di "maschera" sociale) del Signor Moscarda con quel cognome "brutto fino alla crudeltà" che ricorda un "fastidio ronzante" e lo lega al padre. Sì ,il padre "banchiere –usuraio" che lo ha ingabbiato nel ruolo di "buon figliuolo feroce": ecco un’altra marionetta nel "gioco della parti" della vita. L’aspirazione di Vitangelo è rimanere al di là dello specchio, essere un "uomo nella vita, Un uomo così e basta". E’ possibile? Il lettore, affascinato, si interroga sul modo di sottrarsi al divenire umano, alle opinioni dell’ alterità; in astratto, tuttavia, "non si è" ,la vita si snoda nel tempo e nello spazio. Vitangelo, alla ricerca di una via di fuga dai centomila estranei a sé che vivono negli altri, decide di uccidere le sue "marionette" ma, per aver voluto dimostrare di non essere ciò che si credeva, è ritenuto pazzo: la gente non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina.pirandello
Non c’è via di fuga: Vitangelo assapora il piacere di "alienarsi" da sé ma scopre poi, suprema disillusione, che le marionette possono impazzire ma non si possono distruggere. Il protagonista sopraffatto dagli altri, non riesce a sostenere nemmeno lo sguardo della cagnetta, maltratterà anche la moglie; estrema ribellione di chi sente gli altri dentro di sé e manca a se stesso.
La decisione di vendere la banca del padre per uccidere l’usuraio Moscarda, fa sorgere un "punto vivo", una volontà che lo fa essere Uno. Questo atto, per tutti assurdo crea attorno a lui un vuoto in cui si inserisce Anna Rosa, donna dalla psiche molto simile alla sua: Frantuma la propria identità atteggiandosi davanti allo specchio, vorrebbe fermare la vita per conoscersi. Vitangelo invece va verso l’annientamento perché "nulla vale essere per sé qualcosa". La vicinanza simpatetica tra le due psicologie conduce al delirio del ferimento di Anna Rosa. Ci si avvia verso l’oblio totale del mondo, delle maschere, dei doveri della vita associata, incarnati dal giudice. Vitangelo, avvolto nella coperta verde di convalescente, "naufraga dolcemente" nella serenità della natura, senza passato né futuro.
Estraniarsi da sé e sentirsi "parte anonima della vita biologica" è l’unica via per fuggire alle centomila costruzioni che falsificano la realtà e la imprigionano in un nome, immutabile come un’ epigrafe funeraria.
La vita "non conclude" ed è un divenire palpitante: Meglio, dunque ,essere nessuno poiché l’essere uno si è rivelato un’ illusione di fronte allo svelarsi delle centomila maschere.
La frantumazione dell’ io appare completa : Si dissolve nella natura, nel ciclo palingenetico: ordine e progresso sono, per l’autore, soltanto presunzioni umana.
Specchio della dissoluzione dell’ io è lo scompaginamento dell’ ordine diegetico, la logica tradizionale del romanzo è provocatoriamente violata: Le riflessioni del protagonista offuscano la trama, rallentano il ritmo narrativo. Non i fatti ma la vita interiore del "Fu Vitangelo Moscarda" sono messi in rilievo.
I solipsismi sono intervallati da momenti in cui il protagonista interloquisce con il lettore, coinvolgendolo nel ragionare da "loico" che fa sorgere inquietanti domande: E’ impossibile considerare Vitangelo pazzo, come fanno gli altri personaggi del romanzo; si ha la netta sensazione relativista tratteggiata dal Montesquieu: "Si chiudono alcuni in una casa per dare a intendere che quelli fuori sono savi".
L’ apparente follia sembra un’ ansiosa ricerca di salute, di fuga dall’ angoscia esistenziale. Il figlio Stefano parlerà infatti di "rifugio dello spirito, un rifugio tormentosi".
Italo Svevo si interrogherà sul labile confine tra follia e salute, grande domanda novecentesca.
Tutto è instabile e inconcluso, il "Caos" che diede i natali al genio pirandelliano.

 

 

 

Il vecchio e il mare The Old Man and the Sea”, Ernest Hemingway, Mondadori, 1952.

vecchio-e-il-mare_1E’ un romanzo pubblicato per la prima volta sulla rivista Life nel 1952. Grazie a questo libro Hemingway riceverà il premio Pulitzer nell'anno 1953 e il premio Nobel nell'anno 1954. Più che un romanzo si tratta di un racconto, breve sia per numero di pagine che per trama e respiro, in cui manca l'avventura nel senso classico, mancano le zone di guerra o le ricerche dei grandi rischi che tanto avevano affascinato Hemingway lungo tutta la sua vita. Nonostante lo scontro epico tra il vecchio pescatore cubano Santiago ed un pescespada, infatti, al centro c'è una vena riflessiva che tenta di analizzare il destino degli uomini, la loro dignità e insieme la loro fatica nella sopravvivenza. E' come un duello tra due elementi, tra l'uomo e il pesce, tra l'uomo e il mare, tra l'uomo e la natura; come nel 'Moby Dick' di Herman Melville di un secolo prima, ma con un Santiago che è completamente diverso dal capitano Achab, che ci colpisce e affascina per la debolezza, i limiti, le difficoltà e insieme la capacità di farsi coraggio, di non abbattersi, di tentare ancora. Una lotta che, tra l'altro, si concluderà senza vincitori: a trionfare sarà infatti solo il destino, un destino amaro che si fa beffe degli uomini e delle loro sofferenze. È una storia che, nonostante sia incentrata su un'unica vicenda, e quindi abbia un sottofondo apparentemente spoglio, coinvolge il lettore in modo appassionato e avvincente con la sfida crudele, ma fondata sulla lealtà e sul rispetto, tra il vecchio e il pesce, per cui riserva più volte l'aggettivo "nobile". Seppur breve, è uno dei libri più significativi della letteratura americana del Novecento. La trama semplicissima di questo lungo racconto, che non diviene storia epica soprattutto per una questione di pagine, racconta di Santiago, vecchio pescatore cubano cui la sorte ha ormai da molto tempo voltato le spalle. Da 82 giorni Santiago non riesce a prendere un pesce e per questo viene abbandonato anche da Manolo, il ragazzo a cui ha insegnato a pescare e a cui è legato da profondo affetto. Così, l'83° giorno, Santiago prende il mare da solo. All'improvviso un enorme pesce abbocca all'amo e trascina la barca a largo. Dopo una terribile lotta durata tre giorni e tre notti, il vecchio ha finalmente la meglio sul pesce, lo uccide e lo affranca alla fiancata della barca. Nel viaggio di ritorno però è assediato dagli squali che, un pezzo alla volta, gli strappano il bottino, lasciandogli tra le mani un simbolico scheletro. Quando Santiago, sfinito, rientra in porto, del pesce non resta che la testa e la lisca. Manolo è un ragazzo che è stato accanto a Santiago fin da bambino; ma poi i suoi genitori lo hanno costretto a cercare lavoro altrove poiché tutti consideravano il vecchio, che non riusciva a pescare nulla da ottantaquattro giorni, molto sfortunato. Dunque Manolo si trasferisce in un'altra barca, ma non smette di far visita all'anziano, che ogni mattina parte al largo a pescare nonostante torni ogni volta con le reti vuote. Manolo è un personaggio importante perché sarà la speranza e il conforto del vecchio nei suoi momenti di solitudine.La battaglia di Santiago contro il pesce, si può paragonare alla lotta di Hemingway per riaffermarsi a livello pubblico e umano. I temi principali sono la lotta vana dell'uomo contro la morte e la vecchiaia e la coscienza (in questo caso da parte di Santiago, il protagonista) dell'invecchiare e del cominciare a dubitare di se stessi e delle proprie forze. Il romanzo è una grande metafora della vita, della continua lotta dell'uomo con le avversità al fine di raggiungere il proprio obiettivo, di vincere la propria sfida, anche se ciò comporta la sua inesorabile e immeritata sconfitta. Santiago affronta la sfida col pescespada come ultima battaglia contro l'incedere del tempo che inarrestabile porta alla vecchiaia e poi alla morte; un'illusione di poter rimanere giovani e forti per sempre. In questa avventura, nella quale Santiago resta in mare per tre giorni a caccia del pescespada, il lettore è direttamente coinvolto nei pensieri del vecchio, che riflette sul rapporto che hanno gli uomini (e in particolare i pescatori) con il mare e con i pesci, e che si accorge di come sarebbe tutto più facile con un'altra persona a fianco che lo potesse aiutare nei momenti di difficoltà.«Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne». Ma "l'uomo non è fatto per la sconfitta", dice Santiago mentre si prepara a combattere contro gli squali, "si può uccidere un uomo ma non sconfiggerlo."

 

I nutrimenti terrestriLes nourritures terrestres, Gide André, traduttore: D'Elia G., Einaudi, 1994 … e in questo caso l’opera del traduttore fa una bella differenza!

nutrimenti_terrestri(qui a fianco compare la copertina di Garzanti ma la versione tradotta da D'Elia di Einaudi è quella consigliata che è di difficile reperibilità) E' una via di mezzo tra il trattato e il poema in prosa. Rivolgendosi ad un interlocutore giovinetto, Gide si domanda se le gioie dei sensi e il fervore spirituale siano conciliabili. La risposta è affermativa se la nostra disponibilità alla vita riunisce anima e corpo e diventa la base per un'esperienza laica del sacro. E' il libro più noto tra quelli del periodo giovanile dello scrittore, un'opera in cui la prosa poetica e il verso libero si alternano per dare voce a sparsi ricordi, appassionati richiami a terre vicine e lontane, dove il Mediterraneo, l'Africa del Nord, l'Italia contrastano mirabilmente con la piovosa terra di Normandia o le brumose città del Nord.

 

"Siddharta", Hermann Hesse, Adelphi, 1973.

siddhartaUna vera e propria metafora sempre attuale del senso della vita.

Chi è Siddharta? E' "uno che cerca", e cerca soprattutto di vivere la propria vita per intero. Passa di esperienza in esperienza, dal misticismo alla sensualità, dalla meditazione filosofica alla vita degli affari, e non si ferma presso nessun maestro, non considera definitiva nessuna acquisizione, perché ciò che va cercato è il tutto, il misterioso tutto che si veste di mille volti cangianti. E alla fine quel tutto, la ruota delle apparenze, rifluirà dietro il perfetto sorriso di Siddharta, che ripete il "costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse schernevole, saggio, multirugoso sorriso di Gotama, il Buddha, quale egli stesso l'aveva visto centinaia di volte con venerazione.

Ci troviamo in India, un mondo straordinario, misterioso e pittoresco nel quale incontriamo un uomo: Siddharta, il quale decide un giorno di abbandonare la casa paterna per andare a cercare qualcosa di superiore anche alla sua stessa conoscenza, qualcosa che è più grande di lui ma che lo porterà ad un livello di saggezza immensa, nonchè alla ricerca del proprio io.
Ci viene descritto il suo percorso di vita, quello di un uomo che vuole sfuggire alla sofferenza e all'illusione della 'samsara', (il mondo della materialità) per conquistare la verità e raggiungere la liberazione nel 'nirvana' (il mondo dell'estinzione, della pura spiritualità, dell'eterno), l'OM, ovvero la pace interiore.
Facendo una piccola analisi del protagonista, potremmo dire che Siddharta è un uomo molto semplice, che sa apprezzare le belle cose che la vita ci offre e delle quali molto spesso non ci accorgiamo perchè andiamo sempre di fretta - egli cerca di essere se stesso fino in fondo e noi riusciamo, grazie a Hesse, a vivere in prima persona il suo travaglio interiore. 
Siddharta è uno dei più bei libri che abbia mai letto, nonchè uno di quelli che ritengo imperdibili; nel senso che dopo averlo letto la prima volta (e certamente non sarà l'ultima), ci si rende immediatamente conto di quanto si sarebbe perso a non leggerlo.
Penso inoltre che, al di là delle tematiche "orientali", sia soprattutto un libro che può aiutare molto a guardarsi dentro per cercare di capire se stessi.
"La lettura di Siddharta esorta a vedere il mondo circostante con uno sguardo più attento e meno rigido, meno implacabile. La verità è interna alle cose come è interna all'uomo e non vale nessuna regola esterna per trovare l'equilibrio nella vita, poiché l'anima di ciascuno di noi segue la sola e unica via valida: quella dettata dalla nostra personale coscienza. E' questo che Siddharta, con grande e vera umiltà, scopre alla fine del suo viaggio." 
La vera dottrina dunque è proprio in ognuno di noi.
Lo scorrere del fiume è una metafora che simboleggia il trascorrere della nostra vita, sia con i suoi lati positivi, le gioie, che con quelli negativi quali i dolori e le amarezze. Esso ci aiuta a crescere in qualsiasi momento della nostra esistenza.
 
- "Aveva cominciato a sentire che l'amore di suo padre e di sua madre, e anche l'amore dell'amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l'avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati [...] lo spirito non era soddisfatto, l'anima non era tranquilla, non placato il cuore."
- "Andrai nella foresta e diverrai un Samana. Se nella foresta troverai la beatitudine, ritorna, e insegnami la beatitudine. Se troverai la delusione, ritorna: riprenderemo insieme a sacrificare agli dei".
- "..chi fosse riuscito a comprendere quell'acqua e i suoi segreti [...] avrebbe anche compreso molte altre cose, molti segreti, tutti i segreti"
- "Siano o non siano le cose soltanto apparenza, allora sono apparenza anch'io e quindi esse sono sempre miei simili. Questo è ciò che me le rende così care e rispettabili: sono miei simili. Penetrare il mondo, spiegarlo, disprezzarlo, può essere l'opera dei grandi filosofi. A me importa solo di poter amare il mondo, non disprezzarlo, non odiare il mondo e me; a me importa solo di poter considerare il mondo, e me e tutti gli esseri, con amore, ammirazione e rispetto"
- "[...] nulla posseggo, nulla so, nulla posso, nulla ho imparato. Meraviglioso! Ora, che non son più giovane, che i miei capelli sono già mezzi grigi, che le forze mi abbandonano, ora ricomincio da capo [...]".

E' un classico della letteratura, che fa riflettere sul significato più intimo della vita, sulla caducità delle cose e sui reali valori per i quali vale la pena di 'combattere' per la loro realizzazione. La vita del protagonista viene divisa in tre parti: nella prima il giovane Siddharta cerca la via della conoscenza, attraverso una 'regola' di vita ferrea, fatta di privazioni e sofferenze fondamentali, secondo lui, per elevarsi e raggiungere una sorta di Karma; nella seconda subentra la disillusione causata dal mancato raggiungimento della verità con la conseguente serie di esperienze mondane, comune alla maggior parte degli uomini, che egli si trova a vivere; nella terza, infine, Siddharta riesce a raggiungere un equilibrio interiore grazie alla saggezza non di un sapiente, ma di un semplice barcaiolo che gli svela tanti piccoli segreti che lo aiutano a condurre meglio la propria esistenza. Alla fine, il protagonista spiega a Govinda, il suo migliore amico che lo aveva seguito nella prima parte del suo percorso spirituale, che quando si cerca incessantemente una cosa, a volte si perde di vista l'obiettivo e non si riesce a raggiungere il risultato auspicato. E' un libro letto da tante generazioni di giovani, in quanto i contenuti sono sempre attuali, forse ancor di più nella società attuale, basata molto sugli aspetti materiali e meno su quelli spirituali. Lo scritto è scorrevole e pieno di riflessioni riguardanti la verità delle cose; gli interlocutori con i quali il protagonista si confronta gli permettono di vedere il mondo da altri punti di vista e, quindi, di potervi meglio riflettere.

 

"Un altro giro di giostra", Tiziano Terzani, Longanesi, 2004.

altro_giro_gViaggiare è sempre stato per Tiziano Terzani un modo di vivere e così, quando gli viene annunciato che la sua vita è ora in pericolo, mettersi in viaggio alla ricerca di una soluzione è la sua risposta istintiva. Solo che questo è un viaggio diverso da tutti gli altri, e anche il più difficile perché ogni passo, ogni scelta - a volte fra ragione e follia, fra scienza e magia - ha a che fare con la sua sopravvivenza. Alla fine il viaggio esterno alla ricerca di una cura si trasforma in un viaggio interiore, il viaggio di ritorno alle radici divine dell'uomo. Un libro sull'America, un libro sull'India, un libro sulla medicina classica e quella alternativa, un libro sulla ricerca della propria identità.

Quando a Tiziano Terzani viene diagnosticato un cancro, la vita, improvvisamente, gli appare, come una giostra; ed ha l'impressione che a lui, su quella giostra, fin dall'inizio, sia stato assegnato il cavallo bianco...
... su quel cavallo bianco, lui ha girato e dondolato a suo piacimento senza che nessuno si preoccupasse se avesse o no pagato il biglietto!
Solo quando si trova in un letto d'ospedale Terzani capisce che, fino a quel momento, sul cavallo bianco, ha viaggiato gratis.
Ora però, passa il controllore, ed è giunto il tempo di pagare.
Poi, magari, chissà, dopo che avrà pagato, gli sarà data la possibilità di fare un altro giro di giostra...
Come a tutti, anche a Tiziano Terzani, sembrava che le cose brutte, come ad esempio il cancro, potessero capitare solo agli altri; e, quando capita a lui, si trova completamente impreparato nell'affrontarlo.
Viaggiare è sempre stato per Terzani un modo di vivere, così quando gli viene diagnosticato il suo cancro, decide, un'altra volta ancora, di partire; di partire però per una nuova destinazione; di partire per un viaggio dove non servono le carte geografiche; un viaggio per il quale Terzani non aveva avuto il tempo di prepararsi. Un nuovo viaggio, un viaggio che si fa viaggiando; un viaggio all'interno di se stesso...
Per trent'anni Terzani aveva vissuto in Asia ed aveva condiviso con l'Asia il modo di vivere di pensare di guarire; aveva imparato, ad esempio, che l'uomo occidentale imboccando l'autostrada della scienza aveva dimenticato i sentieri della vecchia saggezza.
Eppure non in Asia, non con l'ayurveda, la pranoterapia, l'agopuntura, lo yoga, l'omeopatia, le erbe cinesi, il reiki, i guaritori filippini, ma con la medicina occidentale tradizionale decide, almeno inizialmente, di curare il suo cancro.
Si trasferisce a New York e si mette in lista al Memorial Sloam-Kettering Cancer Center per un nuovo trattamento sperimentale.
Terzani non vede un nemico nel suo cancro, bensì, più semplicemente, un aiuto arrivato nel momento giusto della sua vita, per invitarlo a rivedere le sue priorità, a riflettere, a cambiare prospettiva...
In America Terzani "riflette" anche sull'America; perché ogni civiltà si riflette in ogni sua espressione e la medicina americana "riflette" quell'aggressività imperialistica nei confronti della quale Terzani aveva sempre dimostrato la sua ostilità...
Incomincia così il suo viaggio; un viaggio individuale dentro di sé; un viaggio che lo porterà da subito a capire che non sono le medicine che curano il corpo, ma il corpo che si cura attraverso le medicine; e che la cura di tutte le cure è quella di cambiare punto di vista, di cambiare se stessi; la mente, secondo Terzani, gioca un enorme ruolo nelle nostre vite, i miracoli esistono, ma ognuno deve essere l'artefice del proprio.
New York, la California, l'India con un lungo girovagare e poi tre mesi passati da semplice novizio in un ashram; in seguito le Filippine, ancora gli Stati Uniti questa volta Boston, dopo Hong Kong e la Thailandia.
Poi il ritorno nella quiete della regione himalayana, dove Terzani decide di ritirarsi a vivere per molti mesi dell'anno; dove, nel silenzio di una natura immensa, Terzani arriva alla conclusione che il segreto di tutto risiede nella capacità di essere in armonia con l'universo e con se stessi, e nel saper guardare il cielo e sentirsi una nuvola. Una nuvola che cambia forma, prende tante forme, diventa evanescente; scompare. Una nuvola che sparisce; un corpo destinato a sparire e a lasciare di sé soltanto la coscienza libera, senza legami; una coscienza che si espande... solo così ogni giorno può diventare davvero un altro giro di giostra.

 

"I quasi adatti", Peter Hoeg, Mondadori, 1997.

quasi_adatti2Quasi una metafora della nostra società sottoposta alla globalizzazione, nella quale siamo tutti superflui, quasi adatti. ''I quasi adatti'' appartiene a quella categoria di libri che io designerei come ''unici e speciali'' senza togliere quelle caratteristiche di appassionante e travolgente. In questo romanzo, Hoeg ci fa assaporare e vivere un nuovo mondo. Un mondo che da molti di noi è sempre sottovalutato e ricoperto di pregiudizi. Ebbene, Hoeg, con tale romanzo, vuole darci quello schiaffo che ci ''fa aprire gli occhi''. Leggendo questa storia, veniamo alla scoperta di nuove situazioni. di nuovi soggetti e di nuovi punti di vista. sono molto, ma molto, meravigliato dalle incessanti riflessioni di Hoeg sul tempo e sui rapporti umani, che in questo libro ci vengono espressi. Tali riflessioni sono pura e propria filosofia. Non solo perchè ci sono riferimenti a Kant o d altri scienziati-filosofi, ma perchè hanno la forza sufficiente, quella stessa forza filosofica, a farti sentire partecipe, ad aprirti la mente su nuovi concetti. Adoro il paragone che Hoeg esegue tra un uomo e un ragno, facendoci mostrare come il ragno sia più intelligente di noi umani... non è un paradosso... è genialità. Io considero vivamente Hoeg un nuovo filosofo della nostra era moderna. Un nuovo filosofo che sicuramente va ascoltato!Peter ha quattordici anni ed è solo. Da sempre. Dopo aberranti esperienze viene accolto in una scuola sperimentale di Copenaghen. Specializzata nel recupero di adolescenti disadattati. Gli dovrebbero insegnare a coltivare affetti, a capire la realtà. A diventare uomo, insomma. Ma il percorso di Peter segue vie alternative, al margine o anche fuori da ciò che le ferree regole dell'Istituto consentono. Questa è la storia della sua vita e dei suoi due amici che l'hanno condivisa, August e Katarina. Questa è la storia che lo stesso Peter racconta a sua figlia... Dall'autore di "Il senso di Smilla per la neve" un romanzo quasi autobiografico. Una storia sui drammi dei ragazzi che gli adulti non possono o non vogliono capire."...Johan Aspland e Jacob von Uexküll. Uno legge quello che hanno scritto, ed è come se un amico ti porgesse una mano, anche se non li incontrerai mai. Loro sapevano qualcosa di speciale sul tempo, forse erano malati anche loro. Sapevano che ci sono limiti alla forza con cui si può trattenere una persona senza spezzarla..." Il quattordicenne Peter, dopo diverse terribili esperienze di ricoveri in strutture per minorenni orfani o con problemi comportamentali, viene inserito nella scuola privata di Biehl, famoso istituto di eccellenza in Danimarca.
La storia viene raccontata dallo stesso Peter, ormai adulto, alla sua bambina.
Il romanzo mi ha molto colpita ed è stato un pugno nello stomaco: in questa scuola Peter e i suoi amici August e Katarina sono degli estranei, tutti e tre a loro modo e con diversa gravità sono bambini disattati o meglio “quasi adatti” e sembrano stonare in una suola privata per altro molto costosa. Peter e Katarina iniziano a chiedersi il perché: in particolare l’arrivo di August sembra non avere senso, un bambino autistico, molto aggressivo e violento se qualcuno cerca di toccarlo.
Tutta la ricerca dei bambini si basa sul concetto di tempo: cosa vuole ottenere la scuola con questi orari rigidi, con queste ripetizioni delle attività, con il non poter sgarrare da quanto stabilito? Peter si convince che stanno cercando di manipolare il tempo annullando le differenze tra tempo lineare e circolare e con Katarina iniziano ad indagare alla scoperta del “piano” nascosto. All’inizio sembra il delirio di due bambini malati ma poi la trama inizia a essere sempre più logica e, come in un classico thriller, si arriva alla soluzione del piano e a capire che questa scuola stava sperimentando su di loro una teoria per l’integrazione dei bambini “difficili”. Ma forse dietro al piano c’è qualcosa di ulteriore che sfugge alla stessa volontà dei docenti e burocrati che hanno approvato e fortemente voluto questo esperimento
Non è solo un thriller con teorie di fisica molto affascinanti (il tempo e la sua percezione sono analizzati non solo con gi occhi del bambino, ma anche attraverso il pensiero di studiosi e scienziati), ma è soprattutto la storia di questi bambini “quasi adatti” che non riescono a farsi capire dagli adulti che vogliono solo istituzionalizzarli per integrarli perfettamente con la massa. Nessun adulto sembra voler comprendere i drammi e accettare anche la diversità di questi bambini: pur in buona fede, pensano che l’unica soluzione per loro sia di farli diventare “normali” e, nei casi più gravi, rinchiuderli perché non siano di danno a se stessi e alla società.
E’ un bel libro per riflettere e per vedere la diversità non come qualcosa di mostruoso da debellare, ma come un diverso modo di essere che deve essere “corretto” se aggressivo o autolesionistico ma non fatto sparire in quello che la scuola definiva “darwinismo occulto”.

 

"L'amore ai tempi del colera", Garcia Marquez Gabriel. Mondadori, 1985.

coleraUn amore romantico e infinito, capace di pazientare, con fede incrollabile, per "cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese". Tanto deve infatti aspettare Florentino Aziza, poeta e proprietario della Compagnia Fluviale del Caribe, prima di poter finalmente vedere realizzato il suo sogno con Fermina Daza, la più bella ragazza della Colombia. La cronaca di una lunga e fiduciosa attesa, di un desiderio che non si sopisce ma viene accresciuto dagli anni, superando tutti gli ostacoli. Una storia d'amore e di speranza con la quale, per una volta, Márquez abbandona la sua abituale inquietudine e il suo impegno di denuncia sociale, per raccontare un'affascinante epopea di passione e di ottimismo. Un romanzo atipico e splendido da cui emergono il gusto intenso per una narrazione corposa e fiabesca, le colorate descrizioni dell'assolato Caribe e della sua gente.

«Era inevitabile: l'odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d'urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d'oro.

Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.

Ma era lì. Voleva trovare la verità, e la cercava con un'ansia appena paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.»

 

"Seta", Baricco Alessandro, Rizzoli, 1996.

setaLavilledieu, Francia meridionale. Anno 1861. Hervé Joncour è un allevatore di bachi da seta, ma quando l'epidemia attacca prima gli allevamenti europei, poi quelli del vicino Oriente, si spinge fino in Giappone per procurarsene di contrabbando. E in quella terra ai confini del mondo incontra una fanciulla bellissima e misteriosa che segna la sua vita. Da quel momento, lasciando a casa la moglie Helen, si sobbarcherà viaggi estenuanti e pericolosi per seguire un sogno impossibile che si concluderà tristemente sulle rive di un lago.

"Questo non è un romanzo. E neppure un racconto. Questa è una storia. Si potrebbe dire che è una storia d'amore. Ma se fosse soltanto quello, non sarebbe valsa la pena di raccontarla. Ci sono di mezzo dei desideri, e dei dolori, che sai benissimo cosa sono, ma un nome vero, per dirli, non ce l'hai. E comunque non è amore. (Questa è una cosa antica. Quando non hai un nome per dire le cose, allora usi delle storie. Funziona così. Da secoli.) Tutte le storie hanno una loro musica. Questa ha una musica bianca. E' importante dirlo perché la musica bianca è una musica strana, a volte ti sconcerta: si suona piano, e si balla adagio. Quando la suonano bene è come sentir suonare il silenzio, e quelli che la ballano da Dio li guardi e sembrano immobili. E' una cosa maledettamente difficile, la musica bianca. Molto altro da aggiungere non c'è. Forse è meglio chiarire che si tratta di una storia ottocentesca: giusto perché nessuno si aspetti aerei, lavatrici e psicanalisti. Non ci sono. Magari un'altra volta.” Alessandro Baricco.

Alessandro Baricco è uno degli autori più venduti e più discussi dei nostri giorni. Molti sono i suoi ammiratori e molti i suoi detrattori, e oltre ai libri, il fenomeno legato a questo scrittore ha creato un grosso interesse che è sfociato, di recente, nel film Seta, ispirato al suo omonimo romanzo.

 

 

Storie di fantasia e di fantascienza”, G. H. Wells, Mursia, 2002. da wellscui è tratto: Il villaggio dei ciechi; «Io credo che molti racconti di H.G. Wells, così fantastici, possano essere interpretati come metafore di certe realtà neurologiche e psicologiche», dice Oliver Sacks che riconosce ne Il paese dei ciechi  uno dei suoi racconti preferiti. Vi si narra di un viaggiatore che giunge accidentalmente in una valle isolata delle Ande e rimane colpito nel vedere le case intonacate con vari colori in modo stravagante e irregolare. Chi le ha fatte così, egli pensa, doveva essere cieco come una talpa; e ben presto scopre che è proprio così, e che in effetti quella in cui si è imbattuto è un'intera società di ciechi. Il viaggiatore scopre che la loro cecità è dovuta a una malattia contratta trecento anni prima, e che con il passare del tempo il concetto stesso di vista è andato svanendo da questa cultura: "Erano ciechi da quattordici generazioni, completamente segregati dal mondo dei vedenti, e il nome di ogni cosa attinente alla vista si era confuso o aveva cambiato senso... Buona parte della loro immaginazione si era disseccata come i loro occhi, ed essi si erano procurate nuove immagini con l'acuita sensibilità delle loro orecchie e dei loro polpastrelli".

Sulle prime il viaggiatore di Wells, Nunes, è sprezzante verso i ciechi, che considera invalidi da compatire; ben presto, però, la situazione si rovescia ed egli scopre che sono loro a vedere lui come un demente, soggetto alle allucinazioni prodotte da quegli organi mobili, irritabili, che ha sulla faccia (organi che nei ciechi sono atrofizzati e concepibili solo come fonte di disturbo e di illusioni). Quando si innamora di una giovane abitante della valle e desidera fermarvisi e sposarla, gli anziani, dopo aver molto riflettuto, acconsentono - purché egli accetti di farsi strappare quegli organi irritabili, i suoi occhi. «Quarant'anni dopo avere letto questa storia per la prima volta, mi imbattei in un altro libro, scritto da Nora Ellen Groce, sulla sordità nell'isola di Martha's Vineyard. Sembra che un capitano di mare e suo fratello, originari del Kent, vi si fossero stabiliti negli anni Novanta del diciassettesimo secolo; entrambi avevano un udito normale, ma erano portatori di un gene recessivo per la sordità. Con il passare del tempo, con l'isolamento di Vineyard, e con i matrimoni fra consanguinei all'interno della comunità chiusa, la maggior parte dei loro discendenti finì per essere portatrice di tale gene; a metà del diciannovesimo secolo, in alcuni villaggi dell'interno, un quarto o più degli abitanti nasceva completamente sordo. In questa comunità gli udenti non furono tanto discriminati, ma piuttosto assimilati: in questa cultura visiva, tutti -sordi o no- avevano imparato a usare il linguaggio dei segni (per molti versi migliore di quello parlato: ad esempio per comunicare a distanza, fra un peschereccio e l'altro, o magari per spettegolare in chiesa). Gli abitanti di Vineyard chiacchieravano, insegnavano e discutevano con il linguaggio dei segni - lo usavano perfino per pensare e sognare. Martha's Vineyard era un autentico paese dei sordi. Alexander Graham Bell, che la visitò negli anni Settanta del secolo scorso, si chiese se essa non ospitasse un'intera "varietà sorda della razza umana", capace poi di diffondersi in tutto il mondo.»

Questo racconto di Wells è dunque la storia di Nunes che accidentalmente capita in una sperduta valle delle Ande dove un popolo, forse a causa di una mutazione genetica, ha da almeno una quindicina di generazioni perduto la vista. Inizialmente crede di poter sfruttare il deficit degli abitanti a suo vantaggio ma essi lo prendono per un demente quando comincia a parlargli degli uccelli o del cielo. Quando capisce che le sue parole non hanno effetto e non viene creduto, comincia a farsi prendere dalla rabbia e diventa violento. Egli crede di poterli sopraffare tranquillamente ma essi hanno un udito molto sviluppato e lo accerchiano velocemente. Tenta di fuggire ma senza attrezzatura e viveri non sopravviverebbe. Rientra quindi al villaggio e umilmente diverrà il loro schiavo sempre compatito per la sua stranezza. Quando si innamora di una ragazza il consiglio decide che per guarirlo e per consentire al matrimonio dovranno essergli asportate le strane protuberanze che ha sotto la fronte e sopra il naso. Egli, combattuto tra l'amore e la perdita della vista comincia ad allontanarsi e il racconto finisce mentre si sta arrampicando sulle montagne che circondano la valle.«Quando Nunez annuncia il desiderio di sposare il suo amore così “misteriosamente affascinato”, il re e il villaggio si oppongono. “Ascolta, mia cara”, le spiega il padre, “quest’uomo è un idiota. Soffre di qualche fissazione. Non riesce a far nulla per bene.” Portano Nunez dal dottore del villaggio.Dopo un’attenta visita, il dottore emette il responso: “Il suo cervello è malato”, sentenzia.“Qual è la causa?” chiede il padre. “Quelle strane cose chiamate occhi ... sono malate ... a tal punto da colpire il cervello.”Il dottore prosegue: “Credo di poter dire con ragionevole certezza che, per poterlo guarire completamente, basta una operazione chirurgica semplice e tranquilla - ovvero, rimuovere quei corpi irritanti [gli occhi]”.“Ringraziamo il cielo per la scienza!” dice il padre al dottore. Nunez viene così informato della condizione necessaria perché gli sia concesso di sposarsi.» 

Questo racconto è un forte stimolo a provare di indossare i panni dell'altro, del diverso, per cambiare prospettiva e punto di vista
(
visitate: http://www.tes.mi.it/sir2itastoriaweb/immaginari/punti/inizio_punti.htm ) 

 

I viaggi di Gulliver”, J. Swift, Garzanti ed. 22 del 2003.

i_viaggi_di_gulliverIl testo di Swift, è una satira delle follie umane, una critica in particolare della razionalità apparente del modello occidentale, attraverso il ribaltamento di prospettive e di dimensioni, in un progressivo straniamento culturale ed esistenziale. La satira politico-filosofica si alleggerisce e si rafforza al contempo attraverso l'invenzione fantastica. Certamente il testo nasce come una dura e amara irrisione della condizione umana in generale e dei sistemi politico-sociali dell'Europa del tempo e dell'Inghilterra in partico-lare; ma 'I Viaggi' sono anche una scanzonatissima e divertentissima successione di invenzioni brillanti, a volte comiche a volte stranianti. E' soprattutto questo aspetto che più ha contribuito alla diffusione e alla notorietà dell'opera, nonché alle numerose riduzioni per l'infanzia. E, da queste, alle trasposizione per il cinema e per i cartoni animati. Sono le immagini che per prime ci vengono alla mente quando pronunziamo i nomi Gulliver o Lilliput. Purtroppo ognuna di queste trasposizioni ha operato dei tagli drastici sulla storia originale, limitando le peregrinazioni di Lemuel Gulliver solamente ad alcuni dei mondi descritti nei viaggi. I viaggi di Gulliver (Gulliver's Travels, 1726, ed. riveduta nel 1735) è dunque un romanzo che coniuga fantasia e satira. Scrivendo sotto il nome di Dr. Lemuel Gulliver, Swift faceva il resoconto di alcuni viaggi presso strani popoli, imitando (e parodiando) lo stile del resoconto di viaggi avventurosi che era comune in quel periodo. Il libro fu pubblicato pochi anni dopo lo straordinario successo del Robinson Crusoe di Daniel Defoe e ottenne popolarità come libro destinato ai bambini. In realtà il libro è una feroce critica alla società del tempo: ognuno dei viaggi diventa il pretesto per irridere, di volta in volta, il sistema giudiziario, i meccanismi del potere, la politica bellicista eccetera. Parte I - Lilliput: Il libro si apre con un breve preambolo nel quale Gulliver si presenta, come d'uso nei libri dell'epoca, e fornisce un breve sunto della sua vita e degli avvenimenti precedenti ai suoi viaggi. Sappiamo dunque che si tratta di una persona di mezza età, di classe borghese, versato nella medicina e nella conoscenza delle lingue, con una grande passione per i viaggi, il che capita decisamente a proposito.m Il primo viaggio viene intrapreso dal protagonista poiché egli non riesce a supportare la sua famiglia con la sua carriera di medico e dunque decide di imbarcarsi su una nave come chirurgo di bordo. Salpato da Bristol il 4 Maggio 1699, naufraga su una terra sconosciuta, dopo 6 mesi di navigazione, a causa di una tempesta. Al suo risveglio si trova prigioniero di una razza di uomini alti 6 pollici (circa 15 centimetri) , abitanti le isole vicine di Lilliput e Blefuscu (che l'analisi critica identifica, rispettivamente, come allegorie dell'Inghil-terra e della Francia del tempo), divise sino al fratricidio da un'annosa e irresolubile controversia sul modo più corretto di rompere le uova, se dalla parte più grossa o da quella più piccola (simbolo delle dispute religiose tra cattolici e anglicani). Dopo aver dimostrato la propria disposizione pacifica e giurato fedeltà all'Imperatore, a Gulliver vengono offerti alloggio e sostentamento e viene accolto a Corte. Le sue osservazioni sulla corte di Lilliput (modellata su quella di Giorgio I) mettono in ridicolo le lotte tra le varie fazioni, rappresentate dalla rivalità tra 'tacchi alti' e 'tacchi bassi' (i partiti Whig e Tory), gli intrighi di corte, i metodi con cui viene conquistato il potere e la fiducia del sovrano, insistendo sulla corruzione dei tempi presenti rispetto a un luminoso passato. Pur avendo aiutato i Lillipuziani a sconfiggere Blefuscu trascinando in porto l'intera flotta nemica, Gulliver rifiuta di aiutarli a ridurre in schiavitù il popolo vicino. Questo episodio palesa l'ingratitudine dei sovrani e particolarmente dell'Imperatrice, sua nemica giurata dal momento in cui Gulliver ha salvato il Palazzo da un incendio con la propria urina. Lo scatenarsi di congiure di palazzo (nelle quali si continuano a ritrovare paralleli con la storia personale di Swift) fa sì che Gulliver venga dichiarato un traditore e condannato all'accecamento, che nelle intenzioni dei suoi rivali dovrà essere seguito da una lenta agonia per fame. Avvertito da un cortigiano fedele, Gulliver anticipa una visita presso i sovrani di Blefuscu per sfuggire alla sentenza prima che venga ufficialmente annunciata. Mentre la notizia giunge a Blefuscu, la fortuna vuole che una scialuppa di dimensioni adatte a Gulliver arrivi sulle coste dell'isola e gli consenta di fare ritorno a casa. Parte II - Brobdingnag: Tornato in mare, nel corso dell'esplorazione di un Paese sconosciuto Gulliver viene abbandonato dai suoi compagni e ritrovato da un contadino alto circa 22 m (la scala di Lilliput è 1:12, quella di Brobdingnag è simmetrica, 12:1). Questi lo esibisce a pagamento come attrazione da circo, finché non viene notato dalla Regina che lo chiama al suo servizio come divertimento di Corte. Tra varie avventure (tra cui la lotta con vespe giganti e una gita sui tetti in mano a una scimmia dispettosa) Gulliver discute con il Re dello stato delle cose e dei governi in Europa, non riuscendo però a suscitare una buona impressione. Il re comunque, accentua il carattere crudele degli uomini della terra di Gulliver che si ostinano a uccidere uomini e a fare guerre per motivi "futili". Nel corso di un viaggio al mare, la sua 'scatola da viaggio' viene ghermita da un'aquila gigante e quindi abbandonata in mare. Gulliver viene quindi salvato da una nave di passaggio e ritorna per la seconda volta in Inghilterra. Parte III - Laputa: L'inquietudine lo spinge a partire di nuovo e finisce nell'isola di Laputa, una terra volante che fluttua nell'aria salvo schiantarsi sulla terra per distruggere i focolai di rivolta che si verificano sulla terraferma. Gulliver visita anche l'accademia di Lagado i cui scienziati gli mostrano orgogliosamente le proprie opere astruse. In questa terza parte è chiara l'allegoria satirica che lega gli scienziati di Laputa a quelli della Royal Society. Parte IV - Gli Houyhnhnms: L'ultimo viaggio porta Gulliver nel mondo dei cavalli razionali, esseri saggi che hanno sviluppato un sofisticato metodo di comunicazione ma non conoscono il significato di parole come "vero" e "falso", non concepiscono il concetto di guerra e di violenza. Unico difetto delle loro terre è la presenza di esseri brutali che camminano su due gambe invece che su quattro: gli Yahoos, del tutto simili agli esseri umani. Gulliver prova vergogna verso il genere umano vedendo quegli individui abbandonati a se stessi e, riconoscendo la superiorità degli Houyhnhnms, desidera vivere con loro per apprendere ciò che conoscono, ma il Concilio Supremo degli Houyhnhnms lo rifiuta, poiché trova inammissibile che un individuo simile agli Yahoos venga a vivere con loro, e lo bandisce. Così Gulliver si costruisce una barca per potere tornare in Inghilterra e, una volta tornato a casa, seppur felice di reincontrare sua moglie e i suoi figli, non riesce a sopportare l'odore della razza umana e va a vivere nella sua stalla. La storia porta il protagonista a navigare e a naufragare su isole e continenti popolati da esseri diversi, con culture, abitudini, ordinamenti particolari ed assoluti. A Lilliput, un mondo in miniatura, gli abitanti sono alti la dodicesima parte di noi: uomini meticolosi, un po' cerebrali e ottusi. A Brobdingnag si troviamo invece alle prese con un mondo gigantesco, popolato da uomini che sono dodici volte più grandi di noi; qui già ci troviamo in una dimensione morale più alta, e più semplice. Dopo un altro naufragio Gulliver  visita una specie di arcipelago, con un'isola volante che controlla un intero continente: ognuna di queste isole affronta diversi gradi di follia, dall'Accademia di inventori e scienziati alle prese con i più assurdi esperimenti, all'isola dei vecchi annoiatissimi immortali. Infine Gulliver arriva nel paese dei cavalli saggi, gli Houyhnhnms, che vivono di virtù e di astrazione, allevando gli Yahoo, caricatura grottesca degli uomini.Normalmente nelle versioni per l'infanzia e nelle trasposizioni per lo schermo vengono presi in considerazione soltanto i primi due viaggi, a Lilliput e Brobdingnag. Credo invece sia altrettanto importante la seconda metà della storia, anzi essenziale dal punto di vista dell'equilibrio compositivo e del ragionamento filosofico. Penso che sia di grande attualità la riflessione che Swift ci spinge a fare nel capitolo in cui incontra il popolo degli immortali a cui vi rimando con fervore.

 

"Il gabbiano Jonathan Livingston", Richard Bach, Rizzoli, 1977.
gabbiano-jonathan-livingstonIl gabbiano Jonathan Livingston non è un gabbiano come tutti gli altri. E’ un gabbiano che scopre la bellezza di librarsi nel cielo, che cerca la perfezione nel volo perché crede che il volo stesso abbia una sua insita bellezza. Non vuole più seguire la massa, rifiuta la vita dello stormo, non vuole volare solo alla ricerca di cibo, ma aspira ad un ideale diverso, ad un ideale di libertà, di spazi e cieli azzurri, di calore e luce, di soffio di vento e mare spumeggiante. Dal racconto emerge il desiderio di lottare e di distinguersi, di ottenere quello in cui crede anche a costo di non essere compreso dalla propria famiglia e dai propri simili, di essere etichettato come scomodo e ribelle. Atteggiamenti che potrebbero essere quelli di un uomo anticonformista, un uomo che cerca di raggiungere i propri traguardi, la propria forma di successo anche quando non rappresenta quanto la società si attende da lui. Diventa così il simbolo di chi ha il coraggio di seguire la propria legge interiore e non si lascia influenzare dai pregiudizi degli altri. E’ una metafora che riflette la condizione umana troppo spesso costretta in schemi e ruoli ingessati che non lascia spazio alla fantasia, alle aspirazioni e ai sogni.

Bach, che oltre ad essere scrittore è anche pilota, riesce ad affascinare con una storia semplice dal clima narrativo insolito e a trasmettere emozioni e desiderio di avventura. E’ forse un monito, un invito a non perdersi d’animo, a seguire la propria natura e a non smettere mai di osare.

“Al vero Gabbiano Jonathan che vive nel profondo di noi tutti”

 

 

"Illusioni Le avventure di un Messia riluttante", Richard Bach, Rizzoli, 1989.
illusioniUn uomo apparentemente del tutto simile agli altri uomini compie “miracoli”. Chi è Donald Shimoda? È un nuovo Messia? È Siddharta o un Gesù?… A poco a poco, Richard Bach si rende conto di aver incontrato una creatura misteriosa, un uomo che può compiere straordinari “miracoli”… Ma … C’è un “ma” anche per i Messia e la conclusione della storia è tragica e patetica quanto inaspettata e sorprendente.
Un libro stupefacente sulla realtà e le apparenze della realtà, un libro che può influenzare la nostra vita.

Richard Bach , scrittore e pilota di aerei, è l'autore di molti libri (tutti da leggere!) che sono rapidamente diventati dei bestseller fra cui Le ali del tempo, Nessun luogo è lontano, Niente per Caso e Un Ponte sull'Eternità.
Richard Bach vive fuori di Seattle, Washington ed è ancora pilota del suo piccolo aereo sul quale sale ogni volta che ne ha la possibilità.

 

"Le vostre zone erronee Guida all'indipendenza dello spirito", Wayne W. Dyer, Rizzoli, 1980. 

zone_erroneeLeggendo questo libro si fa un'esperienza unica e decisiva. S'impara a... Rispondere a se stessi.
Sapere qual è il primo (e vero) amore. Liberarsi del passato. Non aver bisogno dell'altrui approvazione. Eliminare le emozioni inutili. Non essere schiavi delle convezioni e dei rispetti umani (negativi). Smettere oggi di rimandare a domani. Conquistare l'indipendenza di giudizio e di comportamento. Non lasciarsi andare ai cattivi umori... Insomma si impara, una volta per sempre, a eliminare tutte le "zone erronee" che turbano la nostra esistenza.

I suoi libri, come quelli di Bach possono cambiarti la vita... per cui sono tutti consigliati e in primis:

La Saggezza del Tao Come cambiare il modo di pensare per vivere meglio, Te stesso al cento per cento La semplice filosofia d'essere sempre nel tuo momento migliore, Prendi la vita nelle tue mani, Il Potere dell'Intenzione e Il Tuo Sacro Io. 

Nei primi testi come "Le vostre zone erronee", che l’ha reso celebre, Wayne Dyer ha puntato l'attenzione sul potenziale insito in ogni essere umano insegnando in modo chiaro e semplice, come diventare veramente padroni di se stessi e come sfuggire al ruolo di vittima che sempre qualcuno ci vuole imporre. Wayne Dyer afferma che il cambiamento può iniziare fin da subito e che è possibile sprigionare tutte le energie, i talenti, i desideri che risiedono in noi e che normalmente non siamo consci di possedere. Dyer ci invita a coltivare due atteggiamenti fondamentali per poter crescere ed evolvere: abbandonare le vecchie convinzioni e bandire il dubbio.

La produzione letteraria successiva cerca di avvicinare i lettori ad alcune dimensioni ritenute patrimonio di pochi, accompagnandoli in un viaggio in cui lo spirito trionfa sull'ego, aiutandoli a penetrare ulteriormente nella loro dimensione intima, vero ricettacolo del mistero umano.
Tra i suoi numerosi libri ricordiamo: “Te stesso al cento per cento”, “Prendi la vita nelle tue mani”, “Credere per vedere”, “Come fare i miracoli nella vita di tutti i giorni”, “La saggezza dei tempi”, “Le verità eterne nella vita di ogni giorno” e “Il tuo sacro io”.

L'Autore invita ad una crescita spirituale, conscio che questo ampliamento di coscienza personale e collettivo non potrà che portare benefici nella vita di tutti i giorni. Wayne W. Dyer - Psicoterapeuta, è autore di libri di grande successo. Tiene affollatissime conferenze negli Stati Uniti e partecipa regolarmente alle più seguite trasmissioni radiotelevisive delle principali reti americane. Vive con la famiglia in Florida.

 

"... e venne chiamata due cuori", Marlo Morgan, Sonzogno Editore, 1994.due_cuori

E venne chiamata Due Cuori è il "viaggio" di una studiosa americana con gli aborigeni nel deserto australiano.

Un giorno Marlo Morgan, una studiosa statunitense in Australia per lavoro, accettò l'invito di una tribù di aborigeni a ritirare un premio. Dopo aver speso un sacco di soldi in vestito e albergo per presentarsi al ritiro del premio, con una jeep venne portata nel deserto australiano dove alcune donne aborigene le chiesero di togliersi vestiti e oggetti preziosi occidentali. Dandole un panno per coprirsi, davanti ai suoi occhi increduli ed esterrefatti bruciarono tutto ciò che l'americana aveva addosso.

Impossibilitata a tornare nella "civiltà" la donna inizia il "viaggio" nell'Outback australiano con la tribù aborigena che durante quattro lunghi e faticosi mesi percorrerà oltre 2000 Km a piedi nudi. Comincia così a conoscere la vita della Vera Gente, questo é il nome del popolo aborigeno. Incontra una cultura realmente collegata alla Vita e alla Terra dove l'individuo diventa un tutt'uno con la Natura e con il Cosmo.

La Morgan si accorge così che il premio offertole dalla tribù della Vera Gente é un dono impagabile e pieno di significato per la sua vita e per il futuro della razza umana. Per la prima volta una Mutante, (così vengono chiamati i bianchi perché si sono allontanati dalle leggi della Natura), viene portata nei luoghi sacri degli aborigeni australiani dove le viene detto che gli aborigeni hanno deciso di auto estinguersi perché il loro tempo su questo pianeta é finito e i loro figli non possono avere un futuro.

Il suo nome presso la tribù diventa "Due Cuori" perché il suo cuore batte per i due mondi, quello dei Mutanti e per il popolo della Vera Gente e impara non solo a sopravvivere ma a conoscere le meraviglie della natura anche in un deserto che pare senza vita. Scopre che il Tutto si preoccupa di non far mancare il cibo ai suoi figli ma che loro si devono preoccupare di cercarlo. Impara a sentire, con l'energia delle mani, quando le piante sono pronte per essere mangiate, impara a cercare l'acqua con l'istinto e l'olfatto e a curare i malati con la medicina tradizionale aborigena. Scopre che la Vera Gente non festeggia i compleanni o le ricorrenze ma solo i momenti di crescita annunciandoli alla comunità.
Cigno Reale Nero, così si chiama il compagno spirituale che era destinata ad incontrare, le dà l'iniziazione e il compito di portare tra il popolo dei Mutanti il messaggio di rispetto per il futuro del Pianeta e per gli Umani.
Il libro, romanzato ma reale é semplicemente l'esperienza vissuta in prima persona dall'autrice, un'esperienza ricca di amore verso la vita e la natura che ci circonda, un romanzo che ci arricchisce.

trama 2

Questo romanzo di Marlo Morgan è il racconto di una donna, un medico americano, che vola in Australia a seguito di un invito per il quale è convinta di dover ricevere un premio e invece comincia, inconsapevole, un lungo viaggio verso la verità. La "trappola", a spese della scrittrice stessa che è la protagonista di questa avventura al limite della realtà, è stata ordita da una tribù di aborigeni australiani che ritiene che un messaggio importante debba essere trasmesso ai "Mutanti", cioè a coloro che, come la Morgan, sono gli abitanti del mondo civilizzato. Tale messaggio e' inquietante: il mondo si è avviato verso l'autodistruzione.

In questo viaggio nell'Outback australiano la Morgan viene spogliata di tutto ciò che la lega alla società civile e spinta ad attraversare il deserto potendo contare solo sulle proprie forze e sugli insegnamenti dei membri della tribù aborigena suoi compagni di viaggio. L'attraversamento di una terra ostile, l'esperienza della fame, della sete e del dolore fisico porteranno la Morgan a riconquistare i doni che la nostra Madre Terra ci ha fatto e che ogni giorno della nostra vita continua a farci. Dal cibo e l'acqua che Essa sa rendere disponibili a chi sa pazientare e ringraziare, fino alla forza del pensiero capacita' oramai dimenticata dalla nostra "civiltà". Quello fatto dalla Morgan e' sì un viaggio fisico, attraverso il deserto infuocato dell'entroterra Australiano, ma e' anche e soprattutto un viaggio spirituale che la porta lontano dalla civiltà, la purifica da tutte le influenze ed i condizionamenti, e le permette di riavvicinarsi a Dio. E' così che l'autrice riesce a vedere chiaramente oltre ciò che noi tutti siamo abituati a guardare, a capire la sostanza del messaggio trasmessole dagli aborigeni ed a vedere anche oltre la vita.

Marlo Morgan ha scritto un bel libro, scorrevole, semplice, lo ha costruito così da renderlo di facile lettura e facile comprensione. In quel viaggio nell'Outback, lei è stata scelta tra i Mutanti per conoscere e portare agli altri, a noi tutti, un messaggio importante e con questo libro la Morgan vuole farlo nella maniera più leggera ed efficace. La storia è bella, ben narrata ed offre molti spunti di riflessione che ci spingono a mettere sotto esame la nostra società contemporanea e il nostro modo di vivere.

"... e venne chiamata due cuori" è un libro che contiene molte cose che ci fanno pensare. Riesce a dirci cose semplici che però sono al tempo stesso profonde e per le quali forse la maggior parte di noi ha dimenticato il vero significato. Cito un passo per tutti: "Secondo la tribù, un dono è tale solo quando si tratta di qualcosa che il ricevente desidera. Non lo è più quando è il donatore a scegliere ciò che vuole regalare. Un dono, infatti, dev'essere offerto senza condizioni e chi lo riceve ha diritto di farne ciò che vuole: può usarlo, distruggerlo, cederlo, e così via. È soltanto suo e il donatore non si aspetta nulla in cambio."

"... e venne chiamata due cuori" nella sua semplicità, è un libro che può aiutarci ad affrontare certi momenti della nostra vita. In particolare io vi consiglio di regalarlo per dare sollievo a chi abbia da poco perso una persona cara o per aiutare coloro che seriamente si chiedono cosa facciamo qui dove siamo ora.

Questo romanzo di Marlo Morgan è inoltre un libro da conservare con cura così da poterlo rileggere più in là nel tempo, quando saremo un passo più avanti nel nostro viaggio e forse torneremo a porci le stesse fondamentali domande.


L'incipit:
Qualche avvisaglia avrebbe dovuto esserci, ma io non ne colsi alcuna. Gli eventi erano già in moto; il gruppo di predatori sedeva, a chilometri e chilometri di distanza, in attesa della vittima. Il bagaglio che avevo appena disfatto l'indomani sarebbe stato etichettato come "non reclamato" e avrebbe atteso in deposito, mese dopo mese. Stavo per diventare uno dei tanti americani che scompaiono in un paese straniero.

Una citazione:

"Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare e la saggezza di distinguere tra le une e le altre." [preghiera degli Aborigeni Australiani].

Marlo Morgan Di origine americana, trasferitasi temporaneamente in Australia, si trova a vivere un'esperienza straordinaria: un lungo viaggio tra gli aborigeni alla scoperta di un territorio selvaggio e incontaminato. Rientrata in America, decide di narrare la sua storia pubblicandola poi a proprie spese. Nasce così E venne chiamata due cuori, libro che avrà un successo enorme e inaspettato, pubblicato in 17 edizioni straniere.



"L' alchimista", Coelho Paulo, Bompiani, 1995.

alchimistaI delicati acquerelli di Moebius si accompagnano al clima spirituale e magico del romanzo di Coelho. Protagonista di questa storia di iniziazione è Santiago, giovane pastorello andaluso, che intraprende un viaggio avventuroso, insieme reale e simbolico, che lo porterà a incontrare il vecchio Alchimista e grazie a lui, a salire tutti i gradini della scala sapienziale nel processo di conoscenza di sé e del mondo. "Ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose".
Impara ad ascoltare il tuo cuore: è l’insegnamento che scaturisce da questa favola spirituale e magica. Alle frontiere tra il racconto da mille e una notte e l’apologo sapienziale, L’Alchimista è la storia di una iniziazione. Ne è protagonista Santiago, un giovane pastorello andaluso il quale, alla ricerca di un tesoro sognato, intraprende quel viaggio avventuroso, insieme reale e simbolico, che al di là dello Stretto di Gibilterra e attraverso tutto il deserto nordafricano lo porterà fino all’Egitto delle Piramidi. E sarà proprio durante il viaggio che il giovane, grazie all’incontro con il vecchio Alchimista, salirà tutti i gradini della scala sapienziale: nella sua progressione sulla sabbia del deserto e, insieme, nella conoscenza di sé, scoprirà l’Anima del Mondo, l’Amore e il Linguaggio Universale, imparerà a parlare al sole e al vento e infine compirà la sua Leggenda Personale. Il miraggio, qui, non è più solo la mitica Pietra Filosofale dell’Alchimia, ma il raggiungimento di una concordanza totale con il mondo, grazie alla comprensione di quei “segni”, di quei segreti che è possibile captare solo riscoprendo un Linguaggio Universale fatto di coraggio, di fiducia e di saggezza che da tempo gli uomini hanno dimenticato.

 

"Respiro per l'anima Libera la farfalla di luce che danza dentro di te con Trasformational Breath", Mancini Manuela, Anima Edizioni, 2008.

2570229Il testo spazierà da che cos'è il Respiro Trasformativo al perché praticarlo...
Transformational Breath (Respiro Trasformativo) è una potente tecnica di autoguarigione, autopotenziamento e autotrasformazione che si serve di un particolare modello di respiro per stimolare i processi naturali di recupero del corpo e della mente, ottenendo come risultati cambiamenti nel fisico, nella consapevolezza, nell'energia e nella qualità delle nostre esperienze.
Grazie al Respiro Circolare Connesso di TB (si respira dalla bocca senza pause tra inspirazione ed espirazione) gli schemi energetici ristagnanti, sia consci sia inconsci, vengono trasformati in modo permanente. Transformational Breath è stato creato 26 anni fa da Judith Kravitz, una terapeuta americana che grazie a questa tecnica si è autoguarita da un cancro alla gola.

LO CONSIGLIO PERCHE':
Il Respiro è prana, energia vitale, gioia, soffio dello Spirito.
Transformation al Breath è una tecnica olistica di Respiro Consapevole, nel senso che lavora a tre livelli:
Corpo fisico , permette di aprire il sistema respiratorio (che mediamente usiamo al 15% delle nostre possibilità) donandoci maggiore energia vitale, aumenta le endorfine nel sangue e quindi ci riconnette con la nostra gioia innata, fornisce più ossigeno alle cellule e ci purifica dalle tossine fisiche ed emozionali (il 75% delle nostre tossine viene lasciato andare grazie al respiro).
Emozioni e mente inconscia : ripulisce e trasforma le memorie cellulari della mente inconscia, permettendoci di integrare le emozioni scomode per farci ritrovare entusiasmo, pace e centratura. Spiritualità: nella sessione ci connettiamo a stati più elevati di consapevolezza, detti estatici, in cui rafforziamo il legame con la nostra Anima o Sé superiore e scopriamo chi siamo veramente e la nostra missione sulla terra.
ARGOMENTO:
Transformational Breath ® (Respiro Trasformativo) è una potente tecnica di autoguarigione, autopotenziamento e autotrasformazione che si serve di un particolare modello di respiro per stimolare i processi naturali di recupero del corpo e della mente, ottenendo come risultati cambiamenti nel fisico, nella consapevolezza, nell'energia e nella qualità delle nostre esperienze. Grazie al Respiro Circolare Connesso di TB (si respira dalla bocca senza pause tra inspirazione ed espirazione) gli schemi energetici ristagnanti, sia consci che inconsci, vengono trasformati in modo permanente. Transformational Breath è stato creato 26 anni fa da Judith Kravitz, una terapeuta americana che grazie a questa tecnica si è autoguarita da un cancro alla gola.
Il testo spazia da che cos'è il Respiro Trasformativo e perché praticarlo, fino ai vari modelli di respiro e il loro collegamento con le credenze limitanti (il modo in cui respiriamo ci racconta chi siamo, cosa pensiamo e sentiamo) e ai vari strumenti che compongono una sessione completa di Tb. A corredo, un Cd per fare autonomamente i 100 respiri della Gioia, un pocket coffee di energia e vitalità che possiamo regalarci ogni giorno.

IL RESPIRO trasformativo - Il Respiro incrementa l’energia e sostiene le naturali capacità di guarigione del corpo. Fino al 75% delle nostre tossine viene eliminato attraverso il Respiro. Il Respiro attiva tutti i processi energetici vitali, consci e inconsci. Transformational Breath® (Respiro Trasformativo) è una potente tecnica di autoguarigione, autopotenziamento e autotrasformazione, che si serve di un particolare modello di respiro per stimolare i processi naturali di recupero del corpo e della mente, ottenendo come risultati cambiamenti nel fisico, nella consapevolezza, nell’energia e nella qualità delle nostre esperienze. Grazie al Respiro Circolare Connesso di TB (si respira dalla bocca senza pause tra inspirazione ed espirazione) gli schemi energetici ristagnanti, sia consci che inconsci, vengono trasformati in modo permanente. Transformational Breath è stato creato 26 anni fa da Judith Krawitz, una terapeuta americana che grazie a questa tecnica si è autoguarita da un cancro alla gola. Transformational Breath, infatti, apre gli schemi ristretti di respiro, pulisce il subconscio e ci connette pienamente con il nostro Essere, aprendo il respiro nella pancia, nel plesso solare, nel petto, come un’onda fluida e gentile. E così spalanca anche la nostra Vita. PROGRAMMA DEI CORSI di Transformational Breath®” - I benefici del Respiro - Simbologia del Respiro - Lettura e analisi del Respiro - Modelli di respiro e credenze limitanti - Gli strumenti di Transformational Breath - I 3 livelli di TB - Respiro tra mente, corpo ed emozioni - Il potere dell’intenzione - Comunicare nella Verità - Respiro aperto, connesso e attivato - Come fa il Respiro a fare tutto questo? - La danza dei 5 elementi - Voce ed energia - Quattro sessioni di respiro di gruppo - Condivisioni OBIETTIVI Imparerai a: - aumentare la tua energia grazie al Respiro - riscoprire la gioia dentro di te - respirare in modo più aperto, fluido, rilassato - conoscere i tuoi schemi di respiro e le tue credenze limitanti e trasformarli - usare il Respiro per centrarti, concentrarti, canalizzare le emozioni scomode (rabbia, paura, ansia, frustrazione) e focalizzare i tuoi obiettivi - sentirti in sintonia con gli altri, con la Vita e con te stesso I RISULTATI Dopo questo corso scoprirai di avere: - più creatività, centratura, autostima, vitalità, energia, serenità - migliore capacità di respirare pienamente e senza sforzi - fiducia e focalizzazione sui propri obiettivi e desideri - risoluzione di sintomi mentali ed emotivi legati a dipendenze (fisiche o psicologiche), senso di abbandono, schemi di scarsità, repressione di emozioni, ansia e depressione L’INSEGNANTE Manuela M. Mancini Laureata in Filosofia con indirizzo psicologico, inizia a scrivere subito dopo la laurea, diventando giornalista pubblicista specializzata nell'ambito della medicina naturale ed energetica e della crescita personale. E' Direttore Responsabile del periodico ”Reflessologia Oggi”, organo ufficiale Firp (Federazione Italiana di Reflessologia del Piede). Ha pubblicato "Come vincere l'ansia e la depressione. Terapie dolci e naturali per una trasformazione positiva dell'essere" (Futura, collana “I nuovi delfini”) e “Respiro per l’Anima” (Anima Edizioni). Da sempre appassionata di percorsi evolutivi interiori, si è formata come Rebirther presso il SIR (Scuola Internazionale di Rebirthing) e come Trainer di Transformational Breath con Judith Krawitz, l'ideatrice di questa tecnica di Respiro, presso la TB Foundation (USA). E’ operatrice PMT (Trasmutazione Memoriale Piramidale). Da diversi anni tiene, in varie città italiane, conferenze, sessioni individuali e seminari di Respiro Trasformativo ed ora anche di PMT (Pyramidal Memories Transmutation). Come esperta di tecniche dolci e Respiro, è stata ospite di varie trasmissioni televisive e radiofoniche. Vive tra Monza e Lecce, sua città natale. Conferenza di presentazione gratuita Conferenza organizzata da: Associazione Culturale “SORGENTE DI LUCE” Sarego (VICENZA) - Via A. De Gasperi 7/a Cell. 328 0087625 Tel./Fax 0444 835586.   
NOTE BIOGRAFICHE:
Manuela Maria Mancini: laureata in Filosofia con indirizzo psicologico, inizia a scrivere subito dopo la laurea, diventando giornalista pubblicista specializzata nell'ambito della medicina naturale ed energetica e della crescita personale. Da diversi anni è direttore del periodico "Reflessologia Oggi" e ha pubblicato diversi libri, tra cui "Come vincere l'ansia e la depressione. Terapie dolci e naturali per una trasformazione positiva dell'essere" (Ed. Futura) e "Respiro per l'Anima" (Ed. Anima).
Da sempre appassionata di percorsi evolutivi interiori, è operatrice PMT (Trasmutazione Memoriale Piramidale) e si è formata come Trainer di Transformational Breath con Judith Krawitz, l'ideatrice di questa tecnica di Respiro Consapevole, presso la TB Foundation (USA). Ha completato la sua formazione nell'ambito delle tecniche di Respiro con il Rebirthing, formandosi presso il SIR (Scuola Internazionale di Rebirthing).
Anima in tutta Italia conferenze, sessioni individuali e seminari di Respiro Trasformativo e PMT (Pyramidal Memories Transmutation).
Le piace pensare che siamo sulla Terra in missione per conto della nostra Anima.

 

"La gioia della filosofia. Giocare con le idee", Solomon Robert, Apogeo, 2008.

gioia_della_filosofiaLa filosofia è diventata troppo 'esile', attenuata, emaciata, anoressica (per usare un termine appropriatamente patologico). Il vecchio ideale della filosofia che tutto abbraccia, spessa, carnosa e onnivora, è stato sacrificato alla nuova filosofia dello snello e cattivo, che abbia la forma delle argomentazioni lineari o del cinismo postmoderno. Una volta un mio collega fece una lezione presso una delle più prestigiose università della California meridionale su questa ristrettezza in filosofia. Rifletteva sul fatto che la filosofia di recente era diventata molto simile ai proverbiali ciechi che si aggirano intorno a un elefante. Uno dei più prestigiosi fra i molti filosofi prestigiosi che seguivano la lezione ammise con orgoglio di essere 'esclusivamente interessato all'anatomia della proboscide e che non gli importava se l'elefante fosse morto'. Ecco, in questo libro, vorrei tentare di sbirciare l'elefante vivo, o almeno afferrare qualcosa di più di una proboscide o di un paio di zanne morte.

 

"Meglio sole. Perché è importante bastare a se stesse", Castoldi Ivana, Feltrinelli, 2003 (ora in ed. economica).

meglio_soleLa storia di tante donne che si sono conquistata l'autonomia economica, familiare, sentimentale e di pensiero, attraverso la loro fatica, la perseveranza e l'energia. La conquista dell'autonomia femminile attraverso la solitudine e la capacità di guardare dentro di sè.
Dietro a ogni storia di emancipazione femminile c'è un percorso originale di conquista dell'autonomia, il primo necessario passo per raggiungere una piena e matura consapevolezza di sé. Ma lungo questo percorso - doloroso per alcune donne, liberatorio per altre - un passaggio obbligato consiste nell'imparare a intrattenere un continuo dialogo con i propri desideri e bisogni più profondi, in solitudine. In questo spazio finalmente ritrovato, risiede la forza per riprendere in mano la propria vita e liberarsi dei condizionamenti sociali e familiari. "Da sole", dunque, anche se non necessariamente sole. Perché le donne hanno questo di bello: che sanno cambiare e ripartire da capo, anche dopo anni di patimenti e dipendenza. "La facoltà più importante che le donne possono mettere a frutto è la propensione a realizzare una più profonda intimità con se stesse e a conquistare una più ampia libertà di pensiero e di espressione, sia pure al termine di un sofferto cammino."
Scritto in modo vivace e attraente, Meglio sole si rivolge alle donne di ogni età per stimolarle a riprendere in mano la propria vita e a realizzare concretamente quell’affrancamento dai pregiudizi culturali e dai condizionamenti sociali che né il femminismo né il riconoscimento dei pari diritti sembrano in realtà aver attuato. In parte per colpa delle donne stesse, perché spesso contribuiscono attivamente a mantenerli in vita. Ma la soluzione può essere più vicina di quanto si pensi: basta smettere di comportasi come una minoranza, autorizzando gli altri a guardarci con condiscendenza, arroganza, indulgenza, ammirazione, paternalismo e prepotenza.
Attraverso le storie di tante donne che l’autonomia se la sono conquistata – autonomia economica, familiare, sentimentale, di pensiero – della loro fatica, ma anche perseveranza ed energia, Ivana Castoldi compie il piccolo miracolo di indicare la via senza prescrivere ricette, restituire fiducia senza creare nuove dipendenze, insegnare l’ottimismo senza cadere nella banalità di un comune buon senso.

Indice - Sommario
Introduzione
1. Voglia di solitudine
2. L'amore delle donne
3. Donne e giochi di ruolo
4. Meglio sole
5. Vita da single
Conclusione
Prefazione / Introduzione
Un amore finito male, un matrimonio fallito, i figli che lasciano la casa paterna. Di solito comincia così il cammino della donna verso una reale emancipazione. Comincia sempre con un dolore, un abbandono, una perdita. Comincia sempre, e procede, faticosamente.
Fino a quel momento, noi donne siamo state troppo assorbite dal compito di amare gli altri: il marito, il compagno, i figli. È un compito impegnativo che richiede, almeno così crediamo e ci hanno insegnato, una dedizione assoluta. Questo compito ci ha fatto dimenticare i nostri sogni più riposti, i nostri slanci, le nostre speranze di adolescenti. Ci siamo estraniate da noi stesse e non sappiamo più ritrovarci.
Dieci, vent'anni passano in un soffio. Ci guardiamo alle spalle solo quando un evento speciale ci scuote all'improvviso e ci coglie impreparate: uno di quegli eventi che sconvolgono la vita, come la fine di un amore o la perdita di qualcuno che amiamo.
Abbiamo forse creduto di essere donne diverse dalle nostre madri, di essere capaci di meritare il riconoscimento del nostro valore e della nostra competenza; abbiamo creduto di avere contribuito al cambiamento del ruolo femminile nella società e di colpo ci rendiamo conto di quanto la nostra vita sia lontana dalle idee che abbiamo sempre professato. Ci siamo crogiolate per molto tempo nell'illusione di esserci "realizzate" e scopriamo che il traguardo è forse più lontano di quando abbiamo iniziato il cammino.
Allora andiamo in crisi, ci lamentiamo, ci deprimiamo e consumiamo altre energie preziose nel vano tentativo di ottenere comprensione e solidarietà da parte degli altri: partner di turno, amici, figli. Sempre guidate dal bisogno di trovare conferme e consenso fuori di noi, come se da sole non fossimo in grado di riconoscere il nostro valore.
 
"Patrizia era un’eccezionale funambola: riusciva a mantenersi in perfetto equilibrio tra mille impegni e mille richieste. Riusciva a coordinare miracolosamente famiglia e lavoro, macinando ottanta chilometri di tangenziale al giorno.
Era una di quelle donne superorganizzate che, quando se ne vanno di casa la mattina, hanno già al loro attivo una giornata di lavoro. Hanno già preparato la colazione per tutta la famiglia, hanno rifatto i letti, riordinato il bagno, raccolto gli indumenti seminati in giro dall’intera tribù e caricato la lavatrice. [...]
Una sera di pioggia, Patrizia si trovava intrappolata nella solita coda in tangenziale, quando è accaduto un fatto imprevisto, che ha scosso e sbriciolato in un solo istante tutta la sua sicurezza e quella pericolosa sensazione euforizzante che le faceva credere di avere tutto sotto controllo.
I piedi di Patrizia, all’improvviso, hanno smesso di rispondere ai comandi di quella complessa centrale di smistamento che era diventata la sua testa. Un’impressione di paralisi agli arti inferiori, accompagnata da un senso di affanno e da un’accelerazione parossistica del battito cardiaco, hanno drammaticamente richiamato Patrizia alla realtà. Anche lei era un fragile essere umano; anche per lei esisteva una soglia di stress oltre la quale non poteva spingersi. Non era onnipotente.
Il lentissimo procedere del traffico ha, comunque, favorito il superamento dello choc. Appellandosi alla sua forza d’animo, con un’estrema sferzata di orgoglio, dopo lunghi e penosissimi minuti di blocco psicomotorio, Patrizia ha ripreso, in qualche modo, un minimo di controllo sul suo corpo e sulla sua mente. Ciò le ha consentito di giungere fino a casa.
Una volta arrivata, senza proferire parola, si è buttata sul letto, dove è rimasta fino alla mattina successiva, in preda a un terrorizzante senso di disfatta. [...]
Sono trascorsi alcuni mesi, durante i quali Patrizia ha cercato di dimenticare l’accaduto.
Ovviamente, non aveva lasciato passare neanche un giorno prima di riprendere a guidare, per non darsi la possibilità di cedere al panico o, semplicemente, alla stanchezza. L’efficienza prima di tutto.
Poi, inaspettatamente, un altro evento ha costretto Patrizia a una definitiva resa dei conti. Nonostante il suo impegno e la sua costante applicazione, qualcosa era sfuggito al suo controllo. [...]
Sono state proprio questa stanchezza e questa abulia, rilette come indizi della voglia di cambiare l’impostazione della vita, di alleggerirsi, di incominciare a dedicarsi cure e tempo, a costituire i punti di partenza del processo terapeutico.
La ricerca della solitudine, intesa, ormai è chiaro, come capacità di investire su di sé, di puntare sulle risorse della propria ricchezza interiore, per generare benessere personale di cui godere, è diventata per molti mesi l’oggetto dell’applicazione di Patrizia.
Una volta ripresi il lavoro e le normali attività quotidiane, il quadro è considerevolmente cambiato. Patrizia era ormai decisa ad avere cura di sé e a rinunciare al suo "delirio di onnipotenza". Ha assunto una donna a ore ed è riuscita a richiedere a ciascun membro della famiglia un contributo al ménage familiare, affidandogli una mansione specifica.
Quanto a lei, ha intrapreso un corso di yoga che la porta, di tanto in tanto, a trascorrere il week-end in Toscana. Ma ciò che più di tutto ha imparato ad amare, è vagabondare sola per i mercatini dell’usato, dai quali rientra carica di trofei, che sono oggetto della bonaria ironia del marito e dei figli, ma che Patrizia colleziona come preziosi cimeli. Ha imparato a concedersi tempo per attività piacevoli e rilassanti.
E imparare a "perdere" tempo nei modi più svariati è, per le donne, un’importante conquista.
La storia di Patrizia è piuttosto comune: moltissime donne potrebbero riconoscersi nella sua esperienza di vita, sempre al limite della resistenza fisica ed emotiva. [...]
È una tentazione troppo forte potersi compiacere della propria bravura e della consapevolezza di avere imparato a fare i salti mortali...
È il miraggio del controllo della propria vita e, soprattutto, di quella altrui. È l’ebbrezza del potere.
In effetti, nell’ambito della gestione del ménage familiare sono le donne a detenere il potere, ma, ormai dovremmo averlo imparato, si tratta di un potere fasullo. Per questo gli uomini lo cedono volentieri.
Spesso le donne lo utilizzano per sentirsi migliori dei loro partner, almeno in quel campo. Lo utilizzano per "appropriarsi" dei figli, sottraendoli ai padri e ostacolando la loro emancipazione.
Queste dinamiche relazionali sono tristemente note ai terapeuti familiari che sono abituati, per districare e interpretare correttamente il groviglio di accuse e risentimenti dei membri della famiglia, a tradurre, in giochi e manovre di potere, ricatti affettivi e comportamenti manipolatori che vengono spacciati per amore e abnegazione.
Moltissime donne sono le prime artefici di queste dinamiche relazionali e finiscono per ritrovarsi vittime di situazioni che hanno ampiamente contribuito a creare. Di conseguenza, si ritrovano isolate nel loro ruolo di cariatidi che sostengono il peso di tutto l’impianto familiare.
È questa la solitudine intesa nel senso deteriore del termine: ti caricano un peso gravoso sulle spalle e ti lasciano sola a portarlo, anche se ti lusingano con gli apprezzamenti sulla tua bravura.
Non c’è nulla di esaltante in tutto questo: solo sfruttamento e strumentalizzazione. E la strumentalizzazione induce, come risposta, altra strumentalizzazione. All’infinito. Se cadiamo nella trappola, rischiamo di perderci. A meno che non ci salvi il nostro prezioso istinto...
La voglia di libertà e di solitudine ci afferra, allora, come una nostalgia che si risveglia e non ci dà più tregua. È come il suono del flauto del pifferaio magico o come il canto delle sirene: impossibile resistervi. Sarebbe insano farlo.
D’improvviso, cominciamo a trovare la nostra vita invivibile e a sentire nelle ossa tutta la stanchezza del mondo. Ci chiediamo come abbiamo fatto fino a quel momento a resistere, a fronteggiare tanti impegni e a smaltire ansie e preoccupazioni. Senza tregua. E ci arrabattiamo per trovare una soluzione. O, perlomeno, un palliativo.
In fondo, la maggior parte delle donne è "minimalista". Si accontenta di poco: due ore settimanali di palestra, un film o una cena in pizzeria con le amiche. Non è ancora l’esperienza piena della solitudine; è, però, già un modo di essere sole in compagnia.
Ma alcune, più coraggiose o più disperate, vanno oltre. Si decidono a sperimentare una condizione autenticamente solitaria e il silenzio del raccoglimento, che introducono alla dimensione privilegiata della piena autonomia."

 

"Nell'intimo delle madri. Luci e ombre della maternità", Sophie  Marinopoulos, Feltrinelli, 2008.
nellintimo_delle_madriNon si diventa madri perché si concepisce un figlio. La maternità “nasce” nel mondo interiore della donna, prende corpo nella sua infanzia, per manifestarsi un giorno come desiderio di un figlio. Il libro delle madri, di tutte le madri.
Questo libro nasce da un’esperienza ventennale di ascolto delle donne che si scoprono in attesa di un figlio e delle madri in difficoltà. È un libro rivolto a tutte le madri, quelle che hanno desiderato ardentemente di diventarlo, quelle che vivono con sofferenza la nascita di un figlio, quelle che si colpevolizzano di non amarlo abbastanza e quelle che vi hanno rinunciato consapevolmente.
Un libro moderno, attuale, che non prende le mosse da un astratto “istinto materno” ma dalla constatazione dello scarto oggi esistente tra i successi delle tecniche mediche e la solitudine del vissuto interiore delle singole donne, e dalla differenza fondamentale tra “filiazione” e “genitorialità”. Non si diventa madri perché si concepisce un figlio. La maternità “nasce” nel mondo interiore della donna, prende corpo nella sua infanzia, per manifestarsi un giorno come desiderio di un figlio. Sophie Marinopoulos non si sottrae a nessuno dei problemi che ruotano oggi intorno alla maternità: dalle tecnologie di procreazione alla richiesta di genitorialità degli omosessuali, all’aborto, all’abbandono, all’infanticidio. Lo fa con garbo e partecipazione, intessendo la sua analisi con le storie delle donne che ha aiutato a chiarire a se stesse cosa per loro, singolarmente, significava il desiderio o l’attesa di un figlio.
Sophie Marinopoulos è psicologa clinica e psicoanalista. Esercita a Nantes, presso la maternità del centro ospedaliero universitario e il centro medico-psicologico Henri–Wallon. Partecipa a lavori clinici e di ricerca sulla famiglia e la filiazione a livello nazionale e internazionale. Molto impegnata nel promuovere il riconoscimento della salute psichica come parte integrante del sistema sanitario pubblico, ha fondato un’associazione per la prevenzione e la promozione della salute psichica, di cui dirige il centro familiare di accoglienza e d’ascolto a Nantes.
 

 

 

"La luce oltre la porta. Dei e muse nel teatro dell'anima", Carla Stroppa, Moretti & Vitali, 2007.
luce_oltre_la_portaEsiste un logos di Psiche? Sì, risponde l’autrice di questo libro: è appunto ciò di cui si deve occupare la psicologia. È un logos che prende forma attraverso la mediazione di un “pensiero d’anima” intriso di passione e di immaginazione. Ama l’espressione allusiva e metaforica, si dispiega nelle elaborazioni simboliche, oniriche, poetiche. Scaturisce dal fondo mitico della mente, dà vita alle immagini dei sogni, muove le figure del “gran teatro” dell’anima. È il filo che permette di inoltrarsi nel labirinto di un percorso terapeutico, in cui, a partire dal “romanzo famigliare”, ci si avvia a oltrepassarlo, sino a cogliere l’intreccio che lega la vita personale a quella più profonda dell’anima, radicata nei suoi fondamenti archetipici. L’anima, infatti, non è semplicemente la parte controsessuale dell’uomo, né solo l’ombra della donna. La fenomenologia dell’anima è presente in uomini e donne: «anche le donne incontrano bambine nei loro sogni, e prostitute, anch’esse sono sedotte da donne misteriose e sconosciute». La via individuativa femminile, quindi, non passa solo attraverso lo sviluppo dell’animus (indipendenza di giudizio, pensiero razionale, status economico e sociale…), ma segue la guida delle figure dell’eros che ancorano la donna nella memoria inscritta nel corpo emozionale e la conducono nel labirinto di vie e di significati di cui Afrodite si fa immagine e tramite metaforico. Il suo multiforme confronto con altri dèi, Ares, Ermes, Dioniso, può spingere la psiche femminile sino ai confini dell’ “Io Saffico”: una soggettività che media la conoscenza attraverso le alchimie del cuore, elabora le emozioni e la memoria attraverso la parola poetica e giunge così all’acquisizione di un sapere che si fa «intelletto d’amore». E per ciascuno il percorso coincide con la scoperta degli dèi e delle dee di cui è figlio.
Sulle orme della psicologia junghiana, attraverso l'analisi dei sogni dei suoi pazienti, l'autrice ci conduce in un viaggio affascinante e suggestivo al di là dei confini dell' Io, alla scoperta delle immagini mitiche che popolano la nostra anima, nei cui tortuosi sentieri si incontrano Afrodite, Ares, Ermes, Dioniso, metafore dei nostri significati più profondi. Perchè la nostra Psiche non si esprime utilizzando il linguaggio razionale e lineare, ma comunica con noi attraverso i sogni, fatti di immagini e simboli, che attingono al substrato mitico della nostra mente; e queste percezioni interiori sono state nei secoli rappresentate dalla Psiche attraverso l'arte e la letteratura, le cui espressioni sono le sole in grado di tradurre i messaggi dell'anima.
Un uomo sogna una donna bellissima su un'isola circondata da limpide acque, immagine connessa all'archetipo di Afrodite, mito intriso nella sua anima e che continua ad influenzare la sua percezione inconscia ed il suo comportamento con le donne. La figura di Afrodite è presente sia nel mondo interno dell'uomo che in quello della donna; nei sogni di quest'ultima può per esempio apparire sotto le spoglie di una bambina o di una prostituta, come riportato nei casi clinici citati nel testo. In un altro sogno una paziente indossa l'abito di Arlecchino, che indossava da bambina per fare teatro, e che allude al rapporto tra ciò che è vero e ciò che è illusorio; e l'immagine di Arlecchino rimanda a quella di Ermes, dio dell'invenzione e della costruzione tecnica.
Queste ed altre immagini archetipiche che emergono dai sogni (Calipso, Narciso, Demetra, Persefone, ecc) tracciano l'itinerario da seguire per una migliore conoscenza e consapevolezza di sé e delle proprie possibilità esistenziali, ovvero ci conducono a vedere quello che c'è dietro le trincee del nostro Io. Si tratta di un percorso difficile e rischioso: al di là di quella "porta" si trovano possibilità latenti della personalità, energie, ma anche il dolore; pertanto fondamentale è la relazione umana: Demetra che con la sua presenza costante consente a Persefone di assecodare il richiamo degli inferi senza però rimanerne imprigionata.

Con questo libro Carla Stroppa ci invita a ristabilire il dialogo col "puer", col nostro bambino interno, a riscoprire la nostra ricchezza interiore, il nostro anelito all'infinito, attraverso un cammino conoscitivo e trasformativo che ci farà sentire sempre creativi e vitali. 

Carla Stroppa, psicologa e psicoterapeuta; psicoanalista junghiana. È membro dell’ARPA (Associazione Ricerca Psicologia Analitica) e dello IAAP (International Association of Analytical Psychology). È responsabile del settore “scienze umane e psicoanalisi” della Moretti & Vitali e autrice di numerosi saggi pubblicati su riviste e libri collettivi. Incaricata del corso di  Teorie delle tecniche della Psicologia analitica presso la Scuola di specializzazione in Psicologia della salute dell’Università di Torino.

 

"L'arte di ascoltare", Torralba Francesco, Rizzoli, 2008.

larte_di_ascoltareC'è differenza tra ascoltare e sentire? Qual è il ritmo giusto da tenere fra parola e silenzio? Come scegliere chi vale la pena di ascoltare? Francesco Torralba ci prende per mano e ci guida attraverso l'arte dell'ascolto. Insegnandoci che, seguendo i suoi consigli, saremo noi ad avere i benefici maggiori.
In una società in cui vince chi urla più forte, l'antidoto migliore è il silenzio, l'anticamera dell'ascolto.
Nel 2006, "L'arte di ascoltare" è pubblicato per la prima volta in lingua catalana e raggiunge la 5° ristampa in pochi mesi, con oltre 20.000 copie vendute (in un'area geografica dove 5.000 copie sono sinonimo di best-seller). Da lì, il percorso del libro prende ritmi accelerati. Quattro versioni, spagnola (in castigliano, fatto rarissimo nella penisola iberica), tedesca, francese e questa, italiana, si succedono nel giro di un anno.
Francesco Torralba partecipa a convegni e presentazioni per illustrare il contenuto di questo libro, impostato come un percorso di crescita personale da compiere attraverso 40 tappe, spiegate in modo chiaro e rassicurante: si parte comprendendo l'importanza del silenzio per osservare e ascoltare se stessi, fino ad approdare a un rapporto migliore ed empatico con gli altri.

Francesco Torralba I Roselló (Barcellona, 1967) si è laureato in filosofia presso l'Università di Barcellona (1992) e in teologia presso la Facoltà di Teologia di Catalunya (1997). Docente dell'Università Ramon Llull, nel corso della sua carriera ha ricevuto vari premi e riconoscimenti. Autore best-seller in Spagna, questo è il suo primo libro tradotto in Italia.

 


 

 

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