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I miei film senza tempo 2 Stampa

 

"Mammina dice che c'ho i complessi!". "Complessi? Tu hai un'orchestra intera in testa!!!".
Massimno Troisi in "Ricomincio da tre". 

 

 

 

N.B. Il testo delle recensioni in grigio chiaro svela il finale del film, per cui si consiglia, a chi non lo volesse conoscere anticipatamente, di non leggerlo prima della visione.  

 

I miei film senza tempo (quelli che andrebbero rivisti di tanto in tanto o che hanno comunque lasciato un segno indelebile nella mia memoria e sono tanti, mi limiterò ad aggiungerne qualcuno saltuariamente):

 

 

"Festen - Festa In Famiglia", Thomas Vinterberg, con CastKlaus Bondam, Gbatokai Dakinai, Helle Dolleris, Trine Dyrholm, Therese Glahn, Bjarne Henriksen, Henning Moritzen, Birthe Neumann, Paprika Steen, Danimarca-Svezia 1998. 
festenIn Danimarca, nella grande tenuta di campagna, fervono i preparativi della grande festa per il sessantesimo compleanno di Helge Klingenfeldt, patriarca della famiglia. Uno dopo l'altro, fanno il loro ingresso nella villa i tre figli di Helge, il primogenito Christian, proprietario di un ristorante in Francia, Helene, la seconda, e Michael, il più giovane che arriva con moglie e figli piccoli. Di nascosto, Helge chiede a Christian di pronunciare, durante la cena, qualche parola in ricordo della sorella gemella Linda, morta l'anno prima. Christian gli risponde che si era già preparato un breve discorso per l'occasione. Proprio per non aver partecipato al funerale della sorella, Michael non era stato invitato alla festa e la sua presenza crea qualche dissapore. Kim, il cuoco, è amico d'infanzia di Christian ed ha molta influenza su di lui. Tra le cameriere, Pia ha un debole per Christian, che però non le corrisponde, mentre Michelle ha messo da tempo gli occhi su Michael, la cui moglie Mette è molto irritata dalla cosa. A tavola, quando viene invitato a parlare, Christian si alza, pronuncia qualche parola di circostanza e poi, imprevedibilmente, rivela a tutti i presenti che il festeggiato, proprio lui, il padre, quando Christian e Linda erano piccoli, abusò sessualmente di loro. Sulla tavola cadono gelo, imbarazzo, incredulità, che si trasformano poi in un reciproco scambio di accuse tra i componenti della famiglia. Christian ripete ancora le accuse. Per tutta la notte si cercano spiegazioni. Al mattino, quando tutti si ritrovano per colazione, Helge e la moglie, invitati ad allontanarsi, escono dalla casa e lasciano i figli soli.
 

Una grande famiglia dell'alta borghesia danese si riunisce in una lussuosa residenza di campagna per festeggiare il 60° compleanno del patriarca (H. Moritzen). Durante il pranzo Christian (U. Thomsen), il primogenito, pronuncia un discorso in cui denuncia il comportamento pedofilo e incestuoso del padre, accusandolo di essere responsabile del recente suicidio della sua gemella Linda. 2° film di T. Vintenberg (1969) tra i firmatari, con Lars von Trier e altri registi danesi, del polemico manifesto del collettivo Dogma 95 che comprende un “voto di castità” in forma di decalogo. Vi si prescrivono, tra l'altro, il rispetto delle tre unità classiche (luogo, tempo, azione), l'obbligo della cinepresa a spalla, il rifiuto di scenografie, costumi, trucchi, colonna musicale. Anche a prescindere dalla feroce demolizione della figura paterna, è forse il film antiborghese più feroce degli anni '90. Il febbrile impeto espressivo con cui una festa di famiglia si trasforma in un rito cannibalico risulta troppo programmatico nella sua ridondanza, e incline a una certa rozza ingenuità nello sforzo di rinnovare a livello stilistico una materia che ha i suoi ascendenti nel teatro di Ibsen e Strindberg, nel cinema dell'ultimo Bergman. Premio della giuria a Cannes e quello dell'Avvenire del cinema europeo a Strasburgo. Proclamato il miglior film nordico del 1998.

 

dal film:

CHRISTIAN: "Sono quasi le 7 e vorrei avere l'onore di fare il primo brindisi. È un mio dovere essendo il figlio maggiore, dico bene, Helmut? Ma prima vorrei fare un piccolo discorso... e io ne avrei preparati due, papà. Uno è questo verde e uno è questo giallo. Puoi scegliere, papà. (Suo padre Helge sceglie il verde) Devo dire che quello verde è una scelta interessante, una specie di gioco della verità. E ho deciso d'intitolarlo: "Quando papà faceva il bagno". (Risate dei presenti) Vedete... io ero piuttosto piccolo quando ci siamo trasferiti qui, nella proprietà, e posso dire tranquillamente che fu un'esperienza del tutto nuova. Avevamo tutto lo spazio che ci occorreva... e facevamo un baccano d'inferno! Allora c'era un ristorante qui, dove siamo seduti adesso, e mi ricordo tutte le volte che mia sorella Linda, che adesso è morta, lei ed io... giocavamo qui dentro e mi ricordo tutte le volte che lei metteva qualcosa nel cibo senza che gli ospiti se ne accorgessero e poi, dopo... correvamo nel nostro nascondiglio e lei cominciava a ridere. Ma lei aveva... una risata così contagiosa che non potete neanche immaginare. E dopo non più di due secondi scoppiavamo dalle risate e naturalmente ci scoprivano."

 

Ma naturalmente non ci succedeva mai niente. E invece era molto più pericoloso quando papà faceva il bagno. Non so se vi ricordate che papà faceva sempre il bagno. Prima di fare il bagno, stranamente, lui portava mia sorella Linda e me nel suo studio, come se dovesse sistemare prima qualcosa. Poi chiudeva a chiave la porta, tirava le tende e accendeva la luce: era tutto tanto bello! Poi si toglieva la camicia e poi i pantaloni e noi dovevamo fare lo stesso. E poi ci metteva sul piccolo letto verde che adesso è stato buttato via... e ci stuprava tutt'e due. Abusava di noi sessualmente, faceva sesso con i suoi figli. (Pausa) Un paio di mesi fa, quando è morta mia sorella, ho capito che Helge era un uomo molto pulito, considerato tutti i bagni che faceva... é così ho pensato che era il caso di raccontarlo a tutta la famiglia. Faceva il bagno sia d'estate che d'inverno, in primavera e in autunno, mattina e sera e questo si deve sapere di mio padre, ho pensato. È un uomo molto pulito e noi siamo qui riuniti oggi per festeggiare il suo sessantesimo compleanno. Che uomo fortunato! Non capita a tutti di :poter vivere una vita così lunga e vedere i figli che crescono e, come per Michael, anche i nipoti. Ma adesso basta, non siamo qui per ascoltare me parlare tutta la sera, siamo qui per festeggiare Helge, che oggi compie 60 anni e credo che lo dobbiamo fare tutti quanti. Quindi... grazie per tutti i begli anni passati e... buon compleanno!
Si è appena dissipato lo sconcerto seminato dal discorso di Christian, che molti hanno comunque preso per uno scherzo, sia pur di cattivo gusto, che questi torna fra i commensali e riprende...
CHRISTIAN Mi dispiace disturbarvi dì nuovo, ma ho dimenticato la cosa più importante. Siamo qui, oggi, perché è il compleanno di mio padre e non per altri motivi. E se prima vi ho portato fuori strada, vorrei cercare di rimediare facendo un brindisi meritato a mio padre. Quindi, se volete alzarvi... Leviamo in alto i calici... Un brindisi all'uomo che ha ammazzato mia sorella. Salute a un assassino!

 

 

"Tutte le donne della mia vita", Simona Izzo, con Luca Zingaretti, Vanessa Incontrada, Michela Cescon, Lisa Gastoni, Rosalinda Celentano, Ricky Tognazzi, Elena Bouryka, Jane Alexander (II), Eros Galbiati. Italia 2006.
tutte_le_donne_della_mia_vitaDavide è un cuoco di successo che esercita la professione in cucina e in camera da letto, dove seduce le donne mescolando fascino e spezie. A causa di un embolo finisce in camera iperbarica. Il malore lo costringe a ripercorrere la sua vita e le donne, numerose, che l'hanno condivisa: Isabella, una conturbante gourmet che assaggia cucine e chef; Stefania, una biologa ipocondriaca che riproduce sapori e profumi, Monica, una giornalista di un canale tematico (di cucina) che gli darà un figlio e il vero amore; e Laura, proprietaria fedifraga di un ristorante con due stelle Michelin. A governarle tutte una madre che si fa chiamare per nome e che nasconde un segreto. Accorse al suo capezzale, le donne gli restituiranno il "gusto" della vita.
Chi è Davide? Un casanova o un collezionista? Forse soltanto un uomo ossessionato dalle donne, di cui non può fare a meno, pena l'infelicità. Del seduttore il cuoco-filosofo non ha il fisico ma ugualmente non si trattiene davanti all'offerta di quei corpi, di quei misteri, di quelle promesse. Se a lui compete il compito di mattatore, al campionario femminile, saccheggiato dalla televisione, dal cinema e dal teatro, spetta quello equilibratore del testimone. Una girandola variopinta di attrici, Lisa Gastoni, Rosalinda Celentano, Vanessa Incontrada, Jane Alexander e l'irresistibile ed eccentrica Michela Cescon, ben orchestrate in una gastro-commedia corale. Il cantore della magia femminile è il donnaiolo-bambino di Luca Zingaretti, credibile e spassoso come chef e come amante. Il suo "vizio" ha un conto in sospeso con la figura materna, avara di affetto quando fanciullo ne aveva bisogno e diritto. Con le donne e sul lavoro il protagonista cerca e vuole avere successo per cacciare il trauma infantile e affogare il risentimento. Davide sceglie Monica su tutte, per quel profumo di latte che rivela il suo essere materna, frenando la sua ossessione e rendendolo genitore. Simona Izzo gira una commedia misurata e confidenziale, che converte il "commissario" controllato di Zingaretti (il Montalbano che lo ha reso celebre) in un cacciatore di donne esuberante e compulsivo. Quasi interamente narrato in flashback Tutte le donne della mia vita è un omaggio 'dedicato a' e 'ispirato da' Ugo Tognazzi. Un atto d'amore dovuto alla sua vocazione. A tutte le donne che ha desiderato, amato e lasciato.

 

"L'AMORE IMPERFETTO", Giovanni Davide Maderna,  con Enrico Lo Verso, Marta Belaustegui, Federico Scribani, Francesco Carnelutti, Valentina Carnelutti, Spagna, Italia 2001. 
amore_imperfettoSergio e Angela, lui italiano lei spagnola, attendono un figlio al quale è stata diagnosticata una grave malformazione. I genitori si oppongono all'interruzione di gravidanza e al bambino danno il nome di Miguel Juan, che ricorda il nome di un abitante di un villaggio dell'Aragona nel XVII secolo, cui la Vergine del Pilar di Saragozza operò un miracolo strabiliante......TRAMA LUNGAA Genova Sergio, trent'anni, lavora in un supermercato. La moglie Angela, spagnola, va da sola in ospedale e partorisce un bambino, cui i medici già in precedenza avevano diagnosticato una grave malformazione che poteva portarlo alla morte. I genitori tuttavia hanno voluto farlo nascere per contrarietà all'aborto, e lo hanno chiamato Miguel Juan in onore di un abitante del villaggio natale di Angela che nel 17° secolo sarebbe stato miracolato dalla Vergine del Pilar di Saragozza. Dopo aver deciso di donare al momento opportuno gli organi del bambino, Sergio, che non ha a sorreggerlo la fede della moglie, si lascia andare alla disperazione. Intanto nel supermercato una giovane dipendente si è suicidata, dopo aver subito uno stupro. Il commissario Sironi, incaricato delle indagini, interroga anche Sergio, che la sera prima aveva accompagnato a casa la ragazza, e finisce per restare coinvolto nella situazione relativa al piccolo Miguel. Sergio si dà al bere e viene sospeso dal lavoro. Così i genitori trascorrono tutto il giorno al capezzale del figlioletto. Quando il neonato muore, Sergio racconta i dettagli della sera trascorsa con la ragazza del supermercato. "Hai mai pensato al suicido?" le aveva chiesto tra l'altro. Ora Sergio, in preda al nervosismo, si ferisce con un coltello. Poi lui e Angela, d'intesa, rubano il corpicino morto e lo portano a casa. Qui li raggiunge la polizia. 

 

"TERAPIA ROOSEVELT. LA GIUSTA TERAPIA PER LA TUA TIMIDEZZA", Vittorio Muscia, con Giampiero Ingrassia, Barbara Tabita, Antonio Salines, Gianfranco Barra, Raffaele Pisu, Mario Maranzana, Adriana Russo, Marina Ruta, Mirko Bruno, Adriano Giraldi, Italia 2007.
terapia_roosveltNon c'è forse male peggiore per un giornalista: la timidezza. E invece Sandro, che da molti anni fa il giornalista televisivo, ne è afflitto in maniera quasi endemica, tanto che non si presenta mai davanti alle telecamere ma sta sempre dietro le quinte. Fino al giorno in cui il direttore lo incarica di sostituire un collega e lo manda a intervistare un importante uomo politico. L'intervista si rivelerà un vero e proprio disastro ma il direttore dà al nostro un'ulteriore possibilità e gli propone di ideare un programma televisivo che dovrà condurre in diretta. A questo punto Sandro, su consiglio della collega Susanna, andrà dal dottor O'Condor, noto psicoterapeuta inglese, che gli indicherà il metodo Roosevelt: immaginare che il suo interlocutore sia seduto su un water lo aiuterà a superare ogni inibizione, una terapia resa celebre proprio dal presidente degli Stati Uniti d'America.
Vittorio Muscia, dopo una trentennale carriera come documentarista, arriva al suo primo lungometraggio di fiction, dirigendo e scrivendo un film fondamentalmente improbabile. Niente infatti sembra essere degno di nota, se non il plot iniziale che, se avesse avuto la fortuna di venire realizzato da un buon regista, da una sceneggiatura brillante e da attori vivaci, si sarebbe probabilmente sviluppato in una buona opera cinematografica. Così invece il film non riesce mai ad abbattere le barriere della noia, sfiorando a tratti il patetico: recitato da un attore buonista come il figlio d'arte Giampiero Ingrassia e dalla siciliana Barbara Tabita, che si prendono sempre eccessivamente sul serio, diretto in modo impersonale e piatto, il film non riesce a sfruttare l'idea iniziale ma anzi la banalizza, facendo dei suoi personaggi quasi delle macchiette. Ammirevole lo sforzo Rai di produrre anche film diversi, ma questo è da dimenticare.

 

 

"Un ponte per Terabithia" Bridge to Terabithia, Gabor Csupo, USA 2007.

un_ponte_per_terabithiaJesse è un ragazzino che ha un amore per il disegno e la pittura. La famiglia e la scuola, però non gli danno credito e, spesso, è irriso da qualche bulletto di classe. L'improvvisa e magica amicizia con Leslie lo conduce in un mondo di fantasia, dove la creatività può essere liberata.

La Disney è da sempre stata maestra nel genere per famiglie, e questo viaggio nel fantastico, ha la particolarità di non essere contaminato da incantesimi potteriani ed esseri ultraterreni, ma si basa principalmente sulla capacità umana di immaginare. Il piccolo e classico scuolabus in cui si verificano gli scontri più accesi si confronta con gli spazi aperti del bosco, mettendo in parallelo acerbe ostilità e amicizia universale. È forse la semplicità di questa opera a essere vincente, perchè gli effetti speciali, sono presenti, ma con moderazione, per lasciar parlare l'umanità. Il regno di Terabithia è il prodotto della fantasia di due ragazzi, che immaginano tutto ciò che vedono.

Nell'evoluzione di questo genere cinematografico, c'è un aspetto da non sottovalutare. È come il film veicola un messaggio parlando ai giovani e agli adulti, innalzando la solita morale a qualcosa di più concreto, in una società in cui i confini fra adolescenza e maturità sono labili e quasi scompaiono per la velocità di crescita forzata dall'effetto dei media.

Di conseguenza, Un ponte per Terabithia non è un percorso verso uno scontato lieto fine, ma un cammino verso una luce, un'apertura che ha il sapore di un piccolo sogno.

 

Complicità e sospettiBreaking and Entering, Anthony Minghella, con Juliette Binoche e Jude Law, USA 2007.

omplicitWill e il suo amico Sandy dirigono un apprezzato studio di architettura del paesaggio a Londra. Il loro modernissimo ufficio attira l'attenzione di una banda di ladri finché Will, dopo l'ennesimo furto, decide di seguire le tracce di uno dei membri della gang, Miro, fino all'appartamento che divide con la madre Amira, rifugiata bosniaca. Benché sia legato alla sua compagna, Will intreccia un inaspettato legame con Amira. Quando Amira scopre i furti di suo figlio Miro per proteggerlo inizia a ricattare Will, costringendolo a mettere a nudo gli aspetti piú oscuri di sé.Dopo l'epica de “Il paziente inglese” e “Ritorno a Cold Mountain” e il thriller Il talento di “Mr. Ripley”, il regista Anthony Minghella torna ‘al presente’ con “Complicità e sospetti”. Un film che, nonostante il fuorviante titolo italiano, esplora più la sfera dei sentimenti che quella del crimine. Protagonista è Will (Jude Law) un architetto che mentre da un lato lavora ad un progetto ambizioso, ovvero rimodernare interamente la zona di King's Cross a Londra, dall'altro si trova ad avere a che fare con le macerie della sua vita privata. Sua moglie, una svedese americana interpretata da Robin Wright Penn, si è completamente dedicata alla malattia di sua figlia preadolescente. La ragazzina, infatti, non solo non riesce a dormire, ma per mitigare una forma di nevrosi, trascorre il tempo facendo continuamente esercizi di ginnastica. La loro vita senza sonno, viene ulteriormente scossa quando una gang di immigrati dall'est decide di prendere di mira il loro nuovo elegante studio, spostato, per seguire da vicino i lavori, nel quartiere poco raccomandabile che stanno ricostruendo. Ad entrare nella vita di Will è, così, un giovane profugo da Sarajevo che - tra le altre cose - gli ha sottratto il suo computer portatile. Dopo un maldestro pedinamento, l'uomo conosce la madre del ragazzo (Juliette Binoche) che vive facendo la sarta. Da qui l'intero senso della pellicola e del titolo originale, Breaking and Entering, che fa riferimento all'effrazione non solo di finestre, ma anche e soprattutto di sentimenti e di sottili equilibri psicologici. La passione che esplode tra la profuga e l'architetto va di pari passo con una complessa disamina del rapporto tra la madre e suo figlio, e tra Will e sua moglie. Elegante e intenso, “Complicità e sospetti” soffre, però, di una costruzione un po’ artificiale e del seguire un andamento un po’ troppo schematico. Jude Law è forse meno fascinoso del solito, mentre Juliette Binoche non convince gran ché nei panni della dimessa profuga bosniaca. Mentre è a mio avviso notevole, su tutte, la pur breve partecipazione di Vera Farmiga, già vista in “The Departed”. L'attrice americana mi è parsa straordinaria nel ruolo della prostituta dell'est europeo che trascorre, filosofeggiando allegramente, le notti con Will all'interno della sua auto, mentre quest'ultimo fa, senza successo, la guardia all'esterno del suo nuovo studio.

 

"Lezioni di volo", Francesca Archibugi, con Giovanna Mezzogiorno, Anna Galiena, Angela Finocchiaro, Italia 2006.

lezioni_di_voloPollo e Curry hanno diciotto anni e poca voglia di impegnarsi a scuola e nella vita. Pollo è ebreo e figlio di un padre intransigente e una madre svampita. Curry è indiano e figlio adottivo di una psicologa emotiva e di un giornalista fedifrago. Bocciati alla maturità partono in vacanza "premio" per l'India dove, fuori dai circuiti turistici, incontreranno Chiara, ginecologa di una Onlus internazionale. Nel deserto del Thar proveranno finalmente interesse per la vita: Pollo si innamorerà di Chiara e del suo coraggio, Curry cercherà la madre naturale e le sue origini. Torneranno a casa e all'occidente col "brevetto di volo".
Se l'ultimo film di Francesca Archibugi non aggiunge molto alla sua poetica dell'adolescenza, aggiornata al 2007 e ai suoi giovani con nessuna pretesa di cambiare il mondo in cui vivono, non manca di stupire perché sembra l'unico rimasto a raccontare con credibilità i ragazzi e tutto ciò che li riguarda: i gesti, il gergo e quel misto adolescenziale di vulnerabilità e sfacciataggine.
Lontani da esami "mondiali" di maturità e da amori per sempre sul Ponte Milvio, lontani dall'essere intraprendenti e "fichi" dentro un filmetto di formazione che ripensa ai "migliori anni della nostra vita", i due protagonisti a lezioni di volo sono normali, prematuri e bocciati, sono ragazzi a cui bisogna dare tempo e respiro per scoprire chi sono. Archibugi torna a fissare sulla pellicola i cicli di crescita dei figli e quelli di appassimento dei genitori.
Genitori ribelli e disillusi, che si misuravano coi grandi temi sociali e politici, hanno generato figli sommessi e immaturi, che si chiedono poco o nulla, difficili da lasciare andare per paura della solitudine o per paura che si facciano troppo male. Figli inconcludenti che la regista osserva senza giudicare, cercando di comprenderne il mondo.
Figli che provano a crescere lontani da famiglie affettive che evitano i contrasti e che li tengono al riparo da tutto, soprattutto dalla vita. Nel cuore materno e pulsante dell'India c'è una giovane donna "normativa" che insegnerà loro regole e responsabilità, il gusto delle grandi sfide e la fatica della competizione. Archibugi riconferma i modi della commedia per trovare un respiro quotidiano a una storia di amori e dolori giovanili, di ragazzi che si sentono drammaticamente superflui e inadeguati ad affrontare i mali della crescita, che arriverà senza clamori sui tetti di Roma, centro storico prima circoscrizione.
La lievità della Archibugi sostiene ancora una volta la concretezza della materia scelta: i ragazzi e il loro compito generazionale. Bentornata.

"Per tutti esiste un momento in cui spiccare il volo" spiega Giovanna Mezzogiorno che nel film interpreta Chiara, giovane medico italiano che lavora nell'ospedale di una Onlus in un villaggio nel deserto indiano del Thar. Proprio lì capitano due ragazzi italiani, tanto amici da essere chiamati Pollo (Andrea Miglio Risi) e Curry (Tom Karumathy), il primo di famiglia ebraica (i genitori sono Flavio Bucci e Anna Galiena) mentre il secondo è un indiano adottato (dalla coppia Angela Finocchiaro e Roberto Citran). Di spiccare il volo i due ragazzi a Roma non sembra proprio abbiano voglia: bocciati, atoni, opachi, senza progetti e senza desideri, hanno un guizzo di vitalità in una sciocca gara, sputare dal terrazzo di casa sui passanti. Decidono però di partire per l'India e appena arrivati sul posto la loro insipienza è tale che perdono subito documenti, soldi e cellulari con cui chiedere soccorso alle famiglie. Perduti in un mondo che non capiscono, guardano l'affollata India con tutto il bric a brac, da cui non si può scappare, di bambini ignudi, mutilati, turbanti, elefanti, cammelli e vacche sacre. Ma conoscono Chiara che li porta nell'ospedale del deserto. Pollo s'innamora di lei che ha un marito medico che lavora lontano. Chiara passa con lui una notte d'amore.

"Chiara" spiega Giovanna Mezzogiorno "è una donna sotto pressione. Quando ci s'innamora è perché vediamo in una persona qualcosa di cui abbiamo bisogno. La storia con questo ragazzino non è un vero confronto. Rimane intenerita perché, gli dice, "Nessuno mi guarda come mi guardi tu. Tu non mi giudichi mai". Chiara si sente sola, è lontana da casa e dagli affetti. Per Pollo è una specie di trampolino. Sono i due ragazzi il vero motore del film. Io entro nella loro storia e i nostri bisogni s'incontrano. Anch'io" confessa l'attrice "ho avuto una storia con un ragazzo di 17 anni quando ne avevo 24 e ne ho un ricordo bellissimo. Per una donna matura può essere un modo per sfuggire da una realtà ingrata. Ho vissuto quest'esperienza con gioia. È sulla durata di questi rapporti che ho perplessità perché c'è un problema sociale. Impegni, interessi e amicizie è quasi impossibile condividerli con una persona così giovane".

"È la storia di un viaggio in tutti i sensi" ribadisce Francesca Archibugi. E per Pollo "tutti i sensi" è affrontare la notizia della morte del padre, aiutare una donna a partorire, avere la forza di rinunciare al suo amore. Per Curry è cercare la madre naturale, scoprire di avere una sorella indiana. Francesca Archibugi, che dal tempo di "Mignon è partita" si porta dietro la nomea di abile regista di attori bambini, rifiuta con energia questa etichetta. "Lavoro sempre con personaggi che hanno età diverse. Non appartengo al cinema dell'infanzia. La vita, come i miei film, è popolata da persone di tutte le età". La regista rifiuta anche di aver voluto rappresentare in Pollo, di una sprovvedutezza quasi imbarazzante, la generazione dei diciottenni. "È un personaggio difficile ma avevo voglia di creare dal nulla una persona. So che è complicato mettere in scena l'antieroe per antonomasia, uno per cui la gente non parteggia. Ho dovuto lottare per raccontare questi due ragazzi, due ignoranti, analfabeti di ritorno. Li amo molto, anzi sono pazza di loro". Di Pollo il suo interprete Andrea Miglio Risi ricorda: "quando ho letto la sceneggiatura devo dire che ho provato un po' di astio per questo personaggio, non mi riconoscevo e non pensavo di essere così. Ma poi in Pollo ho scoperto cose bellissime come l'ingenuità, quasi una purezza, che mi piacerebbe avere".

 

La frase:
- "A che età conviene morire? A 40 anni?"
- "No, prima. A 30 già comincia a marcire la faccia".

 

"Uno su due", Eugenio Cappuccio, con Fabio Volo, Anita Caprioli, Ninetto Davoli, Agostina Belli, Italia 2007.

unosudueLorenzo Maggi è un ambizioso avvocato trentenne che, insieme al socio e amico Paolo Albini, sta per fare il tanto sperato salto di qualità professionale. Possiede una casa in centro ed ha una fidanzata, Silvia. Insomma tutto procede per il meglio finché un giorno, uscendo dal tribunale, Lorenzo sviene ed è ricoverato d'urgenza in ospedale. Al suo risveglio, si trova in compagnia di Giovanni, un ex camionista romano dal carattere difficile, con cui deve condividere la stanza durante la sua permanenza in ospedale. Dopo una serie di analisi ed esami clinici, Lorenzo viene dimesso ma, in attesa del responso di una biopsia, i medici gli consigliano di seguire la terapia e condurre una vita moderata. Lui invece tenta di riprendere il normale corso della sua vita ma le cose non sono più come prima: i rapporti con la fidanzata e il socio precipitano mentre riscopre gli affetti della sua famiglia di origine, così come si intensifica la sua amicizia con Giovanni. Per aiutare quest'ultimo, infatti, Lorenzo intraprende un viaggio in Umbria alla ricerca di Tresy, unica figlia del suo amico, che ha interrotto da anni ogni rapporto con il padre. La nuova avventura aiuta Lorenzo a rimettere in discussione i suoi desideri e gli obiettivi per un futuro sospeso tra la vita e la morte...

 

"Indocina - Indochine", Régis Wargnier, Catherine Deneuve, Vincent Perez, Linh Dan Phan, Francia 1992.
locandinaFilm spettacolare con paesaggi incredibili.

Francese, ma nata in Indocina dove risiede e che ama moltissimo, Eliane Devrieres aiuta il padre Emile nella conduzione della vasta e ricca proprietà. Vissuta senza amore, rigorosa e dura anche sul lavoro, la produzione del caucciù è il principale obiettivo della donna. Invano le fa la corte il potente capo della polizia di Saigon, Guy Asselin. Il solo affetti di Eliane è la sedicenne Camille, una principessa orfana annamita da lei adottata, di grande bellezza promessa in sposa al giovane Than, figlio di una ricca donna d'affari di Saigon. Frattanto Jean-Baptiste Le Guen, un ufficiale della marina francese, conosciuta ad un'asta Eliane, se ne innamora e ne turba l'esistenza fino a quando la conoscenza occasionale di Camille - avvenuta nel corso di un attentato in strada - crea però un problema: Camille si innamora di Jean-Baptiste e con ciò le due donne diventano rivali. Eliane rinuncia; tuttavia grazie alle proprie conoscenze fa esiliare Le Guen in un piccolo avamposto militare installato su uno dei tanti isolotti lungo la costa. Là Le Guen avverte nel Paese (lui in divisa a protezione dei colonizzatori) il lievito di quei momenti per contrastare la denominazione francese in quella parte dell'Asia. E' il 1930: il Partito Comunista Indocinese è stato fondato: crescono i malumori del popolo povero e vessato; solo il capo della polizia Asselin paventa tempi durissimi. Camille fugge, rifiutandosi alle nozze, per raggiungere Jean-Baptiste nel suo esilio: qui i francesi hanno ammassato e anche torturato contadini rivoltosi e Le Guen, indignato per ciò che vede, ha ucciso uno spietato compatriota. Rischiando di andare sotto processo militare in Francia, l'ufficiale riesce a fuggire con Camille. La fuga è lunga e pericolosa: nasce il loro bambino mentre Le Guen viene imprigionato, dato che Assalin ha aperto la caccia al colpevole ed alla sua donna (i due si sono infiltrati in uno dei tanti gruppi di teatranti che si spostano nel paese). Separata dai suoi, Camille diventa un mito per il popolo. Quando, per successivi accordi internazionali, i prigionieri politici vengono liberati, la giovane annamita torna libera anch'essa, ma ora il compito di agitatrice le si impone come una missione. Eliane, (che nel frattempo ha allevato il figlio di camille) ormai invecchiata, tenta inutilmente di ricongiungersi alla donna. "La vecchia Indocina è morta anche nel nome: ora vi è il Vietnam ed una nuova generazione dovrà affrontare una terribile lotta contro l'Occidente".

 

"Mangiare Bere Uomo Donna - Eat Drink Man Woman", Ang Lee, CastSylvia Chang, Winston Chao, Lester Chen, Yu Chen, Sihung Lung,Stati Uniti d'America/Taipei Cinese, 1994.

immTalpei, il più celebre cuoco di Formosa, Maestro Chu, ha tre figlie. La maggiore, Jia-Jen, che insegna chimica, nonostante siano passati nove anni, è ancora innamorata dell'ex fidanzato Li Kai, anche se un collega, insegnante di ginnastica, Ming-Dao, comincia ad interessarla. Cristiana battista, è turbata da anonime lettere d'amore. La seconda, Jia-Chien, una donna in carriera in una compagnia aerea, ha la sorpresa di vedere giungere dall'Europa, come nuovo superiore, proprio Li-Kai, ma non ne fa cenno alla sorella, con la quale i rapporti non sono idillici, come del resto con il padre, che l'ha allontanata dagli amati fornelli. Ha saltuari ma appassionati incontri con l'ex fidanzato Raymond, ed ha anche investito i risparmi in un appartamento con l'ex fidanzato che si rivelerà una truffa. La minore, Jia-Ning, che studia e lavora in un fast-food, finisce per soppiantare l'amica Rachel nel cuore del fidanzato che costei trascura, Guo Lun. Chu vive per la cucina, sia nei raffinati pranzi domenicali con le figlie, che nel ristorante gestito dall'amico Wen. Prepara gustose merendine scolastiche per la piccola Shan-Shan, figlia di Jin-Rong. La madre di quest'ultima, signora Liang, di ritorno dagli Stati Uniti, non disdegnerebbe un legame col celebre cuoco, che stordisce con le sue chiacchiere. Improvvisamente Wen ha un malore e viene ricoverato in ospedale, dove Jia-Chen sorprende il padre nel reparto cardiologia e si preoccupa a sproposito. Viene a sapere da Li-Kaj che Jia-Jen si è inventata la storia d'amore con lui. Jia-Ning, che aspetta un figlio da Guo-Lun, va a vivere con lui. Jia-Jen, chiaritasi con Jia-Chien, sposa Ming-Dao e anche lei lascia la casa paterna, dove resta la seconda, che ha, dopo aver sfiorato l'amore con Lin-Kai ed essersi resa conto dell'egoismo di Raymond, rinunciando ad un incarico ad Amsterdam per restare vicino al padre che ha sposato Jin-Rong ed aspetta un erede. 

Pur parlando del male di vivere e della solitudine sentimentale nella Taipei di oggi, Mangiare bere uomo donna ha l'andamento, familiare allo spettatore occidentale, della commedia di costume fra dolce e amaro; del resto la firma è quella di Ang Lee, regista del fortunato Banchetto di nozze, Orso d'Oro a Berlino. (…) Terza parte di una trilogia idealmente dedicata ai padri, Mangiare bere uomo donna affronta il rapporto fra antico e nuovo in una società stravolta dal neoconsumismo sul piano di un privato fatto di piccoli eventi divertenti e drammatici, registrando i quali rischia di sfilacciarsi nell'aneddoto: ma lo stile c'è ed è aggraziato, limpido e sicuro.
Mangiare bere uomo donna è il terzo lungometraggio di Ang Lee e il secondo passato sui nostri schermi dopo il pluripremiato Banchetto di nozze 1992. Sceneggiatore prima che regista, il taiwanese Lee sembra non smettere mai di ricordarcelo, e per un’altra volta ci offre un film dalla forte struttura narrativa e dalla accuratissima costruzione dei dialoghi. Certo la commedia si presta particolarmente bene ad essere tessuta, tramata e parlata, e Lee si dimostra a proprio agio nei territori che al genere sono più consoni. E va a scegliersi, come microcosmo da cui snodare tutto il resto, un ambito veramente inesauribile: la famiglia, con tutte le implicazioni in essa insite, dall’incontro-scontro tra generazioni alla delicata definizione dei ruoli interni. In questo senso Mangiare bere uomo donna è un film su tutto. Parla di tutto. Anche di cibo e bevande, certamente. E di sesso. Solo che per tutto il film non si mangia granché, si beve poco, e di sesso ce n’è pochissimo, almeno in una certa accezione del termine.
Il cibo scandisce ritualmente l’andamento del film, ma solo come elemento centrale di un rito interrotto. Allo spettatore come ai personaggi Lee offre soltanto i preliminari, ossia l’elaborata preparazione delle vivande. E per questo che l’analogia portante di questo film non vuol essere tanto quella che lega il mangiare al vivere bensì quella secondo cui la vita sarebbe un eterno preparare, un eterno cucinare. I cibi sono lì, davanti ai nostri occhi, soltanto per essere allestiti, trasformati (di un’intensità quasi religiosa sono i momenti che seguono i passaggi dall’animale vivo - il pollo, le rane, i pesci - all’animale imbandito e decorato, una sorta di rito di passaggio della catena esistenziale), da gustare con lo sguardo e con la parola: ecco passare in rassegna prelibatezze dai nomi fantasiosi ed evocativi, cibi fritti saltati stufati bolliti dorati caramellati che soddisfano sinesteticamente ogni percezione, tranne quella gustativa.
E soddisfano anche il senso dell’udito, perché è anche nel nome che si concentra l’essenza di un piatto, e anche la sua magia: quando Maestro Chu viene chiamato d’urgenza al ristorante per rimediare allo scempio delle pinne di pescecane spappolate, ecco che si mette in pratica l’abracadabra, e il Maestro entra in azione. Con lo sguardo fisso sul calderone di poltiglia marronastra Chu si fa signore delle parole, una via di mezzo tra il Prospero shakespeariano (ma poco greenawayano) e il Topolino apprendista stregone, e pronuncia il suo incantesimo, che consiste essenzialmente in un semplice cambio di nome: non più pinne di pescecane, ma fantasia di ali di drago!
(...) Il titolo del film non è semplicemente una citazione da uno dei dialoghi, ma una vera e propria dichiarazione programmatica. I quattro segmenti che lo compongono sono segmenti autonomi, ognuno un nucleo generatore di storie e narratività. Ma ciascuno di essi non può considerarsi autoconcluso, né può vivere solo di forza propria. Il loro significato e la loro ragion d’essere emergono solo nella combinazione e nel continuo spostamento, proprio come accade per le pedine di un gioco di ruolo. Da questo punto di vista Mangiare bere uomo donna vive proprio all’interno di queste giustapposizioni, di questi movimenti di persone e oggetti. E la maestria di Lee sta proprio in questo, nel non limitarsi cioè al semplice esercizio di stile, ma nell’individuare nel gioco delle parti un’autentica sincerità d’ispirazione. Non a caso i quattro elementi principali non sono degli enti astratti ma proprio le componenti necessarie e fondamentali su cui si costruisce la concretezza stessa della vita. C’è un cuore che pulsa dietro le esercitazioni del regista, il film è un organismo vivente che tende a un respiro e a una dinamicità della conduzione del racconto e della ripresa che non è mai freddezza. La sequenza movimentata e vertiginosa dell’arrivo di Maestro Chu nelle cucine del ristorante, con la m.d.p. che insegue, precede, spinge e invita il personaggio a raggiungere il suo posto nel gioco già “imbandito” che senza di lui non può cominciare, è emblematica a riguardo. Lo stesso si può dire per tutte le altre sequenze relative alla preparazione dei cibi, che già dai titoli di testa si sottopongono all’obiettivo prima di tutto come oggetti di una continua manipolazione. Ovvero, come ingredienti. Ma sono ingredienti veri, cibi innumerevoli (più di cento portate, ha assicurato il regista) e autentici (preparati sul set da uno staff di grandi cuochi cinesi) che si offrono al nostro sguardo e al nostro appetito con genuino realismo.
Dice ancora Lee a proposito del suo film: «Nel fare Mangiare bere uomo donna l’ho preparato per il pubblico proprio come ogni cuoco preparerebbe un gran pasto; e se qualche volta gli ingredienti possono sembrare in conflitto tra di loro, questo avviene solo momentaneamente cercando di far crescere sempre più il gusto dello spettatore e di tenere sempre viva la sua sorpresa, fino a che il cibo come insieme non si mescoli in una armoniosa creazione». Fare un film come cucinare, dunque. E cucinare come vivere. Anche se, come lo stesso Chu sottolinea a un certo punto, non è mai la stessa cosa, perché nella vita – e nel cinema! – non sempre si riescono a trovare tutti gli ingredienti al momento giusto. Mentre in cucina sì. Almeno nella cucina di Maestro Chu.

 

 

 

"Il velo dipinto The Painted Veil", John Curran. con Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, USA, Cina 2006

ilvelo_dipintoKitty, una giovane donna della borghesia inglese in età da marito, sposa Walter Fane, un medico specializzato in batteriologia che nutre per lei un sentimento profondo. Dopo il matrimonio, contratto per compiacere la madre, Kitty si trasferisce con Walter a Shangai, dove, annoiata, cede alle lusinghe di sir Charles Townsend, vice console maritato e padre di due figli. L'adulterio viene presto scoperto da Walter che, ferito, decide di rivalersi conducendo la moglie al villaggio di Mei-tan-fu colpito da un'epidemia colerica. L'isolamento forzato e le condizioni di morte e miseria in cui versa la gente del villaggio, costringono Kitty a un esame di coscienza che getta sul marito una luce nuova. Commossa dall'amorevole dedizione con cui Walter giorno e notte assiste i malati, Kitty decide di appoggiare la sua missione e di rendersi utile in ospedale. In quel luogo sperduto impareranno ad amarsi e a perdonarsi.

Penetrante, intensa e acuta analisi sull'Amore: "Il velo dipinto" si presenta come un lungo percorso di crescita interiore per Naomi Watts, qui nei panni dell'acerba Kitty Fane, sposa per comodo al marito Walter, alias Edward Norton, impacciato dottore specializzato in batteriologia. Insieme, i due ci regalano un viaggio straordinario nella Cina degli anni Venti: quella della povertà, delle malattie infettive, delle rivolte e della vita.

Il film è un drammatico-sentimentale di quelli che verrebbe da dire "come ce ne sono tanti": e invece non è così, non in questo caso, non quando una pellicola viene illuminata dal talento (vero, non pubblicizzato) di due attori come la Watts (reduce dai calori di King Kong) e Norton (sempre più impegnato a voler interpretare, riuscendoci, qualunque ruolo) capaci di tenere alta l'attenzione del pubblico nel loro lungo percorso verso la comprensione reciproca. Non si può parlare di stereotipo drammatico quando la pellicola presenta un cast tecnico di talento: regia ispirata quella di John Curran, fatta di paesaggi bellissimi e interessanti soluzioni narrativo-visive (inserimento di flash-back, anche se solo inizialmente, e buoni movimenti di camera); sceneggiatura affatto scontata e motivo d'orgoglio per Ron Nyswainer, portato in gloria dal film "Philadelphia"; e musica avvolgente e insinuante, firmata da Alexandre Desplat, perfetta con il ritmo, anche emotivo, del film e che pare non accostarsi ad alcun altro genere. Originali.

Tratto dal romanzo del 1925 di Somerset Maugham, "Il velo dipinto" vuole spiegare l'Amore, quello vero, quello silenzioso e immobile della pazienza, della tenacia, della forza del tempo. E lo fa attraverso gli occhi della protagonista Kitty, viziata e aristocratica, che si ritrova suo malgrado in un viaggio ai confini della Cina, nelle terre colpite dal colera. Pur tra alti e bassi (forse troppo lenti alcuni passaggi centrali) il film non scivola mai nel patetico o nel luogo comune, riuscendo a mostrare la sua vera natura psicologica e coinvolgendo pienamente. Sorpresa.

"Il velo dipinto" è un film da consigliare, se non per l'originalità allora per l'intento che ha di voler comunicare qualcosa di nuovo, e avvolgente, allo spettatore. Incantato. I romanzi di Maugham, scrittore britannico morto nel 1965, sono stati per anni la magnifica ossessione di Edward Norton. La sua scelta è poi ricaduta su "Il velo dipinto", già trasposto sullo schermo nel 1934 da Richard Boleslawski e interpretato, nello splendore del bianco e nero, da Greta Garbo. Il risultato è un film delicato che restituisce allo spettatore l'esperienza di una lettura diretta del libro, a cui rimane fedele, almeno nelle atmosfere e nei dialoghi. A cambiare, fino a stravolgere il senso della storia, è l'epilogo, per il quale lo sceneggiatore Ron Nyswaner sceglie la più facile soluzione della riconciliazione spirituale e fisica della coppia. Se il punto di osservazione, assunto dal romanziere e dallo sceneggiatore, è lo stesso (quello di Kitty), la differenza sta nel modo di intendere il suo personaggio, che nel film viene indagato non tanto per le sue caratteristiche psicologiche e sociali, ma in base alla funzione che svolge nello sviluppo del racconto.

La Kitty letteraria, calata perfettamente nella Cina inglese degli anni '20, è portatrice inquieta di una drammatica disparità, è un "accessorio" di famiglia da emancipare attraverso il matrimonio. I suoi viaggi, quello geografico e quello interiore, la condurranno principalmente alla scoperta di sé. La rivelazione del suo essere, niente affatto consolatoria, non fa che riconfermarle la sua vocazione all'egoismo e all'individualismo. La Kitty di John Curran, certamente più moderna e meno greve del suo doppio letterario, risolve a letto i veleni coniugali e certi vizi morali. Il regista canadese conferma Naomi Watts e torna a "giocare coi grandi" all'adulterio come conseguenza del tedio esistenziale e della caducità della passione coniugale. Su una cosa regista e scrittore sono d'accordo: l'infedeltà non comporta necessariamente la rovina. Basta s-velarsi e trovare la strada del perdono.

La frase: "...Quando amore e dovere coincidono, allora la grazia è dentro di te..."  

 

 

"Scherzi Del Cuore (Playing By Heart)", Willard Carroll, Sean Connery, Gena Rowlands, Gillian Anderson, Ellen Burstyn, Anthony Edwards, Angelina Jolie, Jay Mohr, Ryan Philippe, Dennis Quaid, Jon Stewart, USA 1998.
scherzidicuore1Sullo sfondo di Los Angeles sfilano, intrecciandosi, storie d'amore, di disamore o di ricerca d'amore che coinvolgono una decina di persone di diverse generazioni nell'arco di otto giorni. L'epilogo le accomuna. Le ambizioni di W. Carroll, anche sceneggiatore e coproduttore, sono di un affresco sociale alla Altman sul tema comune del sentimento d'amore, ma in una versione ottimista e patinata senza lo scavo critico, la lucidità e la leggerezza del modello. Merita comunque di esser visto per il duetto recitativo delle due pantere grigie S. Connery-G. Rowlands, coniugi da quarant'anni: lei non riesce a perdonargli un'infedeltà, peraltro platonica, di 25 anni prima. A. Jolie (Joan) è qualcosa di più che jolie. Fotografia elegante del provetto Vilmos Zsigmond, musiche di John Barry.
Trama: Paul e Hannah, coppia ormai matura, litigano da un po' di tempo a motivo di una presunta infedeltà che lui avrebbe commesso anni prima. All'interno della loro grande casa, ricordi e ripicche si alternano tra dolori, nostalgie, rimpianti. Intanto in un albergo, Gracie si incontra con un uomo con cui ha una relazione extraconiugale: lui vorrebbe che il loro legame fosse più frequente, ma lei si oppone decisamente. Meredith, regista teatrale, dopo negative esperienze, rifiuta nuovi corteggiamenti, ma poi si vede messa alle strette dalle insistenze di Trent, spiritoso e convincente. In discoteca, Joan, giovane bella ed esuberante, rompe per telefono con un ragazzo e subito le capita di conoscere Keenan, dal quale è attratta ma che rifiuta qualsiasi appuntamento. Hugh si aggira per bar e ristoranti notturni: avvicina donne diverse e racconta loro versioni differenti ma sempre terrificanti della propria vita privata. In ospedale il giovane Mark sta morendo di Aids, assistito dalla madre che, tra le lacrime, cerca di alleviarne la sofferenza. Il finale vede Paul e Hannah riconciliati dal reciproco affetto, più forte di qualunque incomprensione. Intorno a loro, quando si celebra il rinnovo della loro promessa matrimoniale, ecco le tre figlie: Gracie, Joan, Meredith. Il pastore che celebra è l'amante di Gracie, che però adesso è accanto al marito Hugh. Joan presenta ai genitori Keenan, e lo stesso fa Meredith con Trent. Tutte le situazioni sembrano all'apparenza ricomposte.

 

"About a boy - Un ragazzo", Chris Weitz e Paul Weitz, con Hugh Grant, Toni Collette, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, UK/Usa 2002. Sito ufficiale:  www.about-a-boy.com
about_a_boyWill, single trentottenne, non ha bisogno di lavorare grazie agli introiti di una canzone famosa scritta dal padre nel 1958. Trascorre quindi le sue giornate guardando la televisione, facendo acquisti e corteggiando donne. Allergico alle relazioni durature, scopre che le compagne migliori per relazioni brevi sono le mamme single. Ricco e senza figli, passa gran parte delle sue giornate a scansare ogni tipo di responsabilità e a conoscere nuove ragazze. Dopo una relazione con una ragazza madre, Will scopre con piacere che i gruppi di aiuto per genitori single sono un terreno di caccia fertile ed incontaminato. Per questo motivo, fingendosi padre di un bambino di nome Ned, prende a frequentare uno di questi gruppi dove conosce Susie. Will è determinato a conquistare la donna ma trova, inopinatamente, sulla propria strada Marcus, il figlio dodicenne della sua amica hippy Fiona.
La pellicola tratta dall'omonimo best seller di Nick Hornby che nel 1998 ha venduto un milione di copie nel Regno Unito conquistando il primo posto nelle classifiche inglesi dei libri più venduti di tutti i tempi, presentato al festival di Taormina nel 2002. Damon Gough ha firmato le musiche come Badly Drawn Boy.
Se è vero che "non c'è due senza tre", sarà bene iniziare a preoccuparsi del fatto che altre trasposizioni cinematografiche possano essere realizzate da libri di Nick Hornby... Per ora godiamoci questo splendido crescendo: "Febbre a 90°", "Alta fedeltà" e ora questo 'ragazzo'. Una sorpresa, una vera -graditissima- sorpresa, a partire dal cast... una trasfigurata Toni Collette e la Rachel Weisz del post "nemico alle porte" (o 'mummie' varie) fanno da piacevole e funzionale contorno alla coppia di ragazzi intorno a cui ruota tutto: Nicholas Hoult (classe 1990, finalmente sotto i riflettori per un effettivo esordio) e, soprattutto, un immenso Hugh Grant.aboutaboy_unragazzo
Il nostro Hughie, passato ormai sopra a chiacchieratissimi matrimoni, funerali ed arresti, continua a inanellare prestazioni positive... sarà ancora l'effetto miracoloso della 'cura Allen'? Dopo "Criminali da strapazzo" e "Il diario di Bridget Jones" stavolta si mette nelle mani dei fratelli Weitz, capace coppia di piùcchetrentenni fantasiosi e giocherelloni che non poco deve aver goduto nel rileggere lo splendido libro di Hornby e nel dirigere le due perle succitate (Will e Marcus) in un film acido e dolce allo stesso tempo.
L'inglese Nick Hornby, scrittore dai diversi successi editoriali ("Alta fedeltà" e "Febbre a 90°"), è uno degli autori moderni più saccheggiati dal cinema. "Un ragazzo", il romanzo da cui è tratto questo "About a boy", è uno dei suoi libri più apprezzati, e fortunatamente è diventato sullo schermo una commedia decisamente riuscita, citata tra i migliori film dell'anno 2003 dall'American film institute e nominato, giustamente, all'oscar come migliore sceneggiatura non originale.
Il più grande pregio della pellicola è la capacità di saper sia divertire, e non poco, sia di far riflettere, toccando con grande leggerezza ma efficacia temi universali come l'amicizia, la solitudine e la solidarietà. Merito è della sceneggiatura ottimamente scritta, ricca di esilaranti e caustici dialoghi ed una serie di personaggi ricchi di debolezze che sentiamo vicini e "reali". I due protagonisti su tutti: il trentenne Will, un cinico nullafacente fermamente convinto di poter fare a meno degli altri, o come dice lui essere un' "isola", e Marcus, ragazzino troppo maturo per la sua età, costretto dalla madre, una hippy in depressione, a vestirsi stile anni '70 e a subire i conseguenti sfottò dei compagni di scuola. Il loro rapporto, che nel tempo diventa una solida amicizia e permette ad entrambi inconsapevolmente di migliorarsi ed affrontare con più sicurezza la vita di tutti i giorni, è certamente l'elemento più riuscito ed appassionante del film.
Ciò naturalmente non poteva realizzarsi se a dare vita ai due protagonisti non c'erano due bravi attori come si dimostrano il giovane Nicholas Hoult e il ben più noto Hugh Grant. Quest'ultimo in particolare regala la sua migliore interpretazione ed risulta difficile pensare ad uno più adatto di lui per la parte. "About a boy" è un film assai godibile che ci ricorda come sia difficile e svilente vivere fregandosene di ciò che ci ruota attorno.

"Forse non l'avevano previsto, o forse era un'operazione commerciale perfettamente studiata, fatto sta che quando i fratelli Paul e Chris Weitz nell'estate del 1999 portarono sullo schermo la sceneggiatura dello sconosciuto Adam Herz, non si aspettavano certo di scalare le classifiche di tutto il mondo in modo così rapido e così clamoroso. La sceneggiatura originale di Herz recava un titolo curioso quanto azzeccato: Commedia sul sesso senza titolo che può essere realizzata con dieci milioni di dollari e che i talent scout degli Studios probabilmente detesteranno, ma che voi siete destinati ad amare, ma il film alla fine fu intitolato American Pie e costò undici milioni di dollari, anche se (occorre precisarlo) ne incassò più di cento in soli tre mesi. In occasione dell'uscita di American Pie i fratelli Weitz affermarono con spavalderia di essere degli analfabeti in fatto di cinema.
A tre anni di distanza dalla loro prima opera, ritroviamo i loro nomi associati al terzo adattamento cinematografico di un libro di Nick Hornby, a fare i conti con i due precedenti film tratti dalla produzione letteraria dello stesso autore. Sia il romanzo d'esordio (Febbre a 90°) che il secondo lavoro del narratore inglese Nick Hornby (l'originalissimo Alta fedeltà), erano già stati portati sul grande schermo con grande successo, quando Chris Weitz lesse About a Boy e se ne innamorò.
Il progetto cinematografico stava per essere affidato a un altro regista, quando i Weitz si fecero finalmente avanti e insistettero parecchio per sedersi sulla poltrona della direzione. Le aspettative dei numerosi appassionati di Hornby non sono state tradite, e i due fratelli di origine newyorkese hanno finalmente dimostrato di essersi evoluti dalla comicità sguaiata e dozzinale di American Pie, che appare ormai un ricordo lontano. Il ragazzo del titolo (About a Boy – Un ragazzo) è Marcus, un dodicenne goffo, ingenuo e ancora incapace di comunicare i suoi sentimenti non soltanto a scuola ma anche a casa: vittima di scherzi e prepotenze da parte dei compagni più grandi, ha una madre, Fiona, single e hippy, sempre più frequentemente soggetta a crisi depressive.
Will è invece un ragazzo mai veramente cresciuto, nonostante i suoi trentotto anni: è single, come Fiona, non ha figli né problemi economici, tanto che può permettersi di non lavorare. L'unica preoccupazione nella sua vita è essere sempre alla moda e "figo", come puntualizza lui stesso, e non rinunciare per nessuna ragione alla propria libertà. Pur di uscire con una giovane madre single, l'amica di Fiona, Susie, Will finge di avere un figlio e racconta di essere stato abbandonato dalla moglie: il piano sembra funzionare, finché Marcus non si unisce a loro per un pic-nic al parco.
Lo stesso giorno del primo incontro fra i due protagonisti, Will e Marcus, Fiona tenta il suicidio. Will, inizialmente freddo e insofferente, decide di aiutare come meglio può Marcus, finendo quasi suo malgrado ad assumersi delle responsabilità e imparando proprio dal ragazzino il valore di certi sentimenti, come l'amore, prima vissuto con troppa superficialità.
Ancora una volta lo stile inconfondibile di Nick Hornby passa dalle pagine del libro alla mano del regista sin dalle battute iniziali. Il monologo interiore dei protagonisti ci accompagna per tutto lo spettacolo, nella forma di un commento sistematico fuori campo alle varie situazioni. È questa la caratteristica più interessante del film (e il tratto dominante di Hornby): lo spettatore entra nel vivo della realtà filmica, con il privilegio di leggere nei pensieri dei personaggi, potendo ascoltare le frasi non dette, i giudizi che di norma ognuno tiene per sé.
A prestare il volto a Fiona è la brava ed eclettica Toni Collette (di nuovo nei panni di madre dopo il film Il sesto senso, per il quale è stata candidata all'Oscar 2000 come migliore attrice non protagonista); Will è un ironico Hugh Grant, che prende in giro se stesso, finalmente senza frangetta da "bravo ragazzo"; e infine Rachel Weisz, nei panni della ragazza per la quale Will perderà la testa nel finale, già vista nei due successi di cassetta, La mummia e La mummia 2.
La colonna sonora, melodica e romantica, composta quasi esclusivamente da brani di un giovane emergente, Damon Gough, in arte Badly Drawn Boy, rievoca sound anni '70 e '80 e artisti quali Bob Dylan e Bruce Springsteen". Tito Fortichiari

 

"City of Angels - La città degli angeli", di Brad Silberling, con Meg Ryan, Nicolas Cage, Colm Feroe, USA 1998.
lacittdegliangeliLa dottoressa Maggie Rice (Meg Ryan) è un affermato cardio-chirurgo. La sua stabilità interiore vacilla però dopo la morte di un paziente, avvenuta durante un'operazione considerata di "routine". L'angelo Seth (Nicolas Cage), presente in sala operatoria per aiutare l'uomo che sta morendo, s'innamora di Maggie e desidera diventare un essere umano per poterle dare conforto. Seth che ha trascorso tutta la sua esistenza vagando per la terra, ascoltando i pensieri degli uomini che osserva, annotando le sensazioni, abitando "un mondo dietro al mondo" in cui domina luce ed armonia, non conoscendo paura, dolore né fame, godendo del dono dell'immortalità e della conoscenza, abbandonerà tutto questo per amore di Maggie e diventerà uomo.

 

 


"Babel", di Alejandro Gonzalez Inarritu, con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, Kôji Yakusho, Adriana Barraza, Rinko Kikuchi, Michael Peña, USA 2006.
babelQuattro episodi-limite di solitudine e dolore, quattro zone geografiche in cui i protagonisti sono o si sentono stranieri, quattro lingue più una (quella dei segni) per un film-manifesto della cultura globalizzata. Tutto ciò che rendeva duro, amaro e doloroso il cinema dell’aspro regista messicano è qui ripulito, addolcito e riverniciato da una patina visiva, ma anche narrativa, classicamente hollywoodiana. La tensione emotiva lascia spazio a una programmatica cerebralità, a un estetismo fin troppo raffinato e compiaciuto, e a una costruzione macchinosamente architettata in cui nulla può essere lasciato al caso (anche a costo di forzare i legami tra le storie: vedi l’episodio giapponese). Questa d’altronde sembra essere la tendenza delle storie corali che piacciono a Hollywood, a giudicare anche dal pluripremiato Crash di Paul Haggis, artificiosa e meccanica degenerazione della coralità sbandata e alla deriva dell’America oggi altmaniana. Non ci si stupisce dunque di fronte all’appesantimento retorico della coppia messicana corteggiata da Hollywood (Iñarritu/Arriaga) che, allargando il raggio d’azione della storia e forzandone i destini, ha perso in istintività e pulsione emotiva. Che gusto c’è nel comporre un puzzle in cui tutti i pezzi combaciano senza intoppi? In Marocco due adolescenti nel mezzo del deserto provano un fucile che il padre ha dato loro per tenere lontano gli sciacalli dalle capre, ma la pallottola sparata arriva molto più in là di quanto si sarebbero aspettati. A colpire una donna americana in crisi con il marito e in viaggio, su un autobus di un viaggio organizzato. La coppia ha lasciato a San Diego i figli che sono affidati ad una tata messicana che però non può mancare al matrimonio del figlio. Nel mentre in Giappone una ragazza sordomuta vive il disagio di un adolescenza particolarmente difficile.
In pratica individui distanti tra loro migliaia di chilometri incrociano per qualche ora i loro destini sulla Terra, creando un disperato affresco di un’umanità sola e dolente (visione orientale dell'esistenza ma anche della nuova scienza della
COMPLESSITA', quella della teoria "Butterfly" dei metereologi).
Il detonatore che innesca una reazione a catena in questo puzzle composto da tessere fin troppo perfettamente combacianti è il colpo di fucile partito dalle mani di due ragazzini in un paese sperduto del Marocco. Un gesto immotivato, compiuto quasi accidentalmente da due innocenti che, come in un domino, agisce profondamente sulle vite di tre gruppi di persone in diverse zone del pianeta: una coppia di americani lì in vacanza per risolvere una crisi coniugale, una domestica messicana alle prese con i figli dei due nel giorno del matrimonio di suo figlio, e un’adolescente giapponese, sordomuta ed emotivamente emarginata, alla disperata ricerca d'amore in una Tokyo caotica e alienante.
Ossessionato dalle coincidenze del destino e dalle storie parallele, il messicano Iñarritu, già autore insieme al fido sceneggiatore Arriaga (premiato a Cannes per Le tre sepolture di Tommy Lee Jones) del più “grezzo” ma genuino Amores Perros e dello straziante 21 grammi, alza il tiro per questa babele multietnica di storie e destini umani vincitrice del Premio per la Regia al 59° Festival di Cannes.

 

"Man on fire", Tony Scott, con Denzel Washington, Dakota Fanning, Christopher Walken, Giancarlo Giannini, Radha Mitchell, Marc Anthony, Rachel Ticotin, Mickey Rourke, USA 2004.
man_on_fireUn'ondata di sequestri dilaga a Città del Messico alimentando il crescente senso di panico fra i cittadini piú ricchi: 24 rapimenti in una settimana hanno spinto molti genitori ad assumere guardie del corpo per i propri figli. John Creasy, un ex collaboratore della CIA, si lascia convincere da un amico a fare da bodyguard ad una ragazzina di nove anni, Pita Ramos, figlia di un industriale. All'inizio John sopporta a fatica la pestifera ragazzina ma lentamente Pita riesce a far breccia nel suo cuore. Quando Pita viene rapita Creasy, in cerca di vendetta, decide di uccidere chiunque sia coinvolto o abbia approfittato del rapimento. E nessuno potrà fermarlo.
Con una trama del genere il povero Tony Scott rischiava veramente di terminare la sua non eccelsa carriera di regista. Invece, complice una sceneggiatura senza sbavature,rischia di aver firmato il suo capolavoro. Scott sperimenta inquadrature ardite, creando un nuovo linguaggio cinematografico, descrivendo una Città del Messico reale e calda senza nasconderne la disperazione e la violenza, in armonia con le implicite regole del thriller e dell'azione più sfrenata. Ottimi piani sequenza, ottima padronanza della macchina da presa, ottimo montaggo e straordinaria la fotografia. Stratificato in diversi livelli di lettura, il film, riassume ed evidenzia tutta la poetica del suo autore. MA NON SOLO. In un turbinio di immagini psichedeliche e visionarie la maturità del regista permette ad attori del calibro di Denzel Washington e Christopher Walken di costruire personaggi credibili e di rara intensità. Accompagnato da una colonna sonora potente e ricca, il film cavalca verso un finale non geniale ma comunque coerente ed efficace. Un piccolo gioiello a cui probabilmente nuoce una personalità talmente "cinematografica" da non poter essere apprezzato da un pubblico (ormai sempre più vasto) abituato alla semplicità e alla povertà di un linguaggio televisivo invadente ed imperante. Sito: www.manonfiremovie.com  

 

"Antwone Fisher",Denzel Washington, con Derek Luke; Joy Bryant; Denzel Washington; Salli Richardson; Earl Billings, Stati Uniti, 2002.
antwone_fisherAd un marinaio psichicamente instabile viene ordinato di consultare uno psichiatra della marina per imparare a domare il suo carattere volubile. L'uomo non sospetta minimamente che, sin dal suo ingresso nello studio del dottore, sarà indotto a intraprendere un eccezionale viaggio emotivo per affrontare il suo doloroso passato e riprendere contatto con una famiglia che non ha mai conosciuto.
Antwone Fisher
Antwone Fisher (Derek Luke), marinaio dal temperamento irascibile, viene spedito da uno psichiatra della marina (Denzel Washington) per farsi aiutare a placare il suo carattere indomabile. Per il giovane sarà il primo passo alla scoperta di se stesso. Il dottore diventerà il padre che Fisher non ha mai conosciuto e lo sosterrà per tutta la durata del trattamento spingendolo a cercare la sua vera famiglia, tappa necessaria per l'integrità psicologica del ragazzo. Il giovane marinaio comincia a credere in se stesso e parte insieme alla sua donna (Joy Bryant) verso i luoghi in cui è cresciuto, per cercare di ricomporre il mosaico del suo passato e togliersi cosi dalle spalle quel pesante fardello.

Primo film da regista per Denzel Washington questo "Antwone Fisher", tratto da una storia vera. Infatti Fisher, dopo undici anni in marina, è diventato guardia giurata ai teatri di posa della Sony Pictures di Los Angeles. Dopo aver rintracciato i parenti da parte del padre, mai conosciuto, è entrato nell'ufficio del suo superiore per chiedere delle ferie e cosi andare a trovarli, siccome era stato assunto da due mesi, per convincerlo, gli ha raccontato tutta la sua storia. Da quell'ufficio al produttore Todd Black la strada è stata cortissima. Anzi Black ha insistito che la sceneggiatura la scrivesse proprio lui, convincendolo che sarebbe stato all'altezza. Per la parte principale è stato scelto Derek Luke, un giovane attore che lavorava all'emporio della Sony nello stesso periodo in cui Antwone Fisher era guardia giurata. America, 'Land of Opportunities'.
 

 

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