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Un bellissimo discorso sottotitolato in italiano di Steve Jobs al-l'Università di Stanford
e poi...
Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro. Mi spiego. Credo che sia capitato a tutti coloro che hanno in casa un numero abbastanza alto di libri di vivere per anni con il rimorso di non averne letti alcuni, che per anni ci hanno fissato dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione.
Poi un giorno accade che prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggerlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli. La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse alfabeto Braille. Io sono seguace del CICAP e non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso sì, anche perché non ritengo che il fenomeno sia paranormale: è normalissimo, certificato dall'esperienza quotidiana.
La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava o spolverava vi si gettava uno sguardo, si leggeva la bandella di copertina, si apriva qualche pagina a caso, e così poco per volta se ne è assorbita gran parte.
La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).
In verità credo che siano vere tutte e tre le spiegazioni che interagiscono tra loro. Si leggono altri libri, senza accorgercene leggiucchiamo anche quello, e anche soltanto a toccarlo qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, ci parla di un'epoca, di una ambiente. Tutti questi elementi messi insieme 'quagliano' miracolosamente e concorrono tutti insieme a renderci familiari a quelle pagine che, legalmente parlando, non abbiamo mai letto.
Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro, bensì quella delle biblioteche di casa. Umberto Eco, estratto da ''Leggere i libri coi polpastrelli'' (in LA BUSTINA DI MINERVA, 1998).
Mentre l'intreccio e i personaggi può copiarli chiunque e anche aggiungerci, c'è un tono delle parole e del discorso che ti tradisce per quello che sei. [...] Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l'hanno fatto per te. Si tratta sempre d'imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c'è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com'era solo lo scrittore che l'ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l'autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altro uomo e ti senti più uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.
Cesare Pavese da Dialoghi con Leucò
Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.
Salinger J. D. da Il giovane Holden
LA BIBLIOTERAPIA
Sebbene spesso il termine “biblioterapia” sia utilizzato in Italia in modo piuttosto riduttivo, per designare la lettura di libri spesso consigliati da professionisti con l’obiettivo di migliorare un problema, questa metodologia di aiuto è in realtà un efficace e scientifico insieme di peculiari tecniche interattive di supporto alla salute, che viene adottato con successo in gran parte del mondo, basandosi su relazioni di aiuto che si intrecciano con il supporto preminente della lettura di libri o di parti di scritti informativi, letterari, nonché di materiali idonei in funzioni delle finalità specifiche che si intende raggiungere.
La Biblioterapia è un processo interattivo
Indubbiamente la storia della biblioterapia affonda le sue radici nella semplice lettura di testi in grado di produrre talvolta alcuni benefici spontanei derivanti dalla capacità di suscitare delle riflessioni o delle reazioni emotive positive, in grado di motivare, di informare o, ancora, di insegnare delle strategie per affrontare delle problematiche.
Inizialmente il termine inglese “bibliotherapy” è stato utilizzato per designare i tentativi di prescrivere libri ritenuti in grado di sostenere la crescita personale e la risoluzione di problemi, un metodo consistente sostanzialmente in forme sperimentali di lettura considerata talvolta “abreativa” e in altri casi in grado di attivare risorse di “auto-aiuto”.
Questo tipo di interventi di lettura a sostegno della salute sono stati adottati inizialmente in modo ufficiale in numerosi reparti ospedalieri americani (psichiatria, oncologia, ecc.) in cui sono state istituite delle librerie ricche di materiali ritenuti in grado di stimolare la vita intellettuale e di risollevare l’umore dei malati, in particolare dei lungodegenti ai quali sono stati proposte spesso forme romanzate, poetiche o anche avventure e libri relativi a viaggi, ritenuti ricchi di stimoli emotivi in grado di portare i pazienti per qualche ora “fuori” dal proprio letto.
Ben presto l’uso della lettura per supportare la salute ha trovato spazi di accoglienza in altre strutture: dalle scuole ai centri di aiuto medico e psicologico, fino ai contesti di aiuto spirituale.
La semplice messa a disposizione di materiali di lettura e l’abitudine a fornire consigli relativi alle letture, ritenute idonee basandosi su prospettive teoriche diverse e centrandosi sulle reazioni del lettore-consulente, sono stati trasformati gradualmente in momenti di lettura condivisa di una vasta tipologia di scritti. 
Il passo fondamentale nella definizione della biblioterapia come è attualmente concepita e adottata efficacemente da diversi professionisti di tutto il mondo e nella sua strutturazione in quanto sistematico metodo di aiuto, è stato fatto a partire dall’osservazione delle differenti reazioni che possono avere più persone quando si confrontano emotivamente o riflettono sullo stesso testo.
La crisi dell’approccio basato sull’ipotesi dell’esistenza di poteri terapeutici assoluti posseduti da certi testi ha portato a porre l’accento sulla relazione come metodo per riportare i lettori verso i significati e le esperienze emotive ritenute utili per favorire i percorsi di cambiamento e di guarigione.
L’esperienza dei biblioterapisti ha portato ad individuare efficaci criteri di scelta del materiale da adottare in relazione alle dinamiche individuali (psicologiche, educative, sociali) che si intende stimolare, nonché allo sviluppo di metodi di accompagnamento alla lettura e di facilitazione della discussione che deve far seguito ad essa in un efficace contesto biblioterapeutico.
Oggi la biblioterapia, chiamata spesso anche “libroterapia”, ha definito, attraverso questo percorso per aggiustamenti progressivi, la sua immagine, i suoi metodi e gli strumenti più efficaci per le finalità che si propone. Pertanto, se si intende usare la biblioterapia nel senso effettivo del termine “terapia”, e non come puro strumento di cultura o diletto, essa va impostata come un processo interattivo che, partendo dalla lettura, intende stimolare la riflessione e il cambiamento personale per supportare la salute, sia essa fisica, psicologica che sociale .
Più precisamente, è possibile chiarire le caratteristiche essenziali che deve possedere un percorso effettivamente definibile “biblioterapeutico”, facendo riferimento all’approccio dei più noti esperti di fama mondiale che adottano da anni questo metodo (McCarty Hynes A., Hynes-Berry M., 1994).
Aspetti essenziali per poter parlare di biblioterapia
1. la biblioterapia va impostata come un processo interattivo che presuppone la condivisione e discussione, sincronica o differita, di vissuti interiori (pensieri, emozioni) che nascono da una lettura di un testo (o da attività paragonabili svolte con uno strumento-stimolo simile) scelto da un professionista esperto sul metodo e in relazione al contesto professionale in cui si interviene;
2. il processo biblioterapeutico di interazione può riguardare sia contesti di intervento clinico che contesti evolutivi, purché in tutti i casi il lavoro rimanga incentrato sul rapporto con la salute per definirsi davvero “terapeutico”, anche se talvolta tale accezione può essere utilizzata in senso più ampio e altre volte in senso più stretto;
3. i risultati di un percorso di biblioterapia efficace, con seguentemente, devono comportare un miglioramento misurabile, seppur minimo, del benessere personale che può consistere nell’assunzione di valori, vissuti o abitudini psicologiche e sociali utili alla salute in uno o più dei suoi aspetti;
4. il materiale di lettura utilizzato in questo metodo di aiuto, dal momento che l’accento non è centrato sulla cultura, deve essere selezionato evitando qualsiasi atteggiamento di pregiudizio di qualità: il focus di scelta è infatti la possibilità di migliorare la salute in qualche suo aspetto, attraverso una comunicazione centrata sui processi e sulle realtà soggettive piuttosto che sui contenuti (criterio particolarmente importante da rispettare se il biblioterapeuta è anche un insegnante);
5. un percorso biblioterapeutico può essere condotto in un contesto di comunicazione di coppia oppure in un contesto di gruppo qualora le esigenze di “salute” dei partecipanti siano simili e conseguentemente gli obiettivi condivisi e raggiungibili con un intervento comune;
6. per parlare e ffettivamente di biblioterapia è necessario che vi sia un uso primario e predominante del metodo della lettura interattiva all'interno di un percorso, piuttosto che come una parte minima dello stesso (es. non può essere ritenuta biblioterapia la prescrizione saltuaria della lettura di un libro in un percorso psicoterapeutico, né l’uso di metodi di lettura-scrittura intercalati in percorsi incentrati su tecniche che non si basano sulla lettura come abituale punto di partenza della relazione d’aiuto);
7. l'efficacia della biblioterapia, come mostrano numerose esperienze, non dipende dall’uso di un materiale oggettivamente terapeutico (che in effetti non esiste), bensì dalle capacità del conduttore-facilitatore di scegliere materiale che risponda ai bisogni e alle risorse dei partecipanti in modo da affrontare eventuali resistenze o dissensi, guidando le prospettive e le emozioni dei presenti in un confronto che non deve coincidere pertanto con l’accordo su quanto è stato letto, ma piuttosto con una trasformazione interiore e soggettiva di un tema essenziale per il benessere.
Biblioterapia e biblioterapisti nel mondo
Come si osserva nel panorama dei paesi che da anni adottano validamente interventi di libroterapia, il biblioterapista è un conduttore che ha la funzione di “facilitare” i vissuti legati al testo-guida in modo da accompagnare la persona (o il gruppo) nel compiere singoli passi utili per migliorare uno o più aspetti individuali (e assolutamente soggettivi) necessari per sentirsi meglio. In questo senso i progressi devono essere considerati dal conduttore attraverso delle fasi di monitoraggio delle risposte mostrate durante il percorso ed eventualmente attraverso delle valutazioni con strumenti specifici per misurare lo stato di “salute” su cui si interviene.
La formazione di un biblioterapeuta, pertanto, comprende sia un bagaglio specifico di conoscenze, metodi e tecniche di conduzione comprese tra quelle che hanno mostrato di esser più efficaci nel corso di interventi sperimentati in diversi paesi del mondo, sia una formazione professionale specifica in relazione agli obiettivi che si intende raggiungere.
Pertanto, incrociando le competenze specifiche agli obiettivi connessi alla professione si rintracciano quattro grandi categorie di conduttori e, conseguentemente, quattro tipi di interventi biblioterapeutici molto diversi tra loro che sono stati attuati in diversi paesi.
I biblioterapisti psicoterapeuti utilizzano i metodi di biblioterapia interattiva per raggiungere scopi di miglioramento e/o di guarigione di disturbi mentali, intervenendo anche sulle “dimensioni patologiche” nel corso del lavoro biblioterapeutico. La biblioterapia in questi casi viene meglio definita “biblioterapia psicoterapeutica”.
I biblioterapisti medici (non psicoterapeuti) hanno spesso adottato la biblioterapia per raggiungere i loro scopi di tradizionale educazione sanitaria, mirando al miglioramento di cattive abitudini responsabili di numerosi problemi di salute di loro specifica competenza.
I biblioterapisti psicologi (non psicoterapeuti) adottano la biblioterapia per finalità di prevenzione e di diagnosi psicologica, nonché per attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico. La biblioterapia in questi casi è stata a volte definita con termini che possono essere tradotti come “biblio-psicologia”, “biblioterapia psicologica” o “psicobiblioterapia”.
I biblioterapisti operatori di formazione ed educatori utilizzano i metodi di biblioterapia per favorire l’educazione ed il sano sviluppo, ponendosi degli obiettivi realizzabili in funzione del proprio settore di intervento. Si tratta di percorsi in ambito pedagogico, artistico, motorio, culturale, sociale, ricreativo, che, in relazione alla tipologia di professionisti che conducono, permettono di parlare di “counseling biblioterapeutico”, di “letteratura-evolutiva” o anche di “orientamento biblioterapeutico”.
Il materiale biblioterapeutico
Nella bib lioterapia è possibile adottare, in base a giustificate esigenze connesse agli obiettivi che ci si propone di raggiungere, materiale proveniente da fonti molto differenti che, come è stato detto, non deve avere necessariamente contenuti letterari rilevanti, ma che deve possedere un certo “potere” legato alla capacità di stimolare riflessioni positive per la salute.
Generalmente si è osservato che tale “potenziale terapeutico” è connesso ad alcune caratteristiche che permettono di distinguere il “buon materiale biblioterapeutico”. Più precisamente, la qualità di quest’ultimo è legata alla presenza di una o più dimensioni tematiche e di una o più dimensioni stilistiche tra quelle indicate di seguito. Gli indicatori tematici mostrano generalmente di essere migliori predittori di efficacia rispetto a quelli stilistici.
INDICATORI TEMATICI DI BUONA QUALITÁ DI UN TESTO O DI ALTRO MATERIALE BIBLIOTERAPEUTICO
1. il testo/materiale tratta di esperienze universali;
2. il materiale ha un modo peculiare e di effetto di affrontare un tema comune;
3. il testo/materiale è comprensibile e privo di significati oscuri;
4. il materiale letterario tratta il tema con una certa positività, pur affrontando e non sminuendolo certi temi “forti”.
sminuendolo certi temi “forti”.
INDICATORI STILISTICI DI BUONA QUALITÁ DI UN TESTO O DI ALTRO MATERIALE BIBLIOTERAPEUTICO
1. il testo/materiale ha un ritmo continuo che favorisce la lettura e l’attenzione;
2. il materiale letterario ha la capacità di stimolare i cinque sensi attraverso l’immaginazione;
3. il materiale letterario adotta un vocabolario chiaro e vicino a quello dei lettori-ascoltatori;
4. la lunghezza/durata è tale da consentire tutte le attività che si prevedono in una sessione, senza stancare l’attenzione.
In biblioterapia il materiale-stimolo adoperabile può comprendere, in base alle tecniche che si intende adottare:
• parti di libri (raramente interi libri con lettura frazionata in più sedute);
• brevi storie;
• citazioni;
• testi di canzoni;
• poesie o parti di esse (si parla in questi casi di poesiaterapia o biblio-poesiaterapia);
• articoli di giornale o tratti da riviste scientifiche (si parla in questi casi di journal therapy);
• favole (e si adotta in genere il termine specifico di fiaboterapia);
• parti di copioni (utilizzando una forma specifica di teatroterapia che viene chiamata, in ragione del suo approccio biblioterapeutico, biblio-teatroterapia o biblio-dramma);
• video (spot, video musicali, corti, scene selezionate).
Le attività possibili in libroterapia
In relazione al materiale e alla specifica preparazione professionale del conduttore, sono state sperimentate diverse modalità di conduzione che possono prevedere attività, condotte secondo l’impostazione biblioterapeutica e le finalità di questo approccio di aiuto, quali:
• lettura silenziosa, a voce alta o corale;
• discussione guidata;
• drammatizzazione;
• scrittura creativa;
• espressione corporea e danza;
• proiezioni video;
• ascolto di suoni e musiche;
• attività grafico-pittoriche; 
• esperienze di manipolazione di materiali e oggetti;
• tecniche di consapevolezza psicocorporea.
Ogni attività accostata alla lettura viene adottata in biblioterapia con lo scopo e gli accorgimenti tecnici che permettono di potenziare le riflessioni su un tema e sui vissuti emotivi conseguenti, in modo da guidare verso un cambiamento personale positivo.
Va ricordato altresì che la differenza tra biblioterapia e metodi di lettura guidata o consigli di manuali di auto-aiuto consiste anche nel monitoraggio iniziale dei bisogni, nella valutazione dei miglioramenti osservabili nel corso delle risposte agli stimoli letterari (realizzata con apposite check lists) e nel controllo finale dei cambiamenti positivi raggiunti.
Riferimenti bibliografici
- Philpot G., Britt L., 1999, Bibliotherapy for Classroom Use, Paperback.
- McCarty Hynes A., Hynes-Berry M., 1994, Biblio/Poetry Therapy: the interactive process, Paperback.
- Monaco M., 2008, Corso di formazione per conduttori di biblioterapia, Accademia Menteviva.
Alla ricerca dei significati terapeutici della lettura nel nostro vivere quotidiano
della Dott.ssa Barbara Rossi
Si parla sempre più spesso di biblioterapia, un termine molto utilizzato dagli inglesi, che amano la lettura molto più degli italiani. Il termine sta ad indicare il valore della lettura come mezzo di crescita personale, tanto da essere utilizzato anche a scopo terapeutico.
La lettura costruttiva
A tutti sarà capitato, di leggere e di essere "illuminati" da un libro, un po' come un buon amico che dice le cose giuste al momento giusto e che fa riflettere.
Più spesso il libro viene utilizzato o cercato attivamente come autoaiuto, come formazione…ecc.
Tra le varie funzioni che un libro può assumere, dalla letteratura e dalla clinica troviamo che :
• può essere uno strumento per trovare le risposte che non si trovavano altrove,
• può aiutare nella revisione e comprensione del proprio passato,
• può dar voce a pensieri ed emozioni inespressi, che urlavano nel segreto del proprio cuore,
• può permettere di riconoscere situazioni già sperimentate da altri e di attribuirvi un significato prima sconosciuto, attenuando il senso di angoscia dell'ignoto e del mistero,
• può aiutare a pensare al proprio progetto futuro, ponendo domande sul percorso che sarà (es. per le future mamme…),
• funziona per calarsi in un'altra realtà, per poter fantasticare e veder scorrere immagini create da sé in alternativa a quelle proposte dalla TV, per vivere in una dimensione un po' più da protagonista,
• funziona da "astronave", per rifuggire da una realtà scomoda o difficile, oppure anche solo per una sosta a ricaricarsi, prima di un nuovo tempestoso ritmo,
• serve come auto/formazione.
In tutte queste situazioni la lettura assume un significato molto importante nel favorire l'adattamento alla realtà e il protagonismo nella vita.
Tra la cultura del visivo e la cultura del comunicare
Se da un lato si possono evidenziare le positività di una sana lettura, purtroppo spesso sacrificata ad altri piaceri o doveri, nell'era della Tv satellitare e della cultura del guardare, poco spazio ha una cultura del comunicare.
Molte persone inoltre non amano leggere, tanto da parlare di analfabetismo di ritorno.
Come dice Pennac, "il verbo leggere non sopporta l'imperativo come il verbo amare e sognare", e nemmeno qui si vuole imporre, ma certo va detto che chi non legge non sa cosa perde (motivo per cui continua a non leggere: ciò che non conosci non ti manca!).
Ovviamente questa non vuol essere una propaganda alla lettura, ma solo uno spunto per pensare.
Nella logica del guardare, infatti, c'è chi offre prodotti facilmente usufruibili (quiz, immagini spettacolari, video musicali, curiosità sulla vita delle persone come nel grande fratello, ecc.) e c'è chi riceve quel messaggio.
Pensiamo alla TV: in sostanza non c'è rapporto tra i due, emittente e ricevente. Semplicemente, se non ci sta bene cambiamo canale, se non lo facciamo vuol dire che ci va bene, è scontato che sia così, e allo stesso modo sono scontati altri aspetti.
I desideri delle persone vengono indovinati e non sono realmente importanti. Si tratta di una relazione decisamente poco impegnativa, dove tutti hanno ragione.
Nella logica del comunicare, invece, l'obiettivo è incontrare i desideri, i sogni, l'inconfessato e inconfessabile di ognuno, per scambiarsi domande, risposte, idee.
Parafrasando Cerroni, solo chi può leggere è in grado di ascoltare, vedere e valutare, pilastri di una comunicazione autentica, dove avviene uno scambio di pensieri e non di citazioni vuote di senso, come lo stesso Heidegger, filosofo esistenzialista affermava secoli fa.
Leggere la relazione
Se si scrive perché qualcuno legga, e si legge perché qualcuno ha scritto, allora il libro assume comunque valore come mezzo all'interno di una relazione con sé e con gli altri.
Ci troviamo in altri termini ad un crocevia, dove la lettura diventa un punto nodale dove si raccordano significati diversi, talvolta di crescita, talvolta di difesa, o di rifugio, pausa o chiusura, o altro.
La lettura, in che misura è un modo per crescere, e in che misura un modo per barricarsi difensivamente?
Se la relazione si chiude al mondo, diventando una sorta di rifugio dove ripararsi, diventa un'illusione di benessere. Si finisce per leggere la vita anziché viverla, con l'illusione che sia tutto diverso. Il confine tra realtà e fantasia finisce con lo sfumare, ed è un po' come vivere in una cappa di vetro, osservando figure che passano, o in una gabbia.
Capita spesso nella clinica di trovare persone che hanno letto divorando di tutto, diventando ottimi osservatori della vita, ma poco protagonisti, bloccati dalla confusione.
Così ci si impegna a leggere come se dal libro potessimo ricavare ricette per superare crisi, quando in realtà l'accumulo di informazioni senza la possibilità emozionale di usarle crea il caos interiore, sofferenza, disagio, angoscia.
Al contrario uno spunto letto al riparo della propria nicchia, può aprire a nuovi orizzonti, indica altre vie, può sbloccare certi impasse di pensiero, incoraggiando, perché no, anche a passaggi evolutivi.
Le letture nella terapia
Ciò che nella vita quotidiana avviene casualmente e fortuitamente, nella terapia viene orientato secondo un preciso metodo che si adatta di volta in volta alle esigenze dei singoli, per migliorare la qualità della vita.
In questo contesto, il rapporto tra terapeuta e paziente è sempre al primo posto.
In generale, i vari orientamenti vedono la lettura e il consiglio di leggere libri all'interno di questa dinamica relazionale.
Solitamente Freud, e successivamente l'orientamento psicoanalitico, sconsigliano ai pazienti nevrotici la letteratura scientifica, in quanto la lettura e l'attaccamento a concetti teorici e razionali ostacolano la possibilità di lasciarsi andare e di sperimentare qualcosa di nuovo.
E' ciò che accade anche durante la fase di latenza, quando domina la pulsione epistemofilica, che permette al bambino di concentrarsi sullo studio e su compiti di tipo cognitivo, tralasciando altri "piaceri" ed esperienze.
E' il caso ad esempio di una paziente che, lasciata dal marito dopo una vita dedicata a lui, si è rifugiata nella lettura per capire cosa era successo, il perché di tanta sfortuna. E' stato così che si è riconosciuta tra le donne che amano troppo, ma senza poter cambiare con la conoscenza la sua posizione, anzi, finendo poi con l'aggiungere confusione a confusione. Oggi, grazie alla psicoterapia, è riuscita ad integrare le sue riflessioni e conoscenze traducendole in un nuovo modo di sentirsi e di vivere la relazione. In questo caso la lettura aveva aiutato inizialmente a riconoscere il problema, ma ha ritardato poi la possibilità di affrontare seriamente il problema facendosi aiutare.
Jung, al contrario di Freud, consigliava la lettura per la sua funzione simbolica, che facilita l'espressione dei processi di pensiero.
Allo stesso modo, la terapia razionale emotiva si basa sull'idea che il cambiamento desiderato sia facilitato se affiancato da elementi che restano presenti al di fuori della terapia.
C'è anche chi arriva ad utilizzare il libro al posto di una ricetta, avendo cura di prescrivere il libro giusto per il problema in questione, ottenendo risultati interessanti soprattutto nello sbloccare situazioni difficili da accostare e pensare.
Ne deriva quindi un ampio ventaglio di espressioni e di usi della lettura.
Resta cruciale, lo ricordiamo ancora una volta, la disponibilità alla relazione e la possibilità di entrare in contatto con l'altro.
Così, se è utile leggere ad esempio cosa è utile al proprio bambino e cosa non lo è, certo non è utile leggere al posto di giocare con lui!
Per chi vuole saperne di piu':
Bolognesi Andrea, "Biblioterapia",
Cerroni Umberto, "Apologia del libro", da Taccuino politico filosofico, Philos edizioni.
Dietrich von Engelhardt "La narrazione del patologico e la terapia letteraria",
Pennac Daniel, 1992 "Come un romanzo" Feltrinelli.
Spagnulo Pietro "Cos'è la biblioterapia".
La biblioterapia funziona, ma che confusione!
Pubblicato da Emanuela Zerbinatti alle 11:02 in Arteterapia
I libri possono davvero essere efficaci per trattare depressione e altri disturbi della psiche. L'importante però è capire di quali libri stiamo parlando e scegliere il libro giusto.
Ne avevamo già parlato con Libroterapia, l'ultima fatica letteraria di Miro Silvera, ora però vorrei tornare a parlare del potere curativo dei libri dal punto di vista della sua verifica "sul campo". Come ogni terapia degna di questo nome infatti anche la capacità di trattare effettivamente un problema attraverso la lettura di un libro deve essere controllata col metodo sperimentale, che in genere consiste nel confronto tra dei risultati ottenuti con un gruppo di pazienti che riceve il tipo di trattamento in esame con uno simile per varie caratteristiche che però non riceve alcun trattamento o riceve un trattamento la cui efficacia è già nota. Recentemente l'Espresso riportava un articolo di Paola Emilia Cicerone nel quale si parlava per l'appunto di una verifica di questo tipo che aveva dimostrato l'utilità di consigliare ai pazienti la lettura di un libro.
Una buona notizia! Dove è il problema? Il problema sta nel fatto che l'articolo si intitolava "Ansioso? Leggi un romanzo" sottotitolo "La biblioterapia è davvero efficace per trattare depressione e altri disturbi dell'umore. Purché si scelga un libro adatto". Ma come dicevo all'inizio, purché si capisca di quali libri si sta parlando. Tutti gli studi citati dalla giornalista infatti hanno valutato l'efficacia non di romanzi (o raccolte di poesie) come suggerisce Miro Silvera, ma di manuali di auto-aiuto. La differenza è notevole. Nei romanzi o nelle raccolte di poesie, l'autore segue come unica finalità il puro piacere di raccontare qualcosa che gli sta a cuore, una storia più o meno vera, o comunque qualcosa che vuole condividere con gli altri, sani o malati che siano. Il manuale di auto-aiuto invece è scritto da medici, spesso in collaborazione con persone che ci sono già passate, con lo scopo di dare indicazioni pratiche su come affrontare un certo problema. In genere iniziano con una breve descrizione della malattia, in cui si spiega ad esempio, come riconoscere i sintomi, come capire se se ne soffre e quali sono le terapie più utilizzate, ma poi danno soprattutto spazio ai consigli pratici che i pazienti possono seguire più in concreto per affrontare il problema di cui soffrono (come seguire le terapie, come gestire la malattia e il rapporto con se stessi e con gli altri, l'alimentazione giusta, il corretto equilibrio tra attività e riposo e quindi il sonno, ecc.) e senza dimenticare i suggerimenti per i familiari dei malati. Così ho voluto indagare, non tanto per mancanza di fiducia nella giornalista, che tra l'altro stimo per averne letto gli articoli su Mente e Cervello (rivista de LeScienze), ma qualcosa proprio non mi tornava e ho scoperto che, a fine luglio dello scorso anno, il Wall Street Journal aveva pubblicato in una sua rubrica dedicata alla salute, un articolo simile in cui si citavano gli stessi studi dell'Espresso, in cui però era ben chiaro che sono stati valutati i manuali di auto-aiuto. Tutto a posto quindi: nell'articolo della Cicerone è il titolo che stona con il resto, e siccome so per esperienza che di solito non è scelto dal giornalista che scrive il testo, non ha nemmeno nulla da farsi perdonare. Anzi la ringrazio per avermi offerto l'occasione di fare questa precisazione.
Nella letteratura medica il termine "biblioterapia" è usato indistintamente sia per la "cura" attraverso i romanzi, quindi come sinonimo di "libroterapia", sia per quella attraverso i manuali di auto-aiuto. Personalmente preferisco alla maniera di Silvera. Il manuale di auto-aiuto lascia poco spazio al pensiero creativo del paziente, si tratta di informazioni e indicazioni come quelle che il medico già fornisce nel corso della terapia che però hanno il vantaggio di essere scritte in un linguaggio comprensibile per tutti. Niente "medichese" per intenderci. Leggere un romanzo per ritrovare un po' di benessere è quasi come leggere le favole ai bambini: sono occasioni per riconoscere qualcosa di sé e della vita attraverso storie fantastiche che raccontano apparentemente altro.
A questo punto però la biblioterapia con manuali alla verifica sperimentale ha avuto successo e l'altra? Potevo lasciarvi senza almeno un piccolo studio sull'efficacia della biblioterapia con i romanzi? No, così vi ho trovato un recentissimo articolo pubblicato sull'International Journal of Group Psychotherapy, in cui è stato dimostrato che la lettura di romanzi nel contesto della terapia di gruppo aiuta i pazienti ad aprirsi di più, ad esplorare un po' più se stessi e a comunicare i loro vissuti. Mi sembra un buon risultato, visto che si tratta di condizioni essenziali per poter affrontare una psicoterapia, che comunque non deve mai mancare se si ha davvero un problema di salute.
Leggi anche: Il dottore mi ha prescritto un libro
Articolo da "Il Corriere della Sera"
Libri di recente pubblicazione:
N.B. Il testo delle recensioni in grigio chiaro svela il finale del libro, per cui si consiglia, a chi non lo volesse conoscere anticipatamente, di non leggerlo prima della lettura del libro.
prendi nota
L'equazione dell'anima, di Arthur I. Miller, Rizzoli, 2009.
Ad appena trent'anni Wolfgang Pauli era uno dei teorici più originali e brillanti della nascente fisica quantlstica, che stava polverizzando le certezze della meccanica classica in nuvole di probabilità. Eppure ogni notte si ritrovava a vagare nei quartieri a luci rosse, fra prostitute e ubriaconi, in preda alla depressione e all'alcol. Fu proprio la sua doppia vita che lo indusse a rivolgersi a un luminare di un'altra scienza nuova e rivoluzionaria, la psicologia: Carl Jung, discepolo ribelle di Freud e instancabile indagatore di un inconscio collettivo popolato di archetipi. Dall'analisi dei sogni di Pauli emerse un profluvio di simboli e figure arcane che fu di ispirazione per terapeuta e paziente. L'incontro tra questi due versatili geni si trasformò così in una straordinaria collaborazione che aspirò a elaborare un linguaggio comune per la fisica e la psicologia, a trovare un ponte tra materia e spirito, ragione e misticismo. A simboleggiare questa ricerca d'unità fu un numero "magico", il 137, una costante fisica universale che definisce le caratteristiche del mondo, ma anche la somma dei valori numerici dei caratteri ebraici in "Cabala". Arthur I. Miller intreccia le biografie parallele di due geni del Novecento e indaga il loro fecondo rapporto, sullo sfondo di una Mitteleuropa in fermento, pronta alla sua ultima fioritura intellettuale prima che l'ombra del nazismo ne spegnesse definitivamente i fulgori. Gli anni Cinquanta, con la morte prematura di Pauli e l’imporsi di quello che Werner Heisenberg, suo amico e collega, definì con una punta di ironia il «sano pragmatismo americano», sancirono la fine di una stagione irripetibile, eclissando il nobile sogno di un connubio universale tra scienza e psiche.
vedi anche: http://dovesonoleragazze.blogspot.com/
"Il giorno in cui mia figlia impazzì", Michael Greenberg, Rizzoli, 2009.
“Non esiste una cura per la sindrome maniaco-depressiva, ma è possibile conviverci valendosi di vari aiuti: le medicine, la comprensione dei suoi meccanismi [...] senza tralasciare la psicoterapia”
fonte: www.Corriere.it
«Il 5 luglio del 1996 mia figlia è diventata matta». Inizia così, senza preamboli, il libro di Michael Greenberg, Hurry Down Sunshine, per poi passare a narrare gli eventi con foga quasi torrenziale. La malattia esplode all’improvviso: Sally, la figlia 15enne di Greenberg, da qualche settimana è molto eccitata: ascolta in continuazione le Variazioni Goldberg di Glenn Gould con il walkman, legge un volume di sonetti di Shakespeare quasi tutta la notte.
Greenberg scrive: «Apro il libro a caso e trovo un groviglio di frecce, annotazioni, parole cerchiate. Il tredicesimo sonetto sembra una pagina del Talmud, i margini sono talmente pieni di commenti che il testo al centro quasi scompare». Sally scrive anche delle poesie, che ricordano quelle di Sylvia Plath. Il padre le legge di nascosto e le trova strane, ma non pensa che l’umore o le attività della figlia abbiano tratti patologici. Da bambina Sally ha avuto difficoltà di apprendimento, ma ora le sta trionfalmente superando e sta scoprendo per la prima volta le sue capacità intellettuali. Questa esaltazione è normale in una quindicenne molto dotata — almeno così sembra.
In quel caldo giorno di luglio, però, Sally crolla. Ferma le persone in strada investendole con un fiume di parole, pretendendo di essere ascoltata, scuotendole; poi si butta in mezzo al traffico, convinta di poter fermare le macchine semplicemente con la forza della volontà (un amico pronto di riflessi riesce a trascinarla via appena in tempo). Qualche giorno prima, osservando alcune bambine giocare, Sally ha avuto una visione: si è convinta che abbiamo perso la «genialità» originaria e illimitata che Dio ha dato a ciascuno di noi e crede che la sua missione sia quella di aiutare gli altri a recuperare questo dono. È questa idea che la induce a rivolgersi a sconosciuti per strada; il suo bizzarro comportamento deriva dalla sensazione di avere dei poteri speciali. I suoi genitori lo capiscono quando, il giorno dopo, la interrogano.
Più che dalle sue appassionate convinzioni, però, il padre e sua moglie sono sorpresi dal suo modo di parlare: «Pat e io siamo scioccati, non tanto da quel che dice ma da come lo dice. I suoi pensieri prorompono e si accavallano in una sfilza di parole scombinate; ogni frase si sovrappone alla precedente, lasciandola incompleta. Siamo confusi, abbiamo difficoltà ad assorbire la quantità di energia che sgorga dal suo corpo minuto. Sally gesticola, protende il mento… il suo desiderio di comunicare è così impetuoso da essere un tormento. Ogni parola è per lei come una tossina che deve espellere dal corpo. Più parla più diventa incoerente, e più diventa incoerente più sente l’urgenza di farsi capire! Guardandola mi sento impotente, ma anche galvanizzato dalla sua vitalità».
Si potrebbe chiamare mania, follia o psicosi — uno squilibrio chimico nel cervello — ma si presenta come un’energia primordiale. Greenberg la paragona a «una rara forza della natura, come una bufera o un’alluvione: distruttiva, ma a modo suo anche stupefacente». Questa energia senza freni somiglia a quella che accompagna la creatività, l’ispirazione o il genio, e in effetti è così che Sally la sente in sé — non una malattia, ma l’apoteosi della salute, la liberazione di una parte di sé profonda e fino ad ora repressa.
I genitori di Sally sono sconcertati quanto lei, anzi di più, perché non hanno la sua folle sicurezza. Si chiedono se faccia uso di qualche droga, Lsd o magari peggio; se si tratti di un problema che le hanno trasmesso per via genetica, o se le hanno fatto qualcosa di terribile in una fase critica dello sviluppo. Lo ha sempre avuto dentro di sé, anche se si è scatenato così improvvisamente? Sono le domande che si fecero anche i miei genitori nel 1943, quando mio fratello Michael ebbe a quindici anni un episodio di psicosi acuta. Vedeva «messaggi» dappertutto, pensava che i suoi pensieri venissero letti o trasmessi, aveva eccessi di uno strano riso convulso e credeva di essere stato trasportato in un altro «regno ». Allora gli allucinogeni erano una rarità, quindi i miei genitori, che erano entrambi medici, si chiesero se il suo comportamento fosse causato da una malattia, come una disfunzione tiroidea o un tumore al cervello. Alla fine capirono che mio fratello soffriva di psicosi schizofrenica. Nel caso di Sally i test clinici escludono problemi legati alla tiroide, all’uso di droghe o a tumori. La sua è «solo» una psicosi maniacale, acuta e pericolosa (tutte le psicosi sono potenzialmente pericolose, almeno per l’incolumità del paziente).
Si possono avere episodi di esaltazione maniacale — o di depressione — (avere fissazioni o allucinazioni, perdere di vista la realtà) senza essere psicotici. Sally però ha varcato la soglia, e in quel caldo giorno di luglio è accaduto qualcosa, qualcosa si è spezzato. Improvvisamente è diventata un’altra persona — ha un aspetto diverso, parla in modo diverso. «Tra noi ogni punto di contatto era svanito», scrive il padre. Ora lo chiama «padre», invece di «papà», e parla con «una voce forzata, falsa, come se recitasse battute imparate a memoria»; «i suoi occhi castani di solito caldi sono vitrei e scuri, come ricoperti da una mano di lacca ».
Da principio i genitori si sforzano di credere (come fa anche Sally) che lo stato di eccitazione sia un fatto positivo, non una condizione patologica. La madre prova a vederlo sotto una luce New Age: «Sally sta passando un periodo così, Michael, ne sono sicura; non è una malattia. È una ragazza molto spirituale… Attraversa una fase essenziale della sua evoluzione, è il suo cammino verso un dominio più elevato».
Greenberg la pensa in modo simile, James Joyce con la figlia Lucia a Parigi nel 1924 anche se si esprime in termini più prosaici: «Anch’io volevo credere a una cosa del genere, credere che fosse un progresso, una vittoria, l’atteso sbocciare della sua mente. Come si fa però a distinguere tra la “divina follia” di Platone e un discorso senza senso? Tra l’entusiasmo e l’incoerenza? Tra chi è profeta e chi invece è “clinicamente pazzo”?» (Greenberg fa notare che James Joyce si era trovato in una situazione simile con la figlia Lucia, schizofrenica. «Le sue intuizioni sono incredibili», diceva Joyce. «Se c’è in me una scintilla gliel’ho trasmessa, e il suo cervello ne è stato incendiato». Dirà poi a Beckett: «Non è una folle che vaneggia, ma solo una povera bambina che ha cercato di fare troppo, di capire troppo»).
Ma presto diventa chiaro che Sally è davvero psicotica e ha perso il controllo di sé, e i genitori la portano in una clinica psichiatrica. Dapprima lei è contenta, pensando che infermiere, assistenti, psichiatri siano le persone più adatte a capire le sue intuizioni, il suo messaggio. La realtà, però, è brutalmente diversa: Sally viene rinchiusa e sedata con tranquillanti. La descrizione che Greenberg dà del reparto ha i toni densi e ricchi di un romanzo e presenta una serie di personaggi degni di Cechov. All’ospedale non cercano di capire Sally — la sua mania è trattata anzitutto come un problema medico, uno squilibrio chimico del cervello, da affrontare in termini di neurochimica. Purtroppo Sally non risponde al litio, che si è dimostrato fondamentale per molti pazienti con problemi maniaco-depressivi, e i medici devono quindi ricorrere a forti dosi di tranquillanti, che sedano la sua eccitazione ma la lasciano stordita e apatica. Per il padre, vedere la figlia adolescente in quello stato da zombie è quasi altrettanto scioccante che vederla sovraeccitata.
Dopo ventiquattro giorni di questo trattamento, Sally viene dimessa, anche se ha ancora idee fisse e deve continuare a far uso di tranquillanti. Fuori dell’ospedale incontra una terapista eccezionale, che la tratta da essere umano e cerca di capire i suoi pensieri e sentimenti. La dottoressa Lensing si rivolge a lei in modo assolutamente diretto. «Scommetto che senti di avere un leone dentro di te», sono le prime parole che le dice. «Come fa a saperlo?». Sally è stupita e abbandona ogni sospetto. La dottoressa Lensing continua a parlare della sua mania come se fosse una specie di creatura, un altro essere dentro di lei. Cerca di indurre Sally a distinguere la sua psicosi dalla sua vera identità, a distaccarsi dalla psicosi in modo da vedere la complessa e ambigua relazione che ha intessuto con essa. (La psicosi «non è un’identità», le dice seccamente). Ne parla con il padre, perché è necessario che anche lui capisca, se si vuole che Sally migliori.
«Sally non vuole essere isolata, è proiettata verso l’esterno e questo è un fattore estremamente positivo. Desidera essere capita, e non solo da noi: anche lei vuole capirsi». La dottoressa Lensing considera il desiderio di Sally di tornare ad avere dei sinceri contatti con gli altri, di capire e di essere capita, di buon auspicio per il suo ritorno alla salute, il ritorno alla terra. L’abbandono definitivo delle folli altezze della mania è per Sally quasi altrettanto improvviso dello scatenarsi della malattia avvenuto sette settimane prima. Dice Greenberg: «Sally e io siamo in cucina. Ho passato la giornata a casa con lei, lavorando a una sceneggiatura.
“Vuoi una tazza di tè?”, le chiedo.
“Sì, mi andrebbe, grazie”.
“Con latte?”.
“Sì, e miele”.
“Due cucchiaini?”.
“Sì. Li metto io. Mi piace guardare il miele colare giù dal cucchiaio”.
Qualcosa nel suo tono attira la mia attenzione: l’inflessione della voce, il modo diretto e caldo di parlare. Non la sentivo così da mesi. I suoi occhi si sono addolciti. Cerco di essere cauto, per timore di ingannarmi, ma il cambiamento è evidente. È come se fosse avvenuto un miracolo. Il miracolo della normalità, dell’esistenza ordinaria… Mi sembra di aver vissuto per tutta l’estate dentro una favola. Una bella ragazza viene trasformata in una pietra indifferente o in un demone. È separata dalle persone care, dalla lingua, da tutto quel che era suo. Poi l’incantesimo si rompe e lei si risveglia… ».
Dopo l’estate di pazzia, Sally ritorna a scuola — con ansia, ma decisa a riprendersi la sua vita. Dapprima non parla della malattia, e apprezza la compagnia delle tre amiche che nella classe le sono più affezionate. «Spesso — scrive il padre — la sento parlare con loro al telefono, in modo intimo, tagliente, pettegolo: l’atteggiamento allegro di una ragazza sana ». Dopo qualche settimana di scuola, e dopo averne discusso con i genitori, Sally racconta alle amiche della sua psicosi: «Loro la accettano senza problemi. Essere stata in un reparto psichiatrico rende Sally importante. È una sorta di credenziale. È un luogo che le amiche non conoscono. Diventa il loro segreto». Sally riacquista la salute, e qui la storia potrebbe avere fine. La sindrome maniaco- depressiva, però, ha la particolarità di essere ciclica, e in un post-scritto al libro Greenberg dice che Sally ha avuto due ricadute: la prima dopo quattro anni, quando era all’università, la seconda dopo altri sei anni. Non esiste una cura per la sindrome maniaco-depressiva, ma è possibile conviverci valendosi di vari aiuti: le medicine, la comprensione dei suoi meccanismi (in particolare riducendo al minimo le situazioni di stress come la perdita del sonno e facendo attenzione a captare i primi sintomi dell’eccitazione maniacale o della depressione), senza tralasciare la psicoterapia.
Per profondità, ricchezza e intelligenza, Hurry Down Sunshine va considerato un classico del suo genere. Quel che lo rende un libro unico, però, è essere narrato dal punto di vista di un genitore straordinariamente aperto e sensibile, un padre che, senza mai cedere al sentimentalismo, mostra una notevole capacità di capire i pensieri e i sentimenti della figlia e una abilità rara nel trovare le immagini e le metafore giuste per descrivere stati d’animo quasi inimmaginabili.
Decidere di «raccontare» e di pubblicare il resoconto dettagliato della vita di un paziente, di mostrarne la vulnerabilità e la malattia, è una questione moralmente delicata, piena di pericoli di varia natura. La lotta di Sally con la psicosi non dovrebbe rimanere una faccenda privata e personale? Perché suo padre dovrebbe mostrare al mondo le sofferenze della figlia e della sua famiglia? E quale potrebbe essere la reazione di Sally al vedere esposti pubblicamente i suoi tormenti e le sue esaltazioni di adolescente?
Scrivere questo libro non è stata una decisione rapida o scontata né per Sally né per il padre. Greenberg non ha iniziato a scrivere nel 1996, durante la malattia della figlia; ha aspettato, meditato, assorbito l’esperienza. Ha discusso a lungo con Sally e solo dopo più di dieci anni ha sentito di poter trovare l’equilibrio, la distanza e il tono giusti per scrivere Hurry Down Sunshine.
Anche Sally è giunta alla stessa conclusione, esortandolo non solo a scrivere la sua storia, ma anche a usare il suo vero nome, senza pseudonimi. È stata una decisione coraggiosa, considerando il marchio col quale sono ancora bollati i malati mentali.
È un marchio che colpisce molti, perché le malattie maniaco-depressive esistono in tutte le culture e affliggono almeno una persona su cento. In questo momento ci sono al mondo milioni di persone, alcune anche più giovani di Sally, che devono affrontare quel che ha passato lei. Hurry Down Sunshine è un libro lucido, umano, illuminante; è una specie di guida per chi deve avere a che fare con le regioni oscure dell’anima, ed è utile anche ai familiari, agli amici e a tutti coloro che vogliono essere vicini ai loro cari in difficoltà. Forse ci ricorderà anche quanto è stretto il lembo di normalità nel quale ci muoviamo, tra gli abissi della mania e della depressione che si aprono ai suoi lati. di Oliver Sacks
© 2008 by Oliver Sacks (Traduzione di Maria Sepa) JEANLOUP SIEFF, «INA A EAST HAMPTON, NEW YORK» (1963)
15 marzo 2009
Il potere della parola. La parola come strumento per vincere al gioco della vita", Scovel Shinn Florence, Armenia, 2009.
Questo libro, opera di una delle scrittrici più amate e ispirate d'America, Florence Scovel Shinn, raccoglie due saggi - "Il messaggio" e "La magia delle parole" - che illustrano in maniera esemplare la sua filosofia esistenziale, semplice ed efficace: il potere di cambiare la nostra vita risiede in noi stessi! Possiamo raggiungere qualunque obiettivo partendo dalle parole, imparando a sfruttarne la potenza evocatrice per far sì che si avverino i nostri desideri. In questo senso, l'autrice ci offre una guida preziosa per imparare a trasformare le sconfitte in vittorie, la povertà in ricchezza, la paura in fede e l'odio in amore. In particolare, il secondo saggio contiene una selezione di affermazioni positive, che costituiscono un esempio probante della validità e dell'attualità di questa tesi.
"Superstress", Daniela Lucini, Rizzoli, 2009.
Il lavoro non deve per forza fare male alla salute. Ma spesso lo fa: è tra le principali cause di stress, per di più sempre a rischio di acutizzarsi per via di eventi imprevedibili: un giro di vite che trasforma l'ufficio in una trincea, tagli al personale, invidie e pettegolezzi fra colleghi. E noi rimaniamo impotenti, come chi rientra a casa e scopre che gli hanno svaligiato l'appartamento: un grandissimo disordine, la sensazione di aver perso il controllo del proprio ambiente, l'organismo che si ribella con tachicardie, insonnie, gastriti. Da dove cominciare per ripristinare la serenità? Questo libro entra nelle vite di alcuni "impiegati modello" che sono nel bel mezzo di una situazione simile. Chiara, che investe tutto sulla carriera ed è colta da intensi attacchi di panico. Gigliola, che dopo una vita a barcamenarsi tra lavoro e famiglia rischia di scoppiare tra i problemi della figlia e la pressione in ufficio. Sergio, che coi suoi quarant'anni di onorato servizio teme di essere scavalcato dal primo giovanotto di passaggio. E altri, a vari gradi di stress: capi compresi. Finché per fortuna in azienda arriva un'esperta in dipendenti e manager esasperati. Daniela Lucini illustra il percorso di gestione dello stress lavorativo. Grazie all'analisi di casi reali, al racconto delle loro reazioni ai problemi, dei loro sintomi e del percorso per riprendere il controllo della situazione, il volume spiega come valutare il nostro stato di stress e come correre ai ripari.
"Le due ragazze con gli occhi verdi", Montefoschi Giorgio, Rizzoli, 2009.
L'eros, inteso come attrazione dei corpi e dell'anima che non conosce regole e confini, è il grande protagonista di questo romanzo, che a molti potrà parere inverosimile e invece è custode di una profonda verità. Pietro e Laura si sono amati da ragazzi. Poi, lei lo ha lasciato. Si rivedono, casualmente, dopo vent'anni, e di nuovo scoppia una passione travolgente. Ma Pietro è un uomo solo, Laura è sposata e madre di due figli. La vita è andata troppo avanti per il loro amore: in pochi mesi, i sensi di colpa e un evento drammatico chiudono definitivamente la vicenda. Dieci anni più tardi, Maria, la figlia maggiore di Laura, incontra Pietro: anche lei casualmente. È identica a sua madre: ha la sua voce, i suoi occhi. Presto consapevole che la ragazza si sta innamorando di lui, Pietro è sconvolto: diviso tra la tenerezza che Maria gli ispira e la nostalgia per la perdita dell'unica donna che ha amato, da cui non è mai riuscito a liberarsi. È un dissidio profondo, in cui ancora una volta il senso della colpa fronteggia la tentazione.
"La storia di un matrimonio", Greer Andrew S., Adelphi, 2008.
«Crediamo tutti di conoscere le persone che amiamo»: così Pearlie Cook comincia a raccontarci gli incredibili sei mesi che sono stati, per il suo matrimonio, una sorta di inesorabile lastra ai raggi X. Siamo nel 1953, in un quartiere appartato e nebbioso di ex militari ai margini di San Francisco, e tutto nella vita dei Cook parla ancora della guerra: la salute cagionevole di Holland, i ricordi tormentati di lei, le loro abitudini morigerate e un po’ grigie. Una vita per il resto normalissima, come sottolinea la voce ammaliante di Pearlie – mentre la sua testa scoppia di pensieri che forse, via via che si disvelano, preferiremmo non ascoltare. Eppure li leggiamo con avidità, rassicurati dal fatto che lei, palesemente, ha intenzione di dirci proprio tutto. Perché, allora, ci sentiamo invadere da un’ansia arcana, da un senso di vertigine e di smarrimento, come davanti a certe atmosfere torve di Edgar Allan Poe? Non solo per il susseguirsi di colpi di scena che ci avvincono a ogni riga sino a condurci all’unico finale davvero imprevedibile. Non solo per l’uomo venuto dal passato, per la lettera che colpisce come un pugno, per i terribili segreti che si dischiudono a uno a uno... Sarà allora per la dolorosa lucidità con cui la narratrice riesce a indagare la distanza che separa ciascuno di noi dagli altri? O perché a ogni pagina ci chiediamo: come fa Pearlie a sapere tutte queste cose – di noi?
"Il giorno prima della felicità", De Luca Erri, Feltrinelli, 2009.
Don Gaetano è uomo tuttofare in un grande caseggiato della Napoli popolosa e selvaggia degli anni cinquanta: elettricista, muratore, portiere dei quotidiani inferni del vivere. Da lui impara il giovane chiamato “Smilzo”, un orfano formicolante di passioni silenziose. Don Gaetano sa leggere nel pensiero della gente e lo Smilzo lo sa, sa che nel buio o nel fuoco dei suoi sentimenti ci sono idee ed emozioni che arrivano nette alla mente del suo maestro e compagno. Scimmia dalle zampe magre, ha imparato a sfidare i compagni, le altezze dei muri, le grondaie, le finestre – a una finestra in particolare ha continuato a guardare, quella in cui, donna-bambina, è apparso un giorno il fantasma femminile. Un fantasma che torna più tardi a sfidare la memoria dei sensi, a postulare un amore impossibile. Lo Smilzo cresce attraverso i racconti di don Gaetano, cresce nella memoria di una Napoli (offesa dalla guerra e dall’occupazione) che si ribella – con una straordinaria capacità di riscatto – alla sua stessa indolenza morale. Lo Smilzo impara che l’esistenza è rito, carne, sfida, sangue. È così che l’uomo maturo e l’uomo giovane si dividono in silenzio il desiderio sessuale di una vedova, è così che l’uomo passa al giovane la lama che lo dovrà difendere un giorno dall’onore offeso, è così che la prova del sangue apre la strada a una nuova migranza che durerà il tempo necessario a essere uomo.
"La tristezza vitale. Fenomenologia e psicopatologia della melanconia", Gozzetti Giovanni, Fioriti, 2008.
"In questo saggio, giunto alla seconda edizione rinnovata e ampliata, torno a parlare della melanconia, come è intesa da sempre... vale a dire una sorta di mixage tra quella che chiamiamo depressione monopolare e il disturbo melanconico. M'ispiro alla psicopatologia fenomenologica e alla psicoanalisi, e riservo un maggior rilievo alla prospettiva metodologica ed epistemologica, resasi necessaria per i cambiamenti sopraggiunti nel modo di intendere i sintomi e i segni derivanti dalla pratica psichiatrica attuale. Le professioni di psichiatra e di psicologo clinico impegnati in un approccio psicoterapeutico comportano la necessità di trovare dei ponti di comunicazione tra concezioni diverse. Le vicende della mia formazione mi portano a cercare liberamente dei punti di contatto, delle ibridazioni, che tengano conto dei loro precisi limiti, ma senza un purismo ossessivo, perché lo psichiatra-psicoterapeuta è persona unica e ha necessità di utilizzare un sapere necessariamente policentrico e quindi dialettico." (Dall'introduzione dell'autore).
"Il Critico Interiore. Come trasformarlo in un potente alleato". Hal Stone e Sidra Stone, Macro Edizioni, Febbraio 2009.
Il critico interiore è tra i libri più significativi di Hal e Sidra Stone, conosciuti in tutto il mondo per aver creato e diffuso il metodo del Voice Dialogue.
Gli autori guidano il lettore alla scoperta di un aspetto delicato ma fondamentale della personalità, con un’analisi particolarmente attenta a quello che siamo e a ciò che facciamo. Sapere come il nostro critico interiore si attiva e quali sono le occasioni più ricorrenti nelle quali fa sentire la sua voce esigente, aiuterà a interpretare più correttamente le crisi di autostima, il continuo confronto con gli altri e la paura dell’insuccesso.
Qual è la vera natura del Critico Interiore?
Come evitare che diventi un ostacolo o un nemico del nostro benessere e come recuperare invece le preziose risorse che è in grado di offrire?
Imparare a conoscere e rassicurare il proprio Critico interiore può richiedere in certi momenti impegno e coraggio, ma allontanerà quegli schemi di comportamento che fanno soffrire e regalerà la gratificante scoperta di quanto possiamo stare bene con noi e con gli altri.
Hal Stone e Sidra Stone (USA) sono psicologi e ideatori del metodo "Voice Dialogue" (Dialogo delle voci), una tecnica pratica, diretta e coinvolgente di esplorazione del nostro mondo interiore, che ci permette di riconoscere e vivere ciò che siamo, di effettuare scelte più consapevoli, ampliando le nostre possibilità nei diversi ambiti della vita individuale e di relazione. E’ un lavoro energetico profondo che utilizza esercizi, visualizzazioni, teoria, disegno, scrittura, movimento.
"La via della meditazione", Main John, La Meridiana, 2007.
In molte tradizioni la meditazione viene descritta come un pellegrinaggio al centro di se stessi e del proprio cuore per imparare a rimanere vigili, vivi, immobili. La parola "religione" significa "ri-legare", ovvero essere "ricollegati" col proprio centro. La meditazione aiuta a scoprire, sperimentandolo, che c'è un unico centro e che il compito della nostra vita è trovare la nostra sorgente e il nostro significato. Nella meditazione la priorità è data all'essere e non all'azione, perché nessuna azione ha significato a meno che non scaturisca dalle profondità del nostro essere. E' per questo che la meditazione è una via che ci conduce dalla superficie alla profondità. Può sembrare inconsueto, eppure la meditazione non è solo il grande insegnamento delle religioni orientali, ma è l'intuizione fondamentale del cristianesimo. Il Regno, nell'insegnamento di Gesù, è un'esperienza dell'energia fondamentale dell'universo, l'amore. L'invito è a scoprire l'energia presente nel nostro centro, e nel silenzio, nella calma, scoprire in quella potenza la pace che va al di là di ogni conoscenza.
"Il déjà vu", Brown Alan S., Rubettino, 2008.
L'esperienza del déjà vu rappresenta un curioso fenomeno psicologico. Compendiando le numerose ricerche effettuate finora ed affidandosi ad un approccio quanto più possibile multidisciplinare Alan S. Brown indaga le possibili cause del déjà vu, offrendo al lettore non soltanto un riassunto dei principali approcci teoretici al problema ma anche una solida base di partenza in vista di ricerche supplementari.
"La soluzione HeartMath® per trasformare l'ansia", Doc Childre e Debora Rozman, Amrita, 2009.
L’ansia può minare la vostra energia, la vostra gioia e vitalità. Ora, però, gli scienziati del prestigioso Istituto HeartMath hanno adattato le loro tecniche rivoluzionarie, trasformandole in un programma semplice e veloce da usare per liberarvi dall’ansia una volta per tutte. Il metodo HeartMath parte dalla scoperta che pensieri ed emozioni influenzano il ritmo cardiaco: focalizzandoci su sensazioni positive che vanno dalla gratitudine alla sollecitudine, alla compassione, riuscirete a passare dal caos alla coerenza cardiaca, con straordinari risultati. La coerenza cardiaca è uno stato misurabile, biologico, di grande equilibrio e benessere.
"Sé-pararsi. Una breve guida al distacco affettivo", Luigi De Maio, Liguori, 2008.
Prima di partire per un viaggio, lungo o breve che sia, sentiamo il bisogno di salutare, cioè di conservare per il nostro bene il pensiero delle cose o delle persone dalle quali ci stiamo allontanando o ci stiamo separando: un pensiero che deve “fare salute”, deve far star bene sia noi sia la persona a cui lo rivolgiamo. In fondo, il desiderio di poter andar via senza la “colpa di separazione”, senza il ricatto del dolore subìto o provocato, è una molla potente che influisce sui nostri stati d’animo “dopo” una separazione, un distacco, un addio. Questo libro – indirizzato non solo alle coppie ma anche ai singoli – fornisce, con stile leggero e coinvolgente, i più opportuni suggerimenti di taglio psicoterapeutico per affrontare il “prima”, il “durante” e il “dopo” di una separazione, di un distacco, di un addio, di un allontanamento, sia definitivi che, in alcuni casi, temporanei: insieme al modo di “porvi riparo” sul piano psicologico. Luigi De Maio, medico, neuropsichiatria e psicoterapeuta, esercita la professione a Napoli e a Roma. Collabora con alcune testate giornalistiche partecipando anche a vari programmi televisivi e radiofonici. Da oltre dieci anni partecipa, con Cinzia Tani, alla conduzione di Fantasticamente in onda su Radio Rai Uno. Ha pubblicato saggi scientifici e divulgativi tra cui Come vivere fantasticamente con cento paure, Amori al bivio e I segreti delle donne.
"Non ti amerò così per sempre", Vidulli Paola, Lampi di Stampa, 2009.
Incrociando il proprio vissuto con la bibliografia disponibile sull'amore e sulle relazioni e i numerosi film a carattere sentimentale, Paola Vidulli svolge un'analisi dei comportamenti individuali condizionati dall'attuale fuorviante cultura dell'amore romantico, fornendo così molte chiavi interpretative delle dinamiche più comuni. Allargando l'analisi all'evoluzione sociale, culturale e umana in corso, tenta di far comprendere come l'attuale crisi delle relazioni sia una crisi di guarigione, ma anche come sia necessario difendersi da molti condizionamenti esterni che influenzano quotidianamente il vissuto di ognuno. Con un linguaggio semplice e l'ausilio di dialoghi tratti da diversi film, il volume apre uno spiraglio sul futuro delle relazioni d'amore spiegando, come anticipato dal titolo, che l'amore è un processo mutevole, non perché destinato a esaurirsi, ma perché, comprendendone il senso, è possibile farlo crescere e maturare nel tempo. Sessioni di cineterapia individuali o di gruppo, basate su un'ampia selezione di film allegata, suddivisa per argomento, possono essere uno strumento da affiancare alla lettura del libro per portare i lettori verso questa nuova cultura dell'amore, basata sulla reale parità tra uomo e donna e sull'abolizione di ogni dinamica di potere e sottomissione, conscia o inconscia.
"COME MI VUOI? IMPARARE A DIFENDERSI DALLA MANIPOLAZIONE EMOTIVA", Robin Stern, CORBACCIO, 2009.
Se ritenete che qualcuno vi spinge a fare qualcosa che sapete di non dover fare, oppure vi persuade a credere l'incredibile, probabilmente siete vittime della manipolazione. Vostro marito esagera nel flirtare con un'altra donna e, quando lo affrontate, vi dice di smetterla di essere così sospettose? Dopo una lunga discussione, vi scusate per averlo accusato. Il vostro capo vi ha appoggiato su un progetto durante un colloquio in privato, ma durante la riunione del personale, alla quale sono presenti anche i vostri collaboratori, di colpo cambia tono e vi critica pubblicamente? Vostra madre vi critica su ogni cosa: l'abbigliamento, il lavoro, gli amici e il partner? Voi, invece di reagire, sostenete che spesso lei ha ragione. Può succedervi o, forse, vi è già successo. Ma come ci si comporta in simili circostanze? Quali sono gli errori che è necessario evitare? Lo dice, in questo manuale, Robin Stern, terapista, che spiega come capire se una relazione si sta incrinando e se voi stessi siete responsabili della manipolazione in atto. La manipolazione psicologica è un'insidiosa forma di abuso emotivo: è difficile riconoscerla ed è ancora più difficile liberarsene perché gioca su una delle peggiori paure, quella dell'abbandono, e su molti dei bisogni più profondi: quello di essere capiti, apprezzati e amati. Robin Stern insegna a individuarla, a decidere quali relazioni possono essere salvate e quali devono essere troncate, e a rendere la vita immune alla manipolazione.
"Noi siamo favole", Gioppato Luisella, Salani, 2008.
Da sempre favole e fiabe sono il cibo fondamentale della psiche del bambino, l'alimento indispensabile che rende possibile lo sviluppo di una personalità equilibrata. Un bambino che non si è nutrito di storie diventa spesso un adulto incapace di affrontare la realtà e i suoi ostacoli, spesso pronto a evitarli attraverso facili (e spesso pericolose) scorciatoie. Ma la favola può fare di più: attraverso la metafora mette in scena dinamiche universali, permettendo al bambino di comprendere, accettare e affrontare i conflitti; concorre al raggiungimento del benessere psichico, un benessere che si basa su un'adeguata capacità di sentire, riconoscere e esprimere le proprie emozioni, i propri bisogni e i propri desideri. Attraverso dunque lo stimolo dell'immaginazione, ogni favola diventa uno strumento prezioso per fare emergere gioia e paura, odio e amore, gratificazione e senso di colpa; per superare la barriera dell'isolamento e della sfiducia, in questo modo aiutando anche il bambino (e l'adulto) più chiuso a conoscere se stesso e gli altri, rispettarsi reciprocamente, difendersi e arricchirsi. Di facile lettura, corredata di schede con attività di laboratorio e riflessioni, questa raccolta di favole, frutto di un lungo lavoro di ricerca e di sperimentazione, offre dunque un valido sostegno terapeutico per aiutare bambini e genitori a comprendere e accettare paure, limiti e difficoltà ma anche per trovare soluzioni, armonia e completezza.
"Emozioni per crescere. Come educare l'emotività", Cervi Manuela, Bonesso Carluccio, Armando, 2008.
L'emotività deve essere compresa e comunicata attraverso un codice, una forma, un linguaggio come la poesia, la letteratura e la filosofia. In tale contesto la scuola è oggi indispensabile. Insieme alla famiglia dovrebbe, infatti, garantire l'ingresso nella società non di individui o di soggetti indifferenziati, ma di persone capaci di pensare, creare e costruire, in ambiti che richiedono forti motivazioni personali, capacità di relazione personale e interpersonale, affettiva e sociale.
"Il Miraggio di 'Conosci te Stesso'. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio", Luciano Peccarisi. Armando Editore - Settembre 2008.
Ci si può veramente conoscere, oppure è solo una pia illusione? Bisogna essere in grado di pensare a se stessi, parlare di sé a noi e agli altri ed avere piena libertà di farlo. I progressi delle scienze hanno fatto si che conoscere il resto del mondo sia forse più alla nostra portata che non conoscere noi stessi.
E' quanto cercano di spiegare alcuni tra i maggiori esperti della filosofia della mente, di neuroscienze, psicologia, linguistica, antropologia, riuniti in un congresso immaginario in cui si svolge un dibattito serrato sui temi della coscienza, del linguaggio e del libero arbitrio.
"I filosofi e l'amore. L'eros da Socrate a Simone de Beauvoir", Lancelin Aude, Lemonnier Marie, Cortina Raffaello, 2008.
Intermediario tra l'umano e il divino per Platone, in Lucrezio l'amore è una lusinga mortale. Sfida di tutta una vita per Kierkegaard, in Schopenhauer è una semplice astuzia dell'istinto sessuale. Ma Aude Lancelin e Marie Lemonnier svelano anche alcuni aspetti poco noti della vita amorosa dei grandi pensatori. Il dongiovannismo frenetico di Sartre, la leggendaria assenza di ogni pulsione erotica in Kant, i fiaschi di Nietzsche con le ragazzine, episodi tragici o divertenti da cui ciascuno potrà trarre lezioni per la propria vita.
"Da quando non ci sei", Candlish Louise, Sperling & Kupfer, 2008.
Nel matrimonio di Rachel non c'è più amore. Suo marito ha interesse solo per il lavoro, in casa è sciatto, per di più beve, e non c'è verso che ricordi la data del compleanno della loro bambina. Non si accorge nemmeno che sua moglie, per disperazione, ha cominciato ad andare a letto con uno di cui non le importa veramente. Che vita è? È la vita di tante donne, e a volte è destinata a continuare così. La svolta arriva imprevista, ed è terribile. La figlia Emma muore in un incidente. Adesso Rachel ha perduto davvero tutto. Incapace di sopportare il dolore decide di abbandonare Londra, il marito, le amiche e ritirarsi nella sua terra di origine, l'isola di Santorini, in mezzo all'Egeo. Quella natura assolata, quel mare violento, un villaggio di case imbiancate sulla scogliera diventano lo scenario in cui cerca di superare il lutto, di ricominciare una nuova esistenza. L'isola e i suoi abitanti, a poco a poco, entrano in contatto con la sua anima ferita. L'amicizia con la giovane Ingrid, anche lei alla deriva, ma per tutt'altre ragioni, le insegna che si può ancora gettare sulla vita uno sguardo di speranza. E l'incontro con Johnny Palmer, un uomo delicato, le fa riprovare emozioni dimenticate. Ma la "guarigione" di Rachel è ancora appesa a un filo. Soprattutto quando da Londra arriveranno notizie che non avrebbe mai voluto sentire. Una storia che accompagna il lettore nelle profondità del dolore. Per uscirne.
"La Prima Ferita. L'influenza dell'imprinting sul nostro comportamento. Un percorso di guarigione", Willi Maurer, Prefazione di Michel Odent, Aam Terra Nuova, 2008.
Forte del successo in Germania e in Francia, l'opera più matura di Willi Maurer arriva finalmente anche in Italia, pubblicata dalle Edizioni AAM Terra Nuova.
Tema di questo libro è l'imprinting, ossia l'impronta determinata dal contatto multisensoriale che avviene tra madre e bambino al momento della nascita. Quando tale esperienza non viene alterata da fattori esterni, si attiva un senso di appartenenza reciproca e un appropriato comportamento istintivo.
La nascita non è di per sé un evento traumatico se al neonato è data l'esperienza di essere accolto dalla madre, ma un'eventuale interferenza su questo delicato processo può avere notevoli ripercussioni sulla salute e sul comportamento.
Nella maggior parte dei casi, il dolore per il mancato imprinting è così lacerante da essere rimosso, dando origine ad una profonda scissione interiore.
Partendo da questa premessa, l'autore illustra un percorso di guarigione dalla ferita primaria causata dall'assenza di imprinting e allo stesso tempo pone le basi per una cultura nuova, basata sui bisogni fondamentali dell'essere umano e, di conseguenza, improntata alla giustizia e al miglioramento della qualità di vita di tutti.
Una lettura stimolante per genitori e futuri genitori, ma anche per psicologi, educatori, politici ed ecologisti, e per coloro che operando nel campo della salute, della nascita, della maternità o del disagio sociale hanno a cuore il futuro del Pianeta.
Willi Maurer, nato nel 1945 nella Svizzera tedesca, vive da tempo nel Canton Ticino. Dal 1981 accompagna singoli e gruppi nello sviluppo del potenziale interiore personale con il Lavoro Emotivo e Corporeo, metodo da lui elaborato che permette di riprendere contatto con gli aspetti rimossi della propria esistenza, di elaborarli e di integrarli. Ha dedicato gran parte della sua vita allo studio e alla sperimentazione di diversi metodi di psicologia umanistica e di terapia (Gestalt, Terapia Primale, Bioenergetica, Feldenkrais) che lo hanno condotto a una intravisione (suo neologismo per indicare la visione d'insieme dei nessi) dell'origine dei conflitti individuali e collettivi. Da dieci anni è impegnato nella rete Holon e incaricato del collegamento tra la sezione italiana e quella tedesca.
"Pensami stupido! La filosofia come terapia dell'idiozia", De Conciliis Eleonora, Mimesis, 2008.
Pensare è comparare: nella cultura occidentale, l'intelligenza filosofica ha potuto esercitare il suo fascino e affermarsi come lussuosa forma di superiorità individuale solo attraverso un continuo ma inconfessabile confronto con il suo più debole termine di paragone: la stupidità. Di fronte a tale inquietante contaminazione postmoderna, che sembra indicare una regressione involutiva di homo sapiens, soltanto la filosofia, pur trovandosi anch'essa assediata dalla stupidità, può forse giocare il ruolo, tutto femminile, di critica del potere e della cultura, diventando così un'ironica terapia dell'idiozia.
"FILOSOFIA COME PRATICA SOCIALE. COMUNITA' DI RICERCA, FORMAZIONE E CURA DI SE'", COSENTINO ANTONIO, APOGEO, 2008.
In un contesto in cui il valore dei prodotti viene decretato dall'enorme potere della televisione e dalle ragioni dell'economia consumistica, si corre il rischio che il bisogno di filosofia finisca per essere svuotato del suo potenziale senso di istanza critica per essere normalizzato e incluso nel sistema come uno dei suoi prodotti. La proposta di una filosofia come pratica o anche, "agoretica", come la chiama Cosentino, non è né un mitico richiamo alle origini né un troppo ottimistico progetto di rilancio della razionalità moderna. La metafora dell'agorà può aiutarci ad aprire un orizzonte di esperienza non mediata dai mezzi di comunicazione di massa. Nello scenario della società della tecnologia, del consumismo, della odierna "cultura terapeutica" e dei sempre nuovi conformismi, si tratterebbe di istituire oasi, terreni di gioco di pensiero riflessivo; micro-eventi di ricerca sviluppata con la propria testa e anche sulla propria testa con l'aiuto di una filosofia che, senza rinnegare se stessa, sappia mettersi al servizio della vita e proporsi some strumento di emancipazione.
"Cibo, peso e psiche. Interpretazione psicosomatica dei disturbi alimentari", di Dahlke Rüdiger, Tecniche Nuove, 2008.
Rüdiger Dahlke riprende il simbolismo che si cela dietro le nostre abitudini alimentari – le quali rientrano fra le costanti che ci rendono unici, come il carattere, che ci sembrano spesso immutabili e segnano il corso di tutta la nostra vita, anche nella continua lotta contro noi stessi armati di specchi, diete, bilance – e ci spiega come affrontare gli aspetti psicologici che si celano dietro il grasso.
Riuscire a comprendere le proprie problematiche, il proprio stile, chi siamo grazie a ciò che mangiamo, per ciascuno di noi rappresenta una possibilità per analizzare a fondo la ragione, le nostre ragioni, dei chili di troppo e imparare a gestirli liberandoci dalla sofferenza e dai sensi di colpa che spesso li accompagnano.
Spesso dietro i chili di troppo si nasconde un significato profondo, dalla “corazza difensiva” fino al “grasso di afflizione”.
Rüdiger Dahlke, nato nel 1951, laureato in medicina presso l’Università di Monaco, specialista in terapie naturali e psicoterapia, si occupa in particolare del digiuno come strumento di purificazione ed elevazione spirituale. Con la moglie Margit dirige un centro di medicina naturale a Johanniskirchen, tiene seminari e corsi di medicina esoterica e meditazione. È autore di numerosi libri riguardanti il rapporto tra malattia, psiche e autocoscienza.
"Fiducia e sfiducia Imparare dalle delusioni della vita", Amana Krishnananda, Feltrinelli, 2008.
Secondo l'autore di questo libro la vera fiducia non viene da fuori, non si fonda sugli altri e sulla vita, ma è una risorsa interiore. Un libro che indaga sulle radici della sfiducia e sul modo di recuperare la sicurezza perduta.
Se vediamo il significato emozionale e spirituale del nostri momenti difficili, allora possiamo contenere il dolore. Le delusioni e le abitudini ci sfidano a scoprire una fiducia reale, altrimenti, le nostre ferite possono facilmente diventare terribili e insopportabili. Forse diamo per scontato che non sia possibile avere fiducia o, se abbiamo esperienze di apertura e di fiducia, succede poi qualcosa che ci fa chiudere. Ma la caratteristica di una fiducia genuina è non dipendere dagli altri, né da qualcosa di esterno: è una profonda esperienza interiore di connessione col nostro essere e con l'esistenza. Il nostro livello di fiducia genuina è uno specchio della nostra coscienza ed è una qualità che possiamo sviluppare.
“La qualità della nostra fiducia è misurata dallo stato della nostra vita: dall’amore che abbiamo per noi stessi, dalla profondità dell’intimità delle nostre relazioni più importanti, dalla gioia con cui affrontiamo la vita. Sviluppare una fiducia matura è il tesoro al termine dell’arcobaleno del lavoro interiore. Possiamo fare terapia all’infinito ed esplorare le ferite della nostra infanzia, ma a che cosa serve se non ci porta a un maggiore livello di vera fiducia? Mancherà sempre qualcosa di fondamentale. Abbiamo bisogno di alcune chiavi per usare le esperienze della vita che ci mettono alla prova così che diventino occasioni per aprire il nostro cuore anziché chiuderlo… Abbiamo bisogno di una struttura, di una comprensione che ci aiuti a riconoscere il valore delle delusioni e degli abbandoni, così che ci possano dare forza, anziché indebolire o distruggere la nostra fiducia nella gente e nella vita. Se vediamo il significato emozionale e spirituale dei nostri momenti difficili, allora possiamo contenere il dolore. Le delusioni e gli abbandoni ci sfidano a scoprire una fiducia reale e questo processo è un lungo cammino. Altrimenti le nostre ferite possono facilmente diventare terribili e insopportabili.” (dall’Introduzione) Fiducia e sfiducia è stato pubblicato da Urra nel 2004.
Film recenti:
I film sono arte, ma anche l'idraulica lo è. Le opinioni sono come le palle: ognuno ha le sue. (Clint Eastwood)
Se un film ha successo, è un affare; se non ha successo, è arte. (Carlo Ponti)
Ho riscontrato che i film sono un po' come la pizza, a me può piacere un sacco e a te non piacere affatto!
Oggi il valore dell'arte lo decide il critico, (l'esperto incaricato)... quindi il bello lo decide il professionista!?
Io ancora propendo per "non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace"!
...e abbasso il conformismo e la moda che omologa. Viva la differenza!
(Bruno Bonandi)
   
LA CINEMATERAPIA
La Cineterapia è una terapia psicologica di supporto ad altre terapie che si basa sulla visione dei film ed è nata ad opera dello psicoterapeuta statunitense Gary Salomon. Quest'ultimo si rese conto che diversi disagi psicologici, da un semplice stato d'animo a vere e proprie patologie della psiche, possono trarre beneficio, in maniera più o meno evidente a seconda della situazione, dalla visione di un film o di vari films, da vedere sia al cinema che in ambito domestico. Infatti, è anche abbastanza evidente, che in determinati momenti dolorosi e tristi per noi, vedere un film che rappresenta una situazione in qualche maniera simile a quella del nostro disagio può esserci in qualche modo d'aiuto.
Il beneficio è più evidente nelle persone che non alzano barriere tra se stesse e lo schermo, barriere che non sono altro che la ripetizione di quelle che si alzano fra sé stesse e le proprie emozioni. Se si lascia “coinvolgere” dal film possiamo trarne i seguenti benefici:
• aumentare la capacità di sognare e di rievocare ricordi sepolti o latenti,
• rendere meno traumatiche paure profonde,
• favorire una riflessione interiore o sulle relazioni con i propri cari,
• aiutare ad operare una netta distinzione fra ciò che è bene e ciò che è male,
• identificazione nell'eroe di turno al fine di provare le sue stesse sensazioni sia di dolore che di felicità,
• cercare di capire che a volte non siamo i soli ad affrontare un determinato problema,
• un ruolo psicoeducativo volto a favorire l'elaborazione d'eventuali soluzioni, attraverso la proposizione di modelli cognitivi e comportamentali,
• una maggiore considerazione del punto di vista altrui.
E' sopratutto nel campo delle emozioni che la cineterapia aiuta. Spesso si ha difficoltà a manifestare ed analizzare le proprie emozioni perché spaventano o sono portatrici di una sofferenza dilaniante. Nel film se ci riesce ad immedesimarsi o identificarsi nel protagonista si ottiene il risultato di rivivere tutta una gamma di emozioni che, normalmente non riusciremmo a vivere per i motivi sopraccitati. Il film ci permette man mano che si svolge di mantenere una distanza da esse, rivivendole, appunto, senza provare eccessiva sofferenza.
Una puntualizzazione è da farsi. Lo stesso film “terapeutico” per un determinato disagio, non è detto che lo sia per tutti. Fondamentale è la capacità del film stesso d'entrare in quella che chiamo la “risonanza emotiva individuale” dello spettatore. Quest'ultima può variare in base all'età, alla cultura, al momento particolare in cui si trova lo spettatore. Ecco perché a volte film che vengono definiti altamente terapeutici possono non sortire nessun effetto, nessuna emozione, lasciando addirittura indifferenti. D'altronde anche lo stesso film, che in un determinato momento, è stato terapeutico per uno spettatore, potrebbe non esserlo per lo stesso spettatore in un altro determinato momento. Parafrasando un proverbio “ci vuole il film giusto al momento giusto”:
Una generalizzazione, anche abbastanza evidente, possiamo però farla. E' quella che riguarda i film “comici”. La loro “terapeuticità” è universale ed è legata agli effetti benefici della risata. Ridere per la visione di un buon film comico, aiuta indipendentemente dalla situazione in cui si trova.
In relazione alla "risonanza emotiva individuale" nei confronti della cineterapia possiamo dividere le persone in tre tipologie.
Spettatori indifferenti. Sono quelli per i quali vedere un film è un mero passatempo senza nessun coinvolgimento emotivo. Essi alzano una barriera tra loro e la trama del film senza lasciarsi coinvolgere da quello che vedono. O più semplicemente non considerano il cinema uno strumento per provare emozioni, perché probabilmente ritengono che determinate emozioni abbiano un loro valore solo se sono vissute in prima persona, nella vita reale. Sarebbe utile anche per quest'ultimi provare a lasciarsi andare un po' di più davanti ad un film.
Spettattori attenti. Questi davanti alla visione di un film durante il seguimento della storia da un lato sono attenti alle proprie emozioni, per comprendere se potrebbero coincidere con quelle dei protagonisti, dall'altro riescono a mantenere un distacco sufficiente a trasformare la visione in un normale piacere e divertimento.
Spettatori coinvolti. I film per quest'ultimi sono altamente “terapeutici”. Si immedesimano ed s'identificano nei protagonisti delle storie, raggiungendo così il difficile obiettivo di riflettere sulle proprie emozioni senza esserne travolti. I film per loro rivestono anche un ruolo psicoeducativo ai fini del miglioramento del proprio equilibrio psicologico.Possono, però, correre il rischio di sognare ad occhi aperti.
ALCUNI FILM PER la CINETERAPIA:
Su tematiche adolescenziali: L'ATTIMO FUGGENTE (Peter Weir) - MIGNON E' PARTITA - IL GRANDE COCOMERO (Francesca Archibugi) - GENTE COMUNE (Robert Redford)
Sul disagio della "mezza età": UN'ALTRA DONNA - ALICE (Woody Allen)
Su problemi coniugali e separazione: KRAMER CONTRO KRAMER (R.Bentos) - LA GUERRA DEI ROSES
Sul disagio psichico giovanile: RAGAZZE INTERROTTE
Su problematiche affettive: NON TI MUOVERE - I GIORNI DELL'ABBANDONO
Sul rapporto padre-figlio: LA STANZA DEL FIGLIO (2000) di Nanni Moretti.
I GIORNI DELL'ABBANDONO (2005)
Olga (Margherita Buy) è una giovane donna felicemente sposata e madre di due figli. Improvvisamente abbandonata dal marito, sprofonda nella disperazione ed entra nella dolorosa spirale della perdita del sé. Un precipizio che la costringe ad una discesa infernale dentro se stessa, a riconsiderare il suo destino di donna, nel tentativo di ristabilire un ordine alla sua vita interiore e quotidiana. Il mondo che le ha lasciato in eredità il marito le appare ostile, figli compresi, e Olga si ritrova a vagare inquieta come la più furiosa delle erinni.
UBRIACO D'AMORE (2002)
La storia di un ragazzo timido, introverso e vessato psicologicamente dalle sue sorelle, ben sette! La storia di una ragazza probabilmente ferita dalla vita che riesce a vedere oltre l'apparenza. La storia di chi vive sfruttando le debolezze degli altri. La storia di chi vuole cambiare la propria vita. La storia di chi trova dentro di se energie incredibili, insomma... una storia migliore di tante altre perché creata da tanti piccoli frammenti di vita vissuta, e non omologata ai piatti gusti di un pubblico onnivoro, pronto ad ingerire qualunque cosa purché non richieda uno sforzo eccessivo (tratto da filmup.leonardo.it)
SE MI LASCI TI CANCELLO (2004)
Joel e Clementine si amano alla follia ma sono troppo diversi. Così, un giorno, Clementine decide di farsi estirpare la sezione della memoria relativa alla loro storia d'amore. Quando Joel lo scopre vuole sottoporsi allo stesso trattamento, ma all'ultimo momento capisce di amare troppo Clementine e di non volerne cancellare il ricordo... Inizia così una corsa contro il tempo per poter salvare l'amata nei recessi della sua mente.
IN THE MOOD FOR LOVE (2000)
La storia è semplice: ad Hong Kong, nel 1962, il giornalista Chow ha appena traslocato con sua moglie in un nuovo appartamento in affitto. Nello stabile che li ospita incontra Li -Zhen, una donna giovane e assai bella che s'è da poco trasferita lì in compagnia del marito. I due trascorrono molto tempo insieme, dato che le professioni dei rispettivi coniugi li lasciano spesso soli: sino a quando non scoprono che codesti ultimi intrattengono una relazione...Da qui in avanti, il film diviene diario minuto, attento, sottile del nascere d'un sentimento: anche se, avverte subito Li-zhen, "noi non saremo mai come loro". L'attrazione che li spinge l'uno nelle braccia dell'altra resterà, quindi, per sempre tale: ne saranno segni massimamente evidenti lo sfiorarsi delle mani, uno sguardo che appena si sofferma, un gesto di cortesia che dura un attimo in più.
MANUALE D'AMORE
Il film si divide in quattro filmati: 'L'innamoramento' - Tommaso è un disoccupato innamorato di Giulia, una ragazza borghese. 'La crisi' - Barbara, impiegata in un laboratorio di analisi, e Marco, istruttore di scuola guida, si trovano ad affrontare la loro prima crisi matrimoniale. 'Il tradimento' - Ornella, una vigilessa che ha subito un tradimento, si accanisce contro gli uomini multandoli senza motivo. 'Abbandono' - Goffredo cerca di superare l'abbandono da parte della moglie con l'aiuto di un audiolibro intitolato "Manuale d'amore".
NON TI MUOVERE (2004)
In seguito ad un incidente stradale, la figlia di un neurochirurgo finisce in coma, il fatto da l'occasione al padre per confidare alla figlia la sua vita passata e in particolare per parlare di una relazione extraconiugale avuta tanti anni prima.
PARLAMI D'AMORE (2002)
E' la storia del rapporto tra Justine (Judith Godrèche) e Richard (Niels Arestup), sposati con tre figli. L'uomo, scrittore affermato, è stanco del rapporto con la moglie, ma la ama ancora. La donna, dall'altra parte, è stanca del fatto che il marito non la capisca, e forse non lo ama più.
SCELTA D'AMORE (1991)
Hilary, infermiera, assiste e cambia la vita del giovane e ricco Victor, colpito da una grave forma di leucemia. Di estrazione sociale e culturale opposta, i due giovani finiranno per diventare complementari e alla fine l'amicizia diventerà amore.
AL DI LA' DEI SOGNI (1998)
L'amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito, nulla neanche l'al di là può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un Paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Chris non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un "angelo" molto particolare.
AL DI LA' DELLE NUVOLE (1995)
Il film é formato da quattro storie d'amore viste da un regista cinematografico. Nella prima un ragazzo talmente innamorato della sua ragazza decide di non passare al rapporto fisico per tenere vivo il desiderio. Il regista incontra a Portofino una ragazza che gli confessa di aver ucciso il padre. A Parigi una coppia decide di dividersi. Infine in Provenza due innamorati scelgono un amore platonico.
L'AMORE IMPERFETTO
Sergio, trent'anni, lavora in un centro commerciale. Angela, sua moglie, è spagnola e aspetta il loro primo figlio. Il bambino sembra destinato a vivere solo pochi giorni a causa di una grave malformazione, ma per ragioni diverse entrambi i genitori, anziché rassegnarsi, decidono di lottare per questa vita.
PER SEMPRE (2003)
Giovanni, avvocato di successo, è solo uno delle tante vittime di Sara, affascinante professionista che non riesce ad avere una relazione stabile con gli uomini. Le sue storie sono basate su momenti di passione travolgente e laceranti fughe. Giovanni non è abbastanza forte per sostenere il peso di un gioco amoroso dalle regole crudeli e cade in uno stato di profonda depressione (la sceneggiatura è di Maurizio Costanzo).
Adele H, una storia d'amore Adèle, figlia di Victor Hugo, s'innamora non ricambiata di Pinson, tenente britannico per il quale abbandona la famiglia. Lo segue sino a Barbados, finisce in miseria in preda alla follia. Tratto dai diari della figlia di Victor Hugo (scoperti nel 1955), racconta la storia della prima "dipendente affettiva" del cinema.
Le onde del destino è un film del 1996 diretto dal regista danese Lars von Trier . Trama: Bess McNeill è un'ingenua e devota abitante di un piccolo paesino scozzese che, contro il volere della comunità, sposa Jan Nyman: uno straniero operaio in una piattaforma petrolifera. Durante la lontananza del marito, Bess prega Dio per il suo ritorno, così quando l'uomo subisce un grave incidente che lo costringe a rientrare a terra, la donna si sente responsabile. A causa dei danni subiti Jan è bloccato a letto in perenne stato confusionale e costringe la moglie a cercare esperienze sessuali con estranei da farsi raccontare. Bess segue il volere del marito attirandosi addosso la condanna della comunità e infilandosi in un tunnel che la porterà al drammatico finale.
Lezioni di piano è un film diretto dalla regista neozelandese Jane Campion nel 1993. Ada arriva in una isola dell' Oceania per andare a vivere con Alisdair. Ada arriva assieme alla figlia di nome Flora avuta da una precedente relazione. Quello che più sta a cuore ad Ada è il pianoforte portato con se in nave attraverso il mare . La convivenza con Alisdair è difficile già dall'inizio visto il rifiuto di lui di trasportare il pesante pianoforte fino alla casa, a costo ad esempio di un secondo giro pagato ai servi maori . Ada è muta dall'età di sei anni ma non è chiaro quale sia la ragione. Nel frattempo Ada entra in contatto con George Baines che la accompagna a suonare sulla spiaggia. Baines propone ad Alisdair un affare in cambio di lezioni di piano impartite da Ada. Ada accetta controvoglia reputando Baines una persona rozza e non istruita. Col tempo nasce una storia d'amore tra i due che si alimenta nella clandestinità. La storia degenera tragicamente in breve tempo fino alla follia di Alisdair che mozza ad Ada un dito per punizione. La storia si risolve con la partenza di Ada, Flora e George per una nuova destinazione. Di particolare effetto è la scena in cui Ada fa gettare in mare il pianoforte dalla canoa che la portava lontano da Alisdair. Ada fa in modo di rimanere impigliata alle corde che legano lo strumento, cercando così di darsi la morte. Però, mentre sprofonda nelle oscurità del mare, si libera e sceglie di tornare a galla. Ada vivrà con George e lentamente tornerà a parlare.
vedi anche: i Film che fanno male all'amore 1 e 2
Cineterapia per la gelosia:
L'INFERNO - Chabrol Francia 1993 -
A 35 anni, Paul Prier dopo aver acquistato, indebitandosi, l'hotel in riva al lago in cui ha lavorato, sposa la graziosa Nelly. Dopo la nascita di un bel bambino, Vincent, il superlavoro e i numerosi brindisi coi clienti costringono Paul a ricorrere ai sonniferi per addormentarsi la sera. Un giorno trova la moglie al buio con il giovane meccanico Martineau: guardano diapositive, ma il tarlo del sospetto nasce in Paul che comincia a spiare la consorte quando va in città dalla madre o per acquistare una borsetta sul cui prezzo gli mente, o quando pratica lo sci d'acqua con Martineau, fermandosi su un'isoletta per riposare per mezz'ora con il giovane. Sconvolto, Paul rientra solo a tarda notte, con angoscia del personale e disperazione della moglie che, dopo aver riso in passato della sua gelosia, si rende conto che è un fatto grave e tenta di calmarlo vietando a Martineau di tornare all'hotel e rinunciando alle sue gite in città. Ma la gelosia dell'uomo è patologica: anche durante l'innocente proiezione che Duhamel, un cliente cineamatore, ha fatto di vari episodi, compreso quello dello sci d'acqua, Paul immagina la moglie abbracciata con Martineau; fa una scenata ai clienti e la schiaffeggia. Al ritorno dalla città Paul trova l'hotel al buio e Nelly che gira per le stanze a dare candele. Il presunto amante diventa ora nella fantasia di Paul il cameriere Julien che è sceso in cantina con lei per azionare l'interruttore; poi Duhamel, che ha due bicchieri vuoti in stanza. Anche la perdita del braccialetto in soffitta provoca le ire e i sospetti di Paul che, esasperato, prende Nelly con la forza. La donna il giorno dopo va dal medico che decide di far rinchiudere Paul, fingendo che sia la donna ad aver bisogno di ricoverarsi. Ma mentre l'ambulanza sosta alla porta dell'hotel durante la notte, con Nelly legata e chiusa in camera, Paul immagina di tagliarle la gola con un rasoio.
Roberto Cavaliere
Film-terapia di gruppo: al cinema per guarire
Lucia Zambelli
"La vita è una cosa meravigliosa", di Frank Capra, per infondersi una bella dose di autostima. "Kramer contro Kramer", invece, per affrontare i problemi della coppia e della separazione. "Il grande cocomero" per esplorare il disagio psichico negli adolescenti.
Sulla poltrona di una sala cinematografica come sul lettino dell'analista. Al cinema non solo per rilassarsi, divertirsi, evadere dalla realtà, ma, al contrario, per trarre dal film spunti ed elementi che ci aiutino a comprendere meglio la vita, ad acquistare consapevolezza dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni. E' la "cinema therapy", o "movie terapia", usata già da qualche anno negli Stati Uniti, e approdata da poco anche in Italia. La stanno sperimentando all'Istituto di Neuroscienze di Firenze, dove piccoli gruppi di pazienti, omogenei per età e tipo di disagio psichico, guardano un film assieme, e poi ne parlano con lo psicologo e lo psichiatra.
Ne parliamo con Elena Sogaro, la psicologa che segue questi gruppi.
Dottoressa Sogaro, può spiegarci cosa è esattamente la "cinema therapy"?
"E' una forma di terapia psicologica che impiega la visione di film e la discussione dei sentimenti e delle emozioni che il film suscita. Si parte dall'identificazione con i personaggi della storia per aumentare la consapevolezza di se stessi e scoprire anche cose nuove su di noi.
Tutte le arti possono rappresentare una forma di terapia, un modo attraverso il quale capire la vita, le nostre emozioni, e usare ciò che capiamo in forma terapeutica. Negli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti, si è osservato un rinnovato interesse per il cinema come forma di terapia per la sofferenza emotiva e psichica. Questo tipo di terapia è una versione moderna della tecnica sviluppata negli anni Trenta da William Menninger, conosciuta come bibliotherapy, basata appunto sulla lettura di libri. Recentemente si parla di cinema therapy o movie terapia anche in Italia, sebbene i terapeuti italiani si mostrino maggiormente cauti nell'impiego di questo strumento".
Come funziona esattamente la cinema therapy?
"Negli Usa viene usata come supporto della psicoterapia: i terapeuti prescrivono ai pazienti di vedere determinati film, attinenti con le loro problematiche. All'Istituto di Neuroscienze stiamo facendo un'esperienza diversa, pilota: la usiamo in alternativa alla psicoterapia. Un gruppo di 4-5 persone vede il film e successivamente ne discute con lo psicologo e lo psichiatra. Una discussione che ha come obiettivo l'esplorazione dei vissuti personali. E' possibile usare i film in un modo diverso da quello ricreativo cui siamo abituati. Il film può assumere la funzione di pretesto e spunto per comprendere qualcosa in più su noi stessi. L'obiettivo è quello di offrire ed instaurare uno spazio di riflessione, sia fisico che psicologico, per dare voce alle emozioni che il film visto suscita in noi, superando quel momento in cui l'esperienza sembra essere individuale e non condivisibile. Proprio quando la realtà riacquista preponderanza è allora possibile ripercorrere i nostri vissuti in relazione al film".
Come avviene tutto questo?
"Lo spettatore ha bisogno che gli siano offerte alcune condizioni: una sala oscura, priva di rumori, dove i contatti con l'ambiente siano limitati e in cui possa lasciarsi andare e sospendere quella attenzione vigile, che è normalmente richiesta nella vita reale. La sala oscura equivale a una "caduta nell'inconscio" con un conseguente distacco dal mondo esterno. Secondo Musatti, ad esempio, il cinema parla direttamente all¿inconscio dello spettatore, in quanto l'inconscio ha la capacità di risuonare emotivamente di fronte alle immagini filmiche e questo per la particolare somiglianza che presentano con le fantasie inconsce. Lo spettatore partecipa alla situazione cinematografica attraverso i meccanismi dell'identificazione e dalla proiezione. Nella situazione cinematografica, i fenomeni dell'identificazione sono molto intensi, in quanto lo spettatore si abbandona con tranquillità ai processi psichici che il film innesca. Attraverso il meccanismo dell¿identificazione, lo spettatore vive in prima persona la vicenda che gli viene presentata".
Quali film usate per la cinema therapy?
"Per esempio, "L'attimo fuggente" (Peter Weir) e "Mignon è partita" (Francesca Archibugi), sui riti di passaggio dell'adolescenza. "Un'altra donna" e "Alice" (Woody Allen), per la mezza età. "Kramer contro Kramer" (R.Bentos) per le problematiche della coppia e della separazione. "Gente comune" (Robert Redford) e "Il grande cocomero" (Francesca Archibugi), per il disagio psichico negli adolescenti".
Con quali risultati?
"La visione del film e la successiva discussione sbloccano momenti di stallo. L'effetto più immediato è un accrescimento di consapevolezza e di autoconoscenza rispetto a certe problematiche che non siamo abituati a prendere in considerazione. E anche un miglioramento della comunicazione con se stessi e con gli altri. Ancora, vedere il film aiuta a trovare risposte più creative rispetto a certi problemi".
Uno studioso del tema come lo psichiatra Ignazio Senatore si è interrogato a lungo sulle potenzialità terapeutiche del cinema. Egli ha delineato le possibilità che esso offre di fantasticare, così come di compiere un lavoro di anamnesi e di autoanalisi, ma il suo esito in termini terapeutici resta ancora da dimostrare scientificamente.
Se si considera, infatti, l’ortodossia analitica, solo la relazione terapeutica è in grado di "curare", ma se ci si focalizza sugli spunti di riflessione su se stessi e la propria vita che un’opera cinematografica può fornire, si possono individuare notevoli potenzialità.
Un’ampia parte della produzione cinematografica e della letteratura ad essa riferita, inoltre, ha affrontato i temi della malattia mentale e della relazione paziente-terapeuta, secondo l’orientamento vigente in quel determinato periodo.
Gli attori
La produzione cinematografica è anche il frutto della rappresentazione collettiva e, in questo senso, risente del contesto socioculturale della specifica epoca in cui viene prodotta. Per questo, nel tempo, diverse sono state le modalità di rappresentazione dei disturbi psichiatrici e psicologici e del terapeuta. Assente nei primi film muti, la figura del curante si può riassumere con 3 stereotipi, che hanno occupato la scena dai primi anni ‘30 alla fine degli anni ‘50:
il dottor Dippy fa il suo primo esordio in Dr. Dippy’s Sanitarium (1906), più debole dei suoi pazienti è un personaggio ignorante, emette sentenze e rappresenta la caricatura di Freud;
il dottor Evil è la versione psichiatrica del “pazzo”, lo scienziato malvagio. Uno psicopatico che prescrive farmaci o si avvale dell’ipnosi per indurre i pazienti a compiere atti malvagi, oppure che esprime le sue perversioni, compiendo atti illeciti al di fuori del contesto lavorativo;
il dottor Wonderful rappresenta il buon genitore, altruista, sempre disponibile, totalmente dedito ai suoi pazienti, al punto da trascurare le altre sfere della sua vita, affetti compresi.
I terapeuti di sesso femminile, invece, sono assai infrequenti e, le rare volte in cui appaiono, abbandonano la professione nel momento in cui si sposano, per dedicarsi ad attività giudicate più consone, quali l’essere moglie e madre. Negli ultimi anni, tuttavia, i mutamenti socioculturali sono riusciti a scalfire quest’immagine maschilista, rappresentando le donne in modo più aperto, consapevole del loro ruolo professionale nel mondo.
In seguito ai successi terapeutici che si sono verificati durante e al termine della seconda guerra mondiale, si registra un’ampia diffusione di film a sostegno della psicoterapia, che raggiunge il suo apice negli anni ‘60. La situazione si capovolge, invece, durante e al termine della guerra del Viet Nam, nel corso degli anni ‘70 e ‘80. Nel corso degli anni ’90, si passa ad una raffigurazione più equilibrata dei terapeuti e della loro attività. Permangono, tuttavia, alcune semplificazioni che rischiano di perpetrare i pregiudizi degli spettatori e gli stereotipi della cinematografia.
E la terapia ...?
La visione di un film modifica lo stato di coscienza di una persona: lo spettatore viene proiettato in una dimensione spazio-temporale in cui esiste solo la storia rappresentata sullo schermo, che annulla, almeno temporaneamente, la realtà circostante. Questa nuova dimensione è in grado di suscitare emozioni, indurre alla riflessione su se stessi e la propria esistenza, inviare spunti per un dialogo, che produrrà mutamenti in coloro che ne sono coinvolti.
Esistono interessanti esperienze di applicazione della visione e del dibattito cinematografico in tal senso. Ad esempio, il dottor Marcolongo ha introdotto la tecnica da lui definita “moviemotions”.
In un primo momento i partecipanti assistono, a casa propria, alla proiezione di un film, precedentemente concordato, su videocassetta.
In seguito la proiezione viene ripetuta, alla presenza del terapeuta, con gruppi di 20-25 persone e viene interrotta in concomitanza con le scene più emotivamente significative, al fine di discutere quanto visto. Vengono analizzati tutti quegli elementi che costituiscono la realtà scenica, quali: la storia, l’inquadratura, il dialogo, l’espressione dei volti, la postura corporea degli attori. Non si tratta di critica cinematografica, ma del tentativo di analisi e discussione della rappresentazione di una realtà ‘altra’ da quella vissuta quotidianamente, in prima persona, al fine di elaborare i vissuti di gruppo. Marcolongo riporta risultati positivi in termini di aumento della capacità di cogliere e decifrare le emozioni da parte dei presenti.
In conclusione, però, sono necessarie ulteriori ricerche volte ad individuare se, come e in che misura si verifica il processo terapeutico. Le ricerche attuali, infatti, vanno nella direzione di una integrazione di tale percorso con quello di una psicoterapia vera e propria, più che di una sostituzione d’essa.
di Anna Fata
Fonti
Gabbard GO e Gabbard K., Cinema e psichiatria. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000
Greenberg HR., A field guide to cinetherapy: on celluloid psychoanalysis and its practitioners. The American Journal of Psychoanalysis 2000; 60(4):329-39
Michailov J e Michailova S., Film a soggetto come un sogno soggettivo: criteri di interpretazione. Funzione Gamma Journal, Numero 9, Giugno 2002
Senatore I., Curare con il cinema. Centro Scientifico Editore, Torino, 2001.
"Ciak, si cura"
"Tutti sul lettino" spezzoni di analisi
http://www.youtube.com/watch?gl=IT&hl=it&v=suBxlboizGY
Il Corriere della Sera- Il Corriere del Mezzogiorno - 12. 7. 2002
"Da quando nel 1997 il dottor Gary Salomon ha pubblicato il suo libro di "cine-prescrizioni" The motion picture prescription – ne contiene duecento, adatte a curare soprattutto i disturbi dell’umore – qualcuno si è convinto che i film possano avere uno specifico effetto terapeutico. Al paziente che nutra sensi di sconfitta e ribellione, Salomon consiglia Thelma & Louise. A chi soffra di disturbi ipocondriaci il cineterapeuta prescrive la visione di Alien, suggerendo particolare concentrazione sulla sequenza che mostra la parte del corpo (lo stomaco) dove l’alieno si localizza per svilupparsi. Il silenzio degli innocenti appare invece particolarmente indicato a chi ha paura di rivelare il proprio sé.
E così via prescrivendo, la cosiddetta "cineterapia", almeno negli Usa, ha finito per essere insegnata all’università (di Pittsburgh). Ma davvero, ci si chiede, una pellicola può aiutare a sconfiggere una malattia? E se sì, quale? "Io so solo – azzarda il critico e storico del cinema Gianni Canova – che per me e la mia generazione il cinema è stato anche uno "strizzacervelli" che ha favorito l’anamnesi e l’autoanalisi, portando a galla – sullo schermo – i fantasmi e i cadaveri che ci portavamo dentro".
Prende le distanze da questo singolare approccio terapeutico lo psichiatra napoletano Ignazio Senatore: "Pur amando il cinema, ho sempre pensato che la visione di un film non avrebbe mai potuto eliminare i conflitti, ridurre le ansie, placare le angosce di uno spettatore". Accattivante ma in fondo ingannevole appare dunque il titolo del suo recente saggio sulla capacità risanatrice del cinema: Curare con il cinema (Centro Scientifico Editore, Torino, 2001, pp. 230, € 24,00).
Nessuno ha mai negato al cinema un grande potere suggestivo, ci mancherebbe: presentando il libro di Senatore, lo psichiatra Paolo Pancheri parla di "curiosa alterazione dello stato di coscienza" indotta dalla visione di un film, di "stato crepuscolare" dove la realtà oggettiva si cancella e lo spazio-tempo si annulla; e richiama indirettamente le parole con cui il grande Bunuel esplicitava il nesso tra cinema e psicanalisi ("Il buio che invade a poco a poco la sala equivale all’azione di chiudere gli occhi. E’ allora che comincia sullo schermo e al fondo dell’uomo l’incursione notturna dell’inconscio"). Ma da qui a guarire qualche spettatore ce ne corre:
"Più che curare – osserva Senatore, che è funzionario tecnico presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Napoli Federico II – direi che il cinema si prende cura di noi". E le cine-prescrizioni del dottor Salomon ? "Troppo scolastiche, elementari e poco immaginative. Da macchina desiderante, da fabbrica dei sogni, il cinema viene retrocesso a un testo (la sceneggiatura) da sezionare ed esaminare. Cenerentola e Biancaneve sarebbero sopravvissuti così a lungo nell’immaginario collettivo se ogni madre avesse "prescritto" al proprio bambino di leggersi la fiaba da solo per poi commentarla con lei ?".
Curare con il cinema è soprattutto una sistematica raccolta di citazioni catalogate con il gusto del cinefilo che si diverte a segnalare i riferimenti con le tematiche di interesse psichiatrico (e non solo): "Seppur non condivida il metodo di Salomon – commenta Senatore – certo non posso negare che la fruizione di una pellicola cinematografica metta in moto meccanismi quali la regressione, la proiezione, l’identificazione". Senza coltivare l’illusione di guarire dall’ansia o dalla depressione, si può dunque continuare ad andare al cinema per ascoltare delle storie, per piangere e ridere, per lasciarsi andare all’immaginazione, per liberarsi da una preoccupazione avvolti dal buio della sala. Che non è poco."
LA RELAZIONE TRA CINEMA E PSICHE
I film possono produrre sull’adulto le stesse reazioni che le fiabe suscitano nei bambini. Questo è il loro segreto, il motivo per cui possono rivelarsi in qualche modo benefici per la sfera psicoemotiva. Nelle persone ricettive, che cioè non erigono un muro tra se stesse e lo schermo e, più a monte, tra se stesse e le emozioni possono agire in vari modi. Possono stimolare la creatività e la capacità di sognare, possono esorcizzare certe paure profonde, possono indurre a riflettere su se stessi o sul tipo di rapporto istaurato con le persone care, possono ricordare con grande chiarezza la distinzione tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Come fanno le fiabe con i bambini, i film toccano la sfera emotiva, suscitando ricordi, suggerendo di immedesimarsi nell’eroe di turno, per poi provare le sue stesse sensazioni intense, vuoi di dolore, vuoi di felicità. I film possono scuotere e accompagnare in una dimensione staccata da quella reale, dove può diventare più facile sia analizzare se stessi sia prendere in considerazione il punto di vista degli altri, acquisendo una maggiore apertura nei confronti del mondo esterno. In più, il cinema presenta problemi in cui è possibile identificarsi, aiutando in questo modo a comprendere che non si è gli unici nel mondo alle prese con situazioni intricate o eventi condizionati dalla sfortuna. Suggerisce inoltre soluzioni che magari erano sfuggite, propone modelli di comportamento a cui è possibile ispirarsi per migliorare il proprio modo di essere e a volte, addirittura, fornisce spunti per agire, per prendere iniziative che possono modificare positivamente la vita.
LA GIUSTA DISTANZA DALLE EMOZIONI
Esplorare le proprie emozioni è un modo per continuare a crescere, per proseguire nel proprio cammino di evoluzione individuale. E’ anche uno dei mezzi utilizzati in psicoterapia per aiutare la persona a ritrovare il suo equilibrio interiore. Ma farlo non è così semplice: molto spesso le proprie emozioni fanno paura o generano una sofferenza intollerabile che impedisce di analizzarle a fondo. Il valore terapeutico dei film sta soprattutto nell’opportunità che offrono in rapporto alle emozioni che suscitano. Immedesimandosi o, addirittura, identificandosi nel protagonista di un film si ha modo di provare tutta una gamma di sensazioni di grande valore sotto il profilo emotivo ma mai così intense da destabilizzare. Si riesce cioè a mantenere dalle emozioni, che si provano a mano a mano che la trama si snoda, una distanza che consente di assaporarle senza esserne travolti.
QUALI FILM SONO TERAPEUTICI
Gary Salomon, lo psicoterapeuta americano che per primo ha parlato dei film come veri e propri strumenti terapeutici, si è spinto anche oltre, indicando quali titoli possono essere più efficaci in relazione ai vari disturbi della sfera psichica. Per fare un esempio, Alien potrebbe essere adatto per le persone ipocondriache, che pur essendo assolutamente sane vivono nella perenne convinzione di essere ammalate. Invece, non è così automatico né che un certo film produca vantaggi su una determinata malattia, né che uno stesso film possa risultare benefico su qualsiasi spettatore. Qualsiasi film, anche il più frivolo, o il meno impegnato o il più modesto sotto il profilo artistico può, in linea teorica, aiutare a stare meglio. Così come il film più coinvolgente e ben realizzato può fare molto per qualcuno e nulla per qualcun altro. Tutto dipende non già dalla pellicola ma da come, in modo assolutamente personale, ciascuno vi reagisce. Un film, qualunque esso sia, svolge un’azione vantaggiosa per la psiche quando riesce a scuotere l’emotività dello spettatore, inducendolo a immedesimarsi nei protagonisti o, comunque, a prendere le distanze dalla realtà fino al punto da entrare in uno stato di rilassamento che può consentirgli di recuperare energie mentali. L’esempio più significativo è dato dai film in cartoni animati che propongono fiabe classiche (per esempio, Biancaneve o la Bella addormentata nel bosco). Ci sono adulti su cui la loro visione produce un potente effetto antistress, mentre ce ne sono altri su cui suscitano solo noia e insofferenza. Nel primo caso evidentemente riescono a risvegliare la parte rimasta bambina racchiusa in ogni adulto, determinando così un effetto rigenerante, nel secondo invece non riescono a esercitare questo potere: tutto dipende dalla reattività di chi li guarda.
I FILM CHE FANNO RIDERE
L’idea che un film possa giovare alla salute non è comunque di oggi. Da uno studio condotto diversi anni fa negli Stati Uniti era emerso che la visione di un film comico alza la soglia del dolore. In particolare, la ricerca aveva messo in evidenza che può essere di giovamento in caso di frattura, per alleviare l’indolenzimento delle ossa. Ma non c’è da stupirsi: le scene buffe, strappando una o più risate, distolgono l’attenzione dal dolore. L’opportunità di dimenticare per un attimo la zona del corpo dolente, ridimensiona il fastidio avvertito, che invece si amplifica quando ci si concentra su di esso.
LA SOMIGLIANZA CON l’IPNOSI TERAPEUTICA
La visione di un film che emoziona e induce a una riflessione su se stessi e sulla propria vita può essere in qualche modo equiparata a uno stato di coscienza modificata, simile a quello indotto da una seduta di ipnosi terapeutica. Si tratta di una metodica che da tempo gode dell’avvallo della scienza e che, ovviamente, non va affatto confusa con i rituali ipnotici messi in scena in Tv per fare spettacolo. Detta anche visualizzazione guidata, permette di raggiungere uno stato di rilassamento profondo a cui si accede abbandonandosi alle parole del terapeuta, che fa da guida in un percorso immaginario detto “metafora”. Durante l’ipnosi la persona si viene a trovare, appunto, in uno stato di coscienza modificato, che consente di entrare in contatto con l’inconscio, che è la parte del sé in cui si trovano la fantasia, le emozioni, i ricordi legati all’infanzia, nonché, a detta degli specialisti che si occupano di ipnosi, tutte le risorse interiori che possono trasformarsi in strumenti preziosi per superare qualsiasi disagio o squilibrio della sfera psicoemotivo. Cinema e ipnosi terapeutica: il raffronto è forse possibile, visto che nel corso di una seduta di ipnosi il terapeuta porge al paziente una fiaba in cui immedesimarsi. Anche i film sono fiabe, che innescano processi di identificazione che possono in qualche modo favorire una maggiore conoscenza di sé, da cui può derivare un miglioramento della qualità della vita.
TEST
TI FANNO BENE?
Il test che segue ti aiuterà a scoprire se la visione di un film scuote la tua emotività, ti stimola a riflettere su te stesso, ti aiuta a comprendere meglio i tuoi desiderio e anche le necessità di chi ti sta intorno, oppure se per abitudine mentale erigi un muro tra te e il grande schermo, impedendo alla fiaba che il cinema racconta di produrre effetti sul tuo spirito.
1) Andare al cinema:
A – Rilassa. 5
B – Diverte. 0
2) Ti appaga di più un film che fa:
A – Ridere. 0
B – Piangere. 5
3) Solo per le donne: Avresti interpretato volentieri la parte della protagonista in:
A – Pretty woman 5
B – Tomb rider 0
4) Solo per gli uomini: Avresti interpretato volentieri la parte del protagonista in:
A – Blade runner 5
B- Nottingh Hill 0
5) La storia di Thelma e Louise ti ha trasmesso un senso di:
A – Sconfitta. 0
B – Vittoria. 5
6) In Titanic ti ha colpito di più l’affondamento della nave o la storia d’amore tra Jack (Leonardo Di Caprio) e Rose (Kate Winslet)
A – La storia d’amore. 5
B – L’affondamento. 0
7) Mentre guardi un film riesci a staccare completamente la spina da preoccupazioni e problemi:
A – No, non ci riesci: anche davanti a un film continui a rimuginare. 0
B – Sì, riesci ad allontanare ogni altro pensiero. 5
8) Scegli i film soprattutto in base al:
A – Nome del regista. 0
B – Nome del protagonista. 5
9) Quando esci dal cinema ti senti ancora imprigionato/a nella dimensione del film:
A – No, riprendi immediatamente contatto con la realtà. 0
B – Sì, per un po’ di tempo ti senti al confine tra la dimensione reale e quella del film. 5
10) Di norma, in rapporto al protagonista di un film:
A - Ti immedesimi nel personaggio che interpreta. 5
B – Lo osservi mantenendo il tuo ruolo di spettatore distaccato. 0
11) Ti è mai accaduto di paragonare una situazione che stavi vivendo con una situazione vista in un film:
A – Sì, varie volte. 5
B – No, mai. 0
12) Durante la visione di un film, a fronte di scene commoventi:
A – Non riesci a frenare le lacrime. 5
B – Controlli perfettamente la tua emozione. 0
PUNTEGGI
Domanda 1: A = 5; B = 0
Domanda 2: A = 0; B = 5
Domanda 3: A = 5; B = 0
Domanda 4: A = 5; B = 0
Domanda 5: A = 0; B = 5
Domanda 6: A = 5; B = 0
Domanda 7: A = 0; B = 5
Domanda 8: A = 0; B = 5
Domanda 9: A = 0; B = 5
Domanda 10: A = 5; B = 0
Domanda 11: A = 5; B = 0
Domanda 12: A = 5; B = 0
FINO A 20
Vedere un film è per te un modo come un altro di passare il tempo e tutto si esaurisce qui. Crei infatti una barriera tra te e le trame di queste fiabe per adulti, non permettendo a te stesso di lasciarti coinvolgere da quanto vedi. In generale, non consideri il cinema un mezzo per provare emozioni, anche perché probabilmente sei convinto che le sensazioni di piacere, di paura o anche di dolore abbiano un loro valore solo se sono vissute in prima persona, nella vita reale. Un consiglio: la prossima volta che andrai al cinema prova a lasciarti andare un po’ di più.
DA 20 A 40
In generale, trai giovamento dalla visione dei film, perché mentre segui la trama di una storia da un lato tieni monitorate le tue sensazioni, per comprendere se potrebbero coincidere con quelle dei protagonisti, dall’altro riesci a mantenere un distacco sufficiente a trasformare l’ora di visione in un intervallo di puro divertimento. Forse sei scettico/a verso l’ipotesi che attribuisce al cinema un’azione terapeutica, però di fatto tu per primo/a ne trai un qualche giovamento.
OLTRE I 40
I film sono un vero toccasana per il tuo spirito. Riesci perfettamente a identificarti nei protagonisti delle storie impresse nella pellicola, raggiungendo così lo straordinario obiettivo di lavorare sulle tue emozioni mantenendo, per così dire, una distanza di sicurezza. Dalle fiabe per adulti ricavi insegnamenti per la tua vita e, grazie a esse, ottieni il risultato di migliorarti, a tutto vantaggio del tuo equilibrio e della tua vita di relazione. Attento/a però a non perdere del tutto il contatto con la realtà.
Un film fa guarire
Corriere salute
TI CURERA'
Se stai male, curati con un film. Non è una battuta di spirito o lo scherzo di un buontempone. Il consiglio è dello psichiatra americano Gary Salomon, direttore dell'Oregon Psychotherapy Consortium e autore del volume "The motion picture prescription". Il cinema, secondo Gary Salomon, avrebbe un effetto catartico paragonabile a quello dello psicodramma. In pratica, durante la visione della pellicola il malato si identifica con i personaggi focalizzando le situazioni che gli provocano disagio, e reagisce per modificarle. Naturalmente la prescrizione deve essere mirata. Per chi deve elaborare un lutto, per esempio, sara' utile la visione di "Ghost"; a chi soffre di un'eccessiva dipendenza dalla madre converra' assistere alla proiezione di "Psyco"; i piu' malinconici, infine, potranno sicuramente avere benefici da un film divertente come "Chi ha incastrato Roger Rabbit". Lo psichiatra segnala anche le avvertenze: evitare di sgranocchiare pop - corn durante la visione (perche' questo tipo d'azione interrompe il coinvolgimento emotivo tra spettatore e protagonista) e non superare le dosi consigliate (massimo due - tre pellicole a settimana).
Pagina 2
7 luglio 1998 - Corriere della Sera
Cineterapia gay
venerdì 11 aprile 2008 da Robo in: Cinemalandia Arte e cultura
Se volete farvi una cura di cinema, vi consiglio la lettura del libro Il cineforum del Dottor Freud di Ignazio Senatore. L’autore è uno dei maggiori esponenti della cineterapia italiana. La cineterapia, infatti, è nata negli USA ad opera dello psicoterapeuta statunitense Gary Salomon ed è una cura psicologica attraverso la visione dei film. Secondo il fondatore numerosi disturbi della sfera psichica possono, se non guarire, almeno essere controllati e attenuati grazie alla visione di un film o di vari film, da vedere sia al cinema che a casa.
Nel libro si propongono vari percorsi tra cui quello de Il cinema e l’identità di genere. L’autore propone un elenco di quaranta titoli a tema, che introduce come segue:
Finché era imperante il famigerato Codice Hays (introdotto nel 1930 e che tenne banco fino al 1961), l’omosessualità era uno dei tanti temi banditi dallo schermo. I registi dell’epoca, per non incappare nella maglie della rigida censura americana, depuravano i testi, cancellando ogni riferimento a possibili amori omosessuali dei protagonisti.
"Una cura da Oscar"
Perchè la cinematerapia è un efficace viatico contro molti disturbi del corpo e della psiche. Aristotele svelò
la virtù catartica delle arti. L'ottava va oltre: "contribuisce alla formazione e alla crescita". Tratto dal
Supplemento Salute di Repubblica del 22 marzo 2007 a firma di Annamaria Messa
Almeno una volta l'abbiamo provato tutti a cinema. Le immagini che scorrono sullo schermo, la trama narrativa, ci riportano ad esperienze personali, al modo in cui le abbiamo vissute, a come avremmo voluto viverle... In un certo senso sperimentiamo quella catarsi di cui più di tremila anni fa parlava Aristotele: la purificazione che la rappresentazione teatrale esercita nell'animo degli spettatori. Dal teatro al cinema. Sull'idea che guardando un film ben scelto si possono sciogliere emozioni bloccate, attenuare dolori dell'animo. Quasi un medicinale da banco (meglio "dietro prescrizione dello specialista"), andando al Blockbuster come in farmacia. Dagli Usa, con lo psicoterapeuta americano Gary Salomon, la terapia si è diffusa anche in Italia con predecessori come Antonio Mercurio, ideatore tra l'altro dell'Antropologia personalistica esistenziale, presidente della Sophia University of Rome.
C'è chi, come la psicologa Gioia Gabellieri, autrice di saggi sul tema, dà anche consigli on line del tipo: "avete problemi di autostima? Vi serve "Il mio grosso grasso matrimonio greco". Oppure, "Se la suocera è invadente... fatele vedere "Caso mai", con Stefania Rocca e Fabio Volo.
"Attenzione", avverte però, Giampiero Ciappina, psicologo, psicoterapeuta, direttore Istituto Solaris di Antropologia Personalistica Esistenziale, Cinematerapia® e Comunicazione telematica. "Molti film, come la musica, le opere d'arte, possono modificare l'umore, rallegrare, intristire, meravigliare, nel ruolo che da sempre è quello dell'Arte. Non ha però senso immaginare che esistano film pensati per realizzare un felice rapporto di coppia, per vincere il vuoto dell'angoscia, diventare autenticamente genitori o realizzare i propri sogni esistenziali".
C'è una grossa differenza, continua Ciappina, tra cinema e cinematerapia. "La visione cinematografica è tipica dell'intrattenimento, ha effetto consolatorio, d'identificazione, catarsi aristotelica. La cinematerapia è invece visione a fini trasformativi. Ha una funzione di aiuto e di sostegno per chi vuole realizzare un percorso evolutivo e di crescita personale che va al di là della visione di un singolo film. È un cammino di trasformazione esistenziale, forse più simile ad un'accademia ellenica che a una pillola della felicità". L'Istituto Solaris, che in Italia ha registrato il termine "Cinematerapia®, usa da 20 anni le opere del grande schermo in seminari e percorsi di psicoterapia. "Il cinema è uno strumento ma, come non è il pennello a dipingere ma il pittore, non è una pellicola che può realizzare quell'originale percorso interiore di autoconoscenza che è la Cinematerapia. Non chiedete quindi un elenco di film per stare meglio, uno contro il logorìo della vita moderna, o un altro per sedurre una ragazza... Se esistono, non li conosco né mi interessano", conclude Ciappina.
Sul fatto che la cinematerapia non cura patologie, né in senso medico né psicologico, ma può aiutare un processo di trasformazione e crescita personale, sono un po' tutti d'accordo. All'Istituto di Neuroscienze di Firenze, nell'ambito del trattamento psicoterapeutico, il film diventa pretesto e spunto per comprendere qualcosa in più di se stessi, uno stimolo per superare momenti difficili.
"I film ci aiutano a stare meglio", afferma Vincenzo Mastronardi, psichiatra, psicoterapeuta, direttore Osservatorio dei comportamenti e della devianza, università " La Sapienza ", Roma, autore del libro Filmtherapy. Ha cominciato individualmente con la biblioterapia ma a un certo momento "le mamme degli adolescenti in cura hanno chiesto un film al posto dei libri. Ho costruito per ogni film indicazioni terapeutiche utili ad orientare e da discorsi individuali sono passato a gruppi, con la funzione di "mastery", la capacità di analisi e soluzione dei problemi". Comunicazione di coppia, stress lavorativo, adolescenza, conflitti familiari, disturbi fobico-ossessivi... per ogni situazione c'è un film, come testimonia una ricerca iniziata nel 1989 sulle ripercussioni emozionali della visione di 1500 film su pazienti in terapia (compresi allievi della "Sapienza"), base ispiratrice del libro. I film, chiude Mastronardi, "sono come iniezioni intramuscolari di forza, di energia"". In quel vivere quotidiano che a volte causa disagi e perplessità.
Film visti di recente
CONSIGLIATI
"L'uomo nero", Sergio Rubini, con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Sergio Rubini, Anna Falchi, Fabrizio Gifuni, Maurizio Micheli, Vito Signorile, Italia: 2009 Sito web: www.luomonero.itwww.luomonero.itwww.luomonero.itwww.luomonero.itwww.luomonero.it
Sergio Rubini racconta il doppio ritorno di un uomo: il ritorno nel suo paese natio per assistere il padre in fin di vita ed un viaggio a ritroso in un passato lontano ed ingombrante. Il nostos di Gabriele( Gifuni nel presente e Giaquinto nel passato) diviene un pretesto per rivisitare un’infanzia costruita sul doloroso incontro scontro con il padre (Sergio Rubini). Il decimo sforzo registico di Sergio Rubini mostra i colori, i sapori e gli umori della sua Puglia, attraverso lo sguardo rivelatore del piccolo Gabriele. E’ una riflessione metalinguistica sull’importanza della visione: visione scissa nello sguardo del bambino, tra l’osservazione della realtà e l’illusione dei lampi allucinatori. L’uomo nero delle sue suggestioni oniriche si specchia nell’ambivalente presenza paterna della sua realtà. Il padre Ernesto , capostazione della ferrovia locale, è schiavo della sua passione per la pittura. L’estenuante ricerca della fama artistica lo conduce inesorabilmente all’elusione dei doveri di padre e marito. Ernesto non conosce Gabriele, non vi dialoga, ne scorda l’età anagrafica e gli rovina la festa di compleanno, per insultare il critico d’arte che boccia la sua opera. Il bambino soffre anche dei frequenti litigi tra i genitori, che ergono il sesso ad antidoto contro la loro frattura amorosa. La moglie Franca(Valeria Golino) stenta a sopire il rigetto per gli sguardi voyeuristici che il marito dispensa alla disinibita Donna Valeria.
Il bambino patisce la mancanza di un’identificazione primaria con i cari; anche l’amato zio dongiovanni (Riccardo Scamarcio) ben presto lo deluderà tradendolo freudianamente attraverso il matrimonio, tanto ripudiato nei discorsi pregressi. Quando il piccolo Gabriele si rifugia sotto il tavolo, per urlare in silenzio il suo disprezzo verso gli eccessi del padre, palesa il terrore della possibile sovrapposizione futura tra la sua persona e quella del genitore detestato.
Solo nella maturità del presente, Gabriele saprà dare un anima reale al padre, con il quale aveva condiviso un estenuante rapporto di repulsione attrazione. La scoperta delle verità nascoste sul genitore, svelerà l’inganno delle apparenze in cui versava il suo sguardo infantile: fittizia era l’infedeltà del marito, la scarsa capacità artistica e l’inconoscibile cattiveria del misterioso uomo nero.
Il sipario cala su un’atmosfera di fiabesca memoria, che cancella nettamente il dramma fin lì rappresentato con tanto vigore espressivo; Gabriele uomo comprende, dopo anni di mancanze, un amore ed un arte paterna fin troppo inverosimile.
"A Serious Man", Joel Coen, Ethan Coen, con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolff, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, USA: 2009. Sito web: www.filminfocus.com/focusfeatures/film/a_serious_man
I fratelli Ethan e Joel Coen, infallibili disegnatori di forme geometriche, dopo aver teorizzato il movimento circolare per Mister Hula Hoop, quello lineare per Il grande Lebowski, e il percorso a spirale in L'uomo che non c'era, realizzano con A Serious Man un film il cui protagonista è contraddistinto dalla stasi e dalla fissità più assoluta, mentre tutto il mondo intorno a lui si muove in maniera caotica e impazzita. Gli autori elaborano questa costruzione narrativa attingendo alle origini della propria tradizione yiddish, la stessa che animava anche Barton Fink. Non a caso quella ebraica è una cultura caratterizzata da un elevato grado di immutabilità e rigidità, e si presta particolarmente a rappresentare il personaggio di Larry. È forse per questo motivo che l'ultimo film dei Coen si apre con un prologo straniante, apparentemente avulso dal contesto: girato in 4/3 come un vecchio film, è una specie di racconto tradizionale yiddish ambientato in un piccolo villaggio polacco, dove una coppia di coniugi riceve la visita di un dybbuk, uno spettro della tradizione ebraica. Il prologo, in realtà, cattura alla perfezione lo spirito di tutto il film, e la storia di Larry Gopnick sembra quasi l'aggiornamento e l'attualizzazione in chiave moderna dei racconti folkloristici yiddish, ricolmi di assurdi paradossi e di humour nero. Quasi che Larry fosse anch'egli vittima della maledizione spettrale mostrata nell'incipit, su di lui si abbattono nel corso di pochi giorni una serie di sventure da far impallidire le piaghe bibliche. La moglie gli comunica all'improvviso che vuole lasciarlo per risposarsi con un vero uomo (o "mensch", come dice lei), e gli intima di trasferirsi in un motel. Nel frattempo la sua nomina a una cattedra universitaria è minacciata dall'arrivo di lettere anonime dal contenuto diffamatorio, mentre uno studente coreano lo ricatta subdolamente per ottenere una promozione all'esame. Come se non bastasse, i figli tentano di sottrargli denaro in ogni modo: Danny, in attesa di celebrare il bar mitzvah compra di nascosto dischi di musica pop, mentre Sarah vorrebbe rifarsi il naso. Non facilita le cose il fatto che Arthur, fratello mentalmente disturbato di Larry, venga arrestato e accusato di aver commesso atti osceni. L'uomo, come un novello Giobbe, si sente quasi vittima di una maledizione divina e non riesce a fare altro che chiedere consiglio a una serie di rabbini. Sfortunatamente per lui, nessuno di loro sarà in grado di rivelargli grandi verità spirituali, ma solamente storielle disconnesse e senza alcuna morale di fondo, che confermano ancora di più l'insensatezza tragica e quasi kafkiana del destino di Larry. Il vertice di questa sublime mancanza di senso - alla base di tutto il cinema dei fratelli Coen - lo si raggiunge quando Danny, celebrato il bar mitzvah, può finalmente essere ricevuto dal venerabile rabbino Marshak. In uno studio ricolmo fino all'eccesso di ogni possibile chincaglieria - che è una delle più riuscite metafore della poetica satura e ridondante dei Coen - l'anziano e saggio uomo accoglie Danny e, dopo avergli riconsegnato la sua adorata radio portatile, non ha altro da rivelargli se non la formazione del gruppo musicale Jefferson Airplaine. Dopo aver rielaborato esteticamente gli anni Cinquanta con Mister Hula Hoop, i Coen - grazie all'aiuto del fedele direttore della fotografia Roger Deakins - si concentrano adesso sul periodo della loro infanzia con un gusto particolarmente nostalgico per il design e per le icone della cultura popolare dell'epoca, da Somebody to Love dei Jefferson Airplane (che apre il film con un'incredibile soggettiva all'interno del padiglione auricolare di Danny), alla serie televisiva di fantascienza F-Troop. Il risultato è l'ennesimo gioiello registico cui ci hanno abituato i fratelli Coen, un'opera grondante ironia nerissima e del tutto impietosa nei confronti della comunità che descrive.
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