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Innanzi tutto consiglio vivamente la visione di questo filmato:

 

Un bellissimo discorso sottotitolato in italiano di Steve Jobs al-l'Università di Stanford

 

e poi... 

 

 

 

  icona

 

 

 

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro. Mi spiego. Credo che sia capitato a tutti coloro che hanno in casa un numero abbastanza alto di libri di vivere per anni con il rimorso di non averne letti alcuni, che per anni ci hanno fissato dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione.
Poi un giorno accade che prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggerlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli. La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse alfabeto Braille. Io sono seguace del CICAP e non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso sì, anche perché non ritengo che il fenomeno sia paranormale: è normalissimo, certificato dall'esperienza quotidiana.
La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava o spolverava vi si gettava uno sguardo, si leggeva la bandella di copertina, si apriva qualche pagina a caso, e così poco per volta se ne è assorbita gran parte.
La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).
In verità credo che siano vere tutte e tre le spiegazioni che interagiscono tra loro. Si leggono altri libri, senza accorgercene leggiucchiamo anche quello, e anche soltanto a toccarlo qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, ci parla di un'epoca, di una ambiente. Tutti questi elementi messi insieme 'quagliano' miracolosamente e concorrono tutti insieme a renderci familiari a quelle pagine che, legalmente parlando, non abbiamo mai letto.
Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro, bensì quella delle biblioteche di casa.
Umberto Eco, estratto da ''Leggere i libri coi polpastrelli''
(in LA BUSTINA DI MINERVA, 1998). 

 

 

 

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Mentre l'intreccio e i personaggi può copiarli chiunque e anche aggiungerci, c'è un tono delle parole e del discorso che ti tradisce per quello che sei. [...] Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l'hanno fatto per te. Si tratta sempre d'imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c'è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com'era solo lo scrittore che l'ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l'autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altro uomo e ti senti più uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.

Cesare Pavese da Dialoghi con Leucò

 

 

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

                                                      Salinger J. D. da Il giovane Holden

 

   

 

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LA BIBLIOTERAPIA
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Sebbene spesso il termine “biblioterapia” sia utilizzato in Italia in modo piuttosto riduttivo, per designare la lettura di libri spesso consigliati da professionisti con l’obiettivo di migliorare un problema, questa metodologia di aiuto è in realtà un efficace e scientifico insieme di peculiari tecniche interattive di supporto alla salute, che viene adottato con successo in gran parte del mondo, basandosi su relazioni di aiuto che si intrecciano con il supporto preminente della lettura di libri o di parti di scritti informativi, letterari, nonché di materiali idonei in funzioni delle finalità specifiche che si intende raggiungere.

 

 

La Biblioterapia è un processo interattivo

 

Indubbiamente la storia della biblioterapia affonda le sue radici nella semplice lettura di testi in grado di produrre talvolta alcuni benefici spontanei derivanti dalla capacità di suscitare delle riflessioni o delle reazioni emotive positive, in grado di motivare, di informare o, ancora, di insegnare delle strategie per affrontare delle problematiche.
Inizialmente il termine inglese “bibliotherapy” è stato utilizzato per designare i tentativi
di prescrivere libri ritenuti in grado di sostenere la crescita personale e la risoluzione di problemi, un metodo consistente librisostanzialmente in forme sperimentali di lettura considerata talvolta “abreativa” e in altri casi in grado di attivare risorse di
“auto-aiuto”.
Questo tipo di interventi di lettura a sostegno della salute sono stati adottati
inizialmente in modo ufficiale in numerosi reparti ospedalieri americani (psichiatria, oncologia, ecc.) in cui sono state istituite delle librerie ricche di materiali ritenuti in grado di stimolare la vita intellettuale e di risollevare l’umore dei malati, in particolare dei lungodegenti ai quali sono stati proposte spesso forme romanzate, poetiche o anche avventure e libri relativi a viaggi, ritenuti ricchi di stimoli emotivi in grado di portare
i pazienti per qualche ora “fuori” dal proprio letto.
Ben presto l’uso della lettura per supportare la salute ha trovato spazi di accoglienza in
altre strutture: dalle scuole ai centri di aiuto medico e psicologico, fino ai contesti di
aiuto spirituale.
La semplice messa a disposizione di materiali di lettura e l’abitudine a fornire consigli
relativi alle letture, ritenute idonee basandosi su prospettive teoriche diverse e centrandosi sulle reazioni del lettore-consulente, sono stati trasformati gradualmente in
momenti di lettura condivisa di una vasta tipologia di scritti. pila_di_libri
Il passo fondamentale nella definizione della biblioterapia come è attualmente concepita e
adottata efficacemente da diversi professionisti di tutto il mondo e nella sua strutturazione in quanto sistematico metodo di aiuto, è stato fatto a partire dall’osservazione delle differenti reazioni che possono avere più persone quando si
confrontano emotivamente o riflettono sullo stesso testo.
La crisi dell’approccio basato sull’ipotesi dell’esistenza di poteri terapeutici assoluti
posseduti da certi testi ha portato a porre l’accento sulla relazione come metodo per riportare i lettori verso i significati e le esperienze emotive ritenute utili per favorire
i percorsi di cambiamento e di guarigione.
L’esperienza dei biblioterapisti ha portato ad individuare efficaci criteri di scelta del
materiale da adottare in relazione alle dinamiche individuali (psicologiche, educative, sociali) che si intende stimolare, nonché allo sviluppo di metodi di accompagnamento alla lettura e di facilitazione della discussione che deve far seguito ad essa in un efficace contesto biblioterapeutico.

 

Oggi la biblioterapia, chiamata spesso anche “libroterapia”, ha definito, attraverso questo percorso per aggiustamenti progressivi, la sua immagine, i suoi metodi e gli strumenti più efficaci per le finalità che si propone. Pertanto, se si intende usare la biblioterapia nel senso effettivo del termine “terapia”, e non come puro strumento di cultura o diletto, essa va impostata come un processo interattivo che, partendo dalla lettura, intende stimolare la riflessione e il cambiamento personale per supportare la salute, sia essa fisica, psicologica che socialeimages.

Più precisamente, è possibile chiarire le caratteristiche essenziali che deve possedere un percorso effettivamente definibile “biblioterapeutico”, facendo riferimento all’approccio dei più noti esperti di fama mondiale che adottano da anni questo metodo (McCarty Hynes A., Hynes-Berry M., 1994).

 

 

Aspetti essenziali per poter parlare di biblioterapia


1. la biblioterapia va impostata come un processo interattivo che presuppone la condivisione e discussione, sincronica o differita, di vissuti interiori (pensieri, emozioni) che nascono da una lettura di un testo (o da attività paragonabili svolte con uno strumento-stimolo simile) scelto da un professionista esperto sul metodo e in relazione al contesto professionale in cui si interviene;
 
2. il processo biblioterapeutico di interazione può riguardare sia contesti di intervento
clinico che contesti evolutivi, purché in tutti i casi il lavoro rimanga incentrato sul rapporto con la salute per definirsi davvero “terapeutico”, anche se talvolta tale accezione può essere utilizzata in senso più ampio e altre volte in senso più stretto; 


3. i risultati di un percorso di biblioterapia efficace, confiera_del_libro_torino_romaseguentemente, devono comportare un miglioramento misurabile, seppur minimo, del benessere personale che può consistere nell’assunzione di valori, vissuti o abitudini psicologiche e sociali utili alla salute in uno o più dei suoi aspetti; 


4. il materiale di lettura utilizzato in questo metodo di aiuto, dal momento che l’accento non è centrato sulla cultura, deve essere selezionato evitando qualsiasi atteggiamento di pregiudizio di qualità: il focus di scelta è infatti la possibilità di migliorare la salute in qualche suo aspetto, attraverso una comunicazione centrata sui processi e sulle realtà soggettive piuttosto che sui contenuti (criterio particolarmente importante da rispettare se il biblioterapeuta è anche un insegnante); 


5. un percorso biblioterapeutico può essere condotto in un contesto di comunicazione di coppia oppure in un contesto di gruppo qualora le esigenze di “salute” dei partecipanti siano simili e conseguentemente gli obiettivi condivisi e raggiungibili con un intervento comune; 


6. per parlare elibri545ffettivamente di biblioterapia è necessario che vi sia un uso primario e predominante del metodo della lettura interattiva all'interno di un percorso, piuttosto che come una parte minima dello stesso (es. non può essere ritenuta biblioterapia la prescrizione saltuaria della lettura di un libro in un percorso psicoterapeutico, né l’uso di metodi di lettura-scrittura intercalati in percorsi incentrati su tecniche che non si basano sulla lettura come abituale punto di partenza della relazione d’aiuto);


7. l'efficacia della biblioterapia, come mostrano numerose esperienze, non dipende dall’uso di un materiale oggettivamente terapeutico (che in effetti non esiste), bensì dalle capacità del conduttore-facilitatore di scegliere materiale che risponda ai bisogni e alle risorse dei partecipanti in modo da affrontare eventuali resistenze o dissensi, guidando le prospettive e le emozioni dei presenti in un confronto che non deve coincidere pertanto con l’accordo su quanto è stato letto, ma piuttosto con una trasformazione interiore e soggettiva di un tema essenziale per il benessere.  books

 


Biblioterapia e biblioterapisti nel mondo

 

 

Come si osserva nel panorama dei paesi che da anni adottano validamente interventi di libroterapia, il biblioterapista è un conduttore che ha la funzione di “facilitare” i vissuti legati al testo-guida in modo da accompagnare la persona (o il gruppo) nel compiere singoli passi utili per migliorare uno o più aspetti individuali (e assolutamente soggettivi) necessari per sentirsi meglio. In questo senso i progressi devono essere considerati dal conduttore attraverso delle fasi di monitoraggio delle risposte mostrate durante il percorso ed eventualmente attraverso delle valutazioni con strumenti specifici per misurare lo stato di “salute” su cui si interviene.
La formazione di un biblioterapeuta, pertanto, comprende sia un bagaglio specifico di
conoscenze, metodi e tecniche di conduzione comprese tra quelle che hanno mostrato di esser più efficaci nel corso di interventi sperimentati in diversi paesi del mondo, sia una
formazione professionale specifica in relazione agli obiettivi che si intende raggiungere.
Pertanto, incrociando le competenze specifiche agli obiettivi connessi alla professione si
rintracciano quattro grandi categorie di conduttori e, conseguentemente, quattro tipi di
interventi biblioterapeutici molto diversi tra loro che sono stati attuati in diversi paesi.
I biblioterapisti psicoterapeuti utilizzano i metodi di biblioterapia interattiva per
raggiungere scopi di miglioramento e/o di guarigione di disturbi mentali, intervenendo anche sulle “dimensioni patologiche” nel corso del lavoro biblioterapeutico. La biblioterapia in
questi casi viene meglio definita “biblioterapia psicoterapeutica”.
I biblioterapisti medici (non psicoterapeuti) hanno spesso adottato la biblioterapia per
raggiungere i loro scopi di tradizionale educazione sanitaria, mirando al miglioramento di
cattive abitudini responsabili di numerosi problemi di salute di loro specifica competenza.
I biblioterapisti psicologi (non psicoterapeuti) adottano la biblioterapia per finalità di
prevenzione e di diagnosi psicologica, nonché per attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico. La biblioterapia in questi casi è stata a volte definita con termini che possono essere tradotti come “biblio-psicologia”, “biblioterapia
psicologica” o “psicobiblioterapia”.
I biblioterapisti operatori di formazione ed libri_1educatori utilizzano i metodi di biblioterapia
per favorire l’educazione ed il sano sviluppo, ponendosi degli obiettivi realizzabili in funzione del proprio settore di intervento. Si tratta di percorsi in ambito pedagogico, artistico, motorio, culturale, sociale, ricreativo, che, in relazione alla tipologia di professionisti che conducono, permettono di parlare di “counseling biblioterapeutico”, di “letteratura-evolutiva” o anche di “orientamento biblioterapeutico”.

 

 

Il materiale biblioterapeutico

 

 

Nella bibfestival_of_bookslioterapia è possibile adottare, in base a giustificate esigenze connesse agli obiettivi che ci si propone di raggiungere, materiale proveniente da fonti molto differenti che, come è stato detto, non deve avere necessariamente contenuti letterari rilevanti, ma che deve possedere un certo “potere” legato alla capacità di stimolare riflessioni positive per la salute.
Generalmente si è osservato che tale “potenziale terapeutico” è connesso ad alcune
caratteristiche che permettono di distinguere il “buon materiale biblioterapeutico”. Più precisamente, la qualità di quest’ultimo è legata alla presenza di una o più dimensioni tematiche e di una o più dimensioni stilistiche tra quelle indicate di seguito. Gli indicatori tematici mostrano generalmente di essere migliori predittori di efficacia rispetto a quelli stilistici.

 

 

INDICATORI TEMATICI DI BUONA QUALITÁ DI UN TESTO O DI ALTRO MATERIALE BIBLIOTERAPEUTICO


1. il testo/materiale tratta di esperienze universali;
2. il materiale ha un modo peculiare e di effetto di affrontare un tema comune;
3. il testo/materiale è comprensibile e privo di significati oscuri;
4. il materiale letterario tratta il tema con una certa positività, pur affrontando e non
sminuendolo certi temi “forti”. 

sminuendolo certi temi “forti”. 

 

 

INDICATORI STILISTICI DI BUONA QUALITÁ DI UN TESTO O DI ALTRO MATERIALE BIBLIOTERAPEUTICO


libri_impilati1. il testo/materiale ha un ritmo continuo che favorisce la lettura e l’attenzione;
2. il materiale letterario ha la capacità di stimolare i cinque sensi attraverso
l’immaginazione;
3. il materiale letterario adotta un vocabolario chiaro e vicino a quello dei
lettori-ascoltatori;
4. la lunghezza/durata è tale da consentire tutte le attività che si prevedono in una
sessione, senza stancare l’attenzione. 


In biblioterapia il materiale-stimolo adoperabile può comprendere, in base alle tecniche che si intende adottare:
• parti di libri (raramente interi libri con lettura frazionata in più sedute);
• brevi storie;
• citazioni;
• testi di canzoni;
• poesie o parti di esse (si parla in questi casi di poesiaterapia o biblio-poesiaterapia);
• articoli di giornale o tratti da riviste scientifiche (si parla in questi casi di journal
therapy);
• favole (e si adotta in genere il termine specifico di fiaboterapia);
• parti di copioni (utilizzando una forma specifica di teatroterapia che viene chiamata, in
ragione del suo approccio biblioterapeutico, biblio-teatroterapia o biblio-dramma);
• video (spot, video musicali, corti, scene selezionate).

 

 

Le attività possibili in libroterapia

 

 

In relazione al materiale e alla specifica preparazione professionale del conduttore, sono state sperimentate diverse modalità di conduzione che possono prevedere attività, condotte secondo l’impostazione biblioterapeutica e le finalità di questo approccio di aiuto, quali:


• lettura silenziosa, a voce alta o corale;
• discussione guidata;
• drammatizzazione;
• scrittura creativa;
• espressione corporea e danza;
• proiezioni video;
• ascolto di suoni e musiche;
• attività grafico-pittoriche; libri54
• esperienze di manipolazione di materiali e oggetti;
• tecniche di consapevolezza psicocorporea.

 

 

Ogni attività accostata alla lettura viene adottata in biblioterapia con lo scopo e gli accorgimenti tecnici che permettono di potenziare le riflessioni su un tema e sui vissuti emotivi conseguenti, in modo da guidare verso un cambiamento personale positivo.
Va ricordato altresì che la differenza tra biblioterapia e metodi di lettura guidata o
consigli di manuali di auto-aiuto consiste anche nel monitoraggio iniziale dei bisogni,
nella valutazione dei miglioramenti osservabili nel corso delle risposte agli stimoli letterari (realizzata con apposite check lists) e nel controllo finale dei cambiamenti positivi raggiunti.

 

 

Riferimenti bibliografici

- Philpot G., Britt L., 1999, Bibliotherapy for Classroom Use, Paperback.
- McCarty Hynes A., Hynes-Berry M., 1994, Biblio/Poetry Therapy: the interactive process,
Paperback.
- Monaco M., 2008, Corso di formazione per conduttori di biblioterapia, Accademia Menteviva.

 


 

 

 

Alla ricerca dei significati terapeutici della lettura nel nostro vivere quotidiano

                                                                      della Dott.ssa Barbara Rossi
 

Si parla sempre più spesso di biblioterapia, un termine molto utilizzato dagli inglesi, che amano la lettura molto più degli italiani. Il termine sta ad indicare il valore della lettura come mezzo di crescita personale, tanto da essere utilizzato anche a scopo terapeutico.

 

La lettura costruttiva

A tutti sarà capitato, di leggere e di essere "illuminati" da un libro, un po' come un buon amico che dice le cose giuste al momento giusto e che fa riflettere.

Più spesso il libro viene utilizzato o cercato attivamente come autoaiuto, come formazione…ecc.

Tra le varie funzioni che un libro può assumere, dalla letteratura e dalla clinica troviamo che :


• può essere uno strumento per trovare le risposte che non si trovavano altrove, 
 
• può aiutare nella revisione e comprensione del proprio passato, 
 
• può dar voce a pensieri ed emozioni inespressi, che urlavano nel segreto del proprio cuore, 
 
• può permettere di riconoscere situazioni già sperimentate da altri e di attribuirvi un significato prima sconosciuto, attenuando il senso di angoscia dell'ignoto e del mistero, 
 
• può aiutare a pensare al proprio progetto futuro, ponendo domande sul percorso che sarà (es. per le future mamme…), 
 
• funziona per calarsi in un'altra realtà, per poter fantasticare e veder scorrere immagini create da sé in alternativa a quelle proposte dalla TV, per vivere in una dimensione un po' più da protagonista, 
 
• funziona da "astronave", per rifuggire da una realtà scomoda o difficile, oppure anche solo per una sosta a ricaricarsi, prima di un nuovo tempestoso ritmo, 
 
• serve come auto/formazione.


In tutte queste situazioni la lettura assume un significato molto importante nel favorire l'adattamento alla realtà e il protagonismo nella vita.

 

 

Tra la cultura del visivo e la cultura del comunicare

Se da un lato si possono evidenziare le positività di una sana lettura, purtroppo spesso sacrificata ad altri piaceri o doveri, nell'era della Tv satellitare e della cultura del guardare, poco spazio ha una cultura del comunicare.

Molte persone inoltre non amano leggere, tanto da parlare di analfabetismo di ritorno.

Come dice Pennac, "il verbo leggere non sopporta l'imperativo come il verbo amare e sognare", e nemmeno qui si vuole imporre, ma certo va detto che chi non legge non sa cosa perde (motivo per cui continua a non leggere: ciò che non conosci non ti manca!).

Ovviamente questa non vuol essere una propaganda alla lettura, ma solo uno spunto per pensare.

Nella logica del guardare, infatti, c'è chi offre prodotti facilmente usufruibili (quiz, immagini spettacolari, video musicali, curiosità sulla vita delle persone come nel grande fratello, ecc.) e c'è chi riceve quel messaggio.

Pensiamo alla TV: in sostanza non c'è rapporto tra i due, emittente e ricevente. Semplicemente, se non ci sta bene cambiamo canale, se non lo facciamo vuol dire che ci va bene, è scontato che sia così, e allo stesso modo sono scontati altri aspetti.

I desideri delle persone vengono indovinati e non sono realmente importanti. Si tratta di una relazione decisamente poco impegnativa, dove tutti hanno ragione.

Nella logica del comunicare, invece, l'obiettivo è incontrare i desideri, i sogni, l'inconfessato e inconfessabile di ognuno, per scambiarsi domande, risposte, idee.

Parafrasando Cerroni, solo chi può leggere è in grado di ascoltare, vedere e valutare, pilastri di una comunicazione autentica, dove avviene uno scambio di pensieri e non di citazioni vuote di senso, come lo stesso Heidegger, filosofo esistenzialista affermava secoli fa.

 

 

Leggere la relazione

Se si scrive perché qualcuno legga, e si legge perché qualcuno ha scritto, allora il libro assume comunque valore come mezzo all'interno di una relazione con sé e con gli altri.

Ci troviamo in altri termini ad un crocevia, dove la lettura diventa un punto nodale dove si raccordano significati diversi, talvolta di crescita, talvolta di difesa, o di rifugio, pausa o chiusura, o altro.

La lettura, in che misura è un modo per crescere, e in che misura un modo per barricarsi difensivamente?

Se la relazione si chiude al mondo, diventando una sorta di rifugio dove ripararsi, diventa un'illusione di benessere. Si finisce per leggere la vita anziché viverla, con l'illusione che sia tutto diverso. Il confine tra realtà e fantasia finisce con lo sfumare, ed è un po' come vivere in una cappa di vetro, osservando figure che passano, o in una gabbia.

Capita spesso nella clinica di trovare persone che hanno letto divorando di tutto, diventando ottimi osservatori della vita, ma poco protagonisti, bloccati dalla confusione.

Così ci si impegna a leggere come se dal libro potessimo ricavare ricette per superare crisi, quando in realtà l'accumulo di informazioni senza la possibilità emozionale di usarle crea il caos interiore, sofferenza, disagio, angoscia.

Al contrario uno spunto letto al riparo della propria nicchia, può aprire a nuovi orizzonti, indica altre vie, può sbloccare certi impasse di pensiero, incoraggiando, perché no, anche a passaggi evolutivi.

 

 

Le letture nella terapia

Ciò che nella vita quotidiana avviene casualmente e fortuitamente, nella terapia viene orientato secondo un preciso metodo che si adatta di volta in volta alle esigenze dei singoli, per migliorare la qualità della vita.

In questo contesto, il rapporto tra terapeuta e paziente è sempre al primo posto.

In generale, i vari orientamenti vedono la lettura e il consiglio di leggere libri all'interno di questa dinamica relazionale.

Solitamente Freud, e successivamente l'orientamento psicoanalitico, sconsigliano ai pazienti nevrotici la letteratura scientifica, in quanto la lettura e l'attaccamento a concetti teorici e razionali ostacolano la possibilità di lasciarsi andare e di sperimentare qualcosa di nuovo.

E' ciò che accade anche durante la fase di latenza, quando domina la pulsione epistemofilica, che permette al bambino di concentrarsi sullo studio e su compiti di tipo cognitivo, tralasciando altri "piaceri" ed esperienze.

E' il caso ad esempio di una paziente che, lasciata dal marito dopo una vita dedicata a lui, si è rifugiata nella lettura per capire cosa era successo, il perché di tanta sfortuna. E' stato così che si è riconosciuta tra le donne che amano troppo, ma senza poter cambiare con la conoscenza la sua posizione, anzi, finendo poi con l'aggiungere confusione a confusione. Oggi, grazie alla psicoterapia, è riuscita ad integrare le sue riflessioni e conoscenze traducendole in un nuovo modo di sentirsi e di vivere la relazione. In questo caso la lettura aveva aiutato inizialmente a riconoscere il problema, ma ha ritardato poi la possibilità di affrontare seriamente il problema facendosi aiutare.

Jung, al contrario di Freud, consigliava la lettura per la sua funzione simbolica, che facilita l'espressione dei processi di pensiero.

Allo stesso modo, la terapia razionale emotiva si basa sull'idea che il cambiamento desiderato sia facilitato se affiancato da elementi che restano presenti al di fuori della terapia.

C'è anche chi arriva ad utilizzare il libro al posto di una ricetta, avendo cura di prescrivere il libro giusto per il problema in questione, ottenendo risultati interessanti soprattutto nello sbloccare situazioni difficili da accostare e pensare.

Ne deriva quindi un ampio ventaglio di espressioni e di usi della lettura.

Resta cruciale, lo ricordiamo ancora una volta, la disponibilità alla relazione e la possibilità di entrare in contatto con l'altro.

Così, se è utile leggere ad esempio cosa è utile al proprio bambino e cosa non lo è, certo non è utile leggere al posto di giocare con lui!

 

Per chi vuole saperne di piu':

 

Bolognesi Andrea, "Biblioterapia", 
Cerroni Umberto, "Apologia del libro", da Taccuino politico filosofico, Philos edizioni. 
Dietrich von Engelhardt "
La narrazione del patologico e la terapia letteraria", 
Pennac Daniel, 1992 "Come un romanzo" Feltrinelli. 
Spagnulo Pietro "Cos'è la biblioterapia".

 

 


 

 

alberodeilibri 


 

 

 

 

 

La biblioterapia funziona, ma che confusione!

Pubblicato da Emanuela Zerbinatti alle 11:02 in Arteterapia

 

libri possono davvero essere efficaci per trattare depressione e altri disturbi della psiche. L'importante però è capire di quali libri stiamo parlando e scegliere il libro giusto.
Ne avevamo già parlato con
Libroterapia, l'ultima fatica letteraria di Miro Silvera, ora però vorrei tornare a parlare del potere curativo dei libri dal punto di vista della sua verifica "sul campo". Come ogni terapia degna di questo nome infatti anche la capacità di trattare effettivamente un problema attraverso la lettura di un libro deve essere controllata col metodo sperimentale, che in genere consiste nel confronto tra dei risultati ottenuti con un gruppo di pazienti che riceve il tipo di trattamento in esame con uno simile per varie caratteristiche che però non riceve alcun trattamento o riceve un trattamento la cui efficacia è già nota. Recentemente l'Espresso riportava un articolo di Paola Emilia Cicerone nel quale si parlava per l'appunto di una verifica di questo tipo che aveva dimostrato l'utilità di consigliare ai pazienti la lettura di un libro.

Una buona notizia! Dove è il problema? Il problema sta nel fatto che l'articolo si intitolava "Ansioso? Leggi un romanzo" sottotitolo "La biblioterapia è davvero efficace per trattare depressione e altri disturbi dell'umore. Purché si scelga un libro adatto". Ma come dicevo all'inizio, purché si capisca di quali libri si sta parlando. Tutti gli studi citati dalla giornalista infatti hanno valutato l'efficacia non di romanzi  (o raccolte di poesie) come suggerisce Miro Silvera, ma di manuali di auto-aiuto. La differenza è notevole. Nei romanzi o nelle raccolte di poesie, l'autore segue come unica finalità il puro piacere di raccontare qualcosa che gli sta a cuore, una storia più o meno vera, o comunque qualcosa che vuole condividere con gli altri, sani o malati che siano. Il manuale di auto-aiuto invece è scritto da medici, spesso in collaborazione con persone che ci sono già passate, con lo scopo di dare indicazioni pratiche su come affrontare un certo problema. In genere iniziano con una breve descrizione  della malattia, in cui si spiega ad esempio, come riconoscere i sintomi, come capire se se ne soffre e quali sono le terapie più utilizzate, ma poi danno soprattutto spazio ai consigli pratici che i pazienti possono seguire più in concreto per affrontare il problema di cui soffrono (come seguire le terapie, come gestire la malattia e il rapporto con se stessi  e con gli altri, l'alimentazione giusta, il corretto equilibrio tra attività e riposo e quindi il sonno, ecc.) e senza dimenticare i suggerimenti per i familiari dei malati. Così ho voluto indagare, non tanto per mancanza di fiducia nella giornalista, che tra l'altro stimo per averne letto gli articoli su Mente e Cervello (rivista de LeScienze), ma qualcosa proprio non mi tornava e ho scoperto che, a fine luglio dello scorso anno, il Wall Street Journal aveva pubblicato in una sua  rubrica dedicata alla salute, un articolo simile in cui si citavano gli stessi studi dell'Espresso, in cui però era ben chiaro che sono stati valutati i manuali di auto-aiuto. Tutto a posto quindi: nell'articolo della Cicerone è il titolo che stona con il resto, e siccome so per esperienza che di solito non è scelto dal giornalista che scrive il testo, non ha nemmeno nulla da farsi perdonare. Anzi la ringrazio per avermi offerto l'occasione di fare questa precisazione.
Nella letteratura medica il termine "biblioterapia" è usato indistintamente sia per la "cura" attraverso i romanzi, quindi come sinonimo di "libroterapia", sia per quella attraverso i manuali di auto-aiuto. Personalmente preferisco alla maniera di Silvera. Il manuale di auto-aiuto lascia poco spazio al pensiero creativo del paziente, si tratta di informazioni e indicazioni come quelle che il medico già fornisce nel corso della terapia che però hanno il vantaggio di essere scritte in un linguaggio comprensibile per tutti. Niente "medichese" per intenderci. Leggere un romanzo per ritrovare un po' di benessere è quasi come leggere le favole ai bambini: sono occasioni per riconoscere qualcosa di sé e della vita attraverso storie fantastiche che raccontano apparentemente altro.
A questo punto però la biblioterapia con manuali alla verifica sperimentale ha avuto successo e l'altra? Potevo lasciarvi senza almeno un piccolo studio sull'efficacia della biblioterapia con i romanzi? No, così vi ho trovato un recentissimo
articolo pubblicato sull'International Journal of Group Psychotherapy, in cui è stato dimostrato che la lettura di romanzi nel contesto della terapia di gruppo aiuta i pazienti ad aprirsi di più, ad esplorare un po' più se stessi e a comunicare i loro vissuti.  Mi sembra un buon risultato, visto che si tratta di condizioni essenziali per poter affrontare una psicoterapia, che comunque non deve mai mancare se si ha davvero un problema di salute.

 

             Leggi anche:  Il dottore mi ha prescritto un libro

                                      Articolo da "Il Corriere della Sera"
  
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Libri di recente pubblicazione:

 

 

 

N.B. Il testo delle recensioni in grigio chiaro svela il finale del libro, per cui si consiglia, a chi non lo volesse conoscere anticipatamente, di non leggerlo prima della lettura del libro.

 

 

 

 

 

 

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 io_no_licalzi_libroFlavio e Francesco sono fratelli. Il primo è un pragmatico uomo d'affari, dirige con successo l'azienda di famiglia e ha saputo far sua una vita che ha trovato già pronta. Il secondo, musicista e viaggiatore, è di quelli che fin da piccoli vanno a sbattere contro il mondo, e da grandi si ritrovano disillusi pur senza perdere l'ironia. Difficile immaginare due vite più diverse, due orbite più distanti. Eppure la corrispondenza tra le certezze di Flavio e le inquietudini vagabonde di Francesco è troppo precisa per non far pensare a due opposti che, inesorabilmente, tornano ogni volta ad attrarsi. E poi ci sono le donne, ad aggrovigliare i destini: c'è Laura, moglie di Flavio da sempre innamorata di un altro, ed Elisa, l'incontro travolgente, la scintilla che Francesco non sapeva neppure di stare aspettando. "Io no" è la storia di questi amori: sovrapposti, sfasati, ricambiati, nascosti; è, soprattutto, il racconto esilarante e drammatico di un grande viaggio, quello che ognuno intraprende alla ricerca di se stesso. O di qualcuno che gli assomiglia.

 

guru_licalziUn simpatico e presuntuoso dongiovanni che impiega tutte le energie e ogni minuto libero dal lavoro di infermiere per conquistare più donne possibili. Andrea Zanardi ha i suoi territori di caccia e i suoi infallibili sistemi: si aggira per il mercato con la calcolata goffagine di un single imbranato, abile a intenerire i cuori di floride casalinghe prodighe di consigli sulla spesa; è un entusiasta no global quando si tratta di sedurre una fotografa free lance durante gli scontri del G8 di Genova. L'impresa più ardua di Andrea inizia il giorno in cui incontra Maria, fanatica di prodotti biodinamici e cultrice di filosofie orientali: dovrà abbracciare alberi zeppi di resina per far sentire loro il suo amore e partecipare a una tre-giorni meditativa con un guru.

 

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Pubblicato per la prima volta nel 1979, I viaggi di Jupiter è insieme a Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig il libro più amato dai motociclisti di tutto il mondo, e più in generale un classico della letteratura di viaggio. 

L’esperienza raccontata da Ted Simon ha ispirato migliaia di centauri tra cui Ewan McGregor, che da questo libro ha tratto la serie televisiva Long Way Round, in cui l’attore insieme a Charley Boorman compie un viaggio intorno al mondo in motocicletta. Partito il 6 ottobre 1973 in sella a una Triumph, Ted Simon ha viaggiato per quattro anni in solitaria attraverso deserti, montagne, oceani e giungle, superando incolume la guerra tra Egittoe Israele, la rivoluzione in Mozambico e in Perù, il fuoco dei cecchini afghani e le carceri brasiliane. È caduto e si è rialzato centinaia di volte grazie alla forza del suo spirito e all’incontro con uomini straordinari. Ritornato in Europa nel 1977, ha raccolto le sue esperienze in questo libro conquistando il cuore di ogni viaggiatore. I viaggi di Jupiter è il testamento spirituale di un uomo che ha avuto il coraggio di abbandonarsi al richiamo dell’avventura, sperimentando la fragilità della vita e al tempo stesso la sua infinita bellezza. 1973 Inghilterra, Francia, Italia, Tunisia, Libia, Egitto, Sudan, Etiopia 1974 Kenya, Tanzania, Zambia, Botswana, Rhodesia, Sudafrica, Swaziland, Mozambico, Brasile, Argentina, Cile 1975 Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Panama, Nicaragua, Costa Rica, Honduras, Guatemala, Messico, Usa, Fiji, Nuova Zelanda, Australia 1976 Singapore, Malesia, Thailandia, India, Sri Lanka, Nepal 1977 Pakistan, Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Jugoslavia, Austria, Germania, Svizzera, Francia, Inghilterra «Senza ombra di dubbio il migliore libro di viaggio in motocicletta mai scritto» MOTORCYCLE SPORT «Un racconto lucido e travolgente di un viaggio compiuto, in molte occasioni, a rischio della propria vita» THE NEW YORK TIMES «I viaggi di Jupiter è la Bibbia di ogni motociclista che si rispetti» 

Ted Simon Nato in Germania nel 1931, ha lavorato come giornalista e una volta trasferitosi in Francia ha lavorato come corrispondente estero per «The Observer». Nel 1973, sponsorizzato dal «Sunday Times», ha iniziato il suo famoso viaggio intorno al mondo, durato quattro anni. I viaggi di Jupiter, cronaca meravigliosa di quella avventura, ha ispirato migliaia di centauri, tra cui l’attore Ewan McGregor, che da questo libro ha tratto la fortunata serie televisiva Long Way Around. Il sito web è www.jupitalia.com

 

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"Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida...": una metafora per descrivere la fase attuale della nostra modernità che suona a epitaffio di un modo stabilizzato e rassicurante di sentirsi nel mondo.  

Modernità liquida, del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è un testo interessante che propone un’analisi chiara e puntuale dei cambiamenti che stanno attraversando le nostre società all’inizio del nuovo secolo.

Le due domande, che l’autore rivolge al lettore, possono servirci da introduzione a questo lavoro; innanzi tutto egli si chiede che cosa sia la modernità e quali siano i tratti caratterizzanti che la distinguono, come epoca storica, da quelle precedenti. La risposta a questo primo quesito riguarda il mutato rapporto tra lo spazio ed il tempo: “Il tempo acquisisce una storia allorché la velocità di movimento nello spazio diventa una questione di ingegno” (p. XV). Nel rapporto tra lo spazio ed il tempo, lo spazio rappresenta il lato solido e stolido, e dunque pesante della medaglia, mentre il tempo rappresenta il lato fluido, dinamico e sempre cangiante di tale rapporto. Vedremo tra poco come il tempo diventerà, nella nostra epoca liquida, l’aspetto più importate dei cambiamenti in corso.

La seconda domanda ci porta direttamente al cuore delle tematiche trattate in questo libro, e dunque la questione posta da Z.Bauman suona così: “la modernità non fu forse fin dall’inizio un processo di liquefazione?” (p. VII). Attraverso questa seconda domanda è possibile considerare la storia della modernità come un lungo processo di liquefazione continua di tutti quei corpi solidi che le società avevano precedentemente costruito.

Se consideriamo la modernità attraverso lo sguardo rivoltole da autori quali M. Weber, A.De Tocqueville scopriamo infatti che uno dei compiti assegnati alla modernità fu quello di “fondere i corpi solidi” per costruire una società più stabile e duratura; i primi corpi solidi ad essere liquefatti furono in generale gli obblighi etici e religiosi che caratterizzavano e tenevano unite invece le società pre-moderne. In questa fase di liquefazione l’unico rapporto sociale che resistette al cambiamento fu il rapporto di classe e dunque, da questo momento in poi, un nuovo tipo di razionalità prese la guida della società, e ciò lo possiamo descrivere marxianamente come il primato dell’economia intesa come razionalità che governa tutte le altre vicende umane e sociali.

L’immagine che più di ogni altra esemplifica questa prima fase della modernità è, secondo l’autore, il Panopticon, questo luogo inventato da J. Bentham e ripreso da M.Foucault, nel quale le persone vivono costantemente controllate e sorvegliate dal potere, potere che poteva contare sulla sua velocità e facilità di spostamento per tenere sotto controllo i propri sudditi: “ Il dominio del tempo era l’arma segreta del potere dei leader” (p. XVI). Un’altra immagine può chiarire, tra le tante, cosa abbia significato il potere di controllo sul tempo: la fabbrica fordista con la sua standardizzazione del tempo di lavoro nella catena di montaggio.

Questo modello di relazione tra controllori e controllati comportava il reciproco coinvolgimento tra gli attori in campo e di fatto inchiodava il potere allo stesso suolo dove i controllati svolgevano le proprie attività.

Nella nostra fase di modernità, che l’autore definisce liquida, il modello panottico e tutte le strutture sociali ad esso collegate è definitivamente entrato in crisi e, liquefacendosi, ha aperto una nuova fase della storia umana che da molti è stata interpretata come fine della storia o come fine della modernità, ma che l’autore definisce preliminarmente come post-panottica; essa tuttavia esibisce ancora il tratto caratteristico della modernità, ossia la sempre inarrestabile spinta alla modernizzazione. Questa fase di liquidità attraversa aspetti importanti della nostra vita sociale come ad esempio il lavoro, la comunità, l’individuo, il rapporto tra lo spazio ed il tempo, ed infine, ma non ultimo in ordine di importanza, l’idea di libertà e quella ad essa collegata di emancipazione.

Lo scopo di questa testo è mostrarci come siano divenuti più liquidi e dunque inafferrabili questi concetti che, fino a poco tempo fa, rappresentavano il cardine portante delle nostre società e del nostro vivere in comune. Passiamo dunque ad analizzare questi aspetti della modernità liquida.

Emancipazione

L’idea di libertà che il concetto di emancipazione tiene legata a sé, viene analizzato dall’autore partendo da un pensatore, H.Marcuse, e da una scuola di pensiero, quella di Francoforte, che nel dopoguerra europeo misero al centro delle loro ricerche critiche il rapporto tra il cittadino e la società, e dunque il rapporto tra libertà e oppressione.

L’obiettivo che tale filosofia critica si poneva era la liberazione dell’individuo da tutte quelle routine e forme standard di vita che la società industriale poneva come base del contratto sociale; l’emancipazione individuale, secondo la teoria critica, passa attraverso un radicale ripensamento del rapporto tra individuo, società e stato, quest’ultimo considerato quale guida del percorso emancipativo. Una concezione del genere era, però, endemicamente esposta al rischio, attuato, del totalitarismo, questo spettro della modernità solida, che viene ben esemplificato, secondo l’autore, dal Panopticon di Bentham/ Foucault o dal libro 1984 di G.Orwell.

L’idea di Z.Bauman, in merito al valore e all’attualità della teoria critica così esposta, è che questa concezione, nella modernità liquida, assomiglia alla metafora del “modello camping”: nei camping, infatti, qualora qualcosa non funzioni, il visitatore può lamentarsi con la direzione e al limite estremo può andar via dal camping. Ma assolutamente non avverrà mai che il visitatore sostituisca la direzione stessa nella gestione del campeggio.

La metafora del camping esemplifica, secondo l’autore, la fine della teoria critica così come l’abbiamo conosciuta attraverso la scuola di Francoforte: nella modernità solida la società era considerata come una casa comune, nella quale bisognava solamente istituzionalizzare le norme ed i comportamenti dei cittadini; la metafora del camping chiarisce invece che la società, intesa come casa comune è ormai tramontata all’orizzonte nella modernità liquida. Scrive l’autore: “Le cause del cambiamento sono più profonde, radicate nella profonda trasformazione dello spazio pubblico” (p.14).

Questi cambiamenti, uniti, inoltre, alle fine delle paure legate agli spettri orwelliani, hanno portato molti autorevoli pensatori a sostenere la fine della modernità e della storia della modernità: sostenendo una posizione molto originale, Bauman scrive che la nostra modernità “il massimo che si può dire è che moderna in modo diverso” (p. 18); la nostra società, secondo il sociologo polacco, si distingue dalla modernità appena trascorsa, principalmente dal suo grado di fluidità delle strutture che la animano, ma è ancora moderna in quanto la sua spinta verso la modernizzazione non si è ancora esaurita.

Solo due caratteristiche distinguono questo periodo fluido da quello solido precedente: in primo luogo, la fine dell’idea di progresso come telos della modernizzazione e, in seconda istanza, i processi di privatizzazione e deregolamentazione dello stato mettono fine al progetto moderno di individuo-cittadino. La contraddizione tutta fluido moderna tra le aspettative dell’individuo e quelle del cittadino, è ben esemplificata dalla differenza tra individuo de jure ( diritti-doveri) e l’individuo de facto (capacità di autoaffermazione). L’importanza cruciale del crescente divario tra le due caratteristiche è stata ampiamente dimostrata anche da G.Agamben, nel suo testo Homo sacer; secondo Bauman questo divario sta lentamente distruggendo lo spazio pubblico, il luogo principe della politica, intesa come ridefinizione costante dei diritti e dei doveri del cittadino.

La parte finale di questo paragrafo, pone una domanda molto importante in merito alla questione sull’emancipazione: è ancora possibile una teoria critica che tematizzi la liberazione degli uomini e delle donne? Bauman risponde chiarendo che la teoria critica classica è morta e sepolta in quanto, i soggetti a cui era rivolta, come il cittadino, lo stato, si sono ormai sciolti nella fluidità della nostra epoca. Il punto importante che l’autore mette in chiaro è che invece il progetto emancipativo non si è disciolto, e dunque, per rilanciarlo, abbiamo bisogno di una nuova prospettiva, all’interno della quale inserire la teoria critica: tale prospettiva è, in epoca fluida, colmare il più possibile il divario tra l’individuo de jure e l’individuo de facto: “Oggi è la sfera pubblica a dover essere difesa dall’invasione del privato, e ciò paradossalmente, al fine di accrescere, non di ridurre, la libertà individuale” (p. 48).

Individualità

Il passaggio dalla modernità solida a quella fluida indica che tutte le certezze su cui si è costruita la modernizzazione fino ad oggi stanno venendo meno, sostituite da una fase di sfrenata deregolamentazione e flessibilizzazione dei rapporti sociali; non sorprende, allora, che questa nuova fase veda al centro del suo sviluppo proprio l’individuo, con la contraddizione principale che abbiamo già delineato.

Gli uomini e le donne che popolano le società avanzate sono sempre più convinti che il loro successo/insuccesso dipenda esclusivamente dalle loro proprie capacità, senza nessun soccorso da parte della società (intesa in modo ampio); ci troviamo, insomma, nella situazione in cui, tramontato il sogno di una autorità centrale, sia essa lo stato o il capitale, che garantisca la strada per il progresso, il mondo si trasforma in una distesa di opportunità pronte ad esser colte dai soggetti, per guadagnare il maggior numero di soddisfazioni possibili: “Il mondo pieno di possibilità è come un buffet ricolmo di prelibatezze che fanno venire l’acquolina in bocca” (p. 62).

Chi può aiutarmi a raggiungere gli obbiettivi giusti? Questa sembra essere la domanda più importante che si pone il soggetto nella modernità fluida, e le risposte a questi quesiti fondamentali per ogni individuo vengono portate direttamente a casa dai talk-show televisivi, il cui scopo è appunto quello di risolvere i problemi privati portandoli al pubblico dibattito. Secondo l’autore, ci troviamo dinanzi ad una vera e propria colonizzazione della sfera pubblica da parte di problematiche che fino a poco tempo fa erano di pertinenza esclusiva della sfera privata.

Attraverso questi esempi, il sociologo polacco ridefinisce il confine tra la sfera pubblica e quella privata; il fatto che i problemi privati invadano lo spazio pubblico della discussione, non traduce queste problematiche in questioni pubbliche ma, ed è l’aspetto più importante, toglie lo spazio a tutti gli argomenti pertinenti alla sfera pubblica. Il primo risultato di tale condotta è la fine della Politica come argomento di dibattito pubblico, e di conseguenza la fine dell’agire politico del cittadino.

Nella modernità liquida, è il consumo la priorità di ogni individuo, e principalmente il consumo/acquisto di identità personali attraverso l’identificazione. Questo genere di mercato delle identità ben si combina con i processi di flessibilità propri della modernità liquida, ma, avverte l’autore, il genere di consumismo che riguarda le società di oggi è ben diverso dal fenomeno del consumismo dell’epoca solido moderna; in questa, infatti, il consumo era inserito nella dialettica del bisogno/mancanza, mentre nella modernità liquida, il consumo è rivolto unicamente verso l’appagamento dei desideri. La natura autoreferenziale del desiderio, che ha per oggetto se stesso, chiarisce bene come il fenomeno consumo divenga così una compulsiva ricerca di soddisfazione che non si esaurisce mai, e dunque infinita.

Tempo e spazio

Passiamo ad analizzare i luoghi e i tempi dove l’individuo moderno incontra le altre persone.

L’incontro tra le persone nei luoghi e nei non luoghi pubblici è innanzitutto l’incontro tra estranei, e ciò lo si potrebbe descrivere attraverso il concetto sartiano di serie; il fenomeno principale che si può riscontrare in questi incontri è definito dall’autore come buona creanza, attività che garantisce la reciproca compagnia tra le persone, e al contempo una giusta distanza tre le stesse che mette al riparo da un loro possibile coinvolgimento più stretto.

I luoghi pubblici sono classificati dall’autore in due categorie distinte: la piazza descritta nel libro, come un luogo che, per caratteristiche architettoniche, possiede una funzione che non è quella di spazio pubblico, inteso come luogo di incontro tra persone, ma il suo compito è quello di ospitare solamente il passaggio degli individui. Questo luogo è, dunque, uno spazio pubblico ma non civile. La seconda categoria di spazio pubblico (ma non civile) è identificata dall’autore con i luoghi di consumo, i quali “stimolano l’azione ma non l’interazione” (p. 107). L’interazione tra i soggetti in questi luoghi è resa difficoltosa dal fatto che, il consumo che qui si produce, è un’attività che si espleta solo individualmente.

Traslitterando il significato di strategia antropoemica e antropofagia, fatta da C.L. Strauss nella sua analisi dei comportamenti degli individui, l’autore polacco distingue le due categorie di spazio pubblico ma non civile; la prima categoria di spazio pubblico segue fedelmente la strategia emica, tendendo alla rapida espulsione delle persone, mentre i luoghi del consumo rispecchiano la strategia fagica, in quanto spingono ad una rapida omologazione/digestione dei consumatori.

Alle caratteristiche descritte, l’autore aggiunge una terza classificazione dei luoghi pubblici, utilizzando il concetto di non-luogo descritto dal sociologo francese M. Augé; i non-luoghi hanno la caratteristica di essere al contempo dei luoghi emici e dei luoghi fagici, come dimostrano ad esempio gli aeroporti. I non-luoghi rappresentano degli spazi vuoti di significato, proprio perché in essi non si sviluppa nessuna interazione tra le persone che dia un senso al luogo di passaggio. Insomma, la funzione dei luoghi pubblici non civili sembra proprio essere quella di non permettere il confronto e l’interazione tra le persone che vi transitano, sebbene ciò non possa comunque impedire che si incontri l’estraneo, al massimo possono sterilizzare le conseguenze di tale incontro.

Attraverso questa analisi e attraverso la critica alla politica spettacolo, l’autore sembra denunciare la perdita della capacità da parte delle persone di negoziare tra estranei un progetto di vita in comune: “Il progetto di sfuggire all’impatto della multitonalità urbana e trovare rifugio nell’uniformità comunitaria, è autolesionistico quanto autoperpetuantesi” (p. 118). Il progetto comunitario è inteso dall’autore come la risposta più ovvia e prevedibile alla fluidità dei rapporti sociali che caratterizzano la nostra modernità liquida, ma questa prevedibilità della risposta comunitaria non cancella, secondo Bauman, il circolo vizioso che genera il comunitarismo: l’incontro tra estranei, nonostante “le comunità” è sempre possibile e appartiene agli accadimenti ineliminabili della nostra vita, sebbene il comunitarismo percepisca l’altro-estraneo come pericolo fondamentale della comunità. Anche questo aspetto della nostra vita pubblica indica chiaramente la crisi profonda della politica, intesa come negoziazione e reciproco contrasto tra individui.

L’analisi del tempo è compiuta partendo dall’importanza che questo ha rivestito a partire dagli albori della modernità pesante: “La modernità è il tempo nell’epoca in cui il tempo ha una storia.” (p. 124).

Nella sua storia moderna, il tempo è stato inizialmente identificato con il tempo che occorre per attraversare uno spazio; al contrario, nella modernità fluida il tempo, come approssimazione all’istantaneità, garantisce l’equivalenza di qualsiasi luogo in rapporto al tempo per raggiungerlo, e dunque ciò sancisce la predominanza del tempo come fattore di dominio sullo spazio. Questo passaggio è così cruciale da essere paragonato dall’autore al passaggio dal capitalismo hardware (modernità pesante) a quello software. Nel capitalismo software, il tempo considerato come istantaneità è un fattore così importante da essere paragonato allo stesso avvento del capitalismo: l’istantaneità trasforma ogni momento (di tempo) in un momento infinito, ne deriva l’idea dell’immortalità, l’illusorio sogno dell’uomo, che viene ad identificarsi con l’infinità di ogni momento.

La predominanza del tempo considerato come istantaneo-immortale rappresenta un cambiamento epocale, in quanto sia il passato che il futuro, in una società in cui ha valore solo l’istante, perdono di senso come coordinate della vita di ogni individuo, sostituite dalla filosofia del carpe diem. L’autore conclude domandandosi sarcasticamente quale tipo di mondo potrà mai derivare da questa concezione della vita intesa come istantaneità.

Lavoro

Altro pilastro della modernità solida è l’idea di progresso. Questo concetto che concepisce il tempo presente come un periodo di trasformazione verso il futuro, ha rappresentato per più di un secolo la spinta che ha permesso il definitivo slancio della società moderna verso il mondo. Questa idea si è sviluppata in sistemi sociali quanto mai stabili ed impermeabili a qualsivoglia variabile casuale che ostacolasse quest’opera di immensa costruzione; ebbene Bauman ci sollecita il pensiero che, nella nostra epoca fluido-moderna non c’è più spazio per l’idea di progresso in quanto, come abbiamo visto nell’analisi precedente, tutta la nostra vita è rivolta a cogliere solo gli aspetti gratificanti del carpe diem. A conti fatti, oggi l’idea di progresso non è sparita del tutto dall’orizzonte delle nostre società, ma semplicemente, come gli altri aspetti che abbiamo analizzato, si è modificata radicalmente; il progresso, nelle società liquido moderne, non è più governato da autorità centrali, come lo stato, che ne guidano lo sviluppo, ma è al contrario lasciato al servizio di tutti i soggetti privati che ne vogliano far parte.

Abbiamo accennato poco fa che l’idea di progresso aveva come suo corollario l’opera di trasformazione del mondo; l’attività fondamentale di quest’opera di trasformazione è stata, nella modernità pesante, il lavoro. Proprio questa attività, ci rammenta l’autore, sta subendo, sotto i colpi della modernità liquida, le trasformazioni più radicali nella sua lunga storia di rapporto con il capitale: l’analisi parte dagli albori della modernità, quando il lavoro fu scisso dall’attività dello scambio, trasformando così il lavoro (ed il lavoratore) in una merce come le altre nelle mani del capitale, ed arriva ad oggi in cui lo storico rapporto tra lavoro e capitale si è modificato con “l’avvento del capitalismo leggero e fluttuante, caratterizzato dal disimpegno e dall’allentamento dei legami che uniscono capitale e lavoro.” (p. 172).

Allentamento e disimpegno stanno a significare che il capitale ha rotto definitivamente il suo magico rapporto con il lavoro, non volendo più essere incatenato con esso al suolo; chiara indicazione di ciò è la crescente flessibilità (precarietà) che investe il mondo del lavoro, concetto questo che sta traformando milioni di lavoratori in liberi professionisti della flessibilità; e che ripropone, a distanza di quasi un secolo, la polemica marxiana nei confronti degli economisti classici in merito al libero individuo (lavoratore).

Il lavoro oggi si acquista, al pari di altre merci, in negozi appositi, acuendo in questo modo la precarietà e l’instabilità della vita di ogni individuo.

Anche il capitale, nella modernità liquida, si è trasformato profondamente, perdendo il suo interesse per un territorio preciso al quale rimanere confinato e trasformandosi sempre di più in una potenza extraterritoriale pronta a cogliere i profitti ovunque essi si manifestino.

I cambiamenti che il sociologo polacco ha individuato nel mondo del lavoro hanno delle ripercussioni profonde nei rapporti tra individui in quanto queste trasformazioni inducono le persone a riconsiderare la propria esistenza secondo i valori della società dei consumi. Dunque, ogni rapporto, da quello lavorativo a quello sociale, viene considerato alla stregua di un prodotto da consumare; tutti i rapporti umani insomma, avverte Bauman, non sono più costruiti collettivamente, ma consumati individualmente.

In un’epoca così fluida nei cambiamenti, non ci si stupisce più della difficoltà che incontrano gli individui a costruire collettivamente una alternativa a questo sistema di cose, proprio perché tali trasformazioni hanno reso la vita così piena di possibili errori che ognuno tenta, individualmente, di porvi rimedio.

Comunità

La flessibilità dei legami sociali che abbiamo descritto fino ad ora, ha come risultato paradossale quello di aumentare il fascino dell’idea comunitarista dei rapporti interumani: la cosa è paradossale in quanto la società fluido-moderna spinge senza sosta verso l’individualizzazione di tutti i legami sociali, mentre la proposta comunitarista spinge a creare una nuova solidarietà tra gli individui della comunità che sappia controbilanciare la crescente insicurezza del mondo fluido moderno.

L’aspetto paradossale che viene messo in luce riguarda il fatto che l’idea di comunità è divenuta imprescindibile dalla nozione di identità, sebbene l’una rappresenti il limite dell’altra; la nozione di identità è per definizione una concezione esclusiva mentre il concetto di comunità, avendo alla sua base eros come forza unificante, tende ad unire più membri possibili.

La comunità delle identità sembra allora essere utile per sanare il divario crescente tra l’individuo de jure e l’individuo de facto, che abbiamo considerato come uno degli aspetti più particolari della modernità liquida, in quanto è all’interno delle comunità-identità che l’individuo è recuperato come unicità non divisibile.

Dopo aver descritto le varie forme di comunità, distinguendo tra quelle che ritrovano l’unità attraverso la similitudine delle proprie identità (nazionalismo), e quelle che, al contrario, si costituiscono sulla base di una negoziazione costante delle differenze (modello repubblicano), l’autore ci avverte che quest’ultima è “la sola variante di unità che le condizioni di modernità liquida rendono compatibile, plausibile e realistica.” (p. 209).

La novità che il neocomunitarismo ha portato alla ribalta deriva dunque dal fatto che, l’appartenenza ad una comunità (di identità), non rappresenta più un fattore rigido di appartenenza, ma è un processo di autoproduzione individuale che può sempre essere messo in discussione e rinegoziato; la comunità, insomma, è oggi l’unico luogo nel quale si trova riparo dalle crescenti insicurezze fluido-moderne, sebbene essa possa anche essere il maggior ostacolo all’integrazione tra individui di culture diverse, come dimostra il melting pot della società statunitense.

Un ultimo aspetto viene infine analizzato dall’autore all’interno della sua analisi sulla comunità, ed è il rapporto tra lo stato e la nazione; nella modernità solida, l’idea di nazione era strettamente legata all’idea di stato, o più precisamente, ne rappresentava il senso e l’unità stessa. Nella nostra epoca fluida assistiamo invece al crescente divario di queste due linee una volta parallele, in quanto l’idea di nazione si sta sempre più frammentando nelle diverse comunità e lo stato, come potere costituzionale, sta lentamente e inesorabilmente abdicando le sue funzioni primarie, come dimostrano bene i processi di privatizzazione dei suoi servizi, sotto la spinta dei poteri globali, primo tra tutti il capitale, che impongono le proprie regole all’intero mondo.

A dimostrazione della validità di questo ragionamento, Z.Bauman cita la triste vicenda della guerra jugoslava, una guerra che ha dimostrato bene qual è il prezzo che si paga dinanzi al rifiuto di adesione alle nuove regoli globali, e di come uno stato possa essere disintegrato in comunità fuse in lotta tra loro.

In conclusione, il lavoro di Bauman, utilizzando le analisi sociologiche sulla società contemporanea, ha come compito principale quello di indicare alla ricerca sociologica una nuova strada che sappia coniugare la ricerca oggettiva sul campo con le aspettative di comprensione che la società, come unione degli individui, le richiede, al fine di costruire una società che si riappropri della capacità di analizzare, pensare e valutare criticamente tutte le scelte che essa si impone, diminuendo il più possibile gli argomenti su cui non sia possibile esprimere una opinione. Si tratta di una sociologia che ha come punto di riferimento l’individuo, inteso come depositario della libertà di scelta e opinione, ma che tuttavia, nella società dei media e dell’informazione, sta perdendo la sua capacità di analisi critica e di interazione con gli altri individui. Occorre allora che gli uomini indirizzino i processi di modernizzazione verso le loro esigenze, non abdicando questo potere nelle mani dei cosiddetti esperti che si propongono come i soli depositari della facoltà di scegliere. 

 

 

 

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  "La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione, puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia". I protagonisti di questo libro sono gli uomini e le donne nostri contemporanei, che anelano la sicurezza dell'aggregazione e una mano su cui poter contare nel momento del bisogno. Eppure sono gli stessi che hanno paura di restare impigliati in relazioni stabili e temono che un legame stretto comporti oneri che non vogliono né pensano di poter sopportare.

 

 

 

 

 

 

la_poltrona_copertina_web"La Méridienne la poltrona di un amico...", di Michele Bruno, Quattro elementi Editore, 2012.

«Una sera mi sono ritrovato a cena con due miei amici: Villiam, un artista tuttofare, e Bruno che, guarda  caso, si chiama di nome come me di cognome. Quest'ultimo, psicoterapeuta, ci ha riferito, angustiato, del trasferimento forzato e improvviso della sua cara poltrona, a lui indispensabile per fare terapia, e ci ha chiesto aiuto per il trasbordo di questa dallo studio in cui aveva ricevuto i clienti fino al giorno prima, a quello di un collega, in centro, che aveva dovuto contattare così, su due piedi. Questa circostanza mi ha fatto pensare alle tante e strane vicende che questo suo strumento di lavoro, la cara poltrona, doveva avere udito, e la mia fantasia si è accesa come una miccia, forse anche idealizzando oltre misura le sue peculiarità. Ho scritto qualche pagina poi l'ho fatta leggere a Bruno che si è molto divertito e mi ha istigato ad andare avanti, stupito della mia imprevista e, a suo dire, sbalorditiva capacità. Anche nei giorni seguenti ha continuato a stimolarmi e insieme abbiamo trascorso tutta l'estate facendo le ore piccole e ridendo a crepapelle nello scrivere e rileggere le nostre fantasie... All'inizio della storia raccontavo solo un normale episodio di "impedimento" di lavoro accaduto proprio a lui, ma via via l'intrecciarsi di nuovi eventi mi ha spinto sempre più a dare libero sfogo alla fantasia.  Per il dialogo e il confronto costante con i miei due amici la situazione mi ha letteralmente preso la mano, riuscendo perfino a ravvivare in me quei valori che favoriscono ed influenzano positivamente la vita di relazione e dei quali, spesso presi dagli assillanti ed impellenti "doveri" quotidiani, dimentichiamo l'importanza. Ho provato ad esporli e l'ho fatto senza alcuna intenzione di suggerire niente a nessuno, ma cercando solo di essere ironico e divertente... (il mio intento è solo questo). La storia a mio avviso può essere letta su diversi piani, perché ho voluto dare spazio anche alle "intrusioni" che lo psicoterapeuta, con le sue osservazioni, non mancava di avanzare durante i nostri dialoghi notturni o sulla spiaggia sotto l'ombrellone, frequentemente anche in compagnia di Luca (il maestro di Salvamento). Per le varie situazioni e relative provocazioni che ne sopravvengono, a volte il racconto si trasforma in un dialogo che però ritengo inutile stare qui ad anticiparvi. A questo punto, non vi resta che leggere! ...se lo vorrete.» 

Un racconto che vi consiglio, e se siete realmente interessati alla lettura o vi rivolgete alla biblioteca della zona (Cesena, Rimini, Morciano, Coriano, Riccione) o direttamente all'autore, tramite la sua e-mail: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 

 

 

 

 

 

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Film recenti:

 

 

 

 

I film sono arte, ma anche l'idraulica lo è. Le opinioni sono come le palle: ognuno ha le sue. (Clint Eastwood) 

 

 

Se un film ha successo, è un affare; se non ha successo, è arte. (Carlo Ponti)

 

 

Ho riscontrato che i film sono un po' come la pizza, a me può piacere un sacco e a te non piacere affatto! 

 

 

Oggi il valore dell'arte lo decide il critico, (l'esperto incaricato)... quindi il bello lo decide il professionista!?

Io ancora propendo per "non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace"!

...e abbasso il conformismo e la moda che omologa. Viva la differenza!

(Bruno Bonandi)

 

 

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LA CINEMATERAPIA 

 

 

 

La Cineterapia è una terapia psicologica di supporto ad altre terapie che si basa sulla visione dei film ed è nata ad opera dello psicoterapeuta statunitense Gary Salomon. Quest'ultimo si rese conto che diversi disagi psicologici, da un semplice stato d'animo a vere e proprie patologie della psiche, possono trarre beneficio, in maniera più o meno evidente a seconda della situazione, dalla visione di un film o di vari films, da vedere sia al cinema che in ambito domestico. Infatti, è anche abbastanza evidente, che in determinati momenti dolorosi e tristi per noi, vedere un film che rappresenta una situazione in qualche maniera simile a quella del nostro disagio può esserci in qualche modo d'aiuto.
Il beneficio è più evidente nelle persone che non alzano barriere tra se stesse e lo schermo, barriere che non sono altro che la ripetizione di quelle che si alzano fra sé stesse e le proprie emozioni. Se si lascia “coinvolgere” dal film possiamo trarne i seguenti benefici:

 

• aumentare la capacità di sognare e di rievocare ricordi sepolti o latenti,
• rendere meno traumatiche paure profonde,
• favorire una riflessione interiore o sulle relazioni con i propri cari,
• aiutare ad operare una netta distinzione fra ciò che è bene e ciò che è male,
• identificazione nell'eroe di turno al fine di provare le sue stesse sensazioni sia di dolore che di felicità,
• cercare di capire che a volte non siamo i soli ad affrontare un determinato problema,
• un ruolo psicoeducativo volto a favorire l'elaborazione d'eventuali soluzioni, attraverso la proposizione di modelli cognitivi e comportamentali,
• una maggiore considerazione del punto di vista altrui.

 

E' sopratutto nel campo delle emozioni che la cineterapia aiuta. Spesso si ha difficoltà a manifestare ed analizzare le proprie emozioni perché spaventano o sono portatrici di una sofferenza dilaniante. Nel film se ci riesce ad immedesimarsi o identificarsi nel protagonista si ottiene il risultato di rivivere tutta una gamma di emozioni che, normalmente non riusciremmo a vivere per i motivi sopraccitati. Il film ci permette man mano che si svolge di mantenere una distanza da esse, rivivendole, appunto, senza provare eccessiva sofferenza.

Una puntualizzazione è da farsi. Lo stesso film “terapeutico” per un determinato disagio, non è detto che lo sia per tutti. Fondamentale è la capacità del film stesso d'entrare in quella che chiamo la “risonanza emotiva individuale” dello spettatore. Quest'ultima può variare in base all'età, alla cultura, al momento particolare in cui si trova lo spettatore. Ecco perché a volte film che vengono definiti altamente terapeutici possono non sortire nessun effetto, nessuna emozione, lasciando addirittura indifferenti. D'altronde anche lo stesso film, che in un determinato momento, è stato terapeutico per uno spettatore, potrebbe non esserlo per lo stesso spettatore in un altro determinato momento. Parafrasando un proverbio “ci vuole il film giusto al momento giusto”:

Una generalizzazione, anche abbastanza evidente, possiamo però farla. E' quella che riguarda i film “comici”. La loro “terapeuticità” è universale ed è legata agli effetti benefici della risata. Ridere per la visione di un buon film comico, aiuta indipendentemente dalla situazione in cui si trova.

In relazione alla "risonanza emotiva individuale" nei confronti della cineterapia possiamo dividere le persone in tre tipologie.

Spettatori indifferenti. Sono quelli per i quali vedere un film è un mero passatempo senza nessun coinvolgimento emotivo. Essi alzano una barriera tra loro e la trama del film senza lasciarsi coinvolgere da quello che vedono. O più semplicemente non considerano il cinema uno strumento per provare emozioni, perché probabilmente ritengono che determinate emozioni abbiano un loro valore solo se sono vissute in prima persona, nella vita reale. Sarebbe utile anche per quest'ultimi provare a lasciarsi andare un po' di più davanti ad un film.

Spettattori attenti. Questi davanti alla visione di un film durante il seguimento della storia da un lato sono attenti alle proprie emozioni, per comprendere se potrebbero coincidere con quelle dei protagonisti, dall'altro riescono a mantenere un distacco sufficiente a trasformare la visione in un normale piacere e divertimento.

Spettatori coinvolti. I film per quest'ultimi sono altamente “terapeutici”. Si immedesimano ed s'identificano nei protagonisti delle storie, raggiungendo così il difficile obiettivo di riflettere sulle proprie emozioni senza esserne travolti. I film per loro rivestono anche un ruolo psicoeducativo ai fini del miglioramento del proprio equilibrio psicologico.Possono, però, correre il rischio di sognare ad occhi aperti.

 

 

 

 

 

ALCUNI FILM PER la CINETERAPIA:

 

 

 

 

Su tematiche adolescenziali: L'ATTIMO FUGGENTE (Peter Weir) - MIGNON E' PARTITA - IL GRANDE COCOMERO (Francesca Archibugi) - GENTE COMUNE (Robert Redford)  

 

Sul disagio della "mezza età": UN'ALTRA DONNA - ALICE (Woody Allen)

 

Su problemi coniugali e separazione: KRAMER CONTRO KRAMER (R.Bentos) - LA GUERRA DEI ROSES

 

Sul disagio psichico giovanile: RAGAZZE INTERROTTE

 

Su problematiche affettive: NON TI MUOVERE - I GIORNI DELL'ABBANDONO

 

Sul rapporto padre-figlio: LA STANZA DEL FIGLIO (2000) di Nanni Moretti.

 

 

I GIORNI DELL'ABBANDONO (2005)

Olga (Margherita Buy) è una giovane donna felicemente sposata e madre di due figli. Improvvisamente abbandonata dal marito, sprofonda nella disperazione ed entra nella dolorosa spirale della perdita del sé. Un precipizio che la costringe ad una discesa infernale dentro se stessa, a riconsiderare il suo destino di donna, nel tentativo di ristabilire un ordine alla sua vita interiore e quotidiana. Il mondo che le ha lasciato in eredità il marito le appare ostile, figli compresi, e Olga si ritrova a vagare inquieta come la più furiosa delle erinni.

 

UBRIACO D'AMORE (2002)

La storia di un ragazzo timido, introverso e vessato psicologicamente dalle sue sorelle, ben sette! La storia di una ragazza probabilmente ferita dalla vita che riesce a vedere oltre l'apparenza. La storia di chi vive sfruttando le debolezze degli altri. La storia di chi vuole cambiare la propria vita. La storia di chi trova dentro di se energie incredibili, insomma... una storia migliore di tante altre perché creata da tanti piccoli frammenti di vita vissuta, e non omologata ai piatti gusti di un pubblico onnivoro, pronto ad ingerire qualunque cosa purché non richieda uno sforzo eccessivo (tratto da filmup.leonardo.it)

 

SE MI LASCI TI CANCELLO (2004)

 Joel e Clementine si amano alla follia ma sono troppo diversi. Così, un giorno, Clementine decide di farsi estirpare la sezione della memoria relativa alla loro storia d'amore. Quando Joel lo scopre vuole sottoporsi allo stesso trattamento, ma all'ultimo momento capisce di amare troppo Clementine e di non volerne cancellare il ricordo... Inizia così una corsa contro il tempo per poter salvare l'amata nei recessi della sua mente.

 

IN THE MOOD FOR LOVE (2000)

La storia è semplice: ad Hong Kong, nel 1962, il giornalista Chow ha appena traslocato con sua moglie in un nuovo appartamento in affitto. Nello stabile che li ospita incontra Li -Zhen, una donna giovane e assai bella che s'è da poco trasferita lì in compagnia del marito. I due trascorrono molto tempo insieme, dato che le professioni dei rispettivi coniugi li lasciano spesso soli: sino a quando non scoprono che codesti ultimi intrattengono una relazione...Da qui in avanti, il film diviene diario minuto, attento, sottile del nascere d'un sentimento: anche se, avverte subito Li-zhen, "noi non saremo mai come loro". L'attrazione che li spinge l'uno nelle braccia dell'altra resterà, quindi, per sempre tale: ne saranno segni massimamente evidenti lo sfiorarsi delle mani, uno sguardo che appena si sofferma, un gesto di cortesia che dura un attimo in più.

 

MANUALE D'AMORE

Il film si divide in quattro filmati: 'L'innamoramento' - Tommaso è un disoccupato innamorato di Giulia, una ragazza borghese. 'La crisi' - Barbara, impiegata in un laboratorio di analisi, e Marco, istruttore di scuola guida, si trovano ad affrontare la loro prima crisi matrimoniale. 'Il tradimento' - Ornella, una vigilessa che ha subito un tradimento, si accanisce contro gli uomini multandoli senza motivo. 'Abbandono' - Goffredo cerca di superare l'abbandono da parte della moglie con l'aiuto di un audiolibro intitolato "Manuale d'amore".

 

NON TI MUOVERE (2004)

In seguito ad un incidente stradale, la figlia di un neurochirurgo finisce in coma, il fatto da l'occasione al padre per confidare alla figlia la sua vita passata e in particolare per parlare di una relazione extraconiugale avuta tanti anni prima.

 

PARLAMI D'AMORE (2002)

E' la storia del rapporto tra Justine (Judith Godrèche) e Richard (Niels Arestup), sposati con tre figli. L'uomo, scrittore affermato, è stanco del rapporto con la moglie, ma la ama ancora. La donna, dall'altra parte, è stanca del fatto che il marito non la capisca, e forse non lo ama più.

 

SCELTA D'AMORE (1991)

Hilary, infermiera, assiste e cambia la vita del giovane e ricco Victor, colpito da una grave forma di leucemia. Di estrazione sociale e culturale opposta, i due giovani finiranno per diventare complementari e alla fine l'amicizia diventerà amore.

 

AL DI LA' DEI SOGNI (1998)

L'amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito, nulla neanche l'al di là può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un Paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Chris non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un "angelo" molto particolare.

 

AL DI LA' DELLE NUVOLE (1995)

Il film é formato da quattro storie d'amore viste da un regista cinematografico. Nella prima un ragazzo talmente innamorato della sua ragazza decide di non passare al rapporto fisico per tenere vivo il desiderio. Il regista incontra a Portofino una ragazza che gli confessa di aver ucciso il padre. A Parigi una coppia decide di dividersi. Infine in Provenza due innamorati scelgono un amore platonico.

 

L'AMORE IMPERFETTO

Sergio, trent'anni, lavora in un centro commerciale. Angela, sua moglie, è spagnola e aspetta il loro primo figlio. Il bambino sembra destinato a vivere solo pochi giorni a causa di una grave malformazione, ma per ragioni diverse entrambi i genitori, anziché rassegnarsi, decidono di lottare per questa vita.

 

PER SEMPRE (2003)

Giovanni, avvocato di successo, è solo uno delle tante vittime di Sara, affascinante professionista che non riesce ad avere una relazione stabile con gli uomini. Le sue storie sono basate su momenti di passione travolgente e laceranti fughe. Giovanni non è abbastanza forte per sostenere il peso di un gioco amoroso dalle regole crudeli e cade in uno stato di profonda depressione (la sceneggiatura è di Maurizio Costanzo).

 

Adele H, una storia d'amore Adèle, figlia di Victor Hugo, s'innamora non ricambiata di Pinson, tenente britannico per il quale abbandona la famiglia. Lo segue sino a Barbados, finisce in miseria in preda alla follia. Tratto dai diari della figlia di Victor Hugo (scoperti nel 1955), racconta la storia della prima "dipendente affettiva" del cinema.

 

Le onde del destino è un film del 1996 diretto dal regista danese Lars von Trier . Trama: Bess McNeill è un'ingenua e devota abitante di un piccolo paesino scozzese che, contro il volere della comunità, sposa Jan Nyman: uno straniero operaio in una piattaforma petrolifera. Durante la lontananza del marito, Bess prega Dio per il suo ritorno, così quando l'uomo subisce un grave incidente che lo costringe a rientrare a terra, la donna si sente responsabile. A causa dei danni subiti Jan è bloccato a letto in perenne stato confusionale e costringe la moglie a cercare esperienze sessuali con estranei da farsi raccontare. Bess segue il volere del marito attirandosi addosso la condanna della comunità e infilandosi in un tunnel che la porterà al drammatico finale.

 

Lezioni di piano è un film diretto dalla regista neozelandese Jane Campion nel 1993. Ada arriva in una isola dell' Oceania per andare a vivere con Alisdair. Ada arriva assieme alla figlia di nome Flora avuta da una precedente relazione. Quello che più sta a cuore ad Ada è il pianoforte portato con se in nave attraverso il mare . La convivenza con Alisdair è difficile già dall'inizio visto il rifiuto di lui di trasportare il pesante pianoforte fino alla casa, a costo ad esempio di un secondo giro pagato ai servi maori . Ada è muta dall'età di sei anni ma non è chiaro quale sia la ragione. Nel frattempo Ada entra in contatto con George Baines che la accompagna a suonare sulla spiaggia. Baines propone ad Alisdair un affare in cambio di lezioni di piano impartite da Ada. Ada accetta controvoglia reputando Baines una persona rozza e non istruita. Col tempo nasce una storia d'amore tra i due che si alimenta nella clandestinità. La storia degenera tragicamente in breve tempo fino alla follia di Alisdair che mozza ad Ada un dito per punizione. La storia si risolve con la partenza di Ada, Flora e George per una nuova destinazione. Di particolare effetto è la scena in cui Ada fa gettare in mare il pianoforte dalla canoa che la portava lontano da Alisdair. Ada fa in modo di rimanere impigliata alle corde che legano lo strumento, cercando così di darsi la morte. Però, mentre sprofonda nelle oscurità del mare, si libera e sceglie di tornare a galla. Ada vivrà con George e lentamente tornerà a parlare.

 

 

vedi anche: i Film che fanno male all'amore 1 e 2 

 

 

 

 

Cineterapia per la gelosia:

 

L'INFERNO - Chabrol Francia 1993 -

A 35 anni, Paul Prier dopo aver acquistato, indebitandosi, l'hotel in riva al lago in cui ha lavorato, sposa la graziosa Nelly. Dopo la nascita di un bel bambino, Vincent, il superlavoro e i numerosi brindisi coi clienti costringono Paul a ricorrere ai sonniferi per addormentarsi la sera. Un giorno trova la moglie al buio con il giovane meccanico Martineau: guardano diapositive, ma il tarlo del sospetto nasce in Paul che comincia a spiare la consorte quando va in città dalla madre o per acquistare una borsetta sul cui prezzo gli mente, o quando pratica lo sci d'acqua con Martineau, fermandosi su un'isoletta per riposare per mezz'ora con il giovane. Sconvolto, Paul rientra solo a tarda notte, con angoscia del personale e disperazione della moglie che, dopo aver riso in passato della sua gelosia, si rende conto che è un fatto grave e tenta di calmarlo vietando a Martineau di tornare all'hotel e rinunciando alle sue gite in città. Ma la gelosia dell'uomo è patologica: anche durante l'innocente proiezione che Duhamel, un cliente cineamatore, ha fatto di vari episodi, compreso quello dello sci d'acqua, Paul immagina la moglie abbracciata con Martineau; fa una scenata ai clienti e la schiaffeggia. Al ritorno dalla città Paul trova l'hotel al buio e Nelly che gira per le stanze a dare candele. Il presunto amante diventa ora nella fantasia di Paul il cameriere Julien che è sceso in cantina con lei per azionare l'interruttore; poi Duhamel, che ha due bicchieri vuoti in stanza. Anche la perdita del braccialetto in soffitta provoca le ire e i sospetti di Paul che, esasperato, prende Nelly con la forza. La donna il giorno dopo va dal medico che decide di far rinchiudere Paul, fingendo che sia la donna ad aver bisogno di ricoverarsi. Ma mentre l'ambulanza sosta alla porta dell'hotel durante la notte, con Nelly legata e chiusa in camera, Paul immagina di tagliarle la gola con un rasoio.

 

Roberto Cavaliere

 

Film-terapia di gruppo: al cinema per guarire


 

Lucia Zambelli

 

"La vita è una cosa meravigliosa", di Frank Capra, per infondersi una bella dose di autostima. "Kramer contro Kramer", invece, per affrontare i problemi della coppia e della separazione. "Il grande cocomero" per esplorare il disagio psichico negli adolescenti.

Sulla poltrona di una sala cinematografica come sul lettino dell'analista. Al cinema non solo per rilassarsi, divertirsi, evadere dalla realtà, ma, al contrario, per trarre dal film spunti ed elementi che ci aiutino a comprendere meglio la vita, ad acquistare consapevolezza dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni. E' la "cinema therapy", o "movie terapia", usata già da qualche anno negli Stati Uniti, e approdata da poco anche in Italia. La stanno sperimentando all'Istituto di Neuroscienze di Firenze, dove piccoli gruppi di pazienti, omogenei per età e tipo di disagio psichico, guardano un film assieme, e poi ne parlano con lo psicologo e lo psichiatra.

Ne parliamo con Elena Sogaro, la psicologa che segue questi gruppi.


Dottoressa Sogaro, può spiegarci cosa è esattamente la "cinema therapy"?

 

 

"E' una forma di terapia psicologica che impiega la visione di film e la discussione dei sentimenti e delle emozioni che il film suscita. Si parte dall'identificazione con i personaggi della storia per aumentare la consapevolezza di se stessi e scoprire anche cose nuove su di noi.

Tutte le arti possono rappresentare una forma di terapia, un modo attraverso il quale capire la vita, le nostre emozioni, e usare ciò che capiamo in forma terapeutica. Negli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti, si è osservato un rinnovato interesse per il cinema come forma di terapia per la sofferenza emotiva e psichica. Questo tipo di terapia è una versione moderna della tecnica sviluppata negli anni Trenta da William Menninger, conosciuta come bibliotherapy, basata appunto sulla lettura di libri. Recentemente si parla di cinema therapy o movie terapia anche in Italia, sebbene i terapeuti italiani si mostrino maggiormente cauti nell'impiego di questo strumento".

 

 

Come funziona esattamente la cinema therapy?

"Negli Usa viene usata come supporto della psicoterapia: i terapeuti prescrivono ai pazienti di vedere determinati film, attinenti con le loro problematiche. All'Istituto di Neuroscienze stiamo facendo un'esperienza diversa, pilota: la usiamo in alternativa alla psicoterapia. Un gruppo di 4-5 persone vede il film e successivamente ne discute con lo psicologo e lo psichiatra. Una discussione che ha come obiettivo l'esplorazione dei vissuti personali. E' possibile usare i film in un modo diverso da quello ricreativo cui siamo abituati. Il film può assumere la funzione di pretesto e spunto per comprendere qualcosa in più su noi stessi. L'obiettivo è quello di offrire ed instaurare uno spazio di riflessione, sia fisico che psicologico, per dare voce alle emozioni che il film visto suscita in noi, superando quel momento in cui l'esperienza sembra essere individuale e non condivisibile. Proprio quando la realtà riacquista preponderanza è allora possibile ripercorrere i nostri vissuti in relazione al film".

 

 

Come avviene tutto questo?

"Lo spettatore ha bisogno che gli siano offerte alcune condizioni: una sala oscura, priva di rumori, dove i contatti con l'ambiente siano limitati e in cui possa lasciarsi andare e sospendere quella attenzione vigile, che è normalmente richiesta nella vita reale. La sala oscura equivale a una "caduta nell'inconscio" con un conseguente distacco dal mondo esterno. Secondo Musatti, ad esempio, il cinema parla direttamente all¿inconscio dello spettatore, in quanto l'inconscio ha la capacità di risuonare emotivamente di fronte alle immagini filmiche e questo per la particolare somiglianza che presentano con le fantasie inconsce. Lo spettatore partecipa alla situazione cinematografica attraverso i meccanismi dell'identificazione e dalla proiezione. Nella situazione cinematografica, i fenomeni dell'identificazione sono molto intensi, in quanto lo spettatore si abbandona con tranquillità ai processi psichici che il film innesca. Attraverso il meccanismo dell¿identificazione, lo spettatore vive in prima persona la vicenda che gli viene presentata".

 

 

Quali film usate per la cinema therapy?

"Per esempio, "L'attimo fuggente" (Peter Weir) e "Mignon è partita" (Francesca Archibugi), sui riti di passaggio dell'adolescenza. "Un'altra donna" e "Alice" (Woody Allen), per la mezza età. "Kramer contro Kramer" (R.Bentos) per le problematiche della coppia e della separazione. "Gente comune" (Robert Redford) e "Il grande cocomero" (Francesca Archibugi), per il disagio psichico negli adolescenti".

 

Con quali risultati?

"La visione del film e la successiva discussione sbloccano momenti di stallo. L'effetto più immediato è un accrescimento di consapevolezza e di autoconoscenza rispetto a certe problematiche che non siamo abituati a prendere in considerazione. E anche un miglioramento della comunicazione con se stessi e con gli altri. Ancora, vedere il film aiuta a trovare risposte più creative rispetto a certi problemi".

 

 

Uno studioso del tema come lo psichiatra Ignazio Senatore si è interrogato a lungo sulle potenzialità terapeutiche del cinema. Egli ha delineato le possibilità che esso offre di fantasticare, così come di compiere un lavoro di anamnesi e di autoanalisi, ma il suo esito in termini terapeutici resta ancora da dimostrare scientificamente.
Se si considera, infatti, l’ortodossia analitica, solo la relazione terapeutica è in grado di "curare", ma se ci si focalizza sugli spunti di riflessione su se stessi e la propria vita che un’opera cinematografica può fornire, si possono individuare notevoli potenzialità.
Un’ampia parte della produzione cinematografica e della letteratura ad essa riferita, inoltre, ha affrontato i temi della malattia mentale e della relazione paziente-terapeuta, secondo l’orientamento vigente in quel determinato periodo.

 

 

 

Gli attori
La produzione cinematografica è anche il frutto della rappresentazione collettiva e, in questo senso, risente del contesto socioculturale della specifica epoca in cui viene prodotta. Per questo, nel tempo, diverse sono state le modalità di rappresentazione dei disturbi psichiatrici e psicologici e del terapeuta. Assente nei primi film muti, la figura del curante si può riassumere con 3 stereotipi, che hanno occupato la scena dai primi anni ‘30 alla fine degli anni ‘50:

 

 

 

il dottor Dippy fa il suo primo esordio in Dr. Dippy’s Sanitarium (1906), più debole dei suoi pazienti è un personaggio ignorante, emette sentenze e rappresenta la caricatura di Freud;

 

 

 

il dottor Evil è la versione psichiatrica del “pazzo”, lo scienziato malvagio. Uno psicopatico che prescrive farmaci o si avvale dell’ipnosi per indurre i pazienti a compiere atti malvagi, oppure che esprime le sue perversioni, compiendo atti illeciti al di fuori del contesto lavorativo;

 

 

 

 il dottor Wonderful rappresenta il buon genitore, altruista, sempre disponibile, totalmente dedito ai suoi pazienti, al punto da trascurare le altre sfere della sua vita, affetti compresi.

 

 

 

I terapeuti di sesso femminile, invece, sono assai infrequenti e, le rare volte in cui appaiono, abbandonano la professione nel momento in cui si sposano, per dedicarsi ad attività giudicate più consone, quali l’essere moglie e madre. Negli ultimi anni, tuttavia, i mutamenti socioculturali sono riusciti a scalfire quest’immagine maschilista, rappresentando le donne in modo più aperto, consapevole del loro ruolo professionale nel mondo.
In seguito ai successi terapeutici che si sono verificati durante e al termine della seconda guerra mondiale, si registra un’ampia diffusione di film a sostegno della psicoterapia, che raggiunge il suo apice negli anni ‘60. La situazione si capovolge, invece, durante e al termine della guerra del Viet Nam, nel corso degli anni ‘70 e ‘80. Nel corso degli anni ’90, si passa ad una raffigurazione più equilibrata dei terapeuti e della loro attività. Permangono, tuttavia, alcune semplificazioni che rischiano di perpetrare i pregiudizi degli spettatori e gli stereotipi della cinematografia.

 

 

 

E la terapia ...?
La visione di un film modifica lo stato di coscienza di una persona: lo spettatore viene proiettato in una dimensione spazio-temporale in cui esiste solo la storia rappresentata sullo schermo, che annulla, almeno temporaneamente, la realtà circostante. Questa nuova dimensione è in grado di suscitare emozioni, indurre alla riflessione su se stessi e la propria esistenza, inviare spunti per un dialogo, che produrrà mutamenti in coloro che ne sono coinvolti.
Esistono interessanti esperienze di applicazione della visione e del dibattito cinematografico in tal senso. Ad esempio, il dottor Marcolongo ha introdotto la tecnica da lui definita “moviemotions”.
In un primo momento i partecipanti assistono, a casa propria, alla proiezione di un film, precedentemente concordato, su videocassetta.
In seguito la proiezione viene ripetuta, alla presenza del terapeuta, con gruppi di 20-25 persone e viene interrotta in concomitanza con le scene più emotivamente significative, al fine di discutere quanto visto. Vengono analizzati tutti quegli elementi che costituiscono la realtà scenica, quali: la storia, l’inquadratura, il dialogo, l’espressione dei volti, la postura corporea degli attori. Non si tratta di critica cinematografica, ma del tentativo di analisi e discussione della rappresentazione di una realtà ‘altra’ da quella vissuta quotidianamente, in prima persona, al fine di elaborare i vissuti di gruppo. Marcolongo riporta risultati positivi in termini di aumento della capacità di cogliere e decifrare le emozioni da parte dei presenti.
In conclusione, però, sono necessarie ulteriori ricerche volte ad individuare se, come e in che misura si verifica il processo terapeutico. Le ricerche attuali, infatti, vanno nella direzione di una integrazione di tale percorso con quello di una psicoterapia vera e propria, più che di una sostituzione d’essa.

                                   di Anna Fata

 

 

 

Fonti
Gabbard GO e Gabbard K., Cinema e psichiatria. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000

Greenberg HR., A field guide to cinetherapy: on celluloid psychoanalysis and its practitioners. The American Journal of Psychoanalysis 2000; 60(4):329-39

Michailov J e Michailova S., Film a soggetto come un sogno soggettivo: criteri di interpretazione. Funzione Gamma Journal, Numero 9, Giugno 2002

Senatore I., Curare con il cinema. Centro Scientifico Editore, Torino, 2001. 

 

"Ciak, si cura"

 

"Tutti sul lettino" spezzoni di analisi

http://www.youtube.com/watch?gl=IT&hl=it&v=suBxlboizGY 

 

 

 

Il Corriere della Sera- Il Corriere del Mezzogiorno - 12. 7. 2002

 

"Da quando nel 1997 il dottor Gary Salomon ha pubblicato il suo libro di "cine-prescrizioni" The motion picture prescription – ne contiene duecento, adatte a curare soprattutto i disturbi dell’umore – qualcuno si è convinto che i film possano avere uno specifico effetto terapeutico. Al paziente che nutra sensi di sconfitta e ribellione, Salomon consiglia Thelma & Louise. A chi soffra di disturbi ipocondriaci il cineterapeuta prescrive la visione di Alien, suggerendo particolare concentrazione sulla sequenza che mostra la parte del corpo (lo stomaco) dove l’alieno si localizza per svilupparsi. Il silenzio degli innocenti appare invece particolarmente indicato a chi ha paura di rivelare il proprio sé.

E così via prescrivendo, la cosiddetta "cineterapia", almeno negli Usa, ha finito per essere insegnata all’università (di Pittsburgh). Ma davvero, ci si chiede, una pellicola può aiutare a sconfiggere una malattia? E se sì, quale? "Io so solo – azzarda il critico e storico del cinema Gianni Canova – che per me e la mia generazione il cinema è stato anche uno "strizzacervelli" che ha favorito l’anamnesi e l’autoanalisi, portando a galla – sullo schermo – i fantasmi e i cadaveri che ci portavamo dentro". 

Prende le distanze da questo singolare approccio terapeutico lo psichiatra napoletano Ignazio Senatore: "Pur amando il cinema, ho sempre pensato che la visione di un film non avrebbe mai potuto eliminare i conflitti, ridurre le ansie, placare le angosce di uno spettatore". Accattivante ma in fondo ingannevole appare dunque il titolo del suo recente saggio sulla capacità risanatrice del cinema: Curare con il cinema (Centro Scientifico Editore, Torino, 2001, pp. 230, € 24,00).

Nessuno ha mai negato al cinema un grande potere suggestivo, ci mancherebbe: presentando il libro di Senatore, lo psichiatra Paolo Pancheri parla di "curiosa alterazione dello stato di coscienza" indotta dalla visione di un film, di "stato crepuscolare" dove la realtà oggettiva si cancella e lo spazio-tempo si annulla; e richiama indirettamente le parole con cui il grande Bunuel esplicitava il nesso tra cinema e psicanalisi ("Il buio che invade a poco a poco la sala equivale all’azione di chiudere gli occhi. E’ allora che comincia sullo schermo e al fondo dell’uomo l’incursione notturna dell’inconscio"). Ma da qui a guarire qualche spettatore ce ne corre:

"Più che curare – osserva Senatore, che è funzionario tecnico presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Napoli Federico II – direi che il cinema si prende cura di noi". E le cine-prescrizioni del dottor Salomon ? "Troppo scolastiche, elementari e poco immaginative. Da macchina desiderante, da fabbrica dei sogni, il cinema viene retrocesso a un testo (la sceneggiatura) da sezionare ed esaminare. Cenerentola e Biancaneve sarebbero sopravvissuti così a lungo nell’immaginario collettivo se ogni madre avesse "prescritto" al proprio bambino di leggersi la fiaba da solo per poi commentarla con lei ?".

Curare con il cinema è soprattutto una sistematica raccolta di citazioni catalogate con il gusto del cinefilo che si diverte a segnalare i riferimenti con le tematiche di interesse psichiatrico (e non solo): "Seppur non condivida il metodo di Salomon – commenta Senatore – certo non posso negare che la fruizione di una pellicola cinematografica metta in moto meccanismi quali la regressione, la proiezione, l’identificazione". Senza coltivare l’illusione di guarire dall’ansia o dalla depressione, si può dunque continuare ad andare al cinema per ascoltare delle storie, per piangere e ridere, per lasciarsi andare all’immaginazione, per liberarsi da una preoccupazione avvolti dal buio della sala. Che non è poco."

 

 

LA RELAZIONE TRA CINEMA E PSICHE

 

 

 

I film possono produrre sull’adulto le stesse reazioni che le fiabe  suscitano nei bambini. Questo è il loro segreto, il motivo per cui possono rivelarsi in qualche modo benefici per la sfera psicoemotiva. Nelle persone ricettive, che cioè non erigono un muro tra se stesse e lo schermo e, più a monte, tra se stesse e le emozioni possono agire in vari modi. Possono stimolare la creatività e la capacità di sognare, possono esorcizzare certe paure profonde, possono indurre a riflettere su se stessi o sul tipo di rapporto istaurato con le persone care, possono ricordare con grande chiarezza la distinzione tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Come fanno le fiabe con i bambini, i film toccano la sfera emotiva, suscitando ricordi, suggerendo di immedesimarsi nell’eroe di turno, per poi provare le sue stesse sensazioni intense, vuoi di dolore, vuoi di felicità. I film possono scuotere e accompagnare in una dimensione staccata da quella reale, dove può diventare più facile sia analizzare se stessi sia prendere in considerazione il punto di vista degli altri, acquisendo una maggiore apertura nei confronti del mondo esterno. In più, il cinema presenta problemi in cui è possibile identificarsi,  aiutando in questo modo a comprendere che non si è gli unici nel mondo alle prese con situazioni intricate o eventi condizionati dalla sfortuna. Suggerisce inoltre soluzioni che magari erano sfuggite, propone modelli di comportamento a cui è possibile ispirarsi per migliorare il proprio modo di essere e a volte, addirittura, fornisce spunti per agire, per prendere iniziative che possono modificare positivamente la vita.

 

 

 

LA GIUSTA DISTANZA DALLE EMOZIONI

 

Esplorare le proprie emozioni è un modo per continuare a crescere, per proseguire nel proprio cammino di evoluzione individuale. E’ anche uno dei mezzi utilizzati in psicoterapia per aiutare la persona a ritrovare il suo equilibrio interiore. Ma farlo non è così semplice: molto spesso le proprie emozioni fanno paura o generano una sofferenza intollerabile che impedisce di analizzarle a fondo. Il valore terapeutico dei film sta soprattutto nell’opportunità che offrono in rapporto alle emozioni che suscitano. Immedesimandosi o, addirittura, identificandosi nel protagonista di un film si ha modo di provare tutta una gamma di sensazioni di grande valore sotto il profilo emotivo ma mai così intense da destabilizzare. Si riesce cioè a mantenere dalle emozioni, che si provano a mano a mano che la trama si snoda, una distanza che consente di assaporarle senza esserne travolti.

 

 

 

QUALI FILM SONO TERAPEUTICI

 

Gary Salomon, lo psicoterapeuta americano che per primo ha parlato dei film come veri e propri strumenti terapeutici, si è spinto anche oltre, indicando quali titoli possono essere più efficaci in relazione ai vari disturbi della sfera psichica. Per fare un esempio, Alien potrebbe essere adatto per le persone ipocondriache, che pur essendo assolutamente sane vivono nella perenne convinzione di essere ammalate. Invece, non è così automatico né che un certo film produca vantaggi su una determinata malattia, né che uno stesso film possa risultare benefico su qualsiasi spettatore. Qualsiasi film, anche il più frivolo, o il meno impegnato o il più modesto sotto il profilo artistico può, in linea teorica, aiutare a stare meglio. Così come il film più coinvolgente e ben realizzato può fare molto per qualcuno e nulla per qualcun altro. Tutto dipende non già dalla pellicola ma da come, in modo assolutamente personale, ciascuno vi reagisce. Un film, qualunque esso sia, svolge un’azione vantaggiosa per la psiche quando riesce a scuotere l’emotività dello spettatore, inducendolo a immedesimarsi nei protagonisti o, comunque, a prendere le distanze dalla realtà fino al punto da entrare in uno stato di rilassamento che può consentirgli di recuperare energie mentali. L’esempio più significativo è dato dai film in cartoni animati che propongono fiabe classiche (per esempio, Biancaneve o la Bella addormentata nel bosco). Ci sono adulti su cui la loro visione produce un potente effetto antistress, mentre ce ne sono altri su cui suscitano solo noia e insofferenza. Nel primo caso evidentemente riescono a risvegliare la parte rimasta bambina racchiusa in ogni adulto, determinando così un effetto rigenerante, nel secondo invece non riescono a esercitare questo potere: tutto dipende dalla reattività di chi li guarda.

 

 

 

I FILM CHE FANNO RIDERE

 

L’idea che un film possa giovare alla salute non è comunque di oggi. Da uno studio condotto diversi anni fa negli Stati Uniti era emerso che la visione di un film comico alza la soglia del dolore. In particolare, la ricerca aveva messo in evidenza che può essere di giovamento in caso di frattura, per alleviare l’indolenzimento delle ossa. Ma non c’è da stupirsi: le scene buffe, strappando una o più risate, distolgono l’attenzione dal dolore. L’opportunità di dimenticare per un attimo la zona del corpo dolente, ridimensiona il fastidio avvertito, che invece si amplifica quando ci si concentra su di esso.

 

 

 

LA SOMIGLIANZA CON l’IPNOSI TERAPEUTICA

 

La visione di un film che emoziona e induce a una riflessione su se stessi e sulla propria vita può essere in qualche modo equiparata a uno stato di coscienza modificata, simile a quello indotto da una seduta di ipnosi terapeutica. Si tratta di una metodica che da tempo gode dell’avvallo della scienza e che, ovviamente, non va affatto confusa con i rituali ipnotici messi in scena in Tv per fare spettacolo. Detta anche visualizzazione guidata, permette di raggiungere uno stato di rilassamento profondo a cui si accede abbandonandosi alle parole del terapeuta, che fa da guida in un percorso immaginario detto “metafora”. Durante l’ipnosi la persona si viene a trovare, appunto, in uno stato di coscienza modificato, che consente di entrare in contatto con l’inconscio, che è la parte del sé in cui si trovano la fantasia, le emozioni, i ricordi legati all’infanzia, nonché, a detta degli specialisti che si occupano di ipnosi, tutte le risorse  interiori che possono trasformarsi in strumenti preziosi per superare qualsiasi disagio o squilibrio della sfera psicoemotivo. Cinema e ipnosi terapeutica: il raffronto  è forse possibile, visto che nel corso di una seduta di ipnosi il terapeuta porge al paziente una fiaba in cui immedesimarsi. Anche i film sono fiabe, che innescano processi di identificazione che possono in qualche modo favorire una maggiore conoscenza di sé, da cui può derivare un miglioramento della qualità della vita.

 

 

 

 

 

TEST

 

TI FANNO BENE?

 

Il test che segue ti aiuterà a scoprire se la visione di un film scuote la tua emotività, ti stimola a riflettere su te stesso, ti aiuta a comprendere meglio i tuoi desiderio e anche le necessità di chi ti sta intorno, oppure se per abitudine mentale erigi un muro tra te e il grande schermo, impedendo alla fiaba che il cinema racconta di produrre effetti sul tuo spirito.

 

1) Andare al cinema:

A – Rilassa.         5

B – Diverte.         0

 

2) Ti appaga di più un film che fa:

A – Ridere.            0

B – Piangere.          5

 

3) Solo per le donne: Avresti interpretato volentieri la parte della protagonista in:

A – Pretty woman        5

B – Tomb rider          0

 

4) Solo per gli uomini: Avresti interpretato volentieri la parte del protagonista in:

A – Blade runner       5

B- Nottingh Hill       0

 

5) La storia di Thelma e Louise ti ha trasmesso un senso di:

A – Sconfitta.       0

B – Vittoria.        5

 

6) In Titanic ti ha colpito di più l’affondamento della nave o la storia d’amore tra Jack (Leonardo Di Caprio) e Rose (Kate Winslet)  

A – La storia d’amore.        5

B – L’affondamento.           0

 

7) Mentre guardi un film riesci a staccare completamente la spina da preoccupazioni e problemi:

A – No, non ci riesci: anche davanti a un film continui a rimuginare.    0

B – Sì, riesci ad allontanare ogni altro pensiero. 5

 

8) Scegli i film soprattutto in base al:

A – Nome del regista.        0

B – Nome del protagonista.   5

 

9) Quando esci dal cinema ti senti ancora imprigionato/a nella dimensione del film:

A – No, riprendi immediatamente contatto con la realtà.   0

B – Sì, per un po’ di tempo ti senti al confine tra la dimensione reale e quella del film.   5

 

10) Di norma, in rapporto al protagonista di un film:

A - Ti immedesimi nel personaggio che interpreta.       5

B – Lo osservi mantenendo il tuo ruolo di spettatore distaccato. 0

 

11) Ti è mai accaduto di paragonare una situazione che stavi vivendo con una situazione vista in un film:

A – Sì, varie volte.     5

B – No, mai.             0

 

12) Durante la visione di un film, a fronte di scene commoventi:

A – Non riesci a frenare le lacrime.     5

B – Controlli perfettamente la tua emozione. 0

 

 

 

 

PUNTEGGI

Domanda 1: A = 5; B = 0

Domanda 2: A = 0; B = 5

Domanda 3: A = 5; B = 0

Domanda 4: A = 5; B = 0

Domanda 5: A = 0; B = 5

Domanda 6: A = 5; B = 0

Domanda 7: A = 0; B = 5

Domanda 8: A = 0; B = 5

Domanda 9: A = 0; B = 5

Domanda 10: A = 5; B = 0

Domanda 11: A = 5; B = 0

Domanda 12: A = 5; B = 0

 

 

 

FINO A 20

Vedere un film è per te un modo come un altro di passare il tempo e tutto si esaurisce qui. Crei infatti una barriera tra te e le trame di queste fiabe per adulti, non permettendo a te stesso di lasciarti coinvolgere da quanto vedi. In generale, non consideri il cinema un mezzo per provare emozioni, anche perché probabilmente sei convinto che le sensazioni di piacere, di paura o anche di dolore abbiano un loro valore solo se sono vissute in prima persona, nella vita reale. Un consiglio: la prossima volta che andrai al cinema prova a lasciarti andare un po’ di più.

 

 

DA 20 A 40

In generale, trai giovamento dalla visione dei film, perché mentre segui la trama di una storia da un lato tieni monitorate le tue sensazioni, per comprendere se potrebbero coincidere con quelle dei protagonisti, dall’altro riesci a mantenere un distacco sufficiente a trasformare l’ora di visione in un intervallo di puro divertimento. Forse sei scettico/a verso l’ipotesi che attribuisce al cinema un’azione terapeutica, però di fatto tu per primo/a ne trai un qualche giovamento.

 

 

OLTRE I 40

I film sono un vero toccasana per il tuo spirito. Riesci perfettamente a identificarti nei protagonisti delle storie impresse nella pellicola, raggiungendo così lo straordinario obiettivo di lavorare sulle tue emozioni mantenendo, per così dire, una distanza di sicurezza. Dalle fiabe per adulti ricavi insegnamenti per la tua vita e, grazie a esse, ottieni il risultato di migliorarti, a tutto vantaggio del tuo equilibrio e della tua vita di relazione. Attento/a però a non perdere del tutto il contatto con la realtà.

 

 

Un film fa guarire

Corriere salute

 

TI CURERA'

Se stai male, curati con un film. Non è una battuta di spirito o lo scherzo di un buontempone. Il consiglio è dello psichiatra americano Gary Salomon, direttore dell'Oregon Psychotherapy Consortium e autore del volume "The motion picture prescription". Il cinema, secondo Gary Salomon, avrebbe un effetto catartico paragonabile a quello dello psicodramma. In pratica, durante la visione della pellicola il malato si identifica con i personaggi focalizzando le situazioni che gli provocano disagio, e reagisce per modificarle. Naturalmente la prescrizione deve essere mirata. Per chi deve elaborare un lutto, per esempio, sara' utile la visione di "Ghost"; a chi soffre di un'eccessiva dipendenza dalla madre converra' assistere alla proiezione di "Psyco"; i piu' malinconici, infine, potranno sicuramente avere benefici da un film divertente come "Chi ha incastrato Roger Rabbit". Lo psichiatra segnala anche le avvertenze: evitare di sgranocchiare pop - corn durante la visione (perche' questo tipo d'azione interrompe il coinvolgimento emotivo tra spettatore e protagonista) e non superare le dosi consigliate (massimo due - tre pellicole a settimana).


Pagina 2
7 luglio 1998 - Corriere della Sera


Cineterapia gay


venerdì 11 aprile 2008 da Robo in: Cinemalandia Arte e cultura


Se volete farvi una cura di cinema, vi consiglio la lettura del libro Il cineforum del Dottor Freud di Ignazio Senatore. L’autore è uno dei maggiori esponenti della cineterapia italiana. La cineterapia, infatti, è nata negli USA ad opera dello psicoterapeuta statunitense Gary Salomon ed è una cura psicologica attraverso la visione dei film. Secondo il fondatore numerosi disturbi della sfera psichica possono, se non guarire, almeno essere controllati e attenuati grazie alla visione di un film o di vari film, da vedere sia al cinema che a casa.

Nel libro si propongono vari percorsi tra cui quello de Il cinema e l’identità di genere. L’autore propone un elenco di quaranta titoli a tema, che introduce come segue:

Finché era imperante il famigerato Codice Hays (introdotto nel 1930 e che tenne banco fino al 1961), l’omosessualità era uno dei tanti temi banditi dallo schermo. I registi dell’epoca, per non incappare nella maglie della rigida censura americana, depuravano i testi, cancellando ogni riferimento a possibili amori omosessuali dei protagonisti.

"Una cura da Oscar"  
Perchè la cinematerapia è un efficace viatico contro molti disturbi del corpo e della psiche. Aristotele svelò
la virtù catartica delle arti. L'ottava va oltre: "contribuisce alla formazione e alla crescita". Tratto dal
Supplemento Salute di Repubblica del 22 marzo 2007 a firma di Annamaria Messa

Almeno una volta l'abbiamo provato tutti a cinema. Le immagini che scorrono sullo schermo, la trama narrativa, ci riportano ad esperienze personali, al modo in cui le abbiamo vissute, a come avremmo voluto viverle... In un certo senso sperimentiamo quella catarsi di cui più di tremila anni fa parlava Aristotele: la purificazione che la rappresentazione teatrale esercita nell'animo degli spettatori. Dal teatro al cinema. Sull'idea che guardando un film ben scelto si possono sciogliere emozioni bloccate, attenuare dolori dell'animo. Quasi un medicinale da banco (meglio "dietro prescrizione dello specialista"), andando al Blockbuster come in farmacia. Dagli Usa, con lo psicoterapeuta americano Gary Salomon, la terapia si è diffusa anche in Italia con predecessori come Antonio Mercurio, ideatore tra l'altro dell'Antropologia personalistica esistenziale, presidente della Sophia University of Rome.
C'è chi, come la psicologa Gioia Gabellieri, autrice di saggi sul tema, dà anche consigli on line del tipo: "avete problemi di autostima? Vi serve "Il mio grosso grasso matrimonio greco". Oppure, "Se la suocera è invadente... fatele vedere "Caso mai", con Stefania Rocca e Fabio Volo.
"Attenzione", avverte però, Giampiero Ciappina, psicologo, psicoterapeuta, direttore Istituto Solaris di Antropologia Personalistica Esistenziale, Cinematerapia® e Comunicazione telematica. "Molti film, come la musica, le opere d'arte, possono modificare l'umore, rallegrare, intristire, meravigliare, nel ruolo che da sempre è quello dell'Arte. Non ha però senso immaginare che esistano film pensati per realizzare un felice rapporto di coppia, per vincere il vuoto dell'angoscia, diventare autenticamente genitori o realizzare i propri sogni esistenziali".
C'è una grossa differenza, continua Ciappina, tra cinema e cinematerapia. "La visione cinematografica è tipica dell'intrattenimento, ha effetto consolatorio, d'identificazione, catarsi aristotelica. La cinematerapia è invece visione a fini trasformativi. Ha una funzione di aiuto e di sostegno per chi vuole realizzare un percorso evolutivo e di crescita personale che va al di là della visione di un singolo film. È un cammino di trasformazione esistenziale, forse più simile ad un'accademia ellenica che a una pillola della felicità". L'Istituto Solaris, che in Italia ha registrato il termine "Cinematerapia®, usa da 20 anni le opere del grande schermo in seminari e percorsi di psicoterapia. "Il cinema è uno strumento ma, come non è il pennello a dipingere ma il pittore, non è una pellicola che può realizzare quell'originale percorso interiore di autoconoscenza che è la Cinematerapia. Non chiedete quindi un elenco di film per stare meglio, uno contro il logorìo della vita moderna, o un altro per sedurre una ragazza... Se esistono, non li conosco né mi interessano", conclude Ciappina.
Sul fatto che la cinematerapia non cura patologie, né in senso medico né psicologico, ma può aiutare un processo di trasformazione e crescita personale, sono un po' tutti d'accordo. All'Istituto di Neuroscienze di Firenze, nell'ambito del trattamento psicoterapeutico, il film diventa pretesto e spunto per comprendere qualcosa in più di se stessi, uno stimolo per superare momenti difficili.
"I film ci aiutano a stare meglio", afferma Vincenzo Mastronardi, psichiatra, psicoterapeuta, direttore Osservatorio dei comportamenti e della devianza, università " La Sapienza ", Roma, autore del libro Filmtherapy. Ha cominciato individualmente con la biblioterapia ma a un certo momento "le mamme degli adolescenti in cura hanno chiesto un film al posto dei libri. Ho costruito per ogni film indicazioni terapeutiche utili ad orientare e da discorsi individuali sono passato a gruppi, con la funzione di "mastery", la capacità di analisi e soluzione dei problemi". Comunicazione di coppia, stress lavorativo, adolescenza, conflitti familiari, disturbi fobico-ossessivi... per ogni situazione c'è un film, come testimonia una ricerca iniziata nel 1989 sulle ripercussioni emozionali della visione di 1500 film su pazienti in terapia (compresi allievi della "Sapienza"), base ispiratrice del libro. I film, chiude Mastronardi, "sono come iniezioni intramuscolari di forza, di energia"". In quel vivere quotidiano che a volte causa disagi e perplessità.

 

 

 

 

 

Film visti di recente

CONSIGLIATI

 

 

 

 

Titolo originale:  I Origins
Nazione:  U.S.A.
Anno:  2014
Genere:  Drammatico
Durata:  113'
Regia:  Mike Cahill
Sito ufficiale:  www.ioriginsmovie.com

Cast:  Michael Pitt, Steven Yeun, Astrid Berges-Frisbey, Brit Marling, Dorien Makhloghi, Charles W. Gray, John Schiumo, Farasha Baylock
Produzione:  Verisimilitude, WeWork Studios
Distribuzione:  20th Century Fox
Data di uscita:  2014 (cinema)

Trama:
I Origins, racconta la storia del dottor Ian Gray (Michael Pitt), un biologo molecolare che studia l'evoluzione dell'occhio. Durante una festa conosce una giovane donna esotica (Astrid Bergès-Frisbey), un incontro breve, ma qualcosa dei suoi occhi lo colpisce... La sua ricerca continua e, anni dopo, con la sua assistente di laboratorio Karen (Brit Marling), fanno una sorprendente scoperta scientifica che ha implicazioni di vasta portata e mette in discussione le sue convinzioni scientifiche e spirituali. Per convalidare la sua teoria, dovrà rischiare il tutto per tutto e fare un viaggio dall'altra parte dell'emisfero....

 

  Locandina del film Treno di notte per Lisbona    Titolo originale: Nachtzug nach Lissabon, Anno: 2013 Nazione: Germania / Svizzera / Portogallo Distribuzione: Academy2 Durata: 110 min
Data uscita in Italia: 18 aprile 2013 Genere: mistery,sentimentale,thriller
Regia:Bille August
Sceneggiatura:Greg Latter, Ulrich Herrmann
Musiche: Annette Focks
Fotografia: Filip Zumbrunn
Montaggio: Hansjörg Weißbrich
Scenografia: Augusto Mayer
Costumi: Monika Jacobs

Raimund Gregorius: Jeremy Irons
Estefania giovane: Mélanie Laurent
Amadeu: Jack Huston
Mariana: Martina Gedeck
Joao Eca: Tom Courtenay
Jorge O'Kelly giovane: August Diehl
Jorge O'Kelly: Bruno Ganz
Estefania: Lena Olin
giudice Prado: Burghart Klaussner
Da Silva: Nicolau Breyner
Adriana de Prado: Charlotte Rampling
Padre Bartolomeu: Christopher Lee
Clotilde: Jane Thorne

Treno di notte per Lisbona:
La vita di Raimund Gregorius è ben organizzata, ma monotona e prevedibile. Il 57enne professore di latino vive in un piccolo appartamento a Berna, ogni giorno si reca a scuola dove insegna una materia che suscita poco interesse negli studenti, la sera, non potendo dormire, gioca da solo a scacchi. Il giorno che cambierà per sempre la sua vita inizia come qualsiasi altro... Mentre Raimund attraversa il ponte che lo conduce a scuola vede una giovane donna con un cappotto di pelle rossa che si sta per gettare nel fiume. Le salva la vita, ed inconsapevolmente, lei salva la sua. Lei lo accompagna a scuola. Lungo la strada lui le chiede se avesse realizzato che avrebbe potuto cambiare la sua vita in un solo istante. Quando l’enigmatica giovane donna dimentica il soprabito in classe, Raimund, sotto l’occhio stupito dei suoi alunni, l’afferra e le corre dietro. Non riesce a trovarla, ma nella tasca trova un libro e un biglietto del treno per Lisbona. Arriva alla stazione appena prima che il treno parta. La donna è introvabile e, inspiegabilmente, all’ultimo momento, Raimund sale sul treno. Nel viaggio inizia a leggere il libro appena trovato, un profondo lavoro di Amadeu Prado, un dottore portoghese, rivoluzionario e filosofo. "Se così fosse, che viviamo solo una piccola parte della nostra vita, cosa succede al resto?" Arrivato a Lisbona Raiumund è impaziente di conoscere l’uomo le cui parole lo hanno toccato cosí profondamente.

 

 

 

 

Locandina Venuto al mondoGemma, dopo molti anni di assenza torna a Sarajevo, portando con sé il figlio Pietro. L'occasione è l'invito che le ha fatto Gojko, poeta estroverso e un tempo sua guida in Bosnia, per una mostra fotografica sulla guerra. Gemma proprio in Bosnia, prima dell'inizio del conflitto, aveva conosciuto Diego per il quale aveva mandato all'aria il proprio matrimonio. Da Diego però Gemma, per un suo difetto fisico, non aveva potuto avere figli. Ma il desiderio era così forte da spingerla ad accettare che il marito procreasse con un'altra donna disposta poi a cedere il neonato.
Il quarto film come regista di Sergio Castellitto è così complesso sul piano della scrittura che potremmo definirlo un film matrioska. Perché racchiude, una dentro l'altra, storie diverse ma aderenti a un'unica forma di base. C'è una storia di scoperta di un mondo ignoto (Gemma con Gojko). C'è l'amore sostenuto da una passione travolgente (Gemma e Diego). C'è il dramma della sterilità. C'è una guerra che devasta le coscienze .... e potremmo continuare.
Il regista Castellitto sa come gestire questo coacervo di sentimenti e pulsioni irrazionali. Lo sceneggiatore Castellitto (insieme all'autrice del libro nonché consorte Margaret Mazzantini) meno. Perché a situazioni di grande forza espressiva se ne giustappongono altre che, se hanno una loro logica e forza sulle pagine di un romanzo, le diluiscono in retorica una volta portate sullo schermo. Se ci si aggiungono alcune scelte musicali perlomeno discutibili (a partire da un'"Ave Maria" di Schubert che si sovrappone al contesto senza aderirvi) si comprende come l'operazione (in cui si sente comunque l'onestà intellettuale e la partecipazione di tutti, Castellitto in primis) sia riuscita solo in parte.
Ci vorrebbe Buster Keaton per raccontare certe storie si dice nel film e l'icona del grande attore/regista viene anche direttamente evocata. Castellitto da questo punto di vista raggiunge l'obiettivo che sembra essersi prefisso: raccontare una storia di grandi passioni e grande crudeltà a ciglio asciutto senza voler spingere sul pedale della commozione gratuita. Si lascia però indurre in tentazione non solo, come si è detto, dalla pagina scritta ma anche da un amore paterno in questa occasione mal riposto. Perché Pietro Castellitto (suo figlio) è un bravo attore che sa dare una buona dose di naturalezza al suo personaggio. Però inserito in un film in cui suo padre si ritaglia il ruolo del genitore adottivo gli assomiglia fisiognomicamente troppo finendo per risultare fuori posto in una vicenda in cui paternità e maternità sono così determinanti. Non basta far dire a Giuliano "I figli maschi assomigliano sempre alle madri" per risolvere la questione. In questo caso non è andata così.

 

 

Locandina Io noIo No.  Un film di Simona Izzo, Ricky Tognazzi. Con Gianmarco Tognazzi, Myriam Catania, Francesco Venditti, Ines Sastre Commedia,  durata 95 min. - Italia 2003.

Due fratelli nascono in una benestante famiglia degli anni '50, in cui il padre possiede un albergo. Già nei primi inizi del film si denotano le grandi differenze tra i due fratelli: Flavio, il più grande è riflessivo, più adulto, al contrario di Francesco, un ragazzo legato alle ideologie e alle musiche dei primi anni '70. Flavio è il primo a sposarsi e ad avere due figlie, da Laura, una ragazza incontrata nell'albergo del padre, di cui lei, era cliente. Francesco è scelto come testimone, ma, nel suo "momento psichedelico" arriva al matrimonio in ritardo e sotto pesante effetto di sostanze stupefacenti. Altra caratteristica di Francesco, il figlio più problematico e "strano" è quella di far arrabbiare suo padre con scherzi di varia natura. Riformato al servizio militare, Francesco vive costantemente senza lavoro nella sua casa, suonando il pianoforte, ascoltando musica e fumando marijuana. Data la sua situazione di single con una vita disordinata, Flavio e sua moglie, Laura, cercano continuamente di far conoscere a Francesco delle amiche di famiglia.

Laura invita a cena Elisa, insegnante di ballo delle figlie e amante di Flavio; la cena sembra andare bene, sennonché Flavio si ubriaca, e a casa, per errore parla della sua amante, Laura lo sente e poco dopo segue il divorzio.

Nel frattempo Francesco si trova bene con Elisa, vanno a vivere a Città del Capo, in Sud Africa, trovano lavoro, imparano l'inglese e hanno una figlia, Laura, chiamata come la moglie di Flavio. Qualche anno dopo la convivenza, Elisa ha dei malori, e insieme al marito decide di tornare in Italia per accertamenti medici, dai quale si scopre che è affetta da un tumore non operabile. Laura (l'ex moglie di Flavio) e Francesco non trovano il coraggio di darle la notizia, mentre il fidanzato trova la forza di chiederle di sposarlo. Lei, in condizioni ormai critiche accetta, e lo sposa.

Alla morte di Elisa segue un momento di depressione da parte di Francesco, che nel frattempo si è trasferito in casa di Laura insieme alla figlia. Ma tale periodo cessa con il ritorno di Francesco a Città del Capo, dove torna per rientrare nei suoi ricordi. Fino a trovare un passaggio per il deserto da parte di un autista di camion, con il quale comincia a sfogarsi, parlandogli di tutta la sua vita benché egli non sembra parli l'italiano. A un punto del loro viaggio nel deserto Francesco cede, ferma il camion, scende e piange. Qui si scopre che il camionista sudafricano parla l'italiano essendo stato qualche anno prima in Italia. Egli convince Francesco a tornare in patria, dalla figlia, e Francesco, accetta di buon grado, pensando che sia la cosa più giusta da fare. Il camionista accompagna Francesco in un piccolo aeroporto, dal quale parte, lasciando una lettera, che inavvertitamente il sudafricano ritroverà.

L'aereo sul quale Francesco parte non arriverà mai, in quanto avrà un incidente. Saputa la notizia Flavio corre in Sud Africa per il riconoscimento, che avviene. All'uscita dall'obitorio Flavio incontra il camionista che gli dà la lettera caduta dalla tasca di Francesco prima di partire: la lettera è indirizzata alla figlia, Laura.

 

 

Locandina No - I giorni dell'arcobaleno

1988. Il dittatore cileno Augusto Pinochet è costretto a cedere alle pressioni internazionali e a sottoporre a referendum popolare il proprio incarico di Presidente (ottenuto grazie al colpo di stato contro il governo democraticamente eletto e guidato da Salvador Allende). I cileni debbono decidere se affidargli o meno altri 8 anni di potere. Per la prima volta da anni anche i partiti di opposizione hanno accesso quotidiano al mezzo televisivo in uno spazio della durata di 15 minuti. Pur nella convinzione di avere scarse probabilità di successo il fronte del NO si mobilita e affida la campagna a un giovane pubblicitario anticonformista: René Saavedra.
 Pablo Larrain, che il pubblico italiano conosce per i suoi precedenti Tony Manero e Post Mortem, affronta in modo diretto una delle svolte nodali della storia cilena recente. L'aggettivo è quanto mai appropriato perché la scelta radicale di utilizzare una telecamera dell'epoca offre al film una dimensione del tutto insolita. Il passaggio dal materiale di repertorio (dichiarazioni di Pinochet e cerimonie che lo vedono presente così come interventi dei rappresentanti dell'opposizione dell'epoca) alla ricostruzione cinematografica diviene così inavvertibile. Il pubblico in sala si trova nella situazione di chi sta compiendo una full immersion nel passato.
 Tutto ciò all'interno di una ricostruzione che mostra, attraverso il personaggio di Saavedra, come la repressione fosse stata forte e come il regime fosse convinto che fosse sufficiente accusare qualsiasi avversario di 'comunismo' per poter vincere. Non manca però anche di sottolineare come tra i sostenitori del NO non fossero pochi quelli che non avevano compreso quanto fosse indispensabile impostare una campagna di comunicazione che andasse oltre la riproposizione delle pur gravissime colpe del dittatore per approdare a una proposta che parlasse di vita, di gioia, di speranza nel futuro e non di morte. E' in questo ambito che il personaggio impersonato con grande understatement da Gael Garcia Bernal si trova a muoversi consapevole, inoltre, della difficoltà di contribuire alla riuscita di un fondamentale cambiamento del proprio Paese partendo dalle proprie basi di eccellente imbonitore. Pronto, una volta ottenuto l'esito sperato, a tornare a promuovere telenovelas.
 

 
 
 

Locandina La grande bellezzaToni Servillo ancora al servizio di Sorrentino

 


Toni Servillo, Carlo Verdone e Sabrina Ferilli saranno i protagonisti del nuovo film di Paolo Sorrentino, dopo l'avventura americana di This must be the place con Sean Penn.
Ambientato e interamente girato a Roma, La grande bellezza è una coproduzione Italia-Francia: Indigo Film e Medusa Film per l'Italia, Babe Films e Pathe', che cura anche le vendite internazionali, per la Francia.
Il film si avvale del sostegno del Fondo regionale per il cinema e l'audiovisivo della Regione Lazio. Soggetto di Paolo Sorrentino, sceneggiatura firmata dallo stesso Sorrentino con Umberto Contarello. Il film avrà Luca Bigazzi alla fotografia, Stefania Cella e Daniela Ciancio per scene e costumi, Cristiano Travaglioli al montaggio.

   

 

Locandina Viva la libertà

Viva la libertà

 

Come salvare una campagna elettorale in crisi di consensi

 
Un film di Roberto Andò. Con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto. Drammatico, durata 94 min. - Italia 2013

Il segretario del principale partito d'opposizione, Enrico Oliveri, è in crisi. I sondaggi per l'imminente competizione elettorale lo danno perdente. Una notte, dopo l'ennesima contestazione, Oliveri si dilegua, senza lasciare tracce. Negli ambienti istituzionali e del partito fioccano le illazioni, mentre la sua eminenza grigia Andrea Bottini e la moglie Anna continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga. È Anna a evocare il fratello gemello del segretario, Giovanni Ernani, un filosofo geniale, segnato dalla depressione bipolare. Andrea decide di incontrarlo e ne resta talmente affascinato da iniziare a vagheggiare un progetto che ha la trama di un pericoloso azzardo.

 

 

 

 

 

 

"L'uomo nero", Sergio Rubini,  con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Sergio Rubini, Anna Falchi, Fabrizio Gifuni, Maurizio Micheli, Vito Signorile, Italia: 2009  Sito web: 

luomonero_leggeroSergio Rubini racconta il doppio ritorno di un uomo: il ritorno nel suo paese natio per assistere il padre in fin di vita ed un viaggio a ritroso in un passato lontano ed ingombrante. Il nostos di Gabriele( Gifuni nel presente e Giaquinto nel passato) diviene un pretesto per rivisitare un’infanzia costruita sul doloroso incontro scontro con il padre (Sergio Rubini). Il decimo sforzo registico di Sergio Rubini mostra i colori, i sapori e gli umori della sua Puglia, attraverso lo sguardo rivelatore del piccolo Gabriele. E’ una riflessione metalinguistica sull’importanza della visione: visione scissa nello sguardo del bambino, tra l’osservazione della realtà e l’illusione dei lampi allucinatori. L’uomo nero delle sue suggestioni oniriche si specchia nell’ambivalente presenza paterna della sua realtà. Il padre Ernesto , capostazione della ferrovia locale, è schiavo della sua passione per la pittura. L’estenuante ricerca della fama artistica lo conduce inesorabilmente all’elusione dei doveri di padre e marito. Ernesto non conosce Gabriele, non vi dialoga, ne scorda l’età anagrafica e gli rovina la festa di compleanno, per insultare il critico d’arte che boccia la sua opera. Il bambino soffre anche dei frequenti litigi tra i genitori, che ergono il sesso ad antidoto contro la loro frattura amorosa. La moglie Franca(Valeria Golino) stenta a sopire il rigetto per gli sguardi voyeuristici che il marito dispensa alla disinibita Donna Valeria.

Il bambino patisce la mancanza di un’identificazione primaria con i cari; anche l’amato zio dongiovanni (Riccardo Scamarcio) ben presto lo deluderà tradendolo freudianamente attraverso il matrimonio, tanto ripudiato nei discorsi pregressi. Quando il piccolo Gabriele si rifugia sotto il tavolo, per urlare in silenzio il suo disprezzo verso gli eccessi del padre, palesa il terrore della possibile sovrapposizione futura tra la sua persona e quella del genitore detestato.
Solo nella maturità del presente, Gabriele saprà dare un anima reale al padre, con il quale aveva condiviso un estenuante rapporto di  repulsione attrazione. La scoperta delle verità nascoste sul genitore, svelerà l’inganno delle apparenze in cui versava il suo sguardo infantile: fittizia era l’infedeltà del marito, la scarsa capacità artistica e l’inconoscibile cattiveria del misterioso uomo nero.
Il sipario cala su un’atmosfera di fiabesca memoria, che cancella nettamente il dramma fin lì rappresentato con tanto vigore espressivo; Gabriele uomo comprende, dopo anni di mancanze, un amore ed un arte paterna fin troppo inverosimile.


 

"A Serious Man", Joel Coen, Ethan Coen, con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolff, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, USA: 2009. Sito web:  

aseriousman_leggeroI fratelli Ethan e Joel Coen, infallibili disegnatori di forme geometriche, dopo aver teorizzato il movimento circolare per Mister Hula Hoop, quello lineare per Il grande Lebowski, e il percorso a spirale in L'uomo che non c'era, realizzano con A Serious Man un film il cui protagonista è contraddistinto dalla stasi e dalla fissità più assoluta, mentre tutto il mondo intorno a lui si muove in maniera caotica e impazzita. Gli autori elaborano questa costruzione narrativa attingendo alle origini della propria tradizione yiddish, la stessa che animava anche Barton Fink. Non a caso quella ebraica è una cultura caratterizzata da un elevato grado di immutabilità e rigidità, e si presta particolarmente a rappresentare il personaggio di Larry. È forse per questo motivo che l'ultimo film dei Coen si apre con un prologo straniante, apparentemente avulso dal contesto: girato in 4/3 come un vecchio film, è una specie di racconto tradizionale yiddish ambientato in un piccolo villaggio polacco, dove una coppia di coniugi riceve la visita di un dybbuk, uno spettro della tradizione ebraica. Il prologo, in realtà, cattura alla perfezione lo spirito di tutto il film, e la storia di Larry Gopnick sembra quasi l'aggiornamento e l'attualizzazione in chiave moderna dei racconti folkloristici yiddish, ricolmi di assurdi paradossi e di humour nero. Quasi che Larry fosse anch'egli vittima della maledizione spettrale mostrata nell'incipit, su di lui si abbattono nel corso di pochi giorni una serie di sventure da far impallidire le piaghe bibliche. La moglie gli comunica all'improvviso che vuole lasciarlo per risposarsi con un vero uomo (o "mensch", come dice lei), e gli intima di trasferirsi in un motel. Nel frattempo la sua nomina a una cattedra universitaria è minacciata dall'arrivo di lettere anonime dal contenuto diffamatorio, mentre uno studente coreano lo ricatta subdolamente per ottenere una promozione all'esame. Come se non bastasse, i figli tentano di sottrargli denaro in ogni modo: Danny, in attesa di celebrare il bar mitzvah compra di nascosto dischi di musica pop, mentre Sarah vorrebbe rifarsi il naso. Non facilita le cose il fatto che Arthur, fratello mentalmente disturbato di Larry, venga arrestato e accusato di aver commesso atti osceni. L'uomo, come un novello Giobbe, si sente quasi vittima di una maledizione divina e non riesce a fare altro che chiedere consiglio a una serie di rabbini. Sfortunatamente per lui, nessuno di loro sarà in grado di rivelargli grandi verità spirituali, ma solamente storielle disconnesse e senza alcuna morale di fondo, che confermano ancora di più l'insensatezza tragica e quasi kafkiana del destino di Larry. Il vertice di questa sublime mancanza di senso - alla base di tutto il cinema dei fratelli Coen - lo si raggiunge quando Danny, celebrato il bar mitzvah, può finalmente essere ricevuto dal venerabile rabbino Marshak. In uno studio ricolmo fino all'eccesso di ogni possibile chincaglieria - che è una delle più riuscite metafore della poetica satura e ridondante dei Coen - l'anziano e saggio uomo accoglie Danny e, dopo avergli riconsegnato la sua adorata radio portatile, non ha altro da rivelargli se non la formazione del gruppo musicale Jefferson Airplaine. Dopo aver rielaborato esteticamente gli anni Cinquanta con Mister Hula Hoop, i Coen - grazie all'aiuto del fedele direttore della fotografia Roger Deakins - si concentrano adesso sul periodo della loro infanzia con un gusto particolarmente nostalgico per il design e per le icone della cultura popolare dell'epoca, da Somebody to Love dei Jefferson Airplane (che apre il film con un'incredibile soggettiva all'interno del padiglione auricolare di Danny), alla serie televisiva di fantascienza F-Troop. Il risultato è l'ennesimo gioiello registico cui ci hanno abituato i fratelli Coen, un'opera grondante ironia nerissima e del tutto impietosa nei confronti della comunità che descrive. 

 


 

 

 

 

 

 

 


 

 

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